I RISULTATI DELLA TUA RICERCA : antonietta mirra

Recensione di La stella nera di New York di Libba Bray

La stella nera di New York di Libba Bray è un romanzo straordinariamente unico, che si lascia ricordare anche oltre la lettura per lo stile e la trama inconfondibili, rendendolo una delle migliori letture che abbia mai fatto. New York fa da sfondo alla storia di Evie O’Neill, una giovane ribelle che viene allontanata dai genitori e dalla cittadina di provincia nella quale vive, per trasferirsi a casa dello zio Will, direttore del Museo americano del Folclore, della Superstizione e dell’Occulto. L’atmosfera nella quale Evie vive, è carica di fascinosa oscurità e intrigante mistero. Conosce molti ragazzi, ognuno con una personalità particolare ed indefinita che l’aiutano, senza volerlo, ad addentrarsi in un mondo apparentemente normale, nel quale però si celano terribili segreti.

La storia creata da Libba Bray è entusiasmante ma soprattutto abbastanza inquietante da lasciarti addosso un continuo senso di oppressione e di sottile paura. La vita della protagonista viene improvvisamente sconvolta dal coinvolgimento in una serie di omicidi che stanno macchiando la Grande Mela e per la risoluzione dei quali, la polizia ha richiesto l’intervento specifico dello zio in quanto esperto di misticismo e folclore. Sono omicidi molto strani che hanno a che fare con lo spiritismo e il satanismo più efferato. E sarà proprio grazie a questa occasione che Evie potrà finalmente capire l’importanza del dono che custodisce dentro di sé fin da bambina: scoprire tutto riguardo ad una persona, semplicemente toccando un oggetto che gli appartiene. Questa facoltà paranormale l’aiuterà palesemente nella risoluzione degli omicidi e contribuirà a rende la trama ancora più intricata ed imprevedibile. L’autrice riesce in modo magistrale a creare una storia carica di dettagli, dove le vicende sono approfondite fin nei minimi particolari e dove nulla è lasciato al caso.

L’intero romanzo spicca per originalità e conquista fin dalle prime pagine. Nonostante ci siano una miriade di personaggi, ognuno con un ruolo specifico, le vicende non perdono mai di interesse e l’attenzione del lettore è costantemente tenuta alta dall’intreccio e dalla suspense. In una realtà dove il confine tra sacro e profano è labile e dove la divinazione e lo spiritismo sono all’ordine del giorno, sulla scena appaiono figure altamente pericolose per le loro straordinarie potenzialità. Evie non è l’unica a possedere un dono ma anche altre creature si aggirano tra le strade di quella meravigliosa città e vengono chiamati i Divinatori, tornati dai loro nascondigli oscuri per combattere un male che non conosce rivali. Il nome di colui davanti al quale tutti gli uomini tremano e muoiono come testimoniano i numerosi delitti che lo vedono come unico ed imponente serial killer: John il Malvagio.

La cui eco si diffonde in una New York che non è mai stata così nera, cupa e avvolta da nebbie tetre ed asfissianti. La paura troneggia nel cuore degli uomini perché tutti sanno che un’entità superiore è giunta per condurre il mondo sull’orlo di un baratro dal quale risale solo l’abisso, accompagnato da questa terribile cantilena: “John il Malvagio, John il Malvagio fa il suo lavoro adagio, adagio. Ti taglia la gola e ti strappa gli ossetti, poi se li vende per due spiccioletti…” Paura, vero? Spavento e fascino sono il connubio ideale di un romanzo che non si dimentica facilmente.

Antonietta Mirra

 abc

Recensione di Il violino nero di Maxence Fermine

Il violino nero di Maxence Fermine è un romanzo breve, quasi un racconto che lascia tracce di sé durante tutta la lettura che non è soltanto una semplice conoscenza della storia ma diventa un continuo affondo nell’anima. Il protagonista è un uomo francese dal grande talento musicale, un violinista, che giunto all’età di trentun anni decide di abbandonare la carriera che lo ha portato in giro per il mondo e che lo ha reso a suo tempo un bambino prodigio per cercare di comporre la grande opera simbolo di tutta la sua esistenza. La copertina del libro è nera, il titolo bianco e osservarla in silenzio mentre pensiamo a cosa ci troveremo dentro, non può che far affiorare sin da subito un leggero brivido che accarezza la pelle perché diciamola tutta, qui e adesso: questo libro non racconta nulla di originale ma è il modo in cui lo fa a lasciare inevitabilmente il segno. Johaness sin da bambino non ha bisogno di imparare a suonare il violino, i maestri sono sorpresi, sanno di non avere nulla da insegnargli. Egli è tutt’uno con lo strumento e possiede la capacità di sentire la sua musica con il cuore. Sente il suono del violino vibrargli le corde dell’anima, sente di amarlo e di suonarlo per sfiorare lo spirito dell’umanità. “Johannes possedeva entrambe tali qualità.

Egli sapeva ascoltare il proprio strumento. E sapeva sentirlo vibrare all’interno di sé.” Un protagonista nero ed intenso, avvolto dal fumo della solitudine e dell’inquietudine di chi conosce se stesso e vorrebbe esprimerlo nell’unico modo che conosce: la musica. Un’atmosfera drammatica, che trasuda dolore e guerra lo accompagna nel percorso di crescita esistenziale fino alla conoscenza con Erasmus, un vecchio liutaio di Venezia che gli mostrerà come rendere reali i suoi sogni e raggiungere anche ciò che appare più irraggiungibile: l’amore. Johannes è convinto di essere stato salvato da morte sicura, durante un ferimento in battaglia, da una donna, un’amazzone con una cappa nera, che lo ha raggiunto con un cavallo nero e lo ha abbeverato. Dopo ha iniziato a cantare, ammaliando l’uomo con una voce talmente pura da essere paragonata a Dio. Erasmus è colui che possiede il violino nero e che lo inizierà ad una storia di mistero e magia che ha il sapore della leggenda. Johaness capirà che è sempre e soltanto l’amore la chiave di tutto.

Un amore straziato, addolorato, tragico che non può essere vissuto perché fin dal principio maledetto. Quel violino nero carico di oscure promesse e di un potere inconoscibile diventa simbolo di tutto ciò che l’uomo ha da sempre desiderato inconsapevolmente. In esso si concentra la donna dei suoi sogni, l’amazzone nera e la passione per la musica, unico mezzo per unire l’anima racchiusa nel corpo attaccato alla terra che subisce il fascino del cielo, della sua purezza. Lo stile narrativo è carico di poesia sussurrata, appena accennata, di misticismo, di paura e di ombra. E’ una storia triste, carica di nostalgia, ma anche di incontaminato, di puro e pulito, come può esserlo solo il miracolo della creazione. Non vi nasconderò che è la morte a farla da padrone, ma il violino nero è una storia che si legge in un pomeriggio come tanti rendendolo un po’ speciale. Perché questo è uno di quei libri che se lo senti arrivare fin dentro, senti esattamente quel violino suonare, quella voce raccontare di anime e di mondi senza mai poterli afferrare.

La musica è libertà, è profumo di vita, è infinito, un intenso ed indimenticabile momento che ha i colori a volte accecanti della follia. Vi dico di leggerlo perché è tutto lì, chiuso in poche pagine, in frasi brevi e potenti, alcune come schiaffi, altre come lampi che squarciano il buio di quel sogno chiuso in un segreto che si chiama violino nero. Io l’ho sentito suonare, l’ho sentito accarezzare la mia follia, perché in fondo tutti aspettiamo qualcosa e nel frattempo è bello scoprirsi a tremare. Ancora.

“Aspetta che il tuo sogno si avveri, e sarai liberato. Prima o poi succede sempre. Basta aspettare.”

Antonietta Mirra

abc

Recensione di L’estate dei giochi spezzati di Antonio Hill

“Ho sei anni, sono al campo estivo e non riesco a dormire perché ho paura. No, non è vero. Quella notte mi comportai da coraggioso: disobbedii alle regole e affrontai il buio solo per vedere Iris. Ma la trovai annegata. Galleggiava in piscina, circondata da una corte di bambole morte.”

L’estate dei giochi spezzati è il romanzo d’esordio di Antonio Hill, autore spagnolo dalle grandi capacità descrittive e narrative. Una storia che apparentemente non introduce nessun elemento nuovo a proposito del genere narrativo di appartenenza: il thriller. Nonostante ciò lo stile fluido e scorrevole dell’autore non fanno traballare una costruzione narrativa perfetta in cui suspense e mistero si mescolano equamente in modo da produrre un ritmo incalzante e piacevole che non lascia indifferenti. La morte di Marc Castells, giovane rampollo di una delle famiglie più benestanti di Barcellona è l’evento scioccante che dà inizio ad una serie di vicende che coinvolgono in primis il protagonista, l’ispettore Salgado e poi tutta una serie di personaggi che fanno da contorno ad una storia inquietante e sorprendentemente capace di incollare l’attenzione dall’inizio alla fine. L’indagine dell’ispettore aiutato da un’avvenente poliziotta, condurrà la storia sulle tracce di un probabile suicidio o addirittura di omicidio senza ancora un colpevole. Marc è morto mentre era in compagnia di due amici e questo crea non pochi dubbi a proposito della loro presunta innocenza. D’altro canto però, la vita del giovane e della sua famiglia nasconde non pochi segreti come quello che riguarda la madre di Marc che lo ha abbandonato quando era ancora piccolo e che adesso pretende giustizia in nome del figlio e forse ancor più per se stessa: “Per sapere qual è la mia colpa e il prezzo che dovrò pagare”.

Marc è un ragazzo con grandi problemi nel relazionarsi con gli altri, con un carattere introverso e complicato e la sua vita piena di lacune sia familiari che emotive rendono la ricerca delle cause della sua tragica fine ancora più difficile per Salgado. Oltretutto l’uomo è allo stesso tempo alle prese con un'altra situazione che lo riguarda in prima persona e che gli è costata la sospensione disciplinare. Antonio Hill non ci risparmia un’accurata descrizione di come vanno le cose nel nostro mondo. La Barcellona di turno che poi potrebbe essere qualunque città illuminata dalla potenza delle classi al potere che decidono in nome dei compromessi e dei soprusi. L’omertà, le bugie, le false amicizie e i dolori fasulli sono i protagonisti non detti di questo thriller che presenta descrizioni ambientali di alto livello e profonde introspezioni psicologiche. Ciò non toglie che non mancano i clichè tipici del genere, come l’ispettore bello e maledetto, con una vita sentimentale disastrata e la tendenza a farsi giustizia da solo che se da un lato carica di stereotipi il romanzo, dall’altra diventa un punto a favore per impreziosirlo, evidenziandone comunque le proprietà narrative. Il punto di forza, a mio parere è il linguaggio usato, capace di rendere i dialoghi reali e credibili, di catturare l’attenzione di chi legge senza annoiare risultando palesemente inventato.

L’estate dei giochi spezzati è un titolo molto particolare che può colpire per la capacità evocativa che hanno queste parole ma è anche strettamente correlato a ciò che nel libro avviene o meglio è avvenuto, soprattutto nei ricordi del giovane morto in circostante sconosciute. La sua vita sembra essere tormentata da una visione che non lo abbandona mai. Un momento che riguarda la sua infanzia, quando aveva sei anni e che lo collega alla morte per annegamento di una bambina chiamata Iris, la cui scomparsa coinvolge le famiglie altolocate di Barcellona. Il suo fantasma contornato da una schiera di bambole diventa l’antagonista impietoso di questa vicenda che ombreggia sulle vite di tutti fin dall’inizio, serpeggiando tra le righe fino al momento in cui la verità vedrà finalmente la luce. Ce ne vorrà di tempo prima che ciò avvenga perché il romanzo è davvero molto lungo ma si legge con piacere. Il finale diventerà un di più dopo aver letto le storie di tutti i personaggi coinvolti, le loro motivazioni e aver assorbito pagina dopo pagina, ogni goccia di ansia e apprensione e aver desiderato di restarne coinvolti ancora di più. Antonio Hill non ci delude, il suo romanzo d’esordio, caso editoriale in Spagna, merita davvero quello che hanno detto di lui: un vero fenomeno.

Antonietta Mirra

abc

Recensione di Prima della neve di Alix Olhin

«Non t’importa niente, vero? Di quello che ho fatto, o stavo per fare.»

«Certo che m’importa», ribatté lei. «Solo che non mi scoraggia.»

Prima della neve di Alix Olhin è un romanzo che tocca le parti più intime e nascoste del cuore, raccontando con semplicità e delicatezza i sentimenti più profondi e imperituri raccolti nel fondo dell’animo umano, quegli stessi sentimenti che ci legano irrazionalmente ad un'altra persona, facendoci sentire vivi e parte vibrante di questo mondo. La protagonista di nome Grace, durante una sciata sul Montreal,in una giornata in cui la neve è caduta copiosa, imbiancando tutto, persino lo sguardo di chi la osserva, imbiancato anch’esso ed accecato da tanta purezza, si trova davanti un ostacolo nero ed ingombrante che non riesce ad evitare. Esso non è altro che il corpo di un uomo riverso a terra che ha appena tentato di impiccarsi. La scena sconvolge la tranquilla vita della donna che nonostante la serietà della situazione e la consapevolezza di essere completamente estranea all’accaduto, non riesce a tenersi fuori dalla vita di quell’uomo, seguendolo fino in ospedale. Lo sconosciuto non parla e non dice nulla di sé. Grace scopre che si chiama John Tugwell esclusivamente dai suoi documenti ma l’apparente distacco dell’uomo non basta a farla allontanare. La donna è una terapeuta affermata, con un divorzio alle spalle e con una difficile situazione lavorativa ed umana a causa di una paziente abbastanza problematica.

“Malgrado quella confessione, Grace sentiva di aver fatto un passo indietro. Tug le aveva offerto dei frammenti del suo passato, sì, ma soprattutto per tenerla a distanza. C’era una differenza tra i fatti riguardanti una persona e la verità, e lui lo sapeva. Non si era illusa tanto da non rendersi conto che le aveva chiesto ben poco di personale, mentre lei voleva essere considerata una persona con cui stabilire un rapporto. Sarebbe stato un modo di sentire quanto pesava nel mondo. Si domandò se, nel tempo che avevano passato insieme, lei avesse lasciato una qualche impressione su di lui.”

Ciò che Alix Olhin mette in scena in questo romanzo è l’interiorità dei suoi personaggi, non a caso il titolo originale è “Inside”, ossia ciò che si nasconde dentro ciascuno di noi. Grace e John sono due anime ferite, e ognuna di esse ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro ma nello stesso tempo necessitano la possibilità di dare amore e rispetto verso quel qualcuno che credono lo meriti. La scrittrice racconta di un mondo in cui c’è dolore e sofferenza. John è un ex operatore umanitario che ha vissuto la terribile tragedia del genocidio in Ruanda e da lì il suo cuore non ne è più uscito vivo. Si mostra freddo e distaccato nei confronti della donna che lo ha salvato perché non vuole farla avvicinare, essendo la sua esistenza piena di sofferenza e disillusione. Ma Grace, il cui istinto è sempre stato quello di aiutare gli altri, perché solo in questo modo riesce sentirsi realmente appagata e meritevole di questa vita, non si lascia intimidire dal silenzio e dalla reticenza dell’uomo. Quando in ospedale gli stringerà per la prima volta la mano, si renderà conto che è la stretta di un uomo deciso ma devastato da una forza contro cui è difficile combattere ed è la morte. Altri personaggi calcheranno la scena ed impreziosiranno la tela di rapporti umani che l’autrice è abile a tessere senza mai cadere in banalità, come l’ex marito di Grace, anch’egli terapeuta, che ha deciso di andare a lavorare nella regione artica del Canada dove la popolazione lotta per la sopravvivenza. E’ evidente quanto l’autrice abbia lavorato per creare una trama ben delineata in cui le storie personali dei personaggi si uniscono perfettamente alla grande storia dell’umanità che è poi quella di ciascuno di noi. Questo significa che possiamo ritrovarci nelle stesse paure, dolori ed emozioni raccontate senza esserne feriti ma soltanto invogliati ad andare avanti nella lettura, consapevoli e speranzosi di poter trovare la chiave della salvezza. Perché di salvezza si tratta. La scrittrice non lo nasconde. Prima della neve è un romanzo che parla di salvezza e di amore. Che parla della possibilità che ha ciascuno di noi, superando le difficoltà iniziali, di poter trovare nell’altro il motivo della propria felicità, il punto di slancio che ci permette di ritrovare la forza per combattere, per crederci e per andare avanti.

Un romanzo carico di ottimismo e positività che non lascia delusi e soprattutto infelici. La volontà di scoprire il lati più nascosti dell’animo umano, i mille volti e modi di essere di una persona, ripaga donando al lettore la sensazione che ci sia sempre una possibilità di venirne fuori anche dall’inferno della più nera solitudine. Il titolo del libro così suggestivo ed evocativo ci riporta ad un periodo dell’anno in cui il freddo ed il gelo rendono le strade deserte e il silenzio padroneggia incontrastato sulla frivolezza del mondo. Quasi un senso di abbandono, di sonno dolce e cauto, delicato, che favorisce il guardarsi dentro e l’introspezione dell’animo umano. E’ questo quello che emerge dal libro e che si riflette nei personaggi così inermi di fronte alla forza ammaliatrice della scrittrice che si prende cura di loro e di noi donandoci parole e immagini tanto poetiche quanto stimolanti. Lo stile di scrittura è pulito, dimostra grande capacità descrittiva e consapevolezza che per narrare davvero una storia e farla entrare nel cuore e nella mente di chi legge, bisogna amarla in prima persona. Ed è quello che riesce benissimo ad Alix Olhin, e che rende il suo romanzo un indimenticabile affresco di emozioni e bellezza, seppur addolorata e sofferente ma pur sempre bellezza umana.

Antonietta Mirra

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