Autore: Stefania

Recensione di L’avversario senza nome di Isabella Rampini

Un’altra storia di sportivi, ancora il football, di nuovo il Canada. Isabella Rampini ha trovato la formula giusta per i suoi romanzi, l’ambientazione e lo sfondo adatto per farci affezionare a persone sconosciute. Questa volta, ne L’avversario senza nome, il protagonista è Dylan Forester, un giovane giocatore dei Los Angelese Stars, che ha realizzato il suo sogno di giocare da professionista nella NFL, il campionato americano di football.

Nessuno, però, può dimenticare quel cognome. Dylan infatti è figlio d’arte: Bob Forester è stato il più grande ricevitore degli anni ’80, un campione senza precedenti e, a suo parere, senza eredi. Esatto, perché secondo Bob nemmeno il figlio potrà mai eguagliarlo, perché non ha la stoffa, la cattiveria o il coraggio sufficienti per raggiungere i suoi stessi risultati. O almeno questo è quello che sostiene quando è in preda ai fumi dell’alcol e alla droga, il suo passatempo preferito da quando si è ritirato dal professionismo sportivo.

Dylan, che nel frattempo subisce in silenzio le parole e le botte del padre, cresce sempre più coriaceo e con un carattere difficile, ma ce la fa, entra nel professionismo del football e diventa un linebacker eccezionale, ma scorretto. Per lui vincere vuol dire picchiare più duro, senza farsi scoprire. Così in campo compie scorrettezze: con gesti precisi rompe gambe, caviglie, braccia. Sa dove colpire e lo fa senza pietà, il tutto senza che nessuno lo noti, o per lo meno nessuno che non conosca già la sua idea di gioco.

Fino a quando però una scelta del passato, ancora una volta del padre, non lo punisce: diventando troppo leggero e mingherlino (per quanto può esserlo un giocatore di football) per giocare nel suo ruolo,  i Los Angeles Stars non ci pensano troppo a liquidarlo senza tanti complimenti. Dylan deve quindi trovarsi un altro ingaggio, e lo aiuterà il suo agente, Ryan Barbetta, che era già intervenuto per Steve Martson in Una stagione in provincia, di nuovo con un posto a Redfall, una cittadina canadese, e i Wolves, una squadra locale che ha avuto poca fortuna nel campionato canadese, nonostante si sia risollevata negli ultimi anni. Dylan dovrà quindi abituarsi a un nuovo campo di gioco, a nuove regole e a nuovi compagni, più umani e amichevoli di quello che potrebbe sembrare a prima vista. Il Canada cambierà Dylan, e non solo. Più di una persona lotterà con il proprio demone interiore, affronterà quell’avversario senza nome per rinascere.

L’avversario senza nome non è una scontata storia di formazione. Ancora una volta il football raccontato da Isabella Rampini appassiona, i suoi personaggi vivono in una natura selvaggia, che devono imparare a rispettare se non vogliono esserne sopraffatti, e che gli insegnerà a essere persone vere, o perlomeno migliori. Lo sport non sarà tutto, l’umanità dovrà farsi strada negli animi dei più duri.

Una foto pubblicata da Leggere a Colori (@leggereacolori) in data:

Approfondimento

Come avevo apprezzato il primo libro della Rampini, anche L’avversario senza nome è stata una piacevole lettura, anche se con qualche punto debole in più rispetto alla precedente. Uno è stato l’ostacolo maggiore: il registro linguistico. I personaggi spesso parlano con un linguaggio artefatto, palesemente costruito ad hoc dall’autrice e messogli in bocca a forza. Si sentiva che quelle non erano le parole che avrebbero voluto dire. In un momento di rabbia, invaso dai fumi dell’alcol, Bob Forester (e nessun’altra persona “normale”) non può mantenere una lingua da accademico: deve bestemmiare, biascicare le parole, confondersi e mostrare rabbia. Tutto questo è mancato, e purtroppo ha reso finti dei personaggi ben costruiti che avrebbero facilmente conquistato i lettori.

Ma L’avversario senza nome è solo il secondo libro dell’autrice, che promette bene. Non sarà certo questo piccolo cedimento dal fermarmi da leggere le prossime sue uscite!

abc

Recensione di Dannazione di Chuck Palanhiuk

A pochi giorni dall’uscita di Beautiful you, ultimo libro di Chuck Palanhiuk, autore famoso soprattutto per il suo Fight Club, che non manca mai di fare notizia a ogni sua nuova pubblicazione, ci siamo ritrovati a leggere Dannazione, il primo capitolo della trilogia omonima. Anche questo libro non è passato inosservato, perché, come al solito, dietro alla storia particolare che viene raccontata si nascondono denunce alla società feroci, come solo lui è in grado di fare.

Madison è finita all’Inferno. Causa della morte: overdose di marjuana… o almeno così crede che sia successo. Non è molto sicura. Sapete com’è… quando siete strafatti non è che avete proprio le idee chiare. Ma bando alle ciance. C’è poco da pensare adesso. Siamo all’Inferno e qui si rimane. Basta solo capire come gira il mondo lì sotto. L’ultima cosa che ricorda è la TV accesa sulla Notte degli Oscar con la madre che la saluta e le manda un bacio. Ecco appunto: la madre. Parliamo dei genitori. Finalmente è riuscita ad andarsene da quella casa e da quei suoi due inutili genitori rompiscatole: una madre star del cinema narcisista e un padre miliardario che l’ultimo Natale manco si sono ricordati che lei era al collegio superlusso in Svizzera e se ne sono andati a fare le vacanze in Africa per conto loro in cerca di nuovi orfani da adottare di fronte a uno stuolo di telecamere affamate di immagini. Che famiglia perfetta che aveva, vero? Ma ora il gioco è cambiato, nuovo mondo, nuovi amici, nuove scoperte (più o meno piacevoli). Ma the show must go on. E allora avanti!

Non avevo mai letto nulla prima di Palahniuk e mi sono avvicinata alla lettura di Dannazione con l’ingenuità di una ragazzina alle prime armi. Apro la prima pagina e… BOOOM! Mille esplosioni di qualsiasi cosa mi circondasse. Non ero pronta a far saltare in aria il mio mondo e a vederne un altro completamente diverso, ma dopo la botta iniziale le cose sono tornate in equilibrio. Più o meno. Sì, perché Palahniuk non lascia un attimo di pace, non ti fa respirare, ti porta avanti nella storia come un carro armato, facendosi strada tra le tue reticenze senza chiederti permesso. Perché a volte c’è solo bisogno di qualcuno che ti mandi avanti per primo e ti faccia affrontare le tue paure, che ti dia una bella spinta e ti faccia volare anche se hai una paura folle di romperti l’osso del collo. Che poi forse romperselo non è posi così male se dall’altra parte ci trovi Maddy.

Approfondimento:

Sarcasmo, cinismo e irriverenza. Non serve altro per scrivere un libro fuori dagli schemi. Se si legge Chuck Palahniuk si accetta che al mondo non esista l’amore, l’altruismo e il “per sempre felici e contenti”, ma che siamo fatti di opportunismo, avidità e dannazione. Nessuno fa niente per niente, e se tutti fossimo sinceri con noi stessi vedremmo che non esistono relazioni che non coinvolgano anche un prezzo. Non si fa niente per niente, che vogliate ammetterlo o meno. Palahniuk non ci va leggero, Dannazione non è un fantasy per passare il tempo, ma è uno sguardo senza filtri sul nostro mondo fatto di comunicazione distorta e manipolata, è una denuncia contro tutti, nessuno escluso. Non è un libro per i deboli di cuore, o di stomaco. Poi non ditemi che io non vi avevo avvisato.

abc

#libriparlanti: Iniziativa social de Il Libraio

In occasione di Bookcity, l'evento libroso milanese che si terrà dal 22 al 25 ottobre in vari luoghi della città, Il Libraio, essendo uno dei mediapartner dell'evento, ha deciso di lanciare l'hashtag #libriparlanti e di far partire così un'iniziativa che sta avendo molto successo sia tra i lettori sia nelle case editrici stesse. L'idea è allo stesso tempo semplice e creativa, e ci permette di esplorare meglio la nostra libreria e sentirci parte di un gruppo ben nutrito di lettori!

Queste sono le istruzioni su partecipare all'iniziativa:

1. Andate allo scaffale di libri che avete più vicino, dovunque voi siate;

2. Prendete tutti i libri che volete (ricordandovi che poi dovrete anche rimetterli a posto!);

3. Metteteli uno sopra l’altro, con i dorsi rivolti tutti dalla stessa parte;

4. Cercate di comporre una frase di senso compiuto, un motto, una poesia… Non tiratevi indietro e lasciate campo libero alla fantasia!

5. Scattate una foto alla vostra opera e postatela sul vostro profilo social utilizzando l’hashtag #LibriParlanti e su quello de ilLibraio.it (Twitter, Facebook e Instagram).

Da indiscrezioni che trapelano sul sito pare che le foto più belle saranno raccolte in un album e ai “fotografi” più creativi, selezionati dalla redazione della rivista stessa, sarà fatta una sorpresa... chissà, magari sarà un libro!

Noi nel nostro piccolo ci abbiamo provato anche noi a comporre una poesia dorsale, ora vogliamo vedere cosa sapete fare voi!

Per chi non lo sapesse, vi ricordiamo che Il Libraio è una rivista mensile gratuita e disponibile in molte librerie in tutta Italia. Da qualche mese è possibile anche riceverla a casa gratuitamente, per essere sempre aggiornati su tutte le novità in fatto di libri. Il sito internet è ampio e prodigo di notizie sia sui libri in uscita sia sugli eventi riguardanti l'editoria in generale, come appunto Bookcity, o Pordenonelegge, non dimenticando la Fiera del Libro di Torino. Ma sono presenti anche molti articoli e editoriali di cultura molto interessanti.

abc

Recensione di Arrigoni e l’omicidio di via Vitruvio di Dario Crapanzano

L’ennesima chiamata al commissariato di Porta Venezia a Milano, un omicidio questa volta, nella zona della Stazione Centrale, in via Vitruvio. Mai un giorno di pace in questa città! Sempre più persone che in questi anni Cinquanta, i favolosi anni Cinquanta, vogliono fare fortuna in città, ed ecco cosa succede: troppe persone, troppo lavoro per la polizia! Questo pensava forse il commissario Arrigoni mentre si avviava verso l’appartamento della vittima per capire i fatti. Il cadavere appartiene a Flavio Villareale, un attore, regista e proprietario del Teatro Imperiale di Milano, dove dirigeva da anni la sua compagnia e metteva in scena i migliori spettacoli della città. Un uomo geniale, ma allo stesso tempo oscuro, come presto il commissario riuscirà a capire interrogando i suoi colleghi. Il regista però non era solo, perché con lui lavorava anche il suo socio Umberto Calcaterra, lo stesso che lo ha trovato morto dopo essere andato a cercarlo per un’urgenza in teatro. Una morte che all’apparenza sembra chiara: soffocamento, forse per una rapina. Ma è quel forse che non convince il commissario Arrigoni. Un forse che nasconde molto di più di una piccola scaramuccia, un forse che scaverà nel passato del passato, un forse fatto di vendetta e di giustizia.

Chi vive a Milano lo sa, che questa città non è fatta solo di cemento e traffico. Sa che dietro ogni angolo si può trovare un piccolo tesoro che passa inosservato, sa che in qualche modo un pezzo di verde c’è comunque, e sa che la città non è stata sempre così. Leggere Arrigoni e l’omicidio di via Vitruvio riesce a far capire a pieno proprio quest’ultima cosa: fa vedere la città come era nei suoi anni migliori, quando tutti avevano delle speranze per il futuro ed erano in grado di poterle vedere realizzate, quando si cresceva allo stesso ritmo della città e non se ne veniva sopraffatti.

Approfondimento

Con un tono leggero e ammaliante, Dario Crapanzano è riuscito a creare qui, come in tutti gli altri suoi libri della serie del commissario Arrigoni, una storia all’italiana che fa conoscere il nostro recente passato a chi non ha avuto la possibilità di viverlo e non lo fa dimenticare a chi invece in quegli anni c’era. Per questo Arrigoni e l’omicidio di via Vitruvio è un libro per tutte le età, perché tutti siamo (stati) affascinati dagli anni Cinquanta e da quello che era possibile fare e pensare in quel tempo. Dario Crapanzano non si limita a creare un bel giallo per distrarre la mente dai problemi di tutti i giorni, ma descrive anche una vita quotidiana, in particolare quella del commissario Arrigoni, che in molti riusciranno a sentire come propria e famigliare se sono vissuti in quegli anni. Probabilmente lo stesso Crapanzano ha descritto nei suoi libri quello che doveva essere la sua routine della sua famiglia e quello che ricorda dalla sua casa e degli oggetti che lo circondavano.

Prima di approdare in Mondadori, Dario Crapanzano ha scritto diversi libri gialli per la casa editrice Fratelli Frilli, milanese di origine e di posizione. In lui hanno visto una voce che sarebbe stata in grado di raccontare una città dal punto di vista di un cittadino, era un milanese che parlava ai milanesi. Ora Dario Crapanzano avrà sicuramente più possibilità di parlare a tutta Italia, e di far scoprire quanto è bela la Madunina de Milan.

abc

Recensione di La porta delle tenebre di Glenn Cooper

Un altro libro che ti lascia a metà, sempre con il fiato sospeso, nessuna vera conclusione. Ma d’altronde lo si sapeva già, perché La porta delle tenebre è il secondo libro della trilogia Dannati, cominciata appunto con l’omonimo libro, Dannati.

Per capire cosa succede in questo libro, non possiamo esimerci dal dire brevemente cosa è successo in quello precedente (e non si può fare a meno di leggerlo). Nel sottosuolo di Londra è attivo un super macchinario circolare chiamato MAAC, con il quale scienziati di tutto il mondo hanno intenzione di studiare i gravitoni e la produzione di strangelet per saperne di più sul nostro universo e sulla sua nascita. Peccato che alla prima attivazione non tutto va come previsto: per l’esosità del responsabile dell’accensione si apre infatti un passaggio dimensionale che spedisce Emily Loughty, una delle scienziate che lavorano al progetto, in un mondo oscuro, e manda sulla Terra uno strano uomo, puzzolente e vestito come se il tempo si fosse fermato al Medioevo. Per farla breve, quell’uomo arriva dritto dritto dall’Inferno. John Camp, ex-militare e compagno di Emily, non ci pensa due volte a far riattivare il MAAC per seguirla e riportarla sulla Terra. Dopo mille avventure riescono a per fortuna tornare. Ma gli scienziati che stavano ancora cercando di capire come fosse avvenuto lo scambio tra i due mondi., non avevano ancora capito una legge che regola lo stesso: per ogni persona che finisce nel passaggio dimensionale (e quindi nell’Inferno), un’altra (anima) viene rispedita al suo posto. Non solo: ad ogni nuova accensione il rischio che questo passaggio si allarghi è sempre più grande, e di conseguenza sempre più persone potrebbero finire in quel buco oscuro. E così al ritorno di Emily e John, senza nemmeno rendersene conto, un altro gruppo di persone viene risucchiato nell’Oltre dalla Terra. John non ha dubbi: bisogna tornare per recuperare anche loro. E così comincia il nuovo viaggio in un luogo che mai si vorrebbe rivedere.

Come nel primo libro, anche ne La porta delle tenebre incontriamo personaggi storici come Garibaldi, Caravaggio, re Enrico VIII e molti altri che conosciamo grazie ai libri di storia. Seguiamo le lotte per la conquista dei territori e le guerre con nuove armi introdotte da John nei suoi viaggi in quel posto oscuro. Quasi un modo nuovo per conoscere delle persone di cui abbiamo letto e studiato solo sui libri.

Approfondimento

Un punto che purtroppo va a sfavore di questo libro (e anche del precedente) è l’attenzione che Glenn Cooper dà alle battaglie e agli scontri tra i vari sovrani per la conquista di nuovi territori nell’Oltre. Il lavoro di ricerca che l’autore ha fatto è di sicuro molto importante, e si vede la passione che ha per l’argomento, però a volte risulta un po’ pesante e incomprensibile. Altro particolare che mi ha personalmente disturbato, e che ho riscontrato di più nel primo libro rispetto a questo, è le capacità infinite che ha John Camp: sembra un supereroe sapientone, tutti vanno da lui per sapere qualunque cosa (soprattutto per quanto riguarda le armi) e non sbaglia mai un colpo.

Per il resto non posso negare che Glenn Cooper riesce a far rimanere incollati alle pagine dall’inizio alla fine, e nonostante La porta delle tenebre sia il secondo libro di una trilogia e spesso, in altre serie, il secondo non è mai avvincente come il primo.

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Recensione di Mi sa che fuori è primavera di Concita de Gregorio

Se ricorderete, qualche anno fa, precisamente nel febbraio del 2011, aveva fatto notizia in tutti i telegiornali la scomparsa dalla Svizzera di due gemelle di sei anni, Alessia e Livia, prese dal padre per il week end e mai più ritrovate. Dalle indagini era emerso che le piccole si erano imbarcate con l’uomo su un traghetto da Marsiglia per la Corsica e si sono poi perse le tracce dell’auto fino al momento in cui lui, forse consumato dai sensi di colpa o dalla follia, è morto suicida a Cerignola, in Puglia, lanciandosi sotto un treno. La sua auto è stata trovata poco lontano, ma delle bimbe non c’era nessuna traccia.

Concita de Gregorio ha scritto Mi sa che fuori è primavera proprio insieme alla madre di quelle bambine, Irina Lucidi, non per amore del macabro o per riportare a galla un dolore immenso che mai svanirà, ma per aiutare la donna, usando la letteratura come terapia. È stata Irina stessa a chiedere l’aiuto dell’autrice, convinta dell’efficacia del racconto e della scrittura per la rielaborazione del dolore e del lutto. Insieme hanno narrato la storia dal punto di vista della madre sotto forma di lettere (quasi) aperte: ogni capitolo ha un diretto interessato più o meno identificabile, ma sono allo stesso tempo anche un flusso di coscienza di quella madre che ha bisogno di capire e sapere cosa è successo alle proprie figlie. Delicato è l’aggettivo giusto per descrivere queste pagine, piene di parole leggere e pesanti allo stesso tempo. Un libro da apprezzare per il coraggio di una donna che ha dovuto sopportare il dolore più grande per una madre.

Approfondimento

Non è nemmeno possibile immaginare il dolore che Irina ha provato quando si è resa conto del tragico evento che l’aveva colpita. Ancora adesso vuole aggrapparsi a quell’unica probabilità che potrebbe esserci di rivedere le sue bambine, anche se sa quanto questa sia minima. La speranza non muore mai, e lei di sicuro si impegnerà sempre per tenerla in vita, per tenere in vita il ricordo di quei due volti fermi a quando avevano sei anni.

Se volete avere più informazioni sulla vicenda o sulla nascita del libro, a questo link potrete trovare un articolo de Il Post proprio sull’argomento, molto dettagliato e con dichiarazioni fatte dall’autrice. Una tra tutte mi ha colpito, quando Concita de Gregorio sostiene di non aver fatto un lavoro di ricerca, ma solo di ascolto. Lei ha ascoltato quello che Irina aveva da dire e ha usato la sua capacità di scrittrice per mettere su carta quei sentimenti che sono tanto difficili da accettare e delimitare. La letteratura, la lettura e la scrittura sono da sempre dei capi saldi che permettono a chiunque di venire a patti con i propri problemi, di ragionarci sopra e di provare a dare un ordine a questo caos che si chiama vita.

Mi sa che fuori è primavera non è solo un racconto, ma è anche un mezzo per alzare il tono di voce a un’associazione, la Missing Children Switzerland, fondata dalla stessa Irina Lucidi per dare sostegno morale a tutte quelle famiglie che sono nella sua stessa situazione. Perché è l’unione che fa la forza.

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Recensione di Nostra Signora delle apparizioni di Gregorio Davide Cannizzaro

In un periodo in cui la religione sta ricevendo sempre più attenzione grazie a un Papa che sembra mettere d’accordo un po’ tutti, Nostra Signora delle apparizioni si aggiunge alla lista di libri che forse la Chiesa non pubblicizzerebbe con il sorriso sulle labbra. L’autore, Gregorio Davide Cannizzaro, attraverso un percorso lungo quasi 400 pagine ci descrive l’evoluzione della figura di Maria, partendo dalle sue radici pagane e arrivando a mettere in luce il forte legame che la stessa ha creato con i suoi fedeli e con i Papi che si sono succeduti nella storia del cristianesimo.

In sei capitoli molto lunghi l’argomento del culto di Maria viene trattato a fondo, non solo dal punto di vista delle sue apparizioni nel mondo e nel tempo, ma anche da quello della sua storia, di come alcune sue caratteristiche siano state in realtà mutate dalle diverse religioni pagane che erano già presenti nel mondo prima del cristianesimo e di come queste ultime abbiano influenzato la figura di Maria fino ai giorni nostri.

Il punto critico del libro secondo me è stata la sua lentezza: i passaggi da un argomento all’altro sono abbastanza lenti, ma gli argomenti sono trattati in modo molto approfondito, forse a volte un po’ troppo. Ammiro l’enorme lavoro di ricerca che è stato fatto per scrivere questo saggio e la precisione con cui l’autore si è prodigato nel riportare tutte le fonti nelle relative note a più di pagina. Non è da tutti portare a termine un lavoro così preciso.

Molte coincidenze accomunano i fenomeni mariani a quelli spiritici, e suggeriscono che a dirigere entrambi ci stia dietro un’unica regia. Se ne deduce pertanto che il “regista occulto” sia Satana in persona, il nemico irriducibile di Dio e degli uomini.

Leggendo questo breve estratto si può essere più o meno d’accordo su quello che Gregorio Davide Cannizzaro ha deciso di sostenere, e ognuno ha il diritto di avere le proprie idee e di pensare a come contribuire a una discussione sull’argomento. Non bisogna dimenticare però che stiamo parlando di un libro, e i libri servono per imparare e per avere nuove visioni e opinioni su un determinato tema. Quindi vi chiedo, se siete abbastanza coraggiosi da mettervi in discussione, di scegliere libri come questo, che vi possono sembrare non adatti alle vostre mani, e di provare a cercare in ognuno di loro un pensiero o un argomento che vi faccia convincere di aver imparato qualcosa di nuovo. In tutti i libri si trova qualcosa, che sia anche solo una frase o una parola. Ma trovatela. A questo serve la lettura.

Approfondimento

È brutto da dire, ma i libri si giudicano dalla copertina. Io ho giudicato questo dal titolo. Leggendo Nostra Signora della apparizioni (e appoggiandomi al sottotitolo), mi sono quasi inconsciamente convinta che fosse un libro sulle apparizioni di Maria, presumibilmente della loro storia e con un’opinione dell’autore in merito. Mi sono dovuta ricredere: non è stato solo un libro sul marianesimo, sul culto di Maria, dalla sua nascita fino ai giorni nostri, ma anche una vera e propria storia delle religioni, una storia che ha coinvolto il cristianesimo, il paganesimo e anche le religioni asiatiche. Non sono mancati i collegamenti con eventi paranormali legati ad altri dei (ad esempio il fenomeno del dio Ganesha che beveva il latte accaduto nel settembre 1995).

Non tutto il libro è dedicato alla dimostrazione della tesi del “regista” del male riportata poco sopra, ma è invece costituito da un percorso che si allunga lento, fatto di piccoli gradini che sostengono i passi di coloro che si vogliono avventurare sul pendio dell’ampliamento di vedute. Per chi non ha dimestichezza con l’argomento può a volte sembrare impervio il percorso fino alla vetta, ma l’autore ci aiuta spesso, ripetendo e rimarcando argomenti affrontati nelle pagine precedenti (a volte accusando una certa ridondanza che fa perdere scorrevolezza al testo). Vi consiglio di mettere in lista anche questo libro, per il solo piacere di saperne di più.

abc

Recensione di Cari mostri di Stefano Benni

George R.R. Martin, il noto autore della fortunata serie di romanzi del Trono di Spade, durante un’intervista poco tempo fa ha detto: “Voglio che i miei lettori siano terrorizzati dall’idea di voltare le pagine dei miei libri”. Stefano Benni, meno esplicitamente di Martin, scrivendo Cari mostri, ha fatto percepire la stessa sensazione: ogni racconto di questa raccolta è un mondo a parte, nessuna storia si ripete o ha dei punti in comune con le altre, e nessuna storia è sicura. Nulla è da dare per scontato durante la lettura dei suoi racconti. Ogni pagina del libro è una sorpresa, una continua successione di scene che cominciano in modo curioso e intrigante, a volte comico, ma finiscono sempre con il bisogno di qualche minuto di riflessione. Ho letto tutto il libro in un viaggio in treno e alla fine di ogni racconto non riuscivo a fare a meno di alzare lo sguardo per osservare il paesaggio che scorreva fuori dal finestrino. Sentivo il bisogno di assimilare quelle parole tanto semplici ma altrettanto profonde. Perché è proprio questo uno dei caratteri che ho notato nella narrazione: tutto sembra cominciare come una storia della buonanotte, ma in poche righe la realtà e le sue vere ripercussioni si riveleranno al lettore più attento.

La mostruosità di questi racconti risiede spesso negli uomini che ne sono protagonisti, uomini che non sanno più cosa vuol dire vivere davvero, che non pensano alle conseguenze, che non si fidano delle leggende popolari, che ritengono di poter sfidare la magia o la morte. Venticinque racconti che ci fanno fare la conoscenza del Wenge, animale unico al mondo per il suo aspetto ed effetto, delle prostitute meccaniche Candy e della loro integrità morale (nonostante siano “soltanto” degli automi), di un gatto ispettore, del Diavolo in persona e di alieni che non capiscono gli umani.

I mostri però, come dicevo, non sono gli altri. Spesso siamo solo noi. E forse quel Cari mostri è solo l’inizio di una lettera scritta apposta per i suoi protagonisti e lettori.

 

Approfondimento

Stefano Benni è stato (ed è) un autore molto prolifico. Negli anni ha scritto molti testi, sia di narrativa che di poesia, ma per me Cari mostri è stato il primo approccio letterario con il suo stile, nonostante sia stata attirata dalla copertina del libro prima di tutto. In ogni caso non posso che essere soddisfatta di questo libro. La letteratura (e la lettura) sono un mezzo di conoscenza, apprendimento e di sviluppo delle proprie capacità mentali: in queste pagine la stimolazione sensoriale e intellettiva è estrema, si percepisce sulla punta delle dita. Non avere mai la sicurezza di come si evolverà la breve storia che si sta leggendo è come vivere la vita vera, dove non si sa mai se tutto andrà come previsto.

Una volta concluso Cari mostri vi consiglio di riguardare la copertina e osservare l’ottimo lavoro di grafica che è stato fatto per il libro. Il messaggio è abbastanza chiaro: dietro a tutti, nell’ombra, si nasconde un mostro, che sia alle spalle di un gatto nascosto dietro l’angolo o dell’innocua bambina che incontriamo per strada. Ma guardarla con le parole di Stefano Benni, ancora dipinte di fresco nell’anima, rende davvero l’atmosfera che avvolge queste pagine e chi ha il coraggio di leggerle.

 
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Recensione di Le stanze dello scirocco di Cristina Cassar Scalia

Quando si apre la prima pagina de Le stanze dello scirocco si sente subito un profumo di Sicilia che pervade la stanza in cui ci si trova. La prima scena è su un traghetto che sta attraversando lo stretto di Messina. Il padre di Vicki sta indicando con entusiasmo per l’ennesima volta la sua terra alla figlia e quest’ultima lo ascolta, felice di vederlo felice. Vittoria Saglimbeni, detta Vicki, è nata in Sicilia per volontà del padre, ma è cresciuta a Roma. Nelle vene ha sangue siculo e torinese, ma è di certo il primo che lei sente più prominente, anche grazie al padre, il quale le ripete spesso, con il suo inconfondibile accento, “Siciliana sei”. Nel 1968 il padre decide di tornare al paese con la famiglia e di restarci per sempre.

Per quanto A Vicki sia dispiaciuto abbandonare la sua Roma, non sembra particolarmente disperata come potrebbe esserlo un’altra ragazza della stessa età. Sa che dovrà rimboccarsi un po’ le maniche per rimettere in sesto la sua vita, ma è anche consapevole di non essere sola in questo nuovo viaggio: oltre alla famiglia infatti, potrà contare anche su tutti quegli amici con cui ha condiviso molte estati da piccola, tutti i giorni in giro in bici tra le strade di campagna o al mare insieme alle rispettive famiglie. Quello che però non aveva messo in conto era la differenza di prospettiva che c’è nella grande città del continente rispetto al piccolo paese dell’isola: in paese bisogna mantenere le apparenze, nessuno può permettersi di non seguire le regole.

Le donne non possono essere indipendenti e rovinarsi la reputazione è questione di attimi: anche solo farsi vedere da sole con un uomo che non sia il proprio padre o lo zito può condannare una donna per la vita.

 

 

Ma Vicki può permettersi qualche libertà in più, perché lei è ‘u continentale: arriva in paese con una MG rossa fiammante, guida fino a Palermo (già disdicevole solo questo) per andare all’università nonostante sia pieno periodo di occupazione e rivoluzioni (anche peggio), vuole fare la fotografa e guadagnarsi da vivere per diventare indipendente, mette le minigonne per uscire, e chi più ne ha più ne metta. Ammirata in segreto per il suo coraggio da molte delle ragazze di Montuoro, viene però additata da tutti gli altri, che in lei non vedono nulla di buono, solo una minaccia per la loro tranquillità. E infatti continuerà a stravolgere le quiete vie del paese, creando con le sue azioni una scia di pettegolezzi continua, riguardanti soprattutto le sue presunte storie d’amore con i figli della stimata famiglia Ranieri. E proprio una di queste due storie diventerà il fulcro della sua nuova vita siciliana, che la porterà a conoscere nuovi sentimenti mai provati prima.

 

Approfondimento

Leggere Le stanze dello scirocco è un tuffo in un passato che poi tanto passato non è. Mi ha fatto vivere il 1968 dalla parte di una donna con un carattere forte e indipendente, che al giorno d’oggi sarebbe una delle tante, ma che allora doveva essere la pecora nera in una società estremamente benpensante. Ho apprezzato come il racconto si sia preso il tempo per evolversi, come non abbia accelerato il ritmo. È stato infatti proprio quella calma a farmi percepire la Sicilia in tutte le sue sfumature, dal ricorrente profumo della zagata in fiore fino all’accento inconfondibile della parlata.

Ogni riga, ogni parola, tutto tende a quell’intonazione particolare che diventerà parte di chi legge: più si legge e più i dialoghi andranno a prendere quella particolare cadenza. L’equilibrio che Cristina Cassar Scalia ha creato tra le parole siciliane che pervadono le pagine del libro e tutto il resto è ammirevole.

Pochi altri sono stati i libri che ho letto e mi hanno fatto sentire parte di una cultura come Le stanze dello scirocco. Aprire gli occhi su un mondo che diamo troppo spesso per scontato dovrebbe essere il compito di chi crea cultura, e qui ne abbiamo avuto sicuramente un esempio.

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Recensione di Viaggio nella follia di Riccardo Dri

Attraverso un percorso che ben si definisce nei titoli dei diversi capitoli e relativi paragrafi, Riccardo Dri ci mostra molte delle sfaccettature che le scienze dello spirito, o “psicoscienze”, hanno avuto nel corso dei secoli. Viaggio nella follia non è un libro che si concentra esclusivamente sulla scienza, ma si allarga anche alla filosofia, agli studiosi e alle persone che soffrono della malattia e ne hanno sofferto. Solamente leggendo i titoli dei capitoli possiamo intuire quanto il libro sia approfondito e come questo non sia un testo di svago per conciliare il sonno: si comincia con una breve introduzione che fa una carrellata sulla storia della malattia mentale e le reazioni che la gente nei secoli ha avuto nei suoi confronti; nei successivi dodici capitoli si parlerà di teologia, biologia, anima, pazzia, cure, poesia, filosofia e alcuni interessanti personaggi legati all’argomento. Viaggio nella follia è un saggio completo e di ampie vedute, che allargherà l’orizzonte di tutti coloro che avranno la capacità e la costanza per finirlo.

Riccardo Dri è un autore che negli anni si è occupato soprattutto di filosofia, dalla laurea fino ai testi che ha pubblicato con diverse case editrici. È chiaro come questa sua passione sia presente anche in questo libro, creando una nuova visione della materia oltre a tutte quelle che già espone.

Il lettore ideale per questo libro, a mio giudizio, non esiste. Non è un testo che si rivolge a un pubblico specifico, anche se una buona formazione scolastica aiuta a comprendere facilmente i concetti esposti. Ma non per questo è una prerogativa necessaria: basta infatti solo un po’ di curiosità (e un computer… o un’enciclopedia per i più tradizionalisti) per assimilare in maniera soddisfacente questa lettura. Un pregio che occorre sottolineare è la possibilità che il libro da a tutti di trovare un punto di appiglio dove poter cominciare la propria scalata. Con grande maestria Riccardo Dri distribuisce nelle pagine termini latini e greci, teorie scientifiche e filosofiche, religione, storia e pratica della malattia. Nessuno si deve sentire escluso, perché tutti prima o poi ci siamo sentiti dire “Ma tu sei pazzo!”. E allora se lo siamo tutti (ironia al 50%), tanto vale andare a capire come la pazzia funziona davvero.

 

Approfondimento

Non avendo mai affrontato scolasticamente questo argomento prima, mi sono trovata spesso spiazzata dalla mole di informazioni che ogni pagina mi riversava addosso. Non per questo, però, ho mancato di apprezzare ogni pagina che ho girato: per leggere Viaggio nella follia occorre più tempo di quello che si potrebbe prevedere vedendolo su uno scaffale, perché con la giusta dose di curiosità vi ritroverete a cercare molti concetti che vengono nominati e molte parole che probabilmente non vi saranno completamente chiare a un prima lettura.

Ritengo che sia un libro adatto a tutti coloro che hanno voglia di imparare, perché ci prende per mano come Virgilio ha fatto con Dante nella Commedia e fa compiere un viaggio nella storia delle scienze dello spirito, oltre che nella sua filosofia. Ogni riga è una nuova parola o una nuova idea che viene seminata nella mente del lettore, e solo chi sarà abbastanza coraggioso per curare quelle piantine fino a farle crescere avrà il piacere di godere della loro ombra quando saranno cresciute. Per coloro che sono già appassionati dell’argomento sarà comunque una lettura piacevole per la sua capacità di mettere in ordine le idee grazie al filo logico e conduttore che dipana davanti, per evitare che il lettore si perda nelle migliaia di parole stampate.

 

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