Recensione di La madre di Grazia Deledda

Che dire di questo romanzo? La madre tratta di una storia semplice e privata. Da una parte abbiamo i dubbi di un prete con il cuore diviso a metà tra l’amore per la bella Agnese e il giuramento di fedeltà fatto alla Chiesa. Dall’altra parte abbiamo sua madre, Maria Maddalena, che soffre per i dilemmi del figlio e cerca di forzarlo a tornare sulla retta via. Maria Maddalena è semplicemente una madre che vuole il bene e la felicità del proprio figlio, al punto da non sapere più cosa sia meglio per lui, se dimenticare la ragazza e continuare con la propria strada oppure sposarla (tra l’altro Agnese è benestante) e avere dei figli.

Per tutto il romanzo i confronti tra madre e figlio riguardo quest’argomento sono sempre molto brevi e freddi, soprattutto da parte di lui. Probabilmente, come vale anche per ognuno di noi, se avessero parlato più approfonditamente, avrebbero scoperto di avere gli stessi dubbi e le stesse paure, ma ciò non accade mai.

Paulo si sente in difetto, giudicato a priori senza possibilità di appello, senza rendersi conto che sua madre in lui non vede un peccatore, ma solo la confusione di un ragazzo che ha scelto la propria strada quando era troppo giovane. Questo rapporto è ciò che rende La madre un romanzo attuale. Spesso siamo abituati a vedere i nostri genitori come nemici che vogliono impedirci di fare tutto quello che vogliamo, quando in realtà a loro spetta la parte più difficile. Sorbirsi la rabbia dei figli sperando di sentire un giorno le parole “Ora capisco perché lo hai fatto.”

Ma le cose si mettono male quando Agnese non prende affatto bene la decisione del suo amato di tornare per sempre alla Chiesa. Cominciano le minacce e l’ansia di venire scoperto. Sarà questo il destino del giovane prete?

Approfondimento

La madre di Grazia Deledda venne inizialmente pubblicato a puntate nel 1919, per poi essere convertito in romanzo da Treves nel 1920. La Deledda ha uno stile di scrittura che riesce a essere al contempo elegante e scorrevole. È un romanzo molto descrittivo che cerca di aiutare il lettore a visualizzare ogni ambiente durante il racconto.

Io personalmente non amo le descrizioni molto lunghe. Inoltre la trama non mi ha incatenata al libro e non mi ha incuriosita più di quanto mi possa incuriosire il gossip sull’ultimo idolo del momento. Neanche mi spinge a dire a tutti di leggerlo, ma rimane comunque un ottimo modo per passare un’oretta sul divano dopo una giornata di lavoro.

Alla fine essendo un classico ha un prezzo abbordabile, sia in versione cartacea che, ancor meglio, in versione ePub, quindi alla fine mi sento di consigliarlo comunque per una lettura leggera e rilassante.

Elisa Conigliaro

abc

Recensione di Il Piacere di Gabriele d’Annunzio

Andrea Sperelli, ultimo discendente di una nobile famiglia, vive e ama a palazzo Zuccari, la sua dimora in Roma. È un giovane artista, dedito alla poesia, alla pittura, all'amore per le donne, per Roma e per tutto ciò da cui può ricavare piacere. Ha vissuto un’intensa relazione amorosa con la nobildonna Elena Muti conosciuta a un ballo. Ella lo ha lasciato ed ha sposato un lord inglese, poiché si trovava in gravi condizioni economiche. Per cercare di dimenticare l'amata, lo Sperelli corteggia e amoreggia con tutte le belle donne della mondanità romana. Sfida a duello un avversario in amore e viene ferito gravemente. Riesce a salvarsi e accetta l'invito della cugina a passare la convalescenza nella dimora estiva di quest'ultima, a Schifanoia. Qui ritrova le forze fisiche e anche la tranquillità dello spirito. Affascinato dalla natura che lo circonda, dalla sua bellezza, dalla calma rigeneratrice, si dedica a scrivere poesie. Dopo qualche giorno, invitata dalla cugina, arriva a Schifanoia Maria de Ferres con la figlia Delfina, a trascorrere qualche giorno di vacanza prima di raggiungere la madre di lei, a Siena. Maria è una dolce creatura, molto diversa dalle donne conosciute da Andrea. Egli ne rimane affascinato e comincia a corteggiarla. Maria lotta per non capitolare ma, quando lascia Schifanoia, è già perdutamente innamorata di Andrea. Si incontrano nella casa di lui, a Roma lì dove Andrea aveva amato Elena, ora ama Maria. Elena la passionale e Maria la pudica lo attraggono intensamente. Il gioco di Andrea è molto pericoloso; egli ama Maria pensando a Elena, si serve del suo corpo per possedere l'altra. Così facendo Andrea crea una terza donna, la donna ideale, l'unica soltanto sua.

All'ultimo appuntamento con Maria, costretta ad abbandonare Roma per colpa del marito che ha barato al gioco, al culmine della passione gli sfugge dalle labbra il nome di Elena. Maria, inorridita e sconvolta, fugge via.

Approfondimento

Ne Il Piacere il lettore si sente subito trasportato nel periodo storico di fine Ottocento, la potenza descrittiva di Gabriele D’Annunzio lo rapisce fin dalle prime pagine. Tutto è rappresentato nei minimi particolari da un fine cesellatore che si serve della parola per catturare i sensi, tutti e tutti insieme. Le due donne amate dal protagonista sembrano tanto vere che le riconosceremmo di sicuro incontrandole per strada: la sensuale e altera Elena dalla pelle diafana e dall'eleganza innata, la dolce e riservata Maria dai folti capelli neri e dal viso pudico e sincero.

Meno intrigante è la dissertazione didattica sulla poesia e sulla musica che annoia un po' così come risulta faticoso il difetto di fluidità nella lettura dovuto alla struttura del periodo e delle parole che risentono di oltre un secolo di vita.

Per tutta la storia si percepisce l'amore del protagonista per un'altra bellezza anch'essa fonte di piacere: Roma.

Punto Fermo

abc

Recensione di La giornata d’uno scrutatore di Italo Calvino

In una giornata di pioggia, Amerigo s’incammina verso il “Cottolengo”, istituto di cura gestito da preti e monache. Per quanto preferisca una vita raccolta, ha accettato di essere lo scrutatore per le elezioni che si terranno all’ospizio gestito da religiosi, sebbene sia dell’idea che utilizzare un istituto legato alla religione come sede elettorale non sia così leale da parte del partito democristiano. Il suo incarico quindi è impedire che i religiosi permettano ai pazienti meno lucidi di votare, perché è inutile precisare che questi ultimi sarebbero oltremodo guidati e condizionati. È così quindi che comincia La giornata d’uno scrutatore. Durante il giorno però la mente di Amerigo lo porta a formulare pensieri inerenti dapprima solo alla politica, poi a ogni grande domanda che da sempre si pone l’Uomo: la vita, la morte, l’amore… Saranno molti i fatti di cui si vedrà testimone: grandi politici incapaci di sentirsi a proprio agio con il popolo, la forza dell’amore che esiste fra padre e figlio, capace di superare ogni ostacolo sia fisico sia mentale, la pazienza insita nell’animo delle monache che votano la vita all’accudimento dei pazienti dell’istituto… Ma saranno spunto di riflessione anche situazioni molto più concrete, quali le fototessere delle carte d’identità e il loro essere sempre e comunque terribili, le animate discussioni degli altri scrutatori sulla valenza o meno di varie schede elettorali e molto altro ancora. Amerigo, inoltre, si troverà a discutere con quella che vede alle volte come una fidanzata, altre come una semplice conoscente, a proposito di un figlio, che sembra la donna stia aspettando da lui. L’uomo aggiungerà dunque voci alla lista dei pensieri che lo tormentano, e che, alla fine della giornata, lo cambieranno.

Amerigo vedrà i più sfortunati, e capirà la fortuna che è capitata ai “normali” (e poi, cosa mai vorrà dire “normale”?); si troverà a faccia a faccia con la religione, e come molti prima di lui cercherà di capirne qualcosa (riuscendoci?); scoprirà che di amore non ve n’è uno solo, e fantasticherà su una società ideale, dove il bene si moltiplica e il male si estingue. Alla fine della giornata, Amerigo sarà un uomo nuovo, diverso da com’era la mattina ma consapevole di sé e del mondo; forse non a tutte le domande che si è posto durante la giornata troverà una buona risposta, ma sia lui che il lettore, arrivato all’ultima pagina, saranno cambiati.

Approfondimento

La giornata d’uno scrutatore è un il libro molto filosofeggiante, che è capace di parlare di argomenti così lontani fra loro (la religione e la “normalità”, la politica e l’amore..) collegandoli e intrecciandoli in modo armonico e fluente. Alle volte, però, Calvino si allontana forse troppo dallo scheletro del testo, diventando criptico o pesante. Tuttavia, l’autore ha dimostrato ancora una volta la sua abilità nel trasformare un fatto di per sé banale come lo scrutinio dei voti di un’elezione in uno spunto per discutere dell’uomo e dei suoi pensieri.

abc

Recensione di Il diario di Eva di Mark Twain

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

Eva, incantevole e sensibile creatura, racconta il periodo immediatamente successivo alla sua nascita. La seguiamo nei giardini dell’Eden, quando scopre l’incanto dello spettacolo della natura che la affascina e la cattura in modo totale. A lei Twain affida la conoscenza, a lei il compito di dare i nomi alle meraviglie del mondo, a lei l’invenzione del fuoco, a lei la scoperta dell’amore. L’incontro-scontro con Adamo, il loro scrutarsi e conoscersi da lontano, inseguirsi, spiarsi, procedere separati o a tratti insieme, ripete il cammino faticoso che l’uomo e la donna, da secoli, percorrono insieme. Adamo è rude, taciturno, insensibile alle attenzioni della giovane, poco amante dell’igiene, disinteressato allo spettacolo della natura, del cielo stellato, della Luna che invece esercitano grande fascino sulla romantica e curiosa creatura. Eva ripetutamente si chiede: Perché sono innamorata di Adamo? Che cosa mi attrae di lui?. Sembra di udire la voce della maggior parte delle donne che all’unisono, insieme a Eva rispondono: “Perché è unico! Perché è maschio!”. Nelle dodici pagine del racconto, Mark Twain traccia le caratteristiche differenti dell’uomo e della donna, le sensibilità e i modi di essere opposti, le incomprensioni tra mondo maschile e femminile, con evidenti e chiare analogie con le coppie di oggi. Solo che Mark Twain l’ha scritto un secolo e mezzo fa, nel 1883.

Con acutezza, Il diario di Eva è stato paragonato al sofisticato Io e Annie di Woody Allen. È in realtà un indovinato e felice accostamento: minuzioso, puntiglioso, il dialogo a volte si fa aspro, pur nella sottile ironia che l’autore maschera ponendo l’occhio ossessivamente su Eva, che parla, parla e Adamo che si sente e si mostra sempre più infastidito. È davvero una scrittura, o meglio una sceneggiatura alla Woody Allen, abile nel cogliere il muro di incomprensioni e di diversità tra i due sessi, capace di ironizzare sottilmente sul romanticismo delle donne che, come dice Adamo, sono capaci di farsi seguire da ogni tipo di animale, anche dai più mastodontici che seguono Eva come cuccioli. Ci vorranno anni e, a sorpresa, Adamo sulla tomba di Eva, scriverà Ovunque lei sia stata, quello era l’Eden, svelando la vena poetica e tutto il suo amore.

Approfondimento

La raccolta comprende il primo scritto di Mark Twain La famosa rana saltatrice della contea di Calaveras, storiella scherzosa e senza pretese. Racconta di un uomo, Jim Smiley, accanito scommettitore che impiega tre mesi per addestrare un ranocchio nell’eseguire ogni tipo di salto. Sicuro dell’abilità del suo allievo, va in giro a sfidare chi gli capita a tiro e così facendo accumula discrete somme di denaro. Un giorno, però, si imbatte in uno più furbo di lui che, a sua insaputa, fa ingoiare al ranocchio una quantità spropositata di pallini da caccia e finalmente gli fa perdere la scommessa. Jim Smiley se ne accorge quando è ormai troppo tardi per acciuffarlo. Dei dieci racconti che costituiscono la raccolta, quello che per me è da considerarsi di un certo interesse è Cannibalismo in treno, storia di un uomo che in treno racconta a un viaggiatore seduto accanto a lui un’avventura terribile di cui tempo addietro era stato protagonista. Questo attempato signore, membro del Congresso, racconta che durante un viaggio in treno alcuni uomini, tra cui lui, sorpresi e bloccati per giorni da una terribile tempesta che li isolò dal mondo, decidono di scegliere chi fra loro può essere un pasto capace di sfamare tutti. E poiché la tempesta non accenna a placarsi, e nessuno li cerca, man mano i passeggeri più in carne diventano il pasto degli altri. La descrizione è minuziosa e inquietante tanto che, quando finalmente, pur non avendo finito il racconto, l’uomo scende dal treno, l’altro tira un sospiro di sollievo. Il capotreno, però chiarisce che quel viaggiatore ha veramente vissuto un’avventura terribile a causa di una tormenta di neve e per questo è uscito di testa e racconta, a chiunque gli capiti a tiro, quel viaggio e non si ferma finché non ha mangiato tutto il carico di gente che era con lui.

Gli altri racconti della raccolta sono lenti, ripetitivi e un po’ noiosi. Numerose le descrizioni puntigliose e i dettagli che rivelano il giornalista-cronista che sta dietro l’autore.

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]abc

Recensione di I cani e i lupi di Irène Némirovsky

I cani e i lupi viene pubblicato nel 1940 con il titolo francese Les chiens et les loups a Parigi ed è l'ultimo libro scritto da Irène Némirovsky. La protagonista è Ada Sinner, la quale vive con il padre e il nonno nel ghetto ebraico di Kiev. Il padre appartiene alla congrega dei maklers, gli intermediari, il tipico trafficone ebreo che vende e compra qualsiasi cosa. Fra la città alta, dove vivono gli ebrei benestanti che grazie al potere del denaro sono riusciti a emanciparsi in mezzo ai gentili, e il ghetto, dove vive Ada, non esiste alcun rapporto se non il disprezzo degli uni (che vedono come il peggiore dei mali la possibilità di ricadere nel ghetto) e l’invidia degli altri. Durante uno dei Pogrom che sconvolgono il ghetto, un’impaurita e sudicia Ada condurrà il cugino e compagno di giochi Ben nella città alta, dove troverà il coraggio di chiedere rifugio ai Sinner ricchi, lontani parenti e ricchi banchieri ebrei. Qui incontrerà il piccolo Harry Sinner, suo coetaneo ma vestito di seta, e ne rimarrà incantata. Molti anni dopo il destino li farà rincontrare a Parigi, dove si erano trasferiti alla ricerca di un futuro migliore. Sebbene provenienti da mondi diversi ed entrambi si siano sposati per stabilizzare la loro posizione nella nuova società francese, la misteriosa attrazione che lega Ada e Harry li porterà a innamorarsi fino a lasciare i rispettivi compagni. Ma la brama di potere e di una vita vissuta ai limiti renderà Ben un pericolo per entrambi. Sempre in viaggio come i suoi antenati, Ben allarga a dismisura gli interessi della banca, facendosi coinvolgere in affari internazionali che finiscono per travolgerlo e coinvolgere Harry e Ada. Ada rinuncia all’amore per salvare Harry supplicando la moglie e promettendo di sparire per sempre, mentre Ben scapperà in America Latina dove continuerà con i suoi loschi traffici. Ada si trasferirà in un piccolo paese dell'Europa orientale, e in un hotel, assistita da uno studente in medicina e da una levatrice improvvisata, partorirà il figlio di Harry. Finalmente sente di appartenere a qualcosa, sente di poter pronunciare "noi".

"La pittura, il bambino, il coraggio. Con questo si può vivere più che bene" conclude Ada.

Approfondimento

Non avevo mai letto niente di Irène Némirovsky e la vicenda raccontata ne I cani e i lupi è descritta con tale trasporto da rendere evidente una sua partecipazione personale. I personaggi principali sono caratterizzati da uno stato d’animo tribolato e mai soddisfatto, malinconici e destinati alla solitudine. Il peso della società e l’ineluttabilità del destino sono al centro della narrazione, il concetto dell’importanza del denaro e della posizione sociale tra gli ebrei permea tutto il romanzo e guida i personaggi a compiere le loro scelte, anche a costo di sacrificare se stessi. Leggendo questa storia mi sono sentito trasportare nel ghetto ebraico, nella Parigi dalla duplice faccia. Irène Némirovsky ha una potenza descrittiva fuori dal comune, e questo libro lascia una testimonianza “oculare” delle radici profonde degli ebrei orientali che, nonostante il denaro e le conoscenze, rimangono comunque vincolati ai legami di sengue che non possono essere sciolti nemmeno dall’amore. Un estratto che riassume tutto questo è lo sfogo di Ben verso Harry:

“Non siamo in un ghetto dell'Ucraina qui!" "Eppure è da lì che vieni, come me, come lei! Se sapessi quanto ti odio! Tu che ci guardi dall'alto in basso, che ci disprezzi, che non vuoi avere niente in comune con la marmaglia giudea! Lascia passare un po' di tempo! Presto ti confonderanno di nuovo con quell'ambiente! Tornerai a farne parte, tu che ne sei uscito, che hai creduto di liberartene!".

I cani e i lupi è un romanzo da leggere con attenzione che consiglio anche a chi non è un amante del genere

Pietro Ferruzzi

abc

Recensione di L’uomo solo di Luigi Pirandello

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

La solitudine è la costante caratteristica dei personaggi di tutte le quindici novelle della raccolta L'uomo solo, una solitudine disperata che già da quella iniziale, L’uomo solo appunto, aleggia sugli uomini. Vedovi o abbandonati dalle mogli, non riescono ad accettare la loro condizione e si ritrovano al tavolino di un caffè, nella piazza del paese, ... sorseggiavano, succhiavano sciroppi e guardavano tutte le donne storditi e inebriati da quel brulichìo, da quel gemito di vita… sentono l’orrore della propria casa attufata dai ricordi, convinti e certi tutti che ...l’uomo non può esser tranquillo se non s’è assicurato tre cose: il pane, la casa e l’amore.... Groa, il più disperato, tenta di riavvicinarsi alla moglie, di farla convincere dal figlio a tornare a casa: al rifiuto di lei, decide di concludere, tragicamente e platealmente, una vita diventata insopportabile.

Nelle novelle La veste lunga, Zia Michelina e Volare le protagoniste sono donne che preferiscono por fine alla disperazione che le attanaglia con la morte o la perdizione. È il caso di Nenè, protagonista di Volare la cui storia richiama il dramma della Figliastra, di Sei personaggi in cerca d’autore, quando racconta il motivo per il quale si è vista costretta a frequentare la casa di Madama Pace, megera che organizza incontri tra uomini attempati e giovani donne.

Fin qui le novelle che finiscono in tragedia, con la morte del protagonista.

La cassa riposta, Di guardia e I nostri ricordi sono novelle che raccontano tre beffe che hanno, comunque una vena malinconica.

Il treno ha fischiato è la storia di Belluca, uomo mansueto e sottomesso, che un giorno si ribella al Capufficio, lo aggredisce, viene portato in manicomio e dichiarato pazzo. La pazzia, oltre al suicidio, è e resta per i disperati, l’unico spazio di fuga.

Il coppo, Notizie dal mondo, La trappola, La verità sono novelle nelle quali i protagonisti non vivono situazioni di stenti, ma di insoddisfazione e di costrizione. Si sentono in trappola.

E proprio nella novella La trappola Pirandello affronta il tema, a lui caro, della Vita e della Forma: …la vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco, non la terra che si incrosta e assume forma. Ogni forma è la morte…. Fabrizio, il protagonista, assiste il padre vecchio, immobile, allettato, che lo guarda e piange: vorrebbe essere liberato dalla trappola della vita. Anche il figlio piange, su una trappola che la vita gli ha teso, su una donna che una sera, al buio, gli è caduta tra le braccia, lo ha tentato riuscendo a cavar da noi un altro essere condannato alla morte. E poi è andata via.

La verità è la novella dalla quale Pirandello ha tratto il famosissimo testo teatrale Il berretto a sonagli.

È la storia di Saru Argentu, detto Tararà, che confessa al giudice della Corte d’Assise di essere stato costretto ad uccidere la moglie, colta in flagrante adulterio con il Cavalier Fiorìca, dalla moglie di lui, Graziella. Tararà sostiene che se la signora Graziella non avesse sorpreso e reso pubblico l’adulterio, lui non sarebbe stato costretto ad agire di conseguenza. La colpevole in fondo è lei. L’uomo viene condannato a molti anni di galera. Ne Il berretto a sonagli, l’esito è diverso.

Chiude la raccolta La tragedia di un personaggio, tema caro a Pirandello che sarà trattato molto ampiamente nei Sei personaggi in cerca d’autore: si sostiene che un personaggio, se è tale, ha una vita propria, immortale: deve solo trovare l’autore che gli consenta di rappresentarsi.

Approfondimento

Tranne l’ultima novella, che è piuttosto una riflessione e un’esternazione del pensiero di Pirandello sulla scrittura, sul teatro e sul personaggio, alcune riflessioni su L'uomo solo sono doverose.

I protagonisti, molti dei quali umili, ignoranti ma d’animo buono e generoso, vivono una condizione di miseria, di disagio, di disperazione dovuta alla scarsezza di mezzi e alla difficoltà di guadagnare con un lavoro. Sono contadini, sartine, impiegati sui quali pesano uno stuolo di familiari ammalati o incapaci: sono professori, amministratori che rasentano la povertà dovendo provvedere da soli al sostentamento di troppe bocche. Tutti poi colpiti da un destino avverso, da disgrazie impreviste che li fanno precipitare nel baratro. È una società inchiodata alla miseria e alla disperazione. Il caso è una mala sorte che li perseguita. Anche i protagonisti delle novelle in cui si narra di burle sono umili, disincantati, ingenui che non hanno più il senso della realtà e vengono raggirati per la loro ingenuità. Alcune novelle offrono lo spunto per considerazioni sull’uomo: leggendole ci accorgiamo della grande vicinanza di Pirandello con Schopenhauer. Ne La trappola ci sembra di sentire il grande filosofo che ci parla della Volontà di vivere, motore di vita e di dolore.

Il tempo non compare, sono personaggi collocati in un tempo indefinito, un tempo antico, che incombe su tutti e non dà scampo.

L’incomunicabilità e la solitudine sono due facce di una medaglia attaccata al collo di donne e uomini drammaticamente soli e incapaci di comunicare parole, pensieri, sentimenti, desideri. Forse perché nella loro condizione sogni e desideri sono proibiti.

È un affresco di una società arcigna, cattiva con i deboli, con gli umili, feroce con gli ammalati, i perseguitati, i disperati. Non c’è scampo per i puri! Ricordano i personaggi soli e disperati di Malora di Fenoglio.

Tutte le novelle di Pirandello e dunque anche queste che sono raccolte con il titolo di L'uomo solo, vanno lette. Sono un grande esempio di scrittura.

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]abc

Recensione di Le anime morte di Nikolaj Vasil’evič Gogol’

La formula magica de Le anime morte si nutre di enfatica ilarità, cui segue, cruda, una consapevole quanto penetrante inquietudine: siamo al cospetto di un libro incompiuto, dato alle fiamme dallo stesso Nikolaj Vasil'evič Gogol', che spesso, specie nella prima parte, sembra divertirsi, e in questo suo gioco strizza in continuazione l'occhiolino al lettore, coinvolgendolo in modo sublime. Però via via che si procede in questo viaggio, il libro acquista spessore e testimonia la stessa sfiducia dell'autore, che si è pur sempre deliberatamente lasciato andare molto, troppo presto, insieme alle sue opere.

Questo viaggio nella Santa Russia parte dalla descrizione di una certa aristocrazia terriera russa, che si lascia soggiogare da uno sconosciuto dalle buone maniere cui tutti aprono le porte delle proprie case. Una delle "fotografie" più forti e divertenti del libro è costituita dalla festa del governatore, con le dame di provincia che quasi si accapigliano per contendersi colui che viene inteso come un'affascinante milionario, in realtà uomo senza lode né infamia, ne brutto né bello, né grasso né magro, di cui non si poteva dire che fosse troppo vecchio ma nemmeno troppo giovane, ma vero traffichino alla ricerca di facili ricchezze, uno che bara con le regole e le leggi dell'epoca, che persegue ciò che oggi chiamiamo salto sociale, ciò che di per se destabilizza, ha il sapore del pericolo, della vera rivoluzione. Uno che non sta alle regole del gioco, e per questo in certi momenti ispira anche simpatia, specie se al gioco vince sempre il banco con carte segnate.

Il viaggio di questo eroe negativo, Cicikov, non è altro che un itinerario in uno spaccato desolante, ed è forse anche un viaggio nel senso stesso della vita, di quello che si fa, che ciascuno di noi fa ogni giorno, al cospetto di un "mondo", quello descritto da Gogol' (un "mondo" che non ci pare molto lontano da quello attuale), che sembra in balia di un unico grande valore, il Dio denaro, o meglio il despota dell'affermazione sociale, all'epoca incarnato dal numero di contadini in dote a ciascun proprietario terriero.

Il grande pregio di Le anime morte, occorre dirlo subito, è che le sue tematiche potrebbero essere ribaltate pari pari ai nostri tempi: il pensiero corre, ad esempio, al contesto di dilagante corruzione che alimenta i rapporti umani ed economici, il predominio di un tessuto di regole che vanno oltre le leggi, alle regole stabilite dalla cricca dominante, dove l'ingiustizia la fa da padrona. In questo scenario lo sforzo compiuto dall'autore è quello di chiedersi quale possa essere il senso da dare al proprio agire, per chi è dentro questo vortice che porta affanno per avere di più, per afferrare una posizione sociale, per vivere meglio, per stare un gradino più sopra. Ai nostri giorni non si comprano anime, né vive né morte, ma l'interrogativo a cui non si può rifuggire è identico. Quali sono i valori a cui improntiamo la nostra esistenza? Gogol' sembra persino mettere nel piatto alcune risposte, lasciandoci però inviluppati a tu per tu con il nostro bagaglio personale di sensazioni e di esperienze.

Nel suo viaggio stratagemma alla ricerca delle anime morte, Cicikov ha modo di deridere e disprezzare il parassitismo dei proprietari terrieri, che distruggono anziché costruire, l'immobilismo di coloro che non sanno dare corpo, concretamente, alle cose che fanno (dar frutto alla terra). Sembra prendersela con un percorso pedagogico inappropriato e in molti casi fuorviante, con i cattivi maestri della amata Russia, con la minaccia incarnata dai bisogni e valori occidentali (simboleggiati dagli usi e costumi della città, di San Pietroburgo) che avanzano inesorabili (e la Francia è avvertita sempre come la culla dell'effimero e del perverso, da questo punto di vista). Sembra scagliarsi contro la forma più ingannevole di parassitismo, ossia il ripiego sull'inclinazione letteraria, quale simulacro di una vita di fatto inconsistente, quella di coloro che hanno in mente la scrittura di una grande opera ma che poi restano, in un perenne immobilismo, alle prime pagine (Tenteknicov), coloro che persi nella propria passività abbandonano anche l'impegnativo percorso dei sentimenti.

In questo contesto emergono anche alcuni punti fermi, come la figura di Kostanzoglo, il proprietario terriero che sa dar frutto alle proprie terre, che ci si impegna con passione, che trova in quello che fa una reale realizzazione dl proprio essere, anche a prescindere dal nudo e crudo ritorno economico, personaggio che si erge per la sua fierezza con una forza ed una caratura quasi inumane, fino a mal digerire la compagnia dell'incapace (Chlobuev) per più di qualche minuto.

Approfondimento

Il nostro Cicikov è un eroe scorretto, è falso e ingannatore, ricorre allo stratagemma e alle buone maniere per farsi largo e per conseguire il proprio obiettivo, e qui si pone una domanda basilare, ossia, fino a che punto sia contestabile il suo agire, in un mondo iniquo, imperlato di classi impermeabili, in cui l'ingiustizia, allora come adesso, la fa da padrona, è legge. Ma una legge così fragile, fatta di rapporti e di bassezze tra adepti, che tutto il sistema sembra andare in corto circuito per una semplice falla aperta da uno sconosciuto accolto unanimemente come uno della cerchia e forse ancor più, un milionario.

Un sistema, quello descritto da Gogol', che ci sembra molto affine a quello dei nostri giorni, poiché il mondo sembra girare sempre allo stesso modo, cambiando solo la forma e poco la sostanza del senso delle cose. Il libro o quello che del libro si è potuto ricostruire, si chiude, così, senza offrire una precisa risposta, ed è anche questo per assurdo uno dei piani di modernità dell'opera, poiché a questo dilemma l'umanità intera probabilmente ancora molto ha da lavorare. Il nostro eroe ci saluta su una soglia di estatica incertezza, pur essendosi fatta largo una delle soluzioni possibili, adombrate dall'autore, ossia la via religiosa per la redenzione (via professata dal potente Murazov). Una via che Cicikov non crediamo prenderà mai, affannato com'è, non appena ottenuta la scarcerazione, al pensiero dei propri averi e del proprio agognato frac con stoffa fumo e fiamme di Navarrino.

Antonio Mastroberti

abc

Recensione di La giornata di uno scrutatore di Italo Calvino

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

Dopo la guerra, votare diventa obbligatorio: la legge “truffa” appena approvata stabilisce che il partito che riceve il 50% più 1 dei voti, ha diritto ai due terzi dei seggi. Sono coinvolti tutti, ospizi, conventi, ospedali, riserve di voti del partito cattolico al potere.

Sorto tra il 1832 e il 1842, il Cottolengo, istituto religioso di carità gestito da suore, nel racconto di Italo Calvino diventa seggio elettorale delle elezioni del 1953 e offre lo spunto al protagonista de La giornata di uno scrutatore, Amerigo Ormea, scrutatore designato dal partito comunista, per riflessioni profonde che gli faranno vacillare ideali e certezze.

A dir la verità, considerando la descrizione dei membri del seggio elettorale, nominati dai principali partiti, allora come ora, la visita del candidato onorevole al seggio, vietata allora come ora, l’impegno delle religiose a far votare per il partito cattolico anche i ciechi, i paralitici e gli infermi gravi, allora come ora, sembra di trovarci oggi ad una tornata elettorale e che nulla sia cambiato. È il protagonista a fare la differenza: la sensibilità via via crescente di Amerigo le cui certezze iniziano a vacillare insieme ai suoi ideali: quelli egualitari della società democratica in cui ognuno è chiamato a impegnarsi con la conseguente necessità della partecipazione di tutti “alle cose della politica, ai problemi sociali, gente povera interessata più alle questioni universali che a quelle private”. In nome della democrazia. Diversamente da oggi, le elezioni provocano un’eccitazione, tutto un fermento, anche in un istituto dove i votanti quotidianamente ai margini, ignorati e rimossi dalla vita pubblica e dalla politica, si sentano chiamati ad un’insolita prestazione, protagonisti una tantum seppur sotto lo sguardo di estranei. Una generazione umana, bersagliata da un malevolo destino, chiamata come tutti i cittadini a dare un voto. L’idiota e il cittadino cosciente sono uguali di fronte allo Stato. È l’occasione in cui lo Stato ha bisogno di tutti, anche degli idioti e dei deformi, molti dei quali incapaci di intendere e di volere. Ma ci sono le suore che li aiutano, ci sono certificati medici che attestano la capacità di intendere di quegli sventurati che non potendo da sé soli votare, hanno bisogno di una mano, quella di una suora o di un assistente, per compiere il loro dovere di cittadini.

Amerigo si accorge che è difficile far rispettare la legalità. Discute sempre meno animosamente, perché in lui si fa pressante la riflessione su quelle creature, sui loro diritti, sui principi della stessa democrazia. Progresso, libertà, giustizia, uguaglianza sono principi, sono idee dei sani, dei privilegiati: escludono tutti quelli che, come gli infermi del Cottolengo, non hanno più diritti, perché dipendono dagli altri, dalla carità degli altri. Anzi, quelle povere creature che lì hanno chi si occupa di loro, chi li assiste e se ne prende cura, chi gli vuol bene, chi conosce a fondo il significato della parola “carità”, quegli ultimi sono contenti di fare ciò che la suora vuole, di rendere alla suora un gesto di riconoscenza, votando e obbedendo alla sua volontà.

Profonde e molteplici le riflessioni che Calvino fa sulle suore e sugli infermi del pio istituto. Innanzitutto dice che sono fotogeniche, che in foto sono quasi tutte belle, perfette perché la foto riproduce la pace interiore, la beatitudine che le invade e riempie il loro animo. Anche gli idioti in foto sembrano felici, contenti; sono fotogenici come le suore. I minorati, i disadattati no, in foto vengono uno strazio, i volti irrigiditi al lampo del fotografo.

Approfondimento:

Sicuramente la scena più commovente e toccante del racconto è la “dipintura poetica” di un vecchio campagnolo, e di suo figlio, impedito dalla paralisi, che impiega molto del tempo della visita del padre per mangiare una merenda. Il padre, vestito a festa, passa tutte le domeniche al Cottolengo a guardare il figlio che mangia: i due, padre e figlio si guardano fissi negli occhi senza accorgersi di ciò che accade intorno a loro. Amerigo pensa che la scelta della suora è un atto di libertà: dedicare la propria vita agli ultimi, ai diseredati, agli ammalati è una missione volontaria. Il vecchio padre, invece, non sceglie, la sua vita è sì altrove ma la domenica lui è lì, lo sguardo fisso in quello di suo figlio, solo loro due e nessuno intorno. E capisce che quello è l’Amore.

È un racconto molto bello e profondo.

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]abc

Recensione di Amore e Ginnastica di Edmondo De Amicis

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

Amore e Ginnastica è stato pubblicato per la prima volta nel 1892, più di centoventi anni fa, e ha come sfondo ancora protagonisti dell’ambiente scolastico: non più gli alunni e le loro famiglie, come nel mieloso libro Cuore, che ha educato i sentimenti di più di una generazione, ma maestri, per lo più mediocri, che si rivelano alquanto gelosi e invidiosi della bellezza e della preparazione della maestra di ginnastica Pedani. Intorno a lei, assoluta protagonista, ruota tutto il racconto. “Alta e robusta, larga di spalle e stretta di cintura, modellata come una statua“, ha atteggiamenti giudicati e definiti dall’autore troppo virili, sicuramente perché affronta le discussioni con sicurezza e cipiglio, difendendo la ginnastica come disciplina capace di raddrizzare e rinvigorire non solo il corpo ma anche lo spirito delle giovinette. La Pedani si batte contro la mentalità e le leggi dell’epoca che non consentivano alle scolare di praticare come i loro colleghi l’attività ginnica. Pregiudizi diffusi anche nelle famiglie che impedivano alle figlie di frequentare in orari extrascolastici, privatamente, lezioni di ginnastica.

Edmondo De Amicis racconta nelle pagine di Amore e ginnastica la passione che la maestra Pedani suscita nel segretario Celzani, protagonista maschile del racconto. “Trentanni e più, aspetto di un uomo di cinquanta, figura di precettore di casa patrizia clericale…”, orfano di entrambi i genitori, era cresciuto in sacrestia e poi in seminario perché diventasse prete. Ma poi lo zio Celzani, rimasto vedovo, lo aveva assunto come segretario e fattore di campagna, compiti svolti con grande scrupolo e diligenza. Abitando, come la Pedani, in uno stabile costituito da appartamenti affittati per lo più a insegnanti, il segretario aveva occasione di ammirare la bellezza della maestra di ginnastica, di scambiare qualche parola di saluto con lei e con la sua coinquilina, la Zibelli, matura insegnante elementare,invidiosa dei successi della collega. I rari e fugaci incontri erano stati sufficienti perché il timido segretario restasse incantato e affascinato soprattutto dal corpo vigoroso della giovane donna alla quale, dapprima in una lettera, ma poi anche durante qualche rara ma ricercata occasione di incontro apparentemente casuale, confessa il suo amore e l’intenzione di sposarla.

Alla Pedani l’insignificante e impacciato Celzani, non piace; a lei interessa la ginnastica, sua unica passione, e pur accorgendosi che un po’ tutti gli uomini del suo ambiente, giovani e non, restano incantati e affascinati dal suo aspetto e dal suo temperamento, è fermamente convinta di avere una missione legata alla passione per la ginnastica e non compatibile, a suo dire, con l’amore per un uomo.

Ma la costanza e lo sguardo innamorato di Celzani, alla fine, le toccherà il cuore: prima la simpatia e la benevolenza per chi non sa nascondere i propri sentimenti, poi pian piano il bisogno di condividere con qualcuno i successi nel campo del lavoro, e ancora l’improvviso bisogno di non poter né voler più essere sola, le fanno nascere un sentimento di amore per l’uomo che la guarda come fosse l’unica donna al mondo.

E all’improvviso, inaspettatamente, lo stringe tra le sue possenti braccia.

 

Approfondimento

Noiose le lunghe difese della ginnastica come disciplina che nutre il corpo e lo spirito; per il resto inaspettate le considerazioni e gli ammiccamenti che l'autore fa, maliziosi, ai desideri molto carnali dei personaggi maschili. Non ce lo saremmo aspettato dal moraleggiante e mieloso De Amicis.

Da questo racconto, D’Amico ha tratto un film nel 1973.

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]abc

Recensione di Ida di Irène Némirovsky

“Quello che ti serve, quello che desideri, non è soltanto il denaro, i gioielli… ma che il tuo nome venga ripetuto ovunque, che la gente si sollevi quando passi, che corrano intorno a te, al tuo passaggio… Qualunque gloria…!”

Sera dopo sera, con un casco di rose sopra la testa, Ida Sconin calca i palchi dei music-hall di Parigi. Il pubblico continua ad acclamarla e ad aspettare con trepidazione il momento in cui la diva apparirà sul palco. La giovinezza è però lontana e Ida sa di non essere più la meravigliosa e ambiziosa ragazza di un tempo. Il suo cuore batte velocemente, il sonno fatica ad accoglierla e i ricordi affiorano impetuosamente dal passato. Ida non si lascia però piegare e accetta di duettare con una giovane ballerina americana, confidando nella sua esperienza e nell’affetto del pubblico. Si tratta di un atto avventato e poco prudente o forse della definitiva attestazione della sua grandezza? Lascio aperta la domanda (anche perché non voglio svelare altri particolari della trama), per concentrarmi sul secondo piano di lettura offerto dalla storia. Fu la stessa Némirovsky, infatti, a spiegare come dietro l’immagine di Ida si celasse la satira di un mondo sotterraneo, quello dei cabaret e del decadentismo degli anni Venti (del Novecento). Un’allegoria affascinante che lascia in eredità al lettore, oltre ad una certa inquietudine, l’opportunità di interrogarsi, in modo critico, sul destino dell’uomo e della società.

Questo libro è un piccolo capolavoro che merita davvero, dopo decenni di oblio, di essere riscoperto e amato.

 

Approfondimento

Facciamo un passo indietro per chiederci: chi era Irène Némirovsky? Nata A Kiev nel 1903, si trasferì con la famiglia in Francia dopo la Grande Guerra. Laureatasi in lettere alla Sorbona, divenne celebre nel 1929, in seguito alla pubblicazione del romanzo David Golder. La Némirovsky fu una scrittrice eccezionale, capace di descrivere sentimenti e situazioni con una precisione disarmante. Lucidissima e cinica nell’analisi dei personaggi e della psicologia umana, mostrò sempre grande attenzione nella cura di ogni dettaglio.

Durante la seconda guerra mondiale, fu arrestata dai nazisti perché ebrea e deportata ad Auschwitz, dove morì di tifo nel 1942.

Dal 2004, grazie al ritrovamento del manoscritto inedito Suite francese, hanno avuto inizio la riscoperta e il successo internazionale delle sue opere.

abc
INSTAGRAM
In lettura...
Un nuovo libro al giorno sui social: seguici!