Recensione di Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani

 Il giardino dei Finzi Contini. Siamo a Cerveteri in compagnia di amici, si decide di spingersi alla visita delle tombe etrusche. La brigata è tutt’altro che allegra, tranne la piccola Giannina, la quale ,dopo un’escursione marina, è ancora piena di energie e chiede se siano più antichi gli Ebrei o gli Etruschi. Il protagonista-narratore, identificabile con molta probabilità con G. Bassani, si allontana col pensiero e ripercorre la storia della tomba dei Finzi-Contini e dell’intreccio che si dipana in quella casa ebrea ( magna domus) e in quel giardino.

E’ quella dei Finzi-Contini un’ aristocratica famiglia ferrarese di origine ebrea, apparentemente sussiegosa , non si lascia scalfire dalla realtà circostante né cerca relazioni col potere. Il nonno rifiuta la tessera fascista facendo scivolare cinquemila lire nella tasca del gerarca. Da quando è morto il piccolo Guido a sei anni, la madre Olga non è più uscita di casa e ci tiene che i suoi figli (Alberto e Micòl) si tengano lontani dalla strutture pubbliche, per l’ossessione dei microbi. Tant’è che i ragazzi non frequentano la scuola pubblica, ma hanno professori privati che vanno nella loro magnifica casa. Non mettono mai il naso fuori di quel bel giardino, ad eccezione dei giorni delle festività ebraiche e delle riunioni nella Sinagoga. Si sottopongono ovviamente ad esami da privatisti nel Liceo Classico che frequenta il protagonista-narratore, il cui nome non viene mai svelato. Questi è magneticamente attratto dalla famiglia dei Finzi- Contini, benché il padre rigidamente cerchi di tenerlo lontano; quando si incontrano nei riti ebrei, non può fare a meno di volgere lo sguardo ammirato verso Alberto e la bella Micòl, provandone da fanciullo un’attrazione che poi si rivela amore. Nel giugno del 1929 avviene il primo incontro importante tra il protagonista e Micòl. E’ finito l’anno scolastico, il protagonista frequenta la Quinta Ginnasio ed eccezionalmente, proprio lui, un prodigio scolastico, viene rimandato ad ottobre in matematica. In preda alla disperazione fugge e inizia un peregrinare cieco per la città, fino a pervenire fiaccato davanti al muro di cinta del noto giardino.

Qui Micòl lo sorprende a terra , spossato e disperato e lo invita ad entrare; Micòl è attratta da lui, che si rende conto di nutrire un sentimento che certo non è semplice amicizia; comincia così a vagheggiare una storia d’amore che col tempo si rivela fallimentare. Il protagonista frequenta sempre più assiduamente la domus aurea e, cacciato, per legge razziale, dal club di tennis, viene invitato a giocare dalla nobile famiglia. Il padre Ermanno, apparentemente altezzoso, si rivela invece paterno e affettuoso, e mette a disposizione anche la sua fornitissima biblioteca. Tra gli amici si distingue anche un certo Giampiero Malnate, verso cui Alberto nutre una sconfinata ammirazione, anche ambigua; giovane talentuoso questi è un comunista milanese che lavora a Ferrara. Insomma nasce un’amicizia fecondissima con tratti di solidarietà umana commovente, con implicazioni sentimentali che legano il protagonista alla bella e intelligente fanciulla dagli occhi grandissimi, Micòl. Per un intreccio di circostanze che non intendo svelare, perché dovete leggere il libro, l’amore non va in porto. Di chi è innamorata Micol? Quale sarà la sua fine? E quella di Alberto? E il comunista Giampiero? Certo è che in quella tomba dei Finzi-Contini, ormai un rudere tra le erbacce, riposa solo il piccolo Guido. Leggete attentamente e scoprirete perché.

Ho riletto Il giardino dei Finzi Contini a distanza di trentacinque anni e devo dire che ho apprezzato ancora di più questo capolavoro di G. Bassani, bolognese, morto nel 2000. Anche l’inizio, che notoriamente viene considerato ostico per via della celebre digressione sulle tombe, specie quella ebrea dei Finzi-Contini, emana un fascino rovinistico di grande impatto emotivo. Non è, come si suol sostenere, un orpello ornamentale fine a se stesso, ma prepara il tessuto connettivo del romanzo e anticipa magistralmente in prolessi il destino della augusta famiglia. Ho riscoperto cosa significa essere Romanziere, creatore o rielaboratore di una storia coesa e curata nei minimi dettagli, dove nulla viene lasciato al caso, ma il tutto è il risultato di uno studio attento che scolpisce la memoria di chi legge fino a rendere indimenticabile il giardino, la domus aurea, la Sinagoga, i riti ebraici, annessa la festività della Pasqua. Oggi, in cui troppi si improvvisano scrittori o poeti, c’è bisogno estremo di rileggere i grandi perché scrittori non si nasce, ma si diventa, come Bassani magistralmente ci insegna. E chi dimentica più questa Ferrara dilaniata dalla guerra? Queste famiglie vittime della persecuzione razziale? Questo stile elegante e curato in tutti i particolari, in cui manzoniamente nulla sfugge, ma tutto rientra in un progetto letterario che vuole arrivare al pubblico? Mentre oggi si scrive troppo spesso per narcisistico autocompiacimento perdendo di vista il target cui ci si vuole rivolgere; il pubblico è importantissimo, come sosteneva Manzoni e per lui che bisogna scrivere. Allo stesso modo, Bassani rende immortale una storia, un’epoca, una famiglia, l’intera città di Ferrara, mirabilmente delineata e descritta, soprattutto se si pensa che quel giardino a Ferrara non c’è mai stato. Ma quel che conta è l’intensità del sentimento del protagonista che ha saputo sognare una storia partendo da uno striscio fanciullesco: “ Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla”.

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Recensione di La morte a Venezia di Thomas Mann

Romanzo magistrale La morte a Venezia, pubblicato nel 1912, tra i più famosi dello scrittore tedesco, variamente interpretato, vive nella temperie simbolista e decadente e risente senz’altro di tale atmosfera, in cui è presente la figura del dandy, qui incarnata dal giovinetto Tadzio, ideale della bellezza classica, massima aspirazione dell’autore Von Aushenbach. Questi, arrivato Venezia, è ospite di un grande albergo e vi permane a lungo, tutta la sua attenzione si sposta su tale giovinetto quattordicenne, su cui riversa la sua componente omosessuale, che, o no aveva mai avvertito o aveva rimosso nel corso della sua esperienza artistica. Il nuovo sentimento gli scatena un turbinio interiore in cui l’attrazione si scontra con la legge morale introiettata faticosamente attraverso un elaborato processo interiore . Siamo ai tempi della scoperta dell’inconscio da parte della maestro S. Freud e l’arte è il luogo privilegiato di manifestazione dell’Io e di liberazione dalle perversioni e dalle aberrazioni della mente. Il romanzo, di una grandezza sorprendente, rappresenta un’indagine sottile e profonda del turbinio mentale che può nascere in un uomo avanti con gli anni di fronte ad un sentimento mai provato prima, il tutto in una Venezia decadentisticamente descritta in cui il mondo vibra all’unisono col sentimento irrazionale del protagonista che si agita tra opposti sentire. L’atmosfera è conturbante e le luci soffuse come metafora di una vita che va spegnendosi proprio quando si trova di fronte alla rivelazione del suo sentimento.

Infatti il tempo caldo e umido incide negativamente sulla salute di Gustav, già molto provato fisicamente; decide quindi di partire, ma vedendo Tadzio, viene travolto da un sentimento di mancanza e di rimpianto dell’oggetto del suo desiderio. Alla stazione scopre che i suoi bagagli sono stati inviati per errore con altra destinazione; quindi, costretto a tornare in albergo, è nell’intimo estremamente contento: potrà ancora contemplare la classica bellezza stupendamente incarnata nel ragazzino. Questi diventa una autentica ossessione, lo segue con lo sguardo su è giù per i ponti e le calli di Venezia, sentendo smarrirsi tutto quel senso di una vita artisticamente costruita:” Sì, anche se la consideri nei suoi riflessi personali l’arte è una vita sublimata: più profonde sono le gioie che largisce , ma consuma anche al più presto…”. Così il protagonista , che ha condotto una vita da esteta in ascesi rimane sconvolto di fronte a Tadzio che vi rivolge un sorriso conturbante: gli appare come una Narciso della Mitologia greca. Di fronte a simile visione, finalmente si dichiara con un “Ti amo”.

Intanto impazza il colera; Il protagonista sarebbe tentato di informare i parenti del bel fanciullo, ma l’amore lo trattiene dal farlo: si priverebbe dell’estasiante visione. Rimangono quindi nell’albergo e una sera , mentre Gustav giace morente su una sdraio, ammira il giovinetto che gioca con gli amici, gli appare sempre l’ultima visione di lui che lo saluta amabilmente mentre si proietta in una dolce visione di amore eterno, di tipologia platonica. Il testo esprime in modo artisticamente intenso il dissidio tra l’elemento apollineo e quello dionisiaco: così il protagonista che per una vita intera ha fatto della sua vita un’opera d’arte contenuta equilibrata, all’insegna dei più alti ideali di armonia interiore, sul finire della sua esistenza si sente dionisicamente, tragicamente, travolto dalla dimensione più viscerale ed istintiva. Dietro l’opera si agita il pensiero greco e nietzcheano di contemperamento degli opposti, di ricerca degli equilibri che si sfaldano nella rivelazione di un giorno. Presente anche l’influsso tragico greco, in cui il soggetto teme in un attimo di perdere tutta la costruzione cui di è dediziosamente dedicato per un’intera esistenza. Dice Tiresia ad Edipo: “ In un sol giorno ti rivelai a stesso”: tragicamente è quanto succede al protagonista che nell’arco di uno sguardo capisce vede vacillare la percezione che ha di sé e sente crollargli il mondo addosso, mentre si stupisce e gioisce e si duole della scoperta cui involontariamente è andato incontro:

”Vi giunse, salì a bordo ed ebbe principio un vero pellegrinaggio del dolore, un angoscioso percorso attraverso gli abissi del pentimento. Era la familiare via della laguna, quella che passa davanti a San Marco e percorre il Canal Grande. Sul sedile semicircolare di prua, Aschenbach se ne stava col braccio appoggiato al parapetto, facendosi schermo della mano agli occhi. Oltrepassati i Giardini Pubblici, si schiuse ancora e sparì la grazia principesca della Piazzetta; poi cominciò la grande sfilata dei palazzi, e allo svolto dell’arteria d’acqua apparve la mirabile campata marmorea di Rialto. Egli guardava col cuore infranto; e respirava a lunghe boccate, piena di dolorosa dolcezza, l’atmosfera della città, quel lieve sentore putrido di mare e di palude : quello stesso dal quale aveva voluto fuggire tanto in fretta. Come, come mai gli era stato possibile non sapere , non pensare fino a qual punto tutto ciò facesse parte del suo cuore?”.

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Recensione di Quer pasticciaccio brutto di via Merulana di Carlo Emilio Gadda

La Menegazzi risulta aggredita nel proprio appartamento da un giovane col viso coperto che l’ha derubata; durante il sopralluogo il commissario trova un biglietto dell’aggressore per i Castelli, bucato alla fermata Torraccio. A questo si aggiungono le testimonianze degli inquilini dello stabile per cui il rapinatore aveva un palo. Comunque le indagini sono laboriose e intricatissime, anche perché si intrecciano due atti: un rapina ed un omicidio ed entrano in scena molti personaggi a dare colorito alla storia che vuole riflettere quel glomerio, quel gomitolo che è la vita difficile da dipanarsi. Sicché gli stili adottati sono di diverso livello: vanno dal raffinatissimo al plebeo, in un coacervo di registri che baroccheggiano, con imitazioni manzoniane diffusi su tutto il romanzo. D’altra parte Gadda ha sempre avuto una speciale predilezione per Manzoni, di cui scrive anche una celebre apologia. Le indagini serratissime e complicatissime non sortiscono l’effetto che ci aspetteremmo e il l’esito della vicenda resta pirandellianamente in sospeso, creando un romanzo con una struttura aperta passibile di più interpretazioni.

Perché il vero giallo è la vita con il suo linguaggio, o meglio i linguaggi, che esprimono, manzonianamente, quel guazzabuglio del cuore umano e quel carattere enigmatico della vita che rifugge da qualsiasi etichetta e razionale giustificazione. La vita, soprattutto per un uomo sofferente come Gadda, che patì un infanzia oltremodo difficile, con un complesso materno lancinante, i cui segni sono soprattutto nel testo La Cognizione del dolore, è davvero un enigma difficile da sciogliere. Per cui il testo attinge a piene mani alla filosofia, sottolineandone tutto il relativismo delle interpretazioni, perché la ricerca della verità rimane sempre vana; il glomerio che è la vita stessa si riflette ne linguaggio variegato e composito che non di rado ricorre al dialetto per il principio di mimesi, cioè di imitazione del disordine che caratterizza l’esistenza umana: “ Pareveno tre cugini a discorrere: nessuno gli badava. Di Grottaferrata ereno, concedè a malincuorè la nonna: comune di Grottaferrata, na frazione che se chiamava er Torraccio, dopo le Frattocchie: ma da otto anni erano venuti a sta a Roma, sì, fori de Porta latina, in mezzo a erbaggi se po dì, una strada de campagna che c’è appena un cartello che c’è scritto via Popolonia, e “ lì c’è stanno gli ortolani dentro a le baracche….”.

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Recensione di Il Piacere di Gabriele D’annunzio

L’opera è ambientata a Roma e dintorni tra il 1885 e il 1887 ; le vicende politiche fanno da sfondo a romanzo e da esse ben si desumono lo stile di vita e la psicologia dei personaggi, profondamente scandagliati come tipico del Decadentismo, che rappresenta una svolta epocale rispetto ai movimenti del Naturalismo e del Verismo. Siamo ad un passo dalla riscoperta freudiana dell’inconscio, si parla di riscoperta perché gran parte di quanto analizzato dal medico viennese era già stata profondamente intuito dalla tragedia greca, da cui difatti si riprendono i complessi di Edipo e di Elettra , ad esempio. La temperie di fine Ottocento prepara alla crisi del Novecento e alla necessità di trovare nuove strumenti adatti all’analisi dell’uomo. Mentre il Positivismo sosteneva che l’uomo è totalmente conoscibile perché sottoposto a leggi razionali, il Decadentismo, forte della componente inconscia, riflette sull’uomo nelle sua complessità e ambivalenza in un periodo di grande depressione economica che colpì duramente l’Europa alla fine del secolo, con la conseguente crisi del liberalismo e la nascita di nuove tendenze autoritarie che si scontrano con le conquiste sociali conseguite dalle classi lavoratrici e dalla fondazione di grandi partiti di massa. In questa dimensione , intellettuali e artisti optano per soluzioni alternative, uscendo dalle posizioni della massa e esprimendo tutto il loro disgusto estetico per la dimensione borghese e capitalista. L’opera d’arte è fine a stessa scollegata dal fenomeno della mercificazione; la vita stessa è un’opera d’arte nella quale è lecito e doveroso assumere atteggiamenti eccentrici, megalomani, deragliati, elitari, con un progetto di demistificazione della convenzioni sociali. Ma la complessità del reale e del personaggio Andrea Sperelli è tale che proprio quel disgusto per il mondo borghese lo induce ad una vita spericolata in cui centrale è il lusso e il denaro, ricadendo proprio in quei meccanismi economici che teoricamente aborre .Personaggio conflittuale- dicevo-in cui disgusto del denaro dello spirito borghese non collima con la ricerca estetica della bellezza, per il conseguimento della quale necessita un ingente investimento di denaro. Quindi Andrea si consuma negli opposti sentire e ne esce non certo rafforzato ma anzi sfibrato, con inciso un prepotente senso di colpa per non aver introiettato i principi morali impartitigli dal padre, e per essere naufragato in una esclusiva ricerca del bello e del piacere, cui pure lo stesso padre lo aveva educato. Il senso di colpa sta quindi in questa sua inettitudine a far convivere rettitudine morale e piacere , scivolando in quest’ultimo a detrimento del primo. Che in lui si manifesti questo conflitto si desume dalla stessa scelta delle donne della sua vita: Elena, il piacere dissoluto, quello per cui si consuma nel profondo della sua lussuria, con un nomen omen, che richiama la Elena di troia, letteralmente “colei che di strugge le navi”; Maria, la madre di Cristo, la donna spirituale votata all’amore per un uomo che è un inetto a vivere con coscienza e responsabilità la sua vita, che è sostanzialmente artificio, maniera, atteggiamento. Il romanzo inizia il 31 dicembre 1886 quando Andrea Sperelli aspetta la sua ex amante Elena Muti nel monumentale suo Palazzo Zuccari a Roma. Andrea, indubbiamente alter ego di G. D’Annunzio, porta in sé tutta la complessità dell’autore, e durante l’attesa rievoca il loro ultimo addio due anni prima su una carrozza di via Nomentana, secondo un procedimento che ricorda Il viaggio nel passato di Zweig. All’arrivo di Elena , l’incontro è costituito di memoria, passione focosa, di nuovo allontanamento e ineguagliabile dolore. Lungo sarebbe raccontare per intero la trama, ma si sappia che segue una lunga analessi in cui viene ripercorsa la storia della casata Sperelli, gli insegnamenti del padre di cui sopra e l’arrivo a Roma, dove si compie l’incontro fatale con Elena Muti.

“Ecco come ebbe inizio l’avventura di Andrea Sperelli con la Donna Elena Muti. Il giorno dopo , le sale delle vendite pubbliche, in via Sistina , erano piene di gente elegante, venuta per assistere all’annunziata contesa. Pioveva forte. In quelle stanze umide e basse entrava una luce grigia; lungo le pareti erano disposti in ordine alcuni mobili di legno scolpito e alcuni grandi trittici e dittici della scuola toscana del XIV sec.quattro arazzi fiamminghi, rappresentanti la storia di Narcisso, pendevano fino a terra; le maioliche metaurensi occupavano due lunghi scaffali…”

Di seguito continuando la tecnica dell’accastellamento elencazione di cimeli, vetri, gemme, medaglie, monete, libri di preghiere, codici miniati, argenti lavorati. Questo è un alto exemplum delle Roma di Andrea e dell’ambiente che lo circonda, dove tutto ridonda in un lusso smodato inseguendo la classica idea manieristica del bello decadente, che è eccessivo, straniante ed esuberante. In questa dimensione si ricerca il piacere infinito dei sensi, secondo lo stile di vita d’annunziano: un amore che è sperimentazione dei limiti da valicare per raggiungere il piacere supremo. La storia però si interrompe e Andrea si proietta nella capitale nella vita mondana , avventurandosi in storie superficiali e vacue, fino al momento in cui viene ferito in un duello. Di qui la convalescenza a Ferrara presso una cugina, dove riscopre tutta la sua passione per l’arte , che egli definisce il suo vero autentico amore della vita. In questo contesto edenico, in cui è panicamente tutt’uno con la natura e con l’arte, in una dimensione sublimata avviene l’incontro con Maria, la donna angelicata, stilnovistica, aristocratica senese, su cui Andrea proietta quella parte trascurata di rettitudine morale di cui avverte la mancanza. Quindi pulsione erotica per Elena e amore spirituale si sovrappongono conferendo al personaggio inettitudine e complessità che lo lacerano e lo consumano; tanto è vero che nell’ultimo incontro con Maria Andrea pronuncia il nome di Elena, a cui lo lega un incontenibile impulso sessuale. Maria fugge, mentre Elena si trova un nuovo amante. Nella chiusa del libro l’asta dei beni della donna, mentre ad Andrea non resta che un armadio, metafora della sua sconfitta interiore.

Il romanzo mentre celebra il trionfo dell’arte e del bello, autocriticamente ne sancisce anche gli aspetti deleteri e corrosivi; tutti i personaggi decadenti, Andrea in primis, sono dei maledetti, schiavi dei loro stessi miti, uomini calcolatori e cinici e pur in grado di commuoversi, esprimono tutta l’ambivalenza dell’artista contemporaneo dilaniato da passioni opposte e da un odio disperato verso tutto ciò che è borghese e convenzionale, dei cui lussi non sanno privarsi.

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Leopardi I Canti, L’Infinito

I Canti leopardiani, composti tra il 1819 e il 1833 con edizione definitiva napoletana nel 1835, ci presentano un Leopardi nella sua incontaminata purezza, un poeta sicuro di sé che ha oltremodo riflettuto sulla sua concezione della poesia e sul suo mondo concettuale. Lasciati alla spalle definitivamente il classicismo e la distinzione tra poesia di immaginazione e quella di sentimento, poesia antica e poesia moderna, egli intende concentrarsi su di un aspetto precipuo: il lirico “primogenito, proprio di ogni nazione anche selvaggia, più nobile e più poetico di ogni altro; vera e pura poesia in tutta la sua estensione; proprio di ogni uomo anche incolto , che cerca di ricrearsi o di consolarsi col canto e con le parole misurate in qualunque modo e coll’armonia ; espressione libera e schietta di qualunque affetto vivo e ben sentito dall’uomo.”

Per lui le poesie non sono se non in quanto liriche. E per lirica si intende una espressione poetica in cui sia fortemente presente l’Io lirico con la sua percezione del mondo e col suo bagaglio emotivo; di modo che l’uomo qualunque possa ritrovarsi in quei sentimenti che avverte come universali. Per questo si suole affermare senza enfasi che Leopardi è il più grande lirico della letteratura italiana, che mentre parla di sé parla del mondo tutto. Scagli infatti la prima pietra quell’uomo che non si è commosso , talora depresso, comunque coinvolto, nel seguire il pensiero leopardiano poetico espresso nelle più alti liriche, come l’Infinito, A Silvia, Alla Luna, L’ultima Canto di Saffo. Il che avviene perché “ il sentimento che l’anima è la sola musa ispiratrice del poeta “; egli giudicherà estranei alla poesia quei lavori che “domandano un piano concepito e ordinato in tutta freddezza”. E la sua poesia non è imitazione della natura, ma piuttosto di se medesimo. Ben si potrebbe dire che “la natura parla dentro di lui” e quando questo avviene la poesia diventa “facoltà divina”, attraverso cui la poesia diventa espressione altamente emotiva della piena dei sentimenti. E senza sentimento poesia non c’è; quindi nei Canti troviamo un Leopardi romantico e l’etica e l’estetica convergono in un misticismo sentimentale. C’è una religione nel Leopardi dei Canti : è quella del sentimento, che è effusione del cuore puro che vince l’aridità o lo strazio di una tragedia e si abbandona all’immediato infinito sentire, che sarà tanto più evocativo quanto più vago. Di qui la celeberrima poetica del vago e dell’indefinito, che si esprime soprattutto attraverso l’evocazione di spazi interminati e la forza della rimembranza. Il poeta mira a riproporre l’ondeggiamento del suo pensiero così con naturalezza, come sgorga dal cuore, colto alla sua genesi. In lui poesia e vita coincidono e le scene liriche si susseguono con lo stesso stupore o col lo stesso tormento con cui sono state concepite nell’animo del poeta e nella chiusa spesso si avverte pungente il dolore del cuore che prima si era aperto ad un moto affettuoso. Possiamo quindi dire che I canti sono un’opera di scavo psicologico non razionale, ma coerente con il flusso di coscienza che il poeta vive, seguendo il tempo dell’anima. Per cui il lettore sensibile avverte con tutta la freschezza le novità interiori ed esteriori che il poeta ci comunica con l’immediatezza che erompe e che nessuna diga può contenere. Rispetto alle prime composizioni poetiche i Canti si distinguono perché non vi è nulla di voluto o ricercato o troppo letterario o composito. Il poeta qui canta, altrove, più giovane descrive. I canti hanno spesso come scenario “il borgo selvaggio” di Recanati che il poeta odiava oltremodo per via di una cultura retrograda e papalina, in quanto parte dello Stato della Chiesa. Da giovane tentò la fuga verso Roma, da cui rimase profondamente deluso, perché si trovò una città in rovina molto diversa da quella che trovava celebrata dai poeti e dai libri di storia che divorava con inusuale passione. Poi si sposterà verso Bologna e Firenze, ma sostanzialmente le sue più profonde riflessioni e i suoi canti più intensi riguardano proprio il mondo confinato di Recanati che scatena in lui la forza dell’immaginazione.

Il canto “l’Infinito” è sintomatico di questo rapporto conflittuale con la sua Recanati e con la sua voglia incontenibile di immaginare altri mondi possibili, che coincidono con quelli della sua fervidissima fantasia.

Si trova affacciato al balcone della casa avita e ha di fronte il monte Tabor,” il caro ermo colle”; la lirica si apre con quel “sempre” che allude alla durata infinita del tempo interiore, che si dilata ad accogliere il ricordo; con “questo” “ questa” si individuano le cose vicine al poeta o spazialmente o sentimentalmente; così la “siepe” è questa , questa che gli sta dinanzi ed è limite e pretesto per immaginare. Perché la poesia vera è poesia di immaginazione, quella che ti trasferisce in una dimensione altra, dove si possa sognare, cioè fingere. Difatti la siepe esclude dallo sguardo l’ultimo orizzonte, ma (con funzione fortemente avversativa nuovi e inaspettati orizzonti si aprono a chi ha il cuore di sedere e mirare. Egli farà un’esperienza ineffabile, cadrà in una profonda meditazione in cui diventa tutt’uno con la Natura, una Natura ancora benevola, precedente al pessimismo storico e cosmico. Si aprono così “interminati spazi” al di là della siepe che ora è divenuta “quella”, inglobata nell’immaginazione, non più ostacolo, ma elemento trasferito nella natura tutta, e “sovrumani silenzi” e “profondissima quiete”: siamo di fronte all’infinito spazio/temporale finto nel pensiero. Nell’arte è possibile raggiungere ciò che nella vita ci è assolutamente estraneo, perché nel leopardi filosofo razionale-atomista tutto è finito e l’infinito è un inganno/ illusione della mente, ma ben venga questa illusione se il cuore scalpita e chiede. La percezione è talmente potente che il cuore stesso trasecola e si “spaura”, dando luogo a quel sentimento misto, “sublime”, di kantiana memoria, che consiste nell’esaltazione del pensiero che può concepire l’infinito e la depressione dei sensi che temono per l’operazione mentale ardimentosa che si sta vivendo. Il poeta ci rappresenta tutto il suo percorso mentale così con l’immediatezza con cui lo sta sperimentando: “ E come il vento odo stormir…”: il vento è la voce del presente che interrompe il flusso immaginativo : le piante diventano “ queste” reali, vicine al poeta, che compara l’infinito silenzio (temporale) a questa voce presente ( finito temporale).Gli sovvien l’eterno, gli anni trascorsi, mentre il tempo presente si impone con la sua vita, con il suo suono..L’immensità ormai gli appartiene e diventa “questa” e in questa annega il pensiero, in mistica esaltazione, e ivi, non ritrovando né spiaggia dove approdare né fondo dove giungere. naufraga dolcemente in questo mare infinito prodotto dalla sua sconfinata immaginazione.

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Recensione di Storie di pirati di Arthur Conan Doyle

"Siete un bravo ragazzo, Barker" disse il magistrato. "No, non lo farò più. Chi è che parla di un'ora di vita gloriosa? Perdindi! Quant'è affascinante. Me la sono spassata un mondo. Meglio della caccia alla volpe! No, non lo farò più. Potrei prenderci gusto".

Che la penna di un gentleman come il creatore di Sherlock Holmes potesse generare un autentico, e spaventoso, terrore dei mari, sembrerebbe quasi impossibile. Invece, queste Storie di pirati firmate da un finissimo giallista come era Arthur Conan Doyle e scritte in uno dei suoi migliori periodi di creatività, rappresentano in realtà solo una piccola parte dell'enorme produzione letteraria di questo celebre autore, a noi noto soprattutto per i complicati intrecci polizieschi vissuti, appunto, da Sherlock Holmes.

Lo scenario è quello classico della pirateria, ripreso poi da molte sceneggiature cinematografiche, tra il Mar dei Caraibi e il Mar delle Antille, navigando tra isole, spiagge, piccoli porti e splendidi mari a volte tranquilli e a volte in tempesta, perennemente attraversati da corsari, fuorilegge, commercianti, militari e avventurieri di ogni genere. Protagonista indiscusso di gran parte di queste spettacolari storie di mare è John Sharkey, pirata per scelta e per vocazione, temuto da ogni marinaio che si trovi costretto a navigare le acque dove impera la bandiera nera della sua oscura nave, l'Happy Delivery. Sanguinario, violento, implacabile e spesso sadico nel trattamento che riserva a vittime, antagonisti e ostaggi, il capitano Sharkey naviga ininterrottamente alla continua caccia di imbarcazioni da depredare, accompagnato da un equipaggio di delinquenti e ribelli, spesso ubriachi, disposti a tutto pur di riuscire ad impadronirsi di ciò che le altre navi trasportano, dai soldi, alle merci preziose, ai gioielli, ai viaggiatori.

Le avventure di Sharkey sono un continuo succedersi di colpi di scena, di lotte e duelli, di intense battaglie sul mare, di inganni, tradimenti e vendette, di travestimenti e fughe, dove il crudele capitano e la sua banda incontrano personaggi talvolta temerari, e molto spesso ugualmente vendicativi e astuti, in un appassionante intreccio tra il giallo e il thriller dove non mancano le scene impressionanti. Nell'ultimo racconto della raccolta, dedicato ad uno strano tipo di "pirata di terra", forse più un giustiziere della notte che un pirata, è percepibile quell'atmosfera british, tipica delle opere di Conan Doyle.

Ad accompagnare le storie di Sharkey, nel volume edito da Donzelli, sono le splendide illustrazioni di Howard Pyle, celebre illustratore americano, creatore della caratteristica figura del pirata che compare tuttoggi nell'immaginario collettivo.

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Recensione di Ombre di Tommaso Landolfi

Vi sono molti umani che paiono trapassati: dico che i loro occhi azzurri sembrano fori per cui guardi il cielo.

Questa piccola antologia intitolata Ombre dimostra, sia pure essenzialmente, la forza e la genialità della scrittura di Tommaso Landolfi, uno dei più grandi e significativi autori del Novecento, un autore eccezionale e impossibile a definirsi genericamente, che sembra passare continuamente e senza difficoltà dal fantastico, all'assurdo, alla cronaca, al diario, sempre mantenendosi entro il limite del racconto breve, e con quella ricercatezza linguistica che contaddistingue il suo stile. Caratteristica dello stile di Landolfi è infatti quella di scegliere vocaboli inconsueti, a volte sconosciuti a molti, giocando a costruire frasi di grande effetto che, pur non avendolo, acquistano un tono vagamente surreale.

Ombre riunisce, volutamente, racconti di genere differente, alcuni fantastici ad altri più realisti, impressioni, nostalgiche memorie di gioventù, esperienze personali, storie a volte prive di una vera trama, frammenti e riflessioni. Dalla fantasmagorica e grottesca Moglie di Gogol all'epidemia di letargo di Lettere dalla provincia, dal complotto dei falsi fantasmi di Ombre all'inquietante atmosfera inquisitoria dell'unico racconto senza titolo, dal delitto passionale di Annina all'ironia politica di Campagna elettorale, dall'atmosfera pittoresca del Palio di Siena alle questioni sorte intorno ai tavoli del Casino di Un giorno a San Remo, dal racconto di viaggio in Terza classe al dialogo assurdo e lievemente sensuale di Autunno: in tutti gli scritti di Landolfi permane un senso di irrealtà, di sogno, per quanto spesso siano  fortemente "reali", trasmettendo con grande maestria quell'effetto per il quale talvolta, o forse sempre, anche la vita quotidianità assume tinte fantastiche. Un effetto straordinario, impossibile da ritrovare in altri autori contemporanei, dove la malinconia del ricordo, l'incanto del sogno, il fascino dell'emozione si alternano, si intrecciano e si confondono con magnifici giochi di parole, sullo sfondo di uno scenario ora vero, ora fantasioso, ora drammatico.

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Recensione di La mano mozza di Blaise Cendrars

"Ho violato il segreto del vostro incognito, Blaise Cendrars" mi disse come fummo soli e come gli ebbi spiegato lo schieramento delle linee tedesche che ora gli mostravo col mio binocolo, dalla riva del canale fino alla cima del Calvario e all'inizio della passerella di Feuillères, che spiccava in pieno sul disco del sole calante.

È il 1914 quando, allo scoppio della prima guerra mondiale, il poeta svizzero Frédéric Sauser, bohémien irrequieto e temerario, dopo una vita trascorsa on the road in giro per il mondo, si trasforma in Blaise Cendrars arruolandosi nella Legione Straniera, o meglio, come volontario straniero nell'esercito francese, che successivamente provvederà ad incorporare gli stranieri nella Legione. Un'esperienza che, iniziata forse per spirito d'avventura, forse per estro creativo, forse per una strana forma di patriottismo, gli costerà le dita della mano destra, epilogo drammatico per uno scrittore che alla fine, sorprendentemente, si scoprirà mancino, riaffermandosi anche come reporter di guerra.

Quasi sconosciuto in Italia, purtroppo, e non troppo celebre neanche in Francia, Cendrars è un autore da non perdere, irresistibile, geniale e travolgente. Impossibile non innamorarsi della sua irrequieta esuberanza, della sua spericolata temerarietà, del suo modo di vivere che lo porta sempre all'estremo limite dell'avventura e della poesia. La mano mozza in realtà, come tutti gli scritti di Cendrars, non narra direttamente il momento dell'incidente subito, episodio quasi rimosso dalla memoria dello scrittore, ma racconta, con disillusa chiarezza, la vita di trincea. Un racconto di guerra insolito, completamente diverso dal diario di Remarque, o dall'analisi filosofica di Junger, privo di una continuità cronologica ma steso a tratti, a episodi frammentati e intrisi di rabbia, di disperazione, ma spesso anche di allegria, dove l'autore ritrae la violenza, l'assurdità, il senso di solitudine, ma anche il fascino profondo che sono propri di ogni campo di battaglia, il luogo dove Dio è assente.

La sua doppia identità di combattente e poeta, lo rende quasi straniato dalla guerra, che peraltro vive in prima persona, e dal pericolo, malinconico di fronte alla morte e all'ingiustizia, anarchico e ribelle nelle strategie e nelle decisioni. Con una prosa immediata, in tempo reale che, da esponente delle avanguardie, ricorda vagamente Céline, Cendrars ritrae con dolcezza, ironia e crudeltà anche la sua piccola guerra personale, portata avanti con 5 eterogenei fratelli d'armi (ma non è difficile riuscire ad immaginarli compagni di qualsiasi avventura) con i quali riesce a trasformare la trincea in una continua e mutevole improvvisazione, dalla cucina al salotto letterario, un luogo quasi metaforico dove spesso i ricordi si sovrappongono e si intrecciano, gli incontri fuggevoli, gli amori disperati, le vittime dell'odio reciproco tra due paesi Un racconto con cui l'autore vuole anche esorcizzare, fortunatamente con successo, il desiderio di morte seguito alla mutilazione, un racconto bellissimo, straripante di emozioni e di lacrime, ma a volte persino divertente, dove l'essenziale è il coraggio, perché il mestiere dell'uomo d'armi è cosa orribile, come la poesia.

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abc

Recensione di Morire di Arthur Schnitzler

Ti porto via con me, non voglio andarmene da solo. Ti amo, e non ti lascerò qui.

Nato a Vienna nel 1862, Arthur Schnitzler, scrittore, drammaturgo e medico, è un personaggio atipico della letteratura, quasi uno sperimentatore, un alchimista capace di fondere la narrativa alla medicina, di appasionarsi ad entrambe le discipline, di interessarsi alla psicanalisi e all'ipnosi, ragioni che lo legarono a Freud con un lungo scambio di pensieri e di lettere.

Morire, romanzo breve scritto da Schnitzler poco più che ventenne, è già una dimostrazione della maestria di questo autore nell'addentrarsi tra le ombre più oscure della natura umana, scoprendo quei meccanismi sorprendenti, a volte persino subdoli e ambigui, da cui hanno origine emozioni e reazioni.

Felix e Marie sono una coppia di fidanzati benestanti, abituati alle passeggiate in carrozza, ai viaggi, alle lunghe vacanze in giro per l'Austria, tra la quieta bellezza di laghi e montagne e la vivace eleganza di Vienna e Salisburgo. Ma poco dopo l'inizio del racconto, Felix, affetto da un male incurabile (probabilmente tubercolosi), viene avvertito da un medico di avere ormai non oltre un anno di vita. Lunatico, pessimista e piuttosto egocentrico di sua natura, il ragazzo vive la sua condizione di condannato a morte con una sorta di ostentato eroismo, proiettando su azioni e decisioni, proprie e di chi gli è accanto, l'angosciante ombra della fine imminente. Con rabbiosa ironia comunica la drammatica notizia a Marie e all'amico Alfred, anch'esso medico, il quale inutilmente cerca di fargli capire che, spesso, queste morti annunciate si verificano molto più tardi del previsto.

Innamorata e disperata, Marie dichiara all'amante che mai e poi mai sarebbe disposta a perderlo e a rimanere sola, e gli promette, nella follia della passione, di essere pronta a condividere la morte con lui, un proposito macabro e irrazionale al quale Felix, nel suo orgoglio di predestinato pare opporsi. E' giusto che Marie, dopo la sua morte, afferma, prosegua sola, libera e felice in una nuova fase della sua esistenza, lasciandolo alla sua sorte avversa e dimenticandolo.

Tra i continui sbalzi d'umore e la salute instabile di Felix, che passa dalla più profonda depressione alla più gaia speranza, la coppia decide di trascorrere un lungo soggiorno al lago, dove, nonostante tutto, entrambi trascorrono momenti piacevoli e romantici, fino al momento in cui, il duplice peggiorare dell'umore e della malattia di Felix li obbliga al ritorno. Forse, il presagio era esatto, e il tempo di vivere per Felix è sempre più corto.

A questo punto, la dimensione emotiva dei due protagonisti sembra ribaltarsi. Marie, stanca di subire i malumori del fidanzato, lo assiste con un'apatica e rassegnata abnegazione, ma nella sua mente si fa strada il desiderio di quella libertà che la malattia di lui le ha tolta. Felix, al contrario, avvertendo la morte farsi sempre più vicina, rammenta il fermo proposito di Marie, che gli aveva promesso di seguirlo nell'ultimo viaggio, mentre lei sembra farsi sempre più lontana.

E sarà la presenza della morte, vera protagonista di questo sublime racconto, a provocare in lui la violenza, in lei la paura. e a porre fine, non una fine drammatica ma umanamente triste, alla loro storia.

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