Recensione di L´amore del bandito di Massimo Carlotto

Padova, 2004. Dai laboratori di Tossicologia Forense dell’Istituto di Medicina Legale scompare una grossa partita di droga. Marco Buratti, investigatore privato senza licenza, riceve pressioni per indagare sul furto e scovarne i responsabili. Un misterioso individuo – segni particolari: un grosso anello d’oro all’anulare sinistro – prima gli offre del denaro, poi passa a minacciarlo incendiandogli la vecchia Skoda Felicia. Ma è inutile, l’Alligatore non vuole saperne di immischiarsi in questa faccenda. Purtroppo ignora che certa gente non sia disposta ad accettare rifiuti.

Due anni dopo, scompare Sylvie. E’ lei L’amore del bandito, la donna di Beniamino Rossini, contrabbandiere e rapinatore, uno di quelli che “meglio averlo come amico”. Lui e il Buratti si son conosciuti in carcere. Un’amicizia vera, la loro. Come quella tra i due e Max la Memoria, il ciccione bulimico con cui l’Alligatore gestisce ‘La Cuccia’, un locale di musica jazz alle porte di Padova in cui si può ancora fumare bevendo dell’ottimo Calvados. I tre amici temono il peggio quando, sotto il sedile dell’auto di Sylvie, trovano un grosso anello d’oro con un’incisione nella parte piatta. Lo riconoscono. Un paio d’anni prima, erano stati loro a lasciarlo in quella stessa posizione all’interno di un’altra auto. E allora, si era trattato di un messaggio di morte.

Era il passato che tornava a chiudere vecchi conti lasciati in sospeso, ormai è chiaro. Ma perché, dopo due anni, quella faccenda del furto di stupefacenti continua ad essere così importante? Chi c’è dietro? E, soprattutto, Sylvie è ancora viva? Molte incognite, una sola certezza.

“Quella era una storia di malavita ed era matematicamente certo che fosse destinata a finire male.”

In un Nordest italiano in cui la criminalità dilaga, favorendo l’insediamento delle più spietate organizzazioni mafiose dell’Europa orientale, sotto gli occhi inerti di forze dell’ordine sempre più corrotte, quando tutti giocano sporco, non resta che la vendetta come unica forma possibile di giustizia. Ma ci sono professionisti del crimine che hanno anche un cuore e qualche principio. E la penna del Carlotto scivola morbida negli intrighi di questa sporca vicenda, attenta a non intaccare la genuinità dei sentimenti in gioco: la disperazione e la rabbia del Vecchio Rossini, il rimpianto dell’Alligatore per la sua adorata Virna, la lealtà e il rispetto che vanno oltre gli affari, l’intima ribellione verso un mondo che comincia ad apparire moralmente insopportabile anche agli stessi gangster vecchio stampo...

Un noir intenso, a tratti brutale a tratti commovente, in cui s’intrecciano sacralità dell’amicizia e sete di vendetta. Un Massimo Carlotto dallo stile essenziale ed incisivo, ben conforme alla trama. Una lettura dal ritmo fluido ed incalzante, anche grazie alla scelta vincente della narrazione in prima persona. Un libro che coinvolge e disorienta col suo amareggiante e disincantato realismo.

Angela Saba

abc

Recensione di Terre di confine di Thomas Kanger

Terre di confine è di certo parte di una serie, ma la lettura non ne risente e il personaggio principale, Elina Wiik, ispettrice svedese della Squadra Omicidi, è ben delineato. Può essere quindi tranquillamente letto come libro a se stante. Troviamo Elina in crisi, sul lavoro e nella vita, a tal punto da decidere di lasciare tutto, prendere una lunga vacanza, dalla quale non è certa di voler tornare, e partire senza una meta precisa. Finirà in un paesino della Puglia, dove si lascerà vivere, fino all’incontro con Alex, uomo molto misterioso e altrettanto affascinante, di cui presto si innamorerà in maniera totale. Proprio quando la vita di Elina sembra aver trovato una svolta positiva arriva il colpo di scena. Alex viene assassinato brutalmente e lei, devastata e sconvolta, non può fare altro che tornare nel suo paese, dove precipita nella depressione totale.

Solo la scoperta di essere incinta di Alex fornisce Elina della forza necessaria per ricominciare a vivere. Dovremo però aspettare che la bambina compia un anno, per vedere nella nostra ispettrice risvegliarsi la voglia di saperne di più su Alex. Parte da qui un’indagine che porterà Elina nel paese natale di Alex, una zona di confine devastata dalla guerra tra Croati e Serbi, dove gli intrighi, le complicità e le vendette sono ancora parte della vita di ogni giorno. Con difficoltà, e solo gradatamente, la nostra protagonista riuscirà a trovare il bandolo della matassa. Questa è a mio avviso la parte migliore del libro, dove piano piano, un pezzo alla volta, le reticenze vengono vinte e i misteri svelati. La trama fornisce all’autore l’occasione per gettare una luce su un fenomeno umano complesso e devastante come quello della guerra tra etnie e religioni, dove persone che fino a qualche giorno prima vivevano pacificamente uno accanto all’altro, ritenendosi persino amici, arrivano a uccidersi barbaramente, senza necessità di risentimenti personali, animati solo dall’odio per l’altra fazione e dal desiderio di vendicarsi dei torti subiti.

L’analisi dell’autore, a noi raccontata attraverso l’indagine di Elina, è al tempo stesso spietata e matura. Come il finale rivelerà, neanche gli uomini migliori sono esenti dal peccato e, in certe situazioni, rimanere integri può essere impossibile. Alla fine del romanzo l’autore aggiunge un piccolo tocco di mistero, simpatico ma, secondo me, abbastanza inutile per l’economia del romanzo. Sinceramente non l’ho apprezzato. A voi scoprire di che si tratta, leggendo il libro, e valutare se condividete il mio giudizio. In definitiva una storia piacevole che, nella seconda parte, quella dell’indagine, mi ha tenuto abbastanza incollato al libro. Un pochino cupa la prima parte, dove la tristezza della protagonista contagia il lettore.  Tuttavia questo potrebbe essere considerato un buon risultato dall’autore, che probabilmente vuole trasmettere proprio questo sentimento in quella parte della storia.

Non banale la trama, così come la soluzione del romanzo. Buono il ritmo narrativo, in Terre di confine anche se non tutti forse apprezzeranno la relativa lentezza di alcune azioni, in particolare nella prima parte. Forse migliorabili un paio dei personaggi, tutti comunque credibili. Molto buoni gli spunti di riflessione di fronte ai quali ci pone l’autore. Un poliziesco insomma che non si limita a guidarci attraverso un’indagine, ma che nel farlo ci fornisce una visione di un mondo e di un tema che non tutti forse conoscono. La valutazione finale risente anche di questo, e al libro assegno un meritato mezzo punto in più per l’idea di miscelare giallo e storia, creando in chi lo legge la curiosità di saperne di più.

Mario Pacchiarotti

abc

Recensione di Un uomo molto cattivo di Giuseppe Di Piazza

Un uomo molto cattivo viene introdotto da un’immagine violenta: il protagonista è stato colpito da una pallottola, perde molto sangue e se non verrà soccorso subito si intuisce chiaramente che ci lascerà le penne. Questa immagine accompagna il lettore per tutto il racconto, con la curiosità di riallacciare il filo di una storia che, all’apparenza, ha poco di sorprendente. Sari De Luca infatti, risulta da subito un personaggio antipatico, che attira quel disprezzo sottile che si può riservare a chi appartiene ad una classe ricca e potente per intenderci e lui ne è ben consapevole: riveste questo ruolo alla perfezione, trovandocisi molto a suo agio. Frequenta locali alla moda, ha amici del suo livello, porta abiti pregiati e nelle sue riflessioni troviamo spesso riferimenti culturali non certo per tutti. Rispetto a quest’ultimo dato, indubbiamente efficace nel caratterizzare il personaggio, la narrazione può tuttavia risultare a volte difficile da seguire poiché questi rimandi si possono apprezzare solo se si conosce il riferimento, altrimenti cadono a vuoto e creano a mio avviso disinteresse in un romanzo che vuol essere di intrattenimento.

Sari è anche un uomo molto intelligente e attento e nella narrazione questo si rispecchia attraverso metafore e paragoni davvero originali, cosa non semplice, in questi tempi di pubblicazioni senza controllo e frasi ripetute troppo spesso. La storia di Un uomo molto cattivo ruota intorno a pochi personaggi principali: oltre a Sari c’è Valeria, la sua “fidanzata”, della quale sappiamo soprattutto che è bellissima, cosa che, a mio avviso, viene sottolineata talmente tanto da scadere nella soap opera argentina. Di lei inoltre sappiamo che lavora nel marketing della moda e che ha origini venete, ha l’età del figlio di Sari avuto dal primo matrimonio e le va bene il ruolo di amante da qualche anno. Partirà per Barcellona per un viaggio di lavoro ed è qui che vengono introdotti i cattivi della vicenda: Mommo, boss palermitano con tutti i cliché del caso, cattivo in realtà poco convincente; cugino di secondo grado di Sari venuto a reclamare la parentela.

Al suo seguito naturalmente, un poker di scagnozzi che rapiscono la bella (daje) Valeria per ricattare Sari. La storia di Un uomo molto cattivo in se’ sa molto di fiction rai a mio avviso, quindi un po’ forzata nella trama, anche se verosimile (purtroppo). Per farla breve: gradevole per una lettura di poco impegno, anche se lo snob Sari De Luca, verso la fine, ci lascerà a bocca aperta per la sua reazione al comportamento del temibilissimo boss. Si intuisce bene che l’autore conosce l’ambiente che descrive, edifici e strade compresi e ha momenti di scrittura in cui stupisce con alcune perle che spezzano la monotonia che emerge dalle descrizioni troppo particolareggiate e riflessioni a volte (volutamente?) un po’ banali. Un uomo molto cattivo stupisce nel finale quel tanto da lasciarti un buon ricordo del libro e da farti venire voglia di rileggerlo per carpirlo meglio. Io ho apprezzato più di tutto un modo di osservare attraverso la scrittura e i pensieri dei personaggi che ti rimane addosso per un po’, mentre ci si stacca dalle pagine e si prova con riluttanza a riambientarsi nel mondo reale e questo secondo me, non è da tutti, ma solo per chi è ben incamminato verso la strada dello scrittore promettente.

Laura Zambelli

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Recensione di Sindrome da cuore in sospeso di Alessia Gazzola

Oggi mi trovo a recensire quello che pensavo fosse il terzo romanzo della serie che ha per protagonista la simpatica quanto sbadata Alice Allevi, invece quest’ultimo libro della Gazzola, Sindrome da cuore in sospeso altro non è che il prequel dei precedenti e  l’occasione per conoscere meglio il passato della nostra adorabile pasticciona.

Da un omicidio che la tocca da vicino inizia il suo futuro nella medicina legale,e sempre da qui parte l’incontro con i vari personaggi che faranno parte delle sue vicende future: l’affascinante Claudio Conforti che possiamo definire l’artefice della scelta della nostra eroina,manche se farà di tutto per convincerla che la medicina legale non fa per lei, Lara e Ambra le sue colleghe,Yukino la sua spassosa coinquilina, il Boss, la Wally e la sua adorabile nonnina.

Ben scritto, scorrevole e divertente si legge in un soffio, l’ ideale se ci si vuole distrarre  un paio d’ore senza troppe pretese.

Vm64

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Mistero alla torre di Londra di Paul Harding

Tutto ha inizio nel giugno 1362 quando, viene orchestrato il tradimento di Bartholomew Burghgesh a opera dei suoi quattro fidati amici e compagni d’arme. Nel Mare di Mezzo viene fermata dai saraceni la nave del condottiero accusato di essersi impadronito del tesoro del Califfo d’Egitto. La scena poi si sposta nel Dicembre del 1377 periodo in cui si svolgono i fatti narrati. Protagonisti sono il coroner del re, Lord Craston, e il frate Athelstan, suo segretario. Quattro saranno gli omicidi cardine della storia: quello del Governatore del re, Ralph Whitton, quello dei due ospedalieri Mowbray e Fitzormonde e quello del ricco mercante Horne.

Queste morti cruente hanno due segni premonitori: la consegna di una pergamena, riportante un veliero e quattro croci nere e una torta secca di semi di sesamo neri. Ma cosa accomuna questi quattro omicidi? Essi sono i quattri compagni d’arme di Bartholomew. Chi li ha uccisi? Bartholomew è sopravvissuto all’assalto dei saraceni? Solo alla fine si scopre che tre anni prima, nel 1374, Bartholomew era ritornato in patria e, ancora convinto della buona fede dei suoi amici, si era presentato dal Governatore Whitton che, astutamente l’aveva fatto incarcerare in una segreta della Torre e murare vivo, grazie alla complicita del matto Red Hand. Si scopre inoltre, attraverso la sagacia di padre Athelstan, che l’assassino è Geoffrey Parchmeiner, fidanzato della figlia di Whitton, lady Philippa e figlio adottivo di Burghgesh.

Questi infatti, durante l’assalto del 1377, l’aveva protetto dai saraceni e da allora era diventato per lui una sorta di padre. A questa vicenda si intreccia quella della dissacrazione del cimitero di Saint Ercowald, parrocchia di padre Athelstan. Il colpevole è il dottor Vincentius che, volendo studiare l’anatomia del corpo umano, usava i cadaveri come cavie anatomiche. La trama risulta abbastanza complessa e ricca di elementi di suspence.

I personaggi in Mistero alla torre di Londra di Paul Harding sono descritti abbastanza approfonditamente, soprattutto nei loro aspetti più caratteristici, in cui si evidenzia una sorta di volontà unificatrice a livello descrittivo; per intenderci Whitton è il cattivo per eccellenza, Geoffrey è il pazzo che abilmente cela la sua follia, Athelstan è il sagace e Burghgesh è il coraggioso e fiducioso eroe.

Dalila Actis

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Recensione di Balla con l’angelo di Åke Edwardson

Se non avessi dovuto scrivere la recensione non avrei terminato di leggere neanche il prologo di Balla con l’angelo! I personaggi sono mediocri e superficiali, la caratterizzazione inesistente, il romanzo è lento, noioso, confusionario, colmo di banalità, privo di suspense e di colpi di scena, è uno di quei libri che ti penti di aver acquistato!  Ancora mi chiedo come abbiano potuto farne una serie televisiva...

Erik Winter, l’ispettore della polizia svedese protagonista di questo insulso giallo, è una macchietta più che un personaggio: probabilmente l’idea era quella di farne un tenebroso trentasettenne, un irresistibile  tombeur de femme talmente ricco (non si sa per quale ragione) da donare il suo prezioso tempo alla forza pubblica,  facendo peraltro una fulminea carriera. Il risultato invece è un personaggio grigio che non si sa far amare e non coinvolge, avvolto come è nella sua  impenetrabile malinconia, talmente freddo e distaccato nei confronti dei colleghi  e degli amici ( quali? Uno muore nel primo capitolo e l’altro è più un informatore che un amico ) che fa pensare solo ad un senso di superiorità, ingiustificato agli occhi del lettore. Non illudetevi: non conosciamo il nostro protagonista e non lo conosceremo neanche alla fine di Balla con l’angelo. Continua a rimanere un abbozzo!

Neanche il povero Steve McDonald si salva: alto e muscoloso, di lui ricordiamo solo il giubbotto di pelle, i capelli lunghi. Sembra utile all’infallibile Winter solo per scarrozzarlo da un pub all’altro. Ci accorgiamo che la scena cambia ambientazione solo dai nomi delle strade, famose quelle inglesi, impronunciabili quelle svedesi,  innevate quelle della Svezia , spazzate dal vento gelido quelle di Londra: lo sappiamo che in Svezia nevica e che a Londra c’è freddo, qualche altro luogo comune? I due omicidi sono identici e non ci vuole un genio per collegarli: entrambe i ragazzi, un turista inglese assassinato a Gotemborg e uno svedese a Londra,  vengono trovati  in un lago di sangue, i loro corpi martoriati sono seduti al centro della stanza e l’impronta di un treppiede suggerisce agli investigatori la traccia degli snuff movie. Le indagini prevalentemente si svolgono in squallidi locali per soli uomini  dove ancor più sordidi informatori  rivelano o nascondono ai poliziotti notizie e informazioni per lo più inutili. Uno di questi informatori, Johan Bolger, è un “amico” di Winter: si vedono quasi esclusivamente nel bar di sua proprietà e infatti le loro sembrano soltanto conversazioni tra un barista e un suo affezionato cliente. Capiamo che sono amici di vecchia data soltanto a romanzo inoltrato, quando non ci serve più saperlo!

Sarà la lettera di un topo di appartamento, che confessa di essersi introdotto in una casa dove ha trovato un sacco con dei vestiti insanguinati, a dare una svolta alle indagini. Inutile dire che la lettera poteva scriverla da subito per evitarci questo calvario! Ovviamente non vi dirò il nome dell’assassino: rimane comunque un giallo, per quanto pessimo! Magari esiste qualche masochista che, come me, non solo non legge le recensioni, ma neanche il retro di copertina se non dopo aver letto Balla con l’angelo, e che vorrà comunque rischiare.

Una cosa però ve la dico, non perché voglia svelarvi chissà quale mistero, ma solo perché forse non ne ho capito il significato e potreste illuminarmi: a ballare con l’angelo sono le donnine dei suddetti localini per uomini. A mio parere non rende neanche l’idea dei movimenti sensuali e ammiccanti che le gentili fanciulle devono compiere per divertire l’orda di maschi arrapati! E’ un modo di dire svedese? Caspita, deve essere importante se lo ha usato come titolo!  E’ una licenza poetica di  Edwardson? L’ ho sottovalutato? Eppure ha vinto tre volte il premio per il migliore thriller svedese ed è considerato l’erede di Henning Mankell. I suoi romanzi, che hanno venduto oltre cinque milioni di copie nel mondo, sono tradotti in più di venti lingue. Va be’, che vi devo dire, anche Faletti ha venduto 3.500.000 di copie di “Io uccido”...ops! Sempre Baldini Castoldi Dalai editore!

 

Booktrailer

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Recensione di Anime assassine la vendetta del cigno nero di Diego Collaveri

L´ispettore Quetti torna sulla scena del crimine e non solo con Anime assassine, la vendetta del cigno nero di Diego Collaveri. Per chi non lo conoscesse, è un ispettore di polizia navigato, con un matrimonio affondato alle spalle, scrupoloso e rude ma attento e acuto nelle sue logiche di deduzione. Fedele al distintivo, quasi una macchina da guerra. Questa volta Diego Quetti verrà invischiato in un´indagine che lo porterà a conoscere un lato estremo del mondo della moda, oscuro e perverso, e toccherà i suoi affetti impegnandolo in una complicata caccia all´uomo, forse la più ostica della sua carriera.

Tutto inizia quando Silvia, ex fiamma dell´ispettore e donna affermata nel mondo della moda, gli rivolge una richiesta d´aiuto: trovare Sweetyhall – nel campo della moda tutte le modelle hanno il loro nome d´arte – scomparsa da giorni. La polizia non si occupa del caso e Quetti, in nome del vecchio rapporto decide di aprire un´indagine non ufficiale, prende le ferie e segue Silvia. Catapultato in un ambiente del tutto nuovo fatto di Bondage, attrezzi per creare dolore, giochi perversi, dove ognuno non può essere solo spettatore ma sceglie di essere padrone o schiavo, di dominare o sottomettersi, e puó liberarsi da ogni maschera che porta nella società. E il fulcro di questo mondo è il Black Mamba, un locale dove oltre ai drink trovi ragazze seminude, passaggi bui, divani liberi dove far esplodere le proprie perversioni e spettacoli. Rischi di incontrare modelle e personaggi pronti a comandare, a far soffrire o a concedersi. Da qui partiranno le indagini e le piste, singoli fili di una ragnatela ben congegnata da una mente criminosa arguta.

Qualche giorno dopo la polizia troverà Sweetyhall morta, come altre modelle prima di lei. Anche questo delitto porta la firma del “Cigno nero” che lascia sempre una raffigurazione dell´animale di vetro nel luogo del delitto.Quetti, alla ricerca del movente, delle connessioni tra le vittime, e delle connessioni tra i personaggi chiave del Black Mamba con i fatti, con l´aiuto di Silvia vaglia le possibilità, pensa a voce alta e ci rende partecipi delle sue grandi capacità di analisi e la forza della sua logica deduttiva. Tra una sigaretta e l´altra, tra un formicolio alla base della nuca premonitore e l´altro, depistaggi, risse, proposte sessuali sfacciate, invasioni di privati domicili e notti sul divano ha capito che in ballo c´è qualcosa di serio. Sweetyhell non sarebbe stata l´ultima vittima, la prossima sarebbe stata proprio Silvia. E mentre i sospetti sembrano accusare proprio Silvia, che aveva movente e connessioni tra le vittime, la coppia di cacciatori che forse ha scoperto qualcosa di troppo si trasforma in preda. Il cigno nero vuole chiudere il cerchio. Sullo sfondo compaiono il fotografo Mazzoni, Nefertiti erotic model di successo, Max l´hacker e Mannini politico influente che manovra la polizia. Carte mescolate. Il finale incede inesorabile in un´escalation di nuovi omicidi, figli di una mente lucida e risoluta, diabolica, che attua programmaticamente un piano ben delineato. Arriverà il momento della resa dei conti.

Trovo buffo che la smania di essere sulla vetta di questo mondo ti abbia portata a tradire tutti gli ideali e le regole che lo governano, dimostrando solo che alla fine non ci hai mai creduto. -  Un dialogo con l´assassino

Una scrittura asciutta, densa, a tratti leggermente rude ma piacevole, che si apre su un mondo particolare ma senza rivoltarlo a fondo per andare incontro a tutte le sensibilità. I personaggi sono costruiti efficacemente, in maniera equilibrata, non sembrano usciti da un film americano ma nemmeno da una situazione reale. Durante la lettura mi è venuto l´accostamento naturale con Max Payne il popolare videogioco prodotto da Rockstar North di cui è stato prodotto l´omonimo film, che è riuscito a suo tempo a coinvolgere milioni di giocatori con ambientazioni dark, frasi spicce ma decise, gesti sicuri, descrizioni accurate.

L´ispettore Quetti lucido anche se preso al cuore, con il timore di non farcela, con una strana sensazione al fondo dello stomaco e una lotta contro il tempo per sopravvivere. Piacevolmente, Anime assassine, la vendetta del cigno nero non offre anticipazioni, mantiene tutte le possibilità come probabili e non offre un finale scontato. Un Noir italiano decisamente interessante, forse troppo breve, ma ben scritto. E poi Diego Collaveri non si dimentica dell´amore. Silvia e Guido hanno pure loro un cuore. Quando tutto sarà finito, sarà il tempo dell´amore? O dei rimpianti?

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Recensione di Sei racconti polizieschi di William Faulkner

E quando mai la giustizia è onesta? Non è sempre una combinazione arbitraria di ingiustizia, fortuna e banalità?

Ad affermare questa indiscutibile verità è l'avvocato e detective Gavin Stevens, personaggio tanto enigmatico quanto affascinante, protagonista dei Sei racconti polizieschi del grande romanziere americano William Faulkner, pubblicati nel 1949 (diversi anni più tardi de L'urlo e il furore) e purtroppo non molto noti ai lettori italiani.

Sfondo dei racconti è l'immaginaria contea di Yoknapatawpha, nel profondo sud degli Stati Uniti, dove Gavin Stevens, veterano della I guerra mondiale plurilaureato ad Harvard, riveste un ruolo giuridico a tutti gli effetti, ma è per passione personale che si addentra nei casi da risolvere, giocando spesso d'astuzia e inseguendo vittime e colpevoli con una noncuranza verso il rischio che sfiora il nichilismo. Di lui sappiamo poco, oltre alla passione per gli scacchi e la letteratura, e le lunghe riflessioni filosofiche talvolta condivise con il giovane nipote, io narrante in alcuni dei racconti. Lo vediamo agire avvolto da un malinconico e aristocratico silenzio, fino a stringere criminali e omicidi in un cerchio privo di via di uscita.

Nell'atmosfera quasi surreale delle terre del sud, e dei conflitti interiori che ne incatenano gli abitanti, l'avventuroso avvocato, non privo di una sua, peraltro giustificata, superbia, diventa una sorta di saggio giustiziere e di confidente tra personaggi animati da un violento e primordiale istinto di sopravvivenza. Orgoglioso e caparbio, diffidente verso ogni forma istituzionale di legge e di giustizia, Stevens si muove tra furti, delitti e tradimenti come fosse su di una scacchiera, inventando trucchi e stratagemmi per fare emergere il reo di una colpa spesso indotta da un'esistenza dura e lacerata.

Famiglie dilaniate da un odio decennale, omicidi eseguiti per incassare l'assicurazione sulla vita, delitti negati per amore, assassini rivelati da errori banali: in tutte le sei storie non manca la suspance di un giallo classico, incastonata in un paesaggio da Far West dove l'eleganza decadente di Stevens fronteggia con tranquilla temerarietà la legge del più forte.

abc

Recensione di L’ultima corsa per Woodstock di Colin Dexter

Uscì e chiuse la porta. Non poteva dirle altro. A fatica si allontanò e, mentre percorreva il corrodoio, sentì per l'ultima volta la voce di lei.

Scrittore, accademico e esperto di enigmistica, Norman Colin Dexter inaugura proprio con L'ultima corsa per Woodstock la serie di romanzi (tredici in tutto) dedicati all'ispettore E. Morse, solitario e pittoresco personaggio della letteratura poliziesca, le cui avventure diventeranno anche una serie televisiva di successo. Scontroso, sarcastico, romantico ma sfortunato in amore, malinconico al limite della depressione, Morse divide la propria inquieta esistenza tra l'hobby quasi maniacale del cruciverba, la passione per la musica di Wagner, e un autolesionistico abuso di alcool. In questa tormentata e struggente solitudine, egli sembra affrontare crimini e delitti attraverso continue riflessioni, spesso fuori tema, improvvisi sbalzi d'umore e violenti conflitti interiori.

Ed è in questo primo romanzo che Morse viene affiancato dal sergente Lewis, il quale, dapprima meravigliato per il comportamento distaccato e quasi anarchico dell'ispettore, lo seguirà sempre nelle indagini, caso per caso, imparando a gestire la sua instabile e fragile emotività.

Tralascio, ovviamente, di raccontare la trama di un giallo travolgente, da scoprire pagina per pagina, tra sorprese, colpi di scena e un finale ovviamente inatteso, sullo sfondo di un paesaggio tipicamente british, tra pubs, uffici e aule universitarie, sotto un cielo quasi sempre nuvoloso. Tutto ruota comunque attorno al cadavere di una disinibita e sensuale ragazza, uccisa nel cortile di un affollato locale fuori Oxford, dove si è recata in autostop, un po' per voglia di avventura, un po' per l'impazienza di attendere l'autobus. Sostenuto più dalle proprie convinzioni che da vere prove, Morse dapprima segue caparbiamente una traccia sbagliata, ma vicinissima ad una realtà che raggiungerà pagando anche di persona, in una lotta estrema tra verità e menzogna ma anche tra passione, ragione e sentimento, lasciandosi coinvolgere, suo malgrado, in una storia dall'esito drammatico, priva di qualsiasi speranza. Ma questo sembra sia il suo destino, la condanna ad un isolamento più esistenziale che professionale, nel quale, tra divagazioni e malinconie, riesce sempre a trovare la soluzione all'enigma.

Un giallo classico ed emozionante, un personaggio originale e affascinante, ed un autore geniale, purtroppo poco noto. Da leggere, assolutamente.

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Recensione di Ninna nanna di Chuck Palahniuk

Uccidere una persona a cui si vuole bene non è la cosa peggiore che le si può fare. Il più delle volte preferiamo che sia il mondo a farlo.

Immaginiamo di avere tra le mani un foglio dove è stampata una filastrocca. Immaginiamo di leggerla e di accorgerci che possiede un potere terribile e affascinante: quello di far addormentare per sempre chi l'ha ascoltata. In seguito ci accorgiamo che non è necessario leggerla, basta pensarla, e la persona su cui dirigiamo lo sguardo o il pensiero non si rialzerà mai più. Addirittura non è neanche necessaria la volontà, poiché non appena siamo irritati da qualcuno, le strofe si snodano nella nostra mente in automatico e colpiscono, come una raffica di mitragliatrice, ma in maniera molto più efficace e silenziosa. Allora ci rendiamo conto di avere tra le mani un'arma micidiale, infallibile e, nello stesso tempo, lieve, come una poesia.

Questo è quello che accade a Carl Streator, giornalista vedovo e solitario, affetto da una strana fobia di costruire e distruggere magnifici modellini di case e palazzi. Incaricato di redigere un articolo sull'apnea notturna che talvolta uccide i neonati, scopre il legame tra le piccole vittime e un'antica filastrocca africana, una ninna nanna le cui parole, quando evocate, provocano la dolce morte del destinatario. Dopo aver capita, e sperimentata, la terribile efficacia dei versi, Streator, accompagnato da Helen Boyle, sofisticata ed elegantissima agente immobiliare esperta in case "possedute" alla quale la filastrocca, anni prima, ha ucciso il figlio, parte per la caccia ai libri maledetti, sparsi per librerie e biblioteche degli Stati Uniti, e al grimoire originale, il libro stregato da cui l'incantesimo ha avuto origine.

Ma la loro missione da giustizieri ben presto si trasforma in una guerra dove tutto è lecito, poiché avere tra le mani la vita degli altri è un potere tanto immenso da corrompere chiunque. In viaggio insieme a loro, quasi fosse una vacanza di famiglia, ci sono anche la segretaria di Helen, Mona, agguerrita apprendista strega travestita da figlia dei fiori, e il suo ragazzo, Ostrica, uno strano tipo di ecoterrorista che specula sulle stesse ragioni per cui combatte. Inutile dire che anche loro subiscono il fascino perverso della filastrocca e delle sue potenziali conseguenze.

In tutta questa storia, che poi è una tragedia, una celebrazione della vendetta e del male e, peggio ancora, dell'ambiguità di cui l'uomo è capace, gioca pesante la satira nichilista di Chuck Palahniuk, capace di restituire una trama allucinante con i colori di una commedia grottesca, nello stesso modo in cui la filastrocca uccide con dolcezza. E, se osserviamo bene, alla fine la malvagità di Ostrica forse è solo gelosia,  la cortesia di Mona forse è solo affetto, il dramma che lega Carl Streaton ed Helen, e che nonostante tutto, resiste, forse è solo amore. Amore vero, e non un incantesimo. Così come il romanzo è una storia d'amore.

Ninna nanna è una delle migliori creazioni del geniale e maledetto scrittore americano. Da non perdere.

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