Recensione di Laor di Andrea Costantin

Il Laor è un esperimento chimico compiuto su una cavia umana che è sfuggito al controllo del laboratorio della Detrox. L’ambientazione e l’inizio di questa storia sono comuni a quelli di molti videogiochi (ma anche a diversi libri), questa influenza si sente, i gamers e i lettori di thriller/fantascienza la riconosceranno. Il destino di Laor, è la ribellione. Una volta liberato dovrà lottare per la sopravvivenza e per una pesante “eredità”. Alla Detrox non conservano solo vetrini o esami di laboratorio, ma proprio come le case farmaceutiche rappresentano una lobby di potere. Per affermare o controllare questo potere è necessario usare la violenza. Inizia così per Laor, un semplice ragazzo ormai costretto a divenire uomo, un viaggio frenato da istinti di morte -che capta in maniera particolare-, da subdoli pericoli imminenti, rallentato da continua lotta fisica e mentale. E poi un viaggio di trasformazioni. Che sono l’unico modo per contrastare i killer, per penetrare nei laboratori-bunker, eliminare la pazzia del Prof. Catara, per fare vendetta. Chissà, giustizia. Il Laor è una creazione di lettere e inchiostro che vive nei disegni stessi dell’autore, piuttosto minimali e non raffinati, riportati nel volume.

“Laor” è anche il racconto che intitola l’opera, la quale contiene altri due racconti legati tra loro e alcune poesie. “La notte dei demoni” e “Rodeo” hanno attratto maggiormente la mia attenzione, parliamo di gusti letterari soggettivi ma anche di una narrazione più ricca e coinvolgente. Raccontano l’avventura di Eddie, un civile dalla fedina penale abbastanza lunga e con una certa esperienza nei lavori sporchi che, per le sue abilità, viene reclutato dalle forze di Polizia per guidare una rischiosa missione di salvataggio. Si apre uno scenario di guerriglia urbana tra fazioni in un’isola dimenticata da Dio (o almeno dalla sua giustizia) che per immagini mi ha ricordato la fortunata serie cinematografica di Resident Evil. Qui mancano gli zombie ma non mancano esseri umani della peggior risma, privi di scrupoli, strade fumanti, distruzione e abbandono.

Il ritmo è quello del thriller, anche se non lo è, e anche la scelta di utilizzare tanti personaggi capaci di animare le scene anche solo per poco tempo (una ragazza provvidenziale, la scimmia olken, il Professore) è tipica dei romanzi d’azione. Ma questi sono racconti, questo implica che sia tutto doverosamente più condensato, necessariamente più superficiale. Questo mette in luce l’abilità di Costantin nel rendere la storia verosimile, riferita al suo contesto (non in senso assoluto), poiché con poche frasi e senza l’uso di dettagli riesce a tener su una trama che pur fantasiosa e varia non si perde, anzi fila, diverte. In questi racconti sono altrettanto visibili elementi noir, caratterizzano alcuni personaggi e portano il lettore più vicino “alla strada”. Non proprio quella di Kerouac, una meno trafficata di bellezze.

 

Approfondimento

Per chiudere il cerchio, ma non del tutto si spera, direi di non cercare di far rientrare questa narrativa in un genere specifico. Sarebbe come voler togliere un colore dall’arcobaleno. La diversità omogenea frutto della creatività di Andrea Costantin è un valore aggiunto, a mio giudizio, se valutata globalmente. Unico neo è l’utilizzo frequente e ripetuto di alcune parole di slang. Avrei preferito una moderazione in questo senso, e in generale il lettore ricorda particolarmente tutto ciò che suona diverso, quindi non è necessaria la ripetizione. In breve si raggiunge lo scopo, anche se questo può servire per dare la fisionomia voluta ai personaggi. È stata una lettura piacevole, quelle che sono troppo corte. Aspettatevi un racconto originale, con le grinze.

Il volume si conclude con nove poesie. Trovo l’accostamento di questi elementi in un unico libro una scelta atipica, forse più dettata da una scelta editoriale o dell’autore stesso che sentiva l’esigenza di definire un percorso che da un legame evidente.

Il legame c’è, però, ed è la scrittura. Anche in poesia Costantin si “svuota” in maniera lucida, pungente, asciutta. Poesie essenziali in cui il verso sembra essere un rubinetto che perde più che un rubinetto che regola un getto. E se perde a qualcun altro arriva. Vi lascio di seguito la poesia che ho apprezzato maggiormente. Così vi arriva.

 

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Videorecensione

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Recensione di Ibridi del sistema di Fabrizio Raccis

Ibridi del sistema, Edizioni La Gru (LT) è una raccolta poetica fuori dalla norma: basta prendere in considerazione l'interessante sottotitolo, Critica poetica agli illuminati. In questa raccolta di quasi cento versi appena fresca di stampa (Marzo 2015) Fabrizio Raccis da' una valenza diversa al metodo di versificazione tradizionale dando alla poesia una veste rivoluzionaria. Forse proprio per questo, questa innovativa casa editrice ha deciso di puntare su un libro che, diciamolo, viaggia controcorrente!

Raccis che non è nuovo al panorama editoriale con diverse pubblicazioni all'attivo, ben sette nell'arco di soli dieci anni tra poesia e narrativa, ha deciso di uscire dalla semplice silloge poetica per dare voce ad una ribellione spirituale e sopratutto individuale, contro i sistemi meccanizzati del consumismo, del potere politico e commerciale che continuano a costruire sopra le ossa dei nostri vecchi valori cataste di ibridi fumanti.

È a loro, le famose lobby di poteri occulti classificate come “Illuminati” che il poeta si rivolge mettendo in risalto il disappunto e la delusione umana davanti ad un processo di “lavaggio mentale” alla quale si è sottoposti giorno dopo giorno, davanti alla tv, tra le righe dei giornali o nella musica. Viene Messa in risalto una sofferenza comune verso il processo di globalizzazione violenta del cittadino, ma allo stesso tempo viene lasciato uno spiraglio di speranza, un richiamo al coraggio e al senso di forza di ogni essere vivente chiamato per uscire da questo stato di catalessi generale.

ARMAGEDDON Non sono come voi trafitto dal vostro moralismo nuoto nudo in questo inferno. Non sono come voi commetto troppi errori e sono troppo sensibile trafitto dai vostri proclami. Non sono come voi che avete tutto e subito e vi basta schiacciare un pulsante per mandare giù il boccone amaro. Non sono come voi, io aspetto seduto sul mio sdraio colorato con gli occhiali da sole e la mia birra che gli angeli suonino la carica per questo nuovo Armageddon. Da IBRIDI DEL SISTEMA – Fabrizio Raccis, Edizioni La Gru, 2015

“È davvero pregevole l'idea di mascherare una rivoluzione con sprazzi di pura poesia, facendola divenire un'arma a doppio taglio efficace e profonda” scrive Francesco De Luca, giornalista romano, che ha trascritto un'introduzione molto acuta sull'opera. Definendo Fabrizio Raccis un moderno Don Chisciotte della Mancia che risponde alla sua chiamata come il più classico degli eroi, in difesa dei deboli, contro i torti subiti dai grandi padroni. E dice: “[..]Ma siamo ben lontani dai romanzi picareschi, e non ci sono più avventure epiche oggi, come se non bastasse questi mulini a vento appaiono di portata colossale!

All'interno del libro non mancano diverse citazioni verso i grandi scrittori che hanno lasciato un segno indelebile nella poesia e nella letteratura contemporanea, come Charles Bukowski o Allen Ginsberg. Quest'ultimo viene citato nella poesia dal titolo “Moloch” sottotitolata “Ad Allen Ginsberg”, dove in un dialogo intimo rivolto al poeta Raccis scrive: “ Guarda Allen\ come continuano a prostrarsi\ al golem di legno\ fanno sacrifici a Moloch\ camminano fra le fiamme\ intrepidi\ e ci lasciano ancora morire\ lasciano che la miseria ci annienti.” E non solo, vi è anche una citazione al celebre Pollock, il grande pittore americano considerato uno dei maggiori rappresentanti dell'espressionismo astratto, con una poesia dedicata proprio alla sua arte colma di tinte forti e vive dal titolo “Un quadro di Pollock”.

LA MORTE SI FUMA I NOSTRI FIGLI La morte si fuma i nostri figli; ha la voce rauca, quando parla. Butta giù qualche frase ed io la metto per iscritto negli spazi bianchi del foglio. Se la ride, ogni tanto quando qualcuno muore in circostanze beffarde. Il suo abito firmato fa invidia un po' a tutti ma lei fa compagnia solamente a chi si rassegna a questo patetico sistema. Poi ritorna dietro l'armadio a riposare le ossa e le ali. Da IBRIDI DEL SISTEMA – Fabrizio Raccis, Edizioni La Gru, 2015

Ibridi del sistema è un libro che nonostante le tematiche riesce a spaziare senza divenire un monologo unico e tronco, è ben organizzato in piccole pillole e racchiude varie tematiche che lasciano diversi spunti di riflessione. Fabrizio Raccis si dipana tra “Intellettuali annoiati” e “Dannati” rendendo evidente il disagio intellettuali e culturale che stiamo vivendo proprio di recente in una delle poesie del libro intitolata “Io non ho una nazione”.

In conclusione siamo dello stesso parere di un altro giornalista, Franco Caligarsi, che ha definito questa recente fatica letteraria del Raccis, “...una raccolta fuori dal comune che sente l'esigenza di usare la Poesia come mezzo di protesta e manifesto verso i poteri forti dando così più potenza alle parole trascritte.”

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Recensione di Fiori dell’anima di Dario Gallo

A scrivere poesia e a parlare di poesia ci si espone, sempre. Chi la scrive si denuda, ammette qualcosa di sé, di intimo e profondo, e chi ne parla testimonia, come portavoce, sentimenti innegabili volentieri taciuti. Non solo, chi ne parla offre una sua versione, che seppur si possa avvicinare molto a quella originale non lo è. Resta una copia carbone, sbiadita, rispetto a quella che conserva il poeta, ed è giusto così. Ed ecco il senso di affrontare la poesia e presentarla ad altri lettori: un dolce rischio. Che si rappresenti in ogni mente in maniera diversa, che sia letta superficialmente, che non sia compresa, che sia fraintesa, snobbata, che faccia male e che faccia bene, anche allo stesso tempo.

Io e l’autore, in questo senso dunque, siamo uniti dallo stesso dolce rischio. I fiori dell’anima è una raccolta poetica di Dario Gallo a carattere romantico. Sebbene la forma metrica non sia quella delle strofe della poesia romantica dell’Ottocento vi si trovano elementi di similitudine. Dario Gallo qui vi attinge, conferendo un carattere fortemente antico ai versi, attraverso la scelta di termini caduti in disuso nella lingua parlata e attraverso un frequente uso del troncamento (in qualche caso abusato o dal risultato cacofonico, Es. “Quel bel ciel”).

Romantica è l’anima di questa poesia, qualcosa che forse nella praticità più recente si è perso, la celebrazione dei sentimenti, puri. Il poeta è spettatore, ciò che ammira è Lei, una Lei sempre diversa, immaginaria in grado di muovere i meccanismi dell’anima. La poesia di Gallo è contraddistinta da un amore immateriale, idealizzato, sempre oltre, che si può cantare e non far diventare una proprietà.

Gioia incontenibile, passione misurata, struggente adorazione, ma anche solchi di tristezza.

Per le vie del tuo viso… era lì che scivolavano le mie dita. Ora è una lacrima a scivolare sul mio viso, a colpire la nostra foto. Poi si dilegua… (Lacrima sulla foto – Dario Gallo)

Per arricchire il canto, il poeta aggiunge molti elementi naturali come il cielo, il mare, gli alberi, un gabbiano. Se da un lato si creano immagini suggestive apprezzabili

Il cielo indorava la scia del tuo passo quando le nuvole, rosee, primaverili fiorivano allo sfumar del giorno… (Angelo senz’ali – Dario Gallo)

dall’altro si ricorre a figure molto, troppo, usate nella poesia che soddisfano l’esigenza estetica ma non quella dell’originalità. Sedici poesie scritte a cuor leggero che sfiorano l’idea di un sentimento irraggiungibile, mai colmo. La sensazione è che, nonostante nei versi prevalga una condizione di serenità vi sia del tormento celato dovuto alla condizione infattibile del compimento dell’amore. Segni, cicatrici quasi nascosti da una pacatezza costante, che è solo una prima pelle. In questa brevità, i fiori dell’anima sono pronti a sbocciare e ad appassire per chiunque voglia viaggiare su questi versi, che vogliono anche essere dei posti.

Il poeta, sognante, non può coglierli ma semplicemente rimirarli per raccontarne ogni sfumatura. Chi racconta vive, e ne ha la prova.

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Recensione di Sei per la Sardegna di Autori vari

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Sei autori (Francesco Abate, Alessandro De Roma, Marcello Fois, Salvatore Mannuzzu, Michela Murgia, Paola Soriga) sotto l'etichetta di Einaudi e uniti da un profondo amore per la loro terra la Sardegna, dopo la terribile alluvione del novembre 2013, che ha distrutto molti paesi, in particolar modo Bitti, si sono uniti e hanno creato una compilation a scopo benefico. Nasce così Sei per la Sardegna, sei personalissime divagazioni letterarie accomunate dall'amore per la propria terra, un'isola, un mondo, un sentire, la "sarditudine".

Apre l'antologia Francesco Abate con Un uomo fortunato, la storia di chi sardo non è di nascita ma lo è voluto diventare di adozione. Abate partecipa all'antologia con questo racconto inedito che è un'elaborazione di un suo spettacolo teatrale che si chiama È colpa tua ed è dedicato alla storia di un bambino escluso, emarginato, per colpa della sua malattia. La storia di Abate, come dice lui stesso nell'incipit, è un piccolo risarcimento , uno di quei rimborsi che solo la letteratura può dare fissando nella memoria comune, attraverso una pagina stampata, sofferenze, ingiustizie, vite incredibili e perigliose (ma sconosciute) che rischierebbero di essere archiviate in un amen e destinate all’oblio. Gabriele, figlio di Anna e Ciccio, trasferitesi in Sardegna per lavoro, è un bambino dagli occhi profondi, brillanti come una buccia di castagna, capelli ricci e neri, così neri da sembrare penne di corvo. La sua specialità era il sorriso, quel fantastico sorriso che ha saputo tenere saldo anche nelle peggiori avversità, capace di far innamorare chiunque lo incontrasse per tutta la sua breve e intensa vita.

Segue E se fosse una malattia? di Alessandro De Roma , un interessante diario di viaggio. La malattia in questione è il turismo una specie di virus che ha contagiato milioni di persone nel corso degli ultimi secoli. Secondo l'autore, infatti, la smania di fotografare e catalogare tutti quei luoghi che visitiamo in fretta e furia, è una malattia dell’anima, un’ingordigia della conoscenza; è soprattutto una malattia dei luoghi. Ci sono posti del mondo che sono diventati la caricatura di se stessi, e dove i viaggiatori sono trattati come mucche da mungere. Viaggiare non è fare turismo afferma e dimostra con convinzione in questo breve racconto lo scrittore. Il viaggiatore De Roma si pone questi interrogativi a Calcutta, una delle città fuori dai circuiti turistici, dove lui è rimasto a vivere per un periodo. Partendo poi da Calcutta l'autore arriva a Machu Picchu, fino a raggiungere il centro e le periferie che conosce: Roma, Torino, Olbia, Cagliari.

L'infinito non finito di Marcello Fois è un accorato canto in otto strofe in cui il finalista del Premio Strega e del Premio Campiello nel 2012, accusa se stesso, spietatamente, per essersi comportato come un turista a casa sua, un traditore verso quella sua terra tanto bella ma tanto martoriata, lui archetipo dell'uomo sardo dopo molto pellegrinare, dopo esseri trasformato in tour operator per gli amici, dopo aver scelto di vivere lontano dalla sua città natale, giunge alla certezza che solo dalla Sardegna bisogna partire, perché questo è il posto giusto, di bellezza violata, di roccia stuprata, d’acqua strozzata nell’arteria di cemento armato. Da qui, da questo centro, ha origine l’infinito non finito…

Il contributo di Salvatore Mannuzzo alla raccolta è un breve libretto per musica Cantata profana che ti riporta alla mente le litanie struggenti e melanconiche delle vecchie sarde, donne minute, rugose, vestite di nere, sedute nei cortili delle loro case rurali a sbrigare le loro faccende. Di fatto, intorno a un morto per soffocamento un giudice, un prete, un medico e un carabiniere s'interrogano e rispondo sulla cattiveria umana, sull'essenza della vita.

Gli ultimi due racconti sono firmati da due donne, scrittrici affermate, Michela Murgia e Paola Soriga. Il contributo della Murgia è un racconto che porta ad atmosfere antiche, a tradizioni lontane, a sacrifici disumani fatti da un padre verso un figlio, all'amore profondo che li lega, al rispetto e riconoscenza del figlio diventato avvocato verso il padre e all'affermazione conclusiva che I figli dei tuoi amici fanno l’unica cosa che gli hanno insegnato i loro padri ed è per questo che stanno appresso alle pecore. Io invece faccio l’unica che volevo fare ed è questo, non le pecore, che fa di me un pastore. Grilli in testa di Paola Soriga conclude l'antologia in maniera. Il breve racconto della Soriga è un inno alle donne, alla lettura, ad avere appunto "grilli per la testa". La giovane protagonista, l'io narrante, ricorda con immenso affetto e gratitudine un'amica della mamma, signorina, che ogni anno il 26 dicembre le regalava un libro, un classico della letteratura mondiale, e come questo fosse visto in famiglia come uno spreco, un'inutilità soprattutto per una bambina che non doveva perdere tempo leggendo, appunto non doveva avere "grilli per la testa".

Approfondimento

Riporto le parole dell'introduzione che spiegano gli intenti dell'instant book e rendono perfattamente l'idea del perchè e di come questo libro sia stato scritto: Dopo tanto silenzio, il fragore detonante degli scrosci di pioggia si è schiantato su una terra che il secco, e l'uomo, avevano radicalmente modificato. Ma, s'abba tenet memoria , l'acqua ricorda, e ricorda dove stava il suo letto nonostante le villette a schiera che gli uomini vi hanno costruito sopra. E ricorda che da sempre, e per sempre, nei casi di piena eccezionale, andava a sversarsi in quelle zone umide che l'uomo ha prosciugato per costruire parcheggi o centri commerciali». L'acqua ricorda, l'acqua sa. E lo sanno anche coloro che senza muovere un dito o urlare il proprio dissenso vedono il loro territorio trasformarsi: gli alberi tagliati, le costruzioni in bilico su costoni fragili come wafer, i letti dei fiumi coperti da cemento, camere stagne e tappi mortali. Così è andata in Sicilia, in Calabria, in Liguria, in Campania, nel Vajont.

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Recensione di La voce dei grandi edifici di Gianni Marchetti

Ho letto con interesse La voce dei grandi edifici, l'ultima raccolta di poesie scritta da Gianni Marchetti, novarese classe '55, un autore che ha già pubblicato due raccolte di poesie in passato, una di racconti e un romanzo molto pregevole dal titolo Salutami Henry Miller, Lampi di stampa, 2013.

È evidente in questa breve silloge (22 poesie) l'ironia selvaggia a tratti isterica di Gianni Marchetti, a partire dal secondo componimento con il titolo Urla, che io per primo definisco uno sberleffo, una leggera macchietta riferita al celebre componimento Urlo (Howl) di Allen Ginsberg, il poeta statunitense, uno dei pilastri della Beat Generation. La cosa mi ha un po' infastidito, ma non voglio fare nessuna retorica, vorrei solo attenermi al mio ruolo di lettore ed estimatore della buona poesia.

Ginsberg esordiva così: “Ho visto le migliori menti della mia generazione / distrutte dalla pazzia, affamate, nude isteriche / trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa / hipster dal capo d'angelo ardenti per l'antico contatto celeste...” Una poesia esplicita e graffiante, forse una delle sue più importanti, un componimento che fu considerato scandaloso per l'epoca a causa della crudezza, al punto che dopo la sua pubblicazione nel '56 venne messo subito al bando per oscenità. Poi rintrodotto in seguito per la valenza in fatto di contenuti sociali importanti.

Piuttosto derisoria invece la versione del poeta novarese, che scrive: “Ho visto le menti migliori della mia generazione / comprare il cd di Atom Heart Mother dei Pink Floyd / vent'anni dopo averlo ascoltato / E urlare di sorpresa...”, e continua “Ho visto le menti migliori della mia generazione / comprare il cd rimasterizzato di Atom Heart Mother dei Pink Floyd / Dieci anni dopo averlo usato come specchietto / Per allontanare ogni uccello dal proprio orticello / e urlare di piacere...”

Due cose mi hanno lasciato perplesso: la prima è la mancanza di riferimento al poeta Ginsberg, tra l'altro prendendo in considerazione che ogni strofa inizia riportando le sue stesse parole Ho visto le migliori menti della mia generazione..., e la seconda sono i contenuti giullareschi del componimento di Gianni Marchetti.

Pensando a un omaggio o all'idea di rendere ancora più moderna la più celebre poesia Beat, se pure in modo ironico, mi sarei aspettato di leggere scintille, parole infuocate, dissacranti ma pur sempre acute e graffianti com'è giusto che debbano essere. Non è stato così... A mio parere il poeta o semplicemente in questo caso il “giocoliere” ha giocato male le sue carte forse calcando troppo la mano e dando poco potere al verso riducendolo poco incisivo.

[…] Non esistono più le lenzuola Crepitanti di fresco Né il freddo invernale Pregno di mistero Né il falso

Né il vero Né il bianco Né il nero Né le mollette di legno Che resistono uguali Nel tempo In televisione trasmettono Gola profonda In edizione integrale Non so neanche su che canale Se lo sapessi Mi ci butterei dentro.   Dalla poesia “Phantasmes”

La sua è una satira che spesso viaggia ai limiti del grottesco. Vero comunque, che allo stesso tempo questo suo umorismo diviene il punto di forza degli scritti, così da ricordare a tratti perfino l'antico “poeta comico” per eccellenza Aristofane (450 a.C.) uno dei principali esponenti della commedia antica, che usava ironizzare come lui sulla società moderna, sulla mentalità dominante dell'epoca, così evidente nei versi di “Riuscire”:

Sono come una ragazza grassa Che decide di mettersi a dieta E riesce a diventare anoressica

Sono come un prete che ha violato una fede E ha deciso di provare E riesce a diventare un'attrazione equestre Sono come il cavallo che ha deciso Di urtare l'ostacolo per orgoglio E riesce a diventare Pregiata carne equina [...]   dalla poesia “Riuscire”

A parte una piccola parentesi iniziale, non c'è nulla da dire sul potenziale spontaneo e sull'immediatezza degli elementi usati nei componimenti di questa raccolta, che a volte sembrano gettati lì con noncuranza.

Resta comunque un poeta fuori dal comune per un economico La Feltrinelli. Regalando così alla collana digitale Zoom un tocco inedito visti i precedenti, e nonostante tutto riporta una ventata fresca in fatto d'intendere la poesia con modi e meccanismi differenti.

Tra i suoi versi viene fuori nitidamente l'animo dalla quale l'autore estrapola gran parte dei contenuti, quello che usa con caparbietà per descrivere e mettere in piedi ogni scenario pungente e giocoso, soprattutto quando leggiamo:

Dunque nessuno sa niente di preciso Tantomeno gli astronomici poeti della domenica

Ma è comunque davvero spassoso Veder volteggiare come stelle filanti Certe parole che cascano immprovvisamente come dalle ripide scale una vanitosa soubrette D'avanspettacolo Circondata da fuggevoli boys. È per questo che alla fine di ogni poesia Mi viene immancabilmente da ridere[...]   dalla poesia “Di qualsiasi cosa parli”

Risulta evidente che spesso la vita ha proprio bisogno di essere presa alla leggera, con il sorriso sulle labbra e un atteggiamento non troppo austero. E io mi domando, sarà così anche per la poesia?

Dopo tutto lo stesso Victor Hugo scrisse: La libertà comincia dall'ironia.

Fabrizio Raccis

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Recensione di Souvenir – unaltrobukowskiwannabe di Mattia Zadra

Souvenir è quello che è rimasto a Mattia Zadra dal suo percorso, quello che ci fa leggere in questo libro in cui mischia racconti brevi e poesie tra loro compatibili, anzi, complementari. Per chi si stesse chiedendo che effetto fa. Ognuno ha i suoi souvenir, il più delle volte li chiudiamo in un cassetto e pace. Zadra invece li affronta, perché i souvenir non sono mica facili per tutto quello che c’è dietro, li respira, li beve, li scrive, li mette al loro posto. Insomma, fanno il loro giro, com’è giusto che sia, ma prima di tornare a casa lasciano segni neri sulla carta.

Zadra si ispira evidentemente al realismo di Bukowski, anche se meno “sporco” e “crudo” del poeta-scrittore innovatore del ‘900. Qualche elemento è preso in prestito, forse, anche dallo stile beat, ma in ogni caso Zadra si discosta da queste due correnti grazie a uno stile personale che definirei sia cinico sia romantico, tormentato. Non disilluso del tutto. Con una sensibilità di fondo di cui non è sempre necessario parlare, che come un interruttore si accende e si spegne. Il senso di estraneità riguardo all’amore, che a tratti emerge, si legge in alcuni versi della poesia Padre Mio:

Nessuna redenzione signore, nessuna assoluzione. Il vostro peccato lo state pagando, avete scelto d’amare, e avete amato la persona sbagliata.

Tracce di realismo ovunque, dicevo, sia nelle descrizioni sia nei concetti, spogliati dal superfluo, nudi e (quasi) crudi. Prendere o lasciare. Ne è un esempio la poesia Sopravvivere:

… È allora che te ne accorgi, che alla solitudine ti ci abitui, ma perché la solitudine ti cambia. Ti affila la lingua, ti avvelena il sangue, e gli occhi con cui vedi non sono occhi normali, sono occhi difettosi, che vedono il mondo per quello che è.

 L’impressione è che Mattia Zadra, raccontando, parlando di sé a cavallo del confine tra realtà e fantasia, combatta con il concetto di scrittore maledetto e con quello di ragazzo con dei sentimenti incompresi. Un accenno di tentativo di fermare i mulini a vento durante una tempesta. Non manca il meccanismo autodistruttivo del vino, che scorre a fiumi, la noia, i ricordi nostalgici, i riferimenti al sesso pacatamente soddisfacente. Non si può valutare quest’opera tralasciando i tratti passionali che la arricchiscono, una sorta di verve “spenta” che illumina egualmente. Con semplicità.

La verità profonda, per fare qualunque cosa, per scrivere, per dipingere, sta nella semplicità. La vita è profonda nella sua semplicità. (C. Bukowski)

 

 Approfondimento 

I racconti sono spaccati di vita personale, o come personali sono presentati, in cui sostanzialmente Zadra visita il rapporto conflittuale con l’amore, suona, si fa aprire e poi esce di nuovo. Una costante è il tema dell’immutabilità delle cose, sebbene non si faccia riferimento al Destino, sembra assodato che con la stessa maniera con cui accettiamo gli eventi e le persone sia anche necessario lasciarli andare. La giostra di sentimenti e di disperazioni-mancamenti nello stomaco sono discorsi muti a parte.

 C’è un cuore da trovare in queste storie, una complicità da mantenere nel modo in cui ci si guarda, c’è il resto da incassare prima di sparire. O se preferite il Souvenir da portarsi a casa.

abc

Cose in versi di Penne Armate

Ieri, 15 marzo, è uscita l'antologia in eBook Cose in versi del gruppo Penne Armate.

Una delle caratteristiche più visibili dell'incontro tra il Web 2.0 e la scrittura è la nascita di numerosi gruppi, collettivi, manifesti poetici e letterari, che si ritrovano non tanto in un luogo fisico quanto in quelli virtuali dei social network o di uno dei numerosi siti che si occupano di poesia.

Si tratta di una variante "tecnologica" del salotto letterario, i cui membri spesso appartengono a più gruppi e ciò favorisce lo scambio di idee, suggestioni, stili. Pur essendo spesso trattati con indifferenza o sufficienza da chi si occupa "seriamente" di letteratura, questi gruppi rappresentano oggi un interessante banco di prova per chi voglia fare qualcosa con le parole, riuscendo in molti casi in quello che alla cultura troppo "imbalsamata" non riesce: produrre novità, ricerca, innovazione.

Tra questi, Penne Armate è emblematico: costituito da numerosi autori, differenti per esperienza, stile, linguaggio, si riunisce attorno ad un gruppo Facebook e ad un manifesto più filosofico che stilistico ("l'antitesi dei collettivi, un gruppo di reparto avanzato, dove si possono trovare poeti, pittori, musicisti, cantanti, scrittori esordienti o già affermati che affrontano il panorama artistico come sbranatori di bellezza"); proprio ieri è uscito, per Matisklo Edizioni, il primo di due eBook antologici: Cose in versi, che raccoglie poesie di ventinove autori appartenenti a Penne Armate (e quindi ventinove stili, ventinove linguaggi, ventinove modi di intendere la poesia stessa) e sarà a breve seguito dall'eBook Cose in prosa che raccoglierà invece racconti.

L'antologia, disponibile sulle principali librerie on-line al prezzo di 99 centesimi, è curata dal poeta cagliaritano Fabrizio Raccis e va ad espandere il catalogo della collana "Scintille" dedicata proprio a testi brevi e nati appositamente per la pubblicazione digitale, vista come una naturale evoluzione della forma del libro e non come un ostacolo al libro cartaceo, essendo i due media per certi versi affini, ma per molti altri estremamente differenti.

Ben lontana dall'essere morta, è proprio grazie all'impegno di scrittori come questi che la poesia oggi sta in realtà nascendo, a partire dai suoi costituenti essenziali: le parole, lo scambio di queste, la condivisione di idee e degli spazi che queste idee sottendono.

Non tenerne conto, liquidare il fenomeno come "gente che scrive sui social", sarebbe l'ennesima variante del rimpianto di un'ipotetica "età dell'oro": che non solo non c'è mai stata, ma è più simile al momento attuale piuttosto che a qualsiasi altro momento del passato.

Acquista l'eBook: www.matiskloedizioni.com/coseinversi/

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Recensione di Florilegio di Selma Meerbaum-Eisinger

1942. Il secondo conflitto mondiale e le persecuzioni razziali imperano e atterriscono. Selma sa che Czernowitz non è più una città sicura pertanto, poco prima di essere deportata in un campo di lavoro, decide di raccogliere le sue poesie in lingua tedesca per lasciare un piccolo ricordo di sé a Fichman, il ragazzo di cui è innamorata. Prende i fogli di carta scritti a mano, li rilega con un semplice cordoncino e li confeziona dietro una copertina rigida, dai motivi floreali. Selma ancora non lo può sapere, ma quelli saranno i suoi ultimi scritti, poiché il tifo la strapperà alla vita dopo soli tre mesi di prigionia.

Questo album, testimone delle gioie e dei turbamenti della poetessa, finisce inizialmente tra le mani di Else, una cara amica di Selma e, solo successivamente, arriva a Fichman. Il giovane ragazzo custodisce il piccolo tesoro per un breve periodo, ma nel 1944, a seguito della decisione di partire alla volta del Mar Nero, decide di riconsegnare l’album a Else. È Reneè, la migliore amica di Selma, l’ultima custode delle poesie e con esse compie un lungo viaggio attraverso la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, l’Austria e la Germania, sino all’arrivo nel 1948 in Israele. Lungamente l’album con la copertina floreale rimane nascosto e protetto, fino a che negli anni ’60 la volontà di testimoniare le tragicità della Shoah crea un forte interesse attorno alla raccolta di Selma. È in questo periodo che viene pubblicata la prima edizione privata di Florilegio, curata dalla stessa Reneè, supportata da un ex professore di matematica di Selma.

È la germanista Francesca Paolino a portare in Italia Selma Meerbaum-Eisinger, pubblicando Una vita, biografia della poetessa e curando l’edizione di Florilegio.

Una raccolta di versi. Una penna giovane, desiderosa di agguantare la vita. Le gioie dell’adolescenza e le indigenze della persecuzione. Tutto questo dietro una semplice copertina a fiori.

Approfondimento

Florilegio viene aperto da un’ampia introduzione curata da Francesca Paolino. Queste prime pagine ripercorrono la vita di Selma, raccontano i viaggi dell’album dal 1942 a oggi e, per finire, forniscono una dettagliata analisi del testo. A questo punto la Paolino lascia la scena, affidando il lettore ai dolci versi di Selma.

La raccolta è composta da 57 composizioni in tedesco - di cui 52 originali delle giovane poetessa - 3 testi in yiddish, 2 poesie di Paul Verlaine scritte in francese come da originale e 1 lirica in rumeno di Discipol Minhea. Nella prima parte di Florilegio le poesia sono suddivise nei seguenti capitoli: Fiori di Melo, Lillà scuri, Astri, Vessilli, Orchidee Esotiche; mentre nella seconda parte in : Fiori di tè, Crisantemi bianchi, Papaveri Selvatici, Papaveri da Oppio. Selma aveva inoltre scelto di intervallare con immagini di dipinti famosi i propri componimenti.

Un percorso tra fiori e colori. L’abbraccio avvolgente di dolci versi. La testimonianza di un’artista che ha smesso troppo presto di scrivere.

Questo è il peggio: donarsi E sapersi di troppo, dare tutto e pensare di scorrere come fumo nel nulla.

(23.XI.941 – Tragicità)

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Recensione di Un quaderno di radici di Tiziano Fratus

Fa un certo effetto addentrarsi in questo Quaderno di radici nel movimento massimo del pensiero poetico naturalistico e innovativo, in un perdersi di tronchi cavi, bocche e mani che si spinano nell'olocausto di parole che Tiziano Fratus traccia a più riprese vagliando gli strati di due tipi di corteccia, la corteccia degli alberi che lui stesso conosce benissimo avendo pubblicato più di 15 titoli legati alla natura e all'identità degli alberi monumentali tra qui “Homo Radix” appunti per un cercatore di alberi(2010) o “il manuale manuale del perfetto cercatore di alberi” (2013), e la corteccia umana di chi vive abitando la carta e la penombra.

Questa raccolta di versi esordisce con degli autoritratti notevoli dove l'autore s'identifica con l'essenza arcana di questi colossi di madre terra, “osserva questi uomini radice/che perdono l'uso della parola,/radicano sul pc e invecchiano[...]” Lui che dichiara nella sua poesia “Autoritratto di paesaggio con gelso” ha cominciato a respirare nel tronco cavo d'un gelso, è divenuto già da tempo un cercatore d'alberi secolari e continua a misurare, censire e fotografare anche con la poesia queste opere d'arte della natura.

Quella di Tiziano Fratus è una scrittura sovraccarica di significati, sostenuta e sensata ma senza mediazioni, che assolutizza il rapporto tra l'uomo e questi esseri arcaici. “Reclamo che il mio peso/ venga valutato in radici” si legge in una delle sue preghiere come un epitaffio per i posteri, coloro che verranno e potranno gustare i suoi testi a percepire non solo tutta la sua verve da navigato esploratore ma anche le sue acute riflessioni lasciate sgranare come un rosario parola dopo parola lungo ogni testo;

VI L'UOMO CHE CAMMINA

L'uomo che cammina non ha ragione per guardarsi indietro. L'uomo che cammina respira, annusa, spilla le dita nell'alveare e lecca il miele. L'uomo che cammina adora le labbra senza trucco, i sorrisi gratuiti raccolti lungo la vita. L'uomo che cammina ascolta il rumore della pioggia, il frantumarsi delle foglie sotto la suola. L'uomo che cammina non ha parole per le polemiche e le ripicche di qualsiasi genere. L'uomo che cammina ritiene grandezza e ricchezza problemi per chi gode di scarsa immaginazione. L'uomo che cammina cammina e basta, vive la vita per quel che è

Alcuni frammenti, gli accostamenti lessicali, le scelte verbali, si amalgamano l'un l'altro ad incidersi nella testa con rapidità già dalla prima lettura facendo emerge tutta la pura forza espressiva di un polso allenato alla versificazione vissuta. Viene descritta quest'indole umana in tutta la sua più cruda limpidezza a volte mettendo in risalto una lucidità brutale che ricorda molto i poemi rivoluzionari di Majakovski, infatti alcuni passaggi come gli haiku, affondano le radici intrecciando il passato con il moderno dando luogo a vere e proprie rivelazioni;

1. HAIKU DEL TRALICCIO Un cappotto marmotta sui polsi e un cappello coda di volpe, i baffi a manubrio scossi alla fermata di Fonte dei Marmi.

Inutile negare, il poeta ama imbrattarsi le mani con questa terra nera, adora sperimentare e stupire i lettori lasciando sul foglio una lirica pulita che allieta, lo stupore privato che si prova solo davanti ad un territorio selvaggio e libero. Leggendo le poesie di Un quaderno di radici di Tiziano Fratus edito Giacomo Feltrinelli Editore in una collana titolata “Zoom” che racchiude in formato digitale testi di altissima qualità, viene all'evidenza la differenza tra chi scrive per passatempo e chi lo fa per pura passione trascinando il lettore al cospetto di un'esistenza che si muove e si esprime nell'umiltà della mente di fronte all'ambiente nella quale si immerge. C'è un verso che chiude una delle ultime poesie della raccolta che dice: ricominciate a sottrarre linfa al buio, parole che confermano la forma mirabile di questi versi, il senso profondo e acuto della poetica di Fratus.

Fabrizio Raccis

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Recensione di Il fico sopra la fortezza di Claudio Damiani

Le poesie de Il fico sopra la fortezza sono semplici e piacevoli. Nonostante non sia un grande fan della poesia, le ho apprezzate. Sfogliando il libro pagina dopo pagina sembra di vedere Claudio Damiani riflettere sulle cose e sugli argomenti che gli vengono incontro, lo si vede andare al supermercato e imbattersi in una cassiera, studiare atomi, passeggiare nel parco e nelle vie della sua città, leggere un articolo di chirurgia o sugli extraterrestri.

La poesia Il fico sopra la fortezza, che dà il titolo alla raccolta ne è l’esempio. Il fico sta in un posto precario, prima o poi verrà tolto da lì, ma intanto si gode la luce e il vento. È pieno di frutti, anche gli uccellini lo vanno a trovare e mangiano ciò che cade tra le pietre. Noi dobbiamo imparare dal fico a goderci ogni istante, a godere di ciò che la vita ci offre.

In un’altra poesia, che mi è piaciuta tantissimo, Claudio Damiani crea un paragone e fa diventare un uomo un soldato. Tutti i giorni quest’uomo indossa un’armatura, ma appena torna a casa la toglie e dorme tranquillo con se stesso. Poi al mattino la indossa di nuovo. È la pubblicità che ci vuole far apparire per quello che non siamo. Sembra che più cose abbiamo più siamo ricchi e forti e invece sono solo pezzi della nostra armatura.

Forse questo è l’unico modo per sfuggire alla morte, argomento predominante in moltissimi pezzi, in una natura in continua evoluzione, e mutazione: il bello è guardarsi attorno e scoprire le piccole cose, anche inaspettate come un fico sopra la fortezza.

Approfondimento:

Le poesie de Il fico sopra la fortezza vogliono “semplicemente descrivere/ quello che vedo, non altro/ non mi interessa inventare/ mi piace camminare/ e mi piace guardare”, come dice Claudio Damiani in un suo pezzo. E infatti usa uno stile semplice, con parole semplici, interpellando soggetti del quotidiano in cui tutti possono identificare le sue riflessioni.

Anna Munaretto

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