Recensione di Guai con le donne di Vincenzo Ardito

La penna di Vincenzo Ardito usa il personaggio di Edgardo per raccontare l´amore e le sue negazioni, dal punto di vista dell´uomo, del single, di chi deve imparare a conoscerne le dinamiche e il senso più profondo da bravo scolaretto. Edgardo ha un bel caratterino, spiccio, ironico e tagliente ma buono. Ma la caratteristica per cui è conosciuto dagli amici è la sua avversione ai rapporti sentimentali. Edgardo è scafato, nessuna donna lo tocca, protegge a dire il vero con tutte le sue forze il suo status di single e prova compassione per tutti gli amici che si son fatti traviare da una donna. Ah, la debolezza! Quasi accerchiato dagli eventi, l´ultimo a essere ancora single, Edgardo stupirà ancora con una rivelazione: cercherà moglie.

 Da questa scelta inizierà il racconto delle vicende di Edgardo, alle prese con la scoperta degli altri e di se stesso, capace di essere protagonista di situazioni grottesche, ilari, assurde, tragicomiche al limite della realtà. Per esempio verrà coinvolto come cameriere in un ricevimento importante, lui che il cameriere non l´ha mai fatto, e farà disperare il direttore e il cardinale ospite della festa con madornali errori che durante la lettura strappano più di un sorriso. Oppure la visita al cugino Pier di Como che lo vuole civilizzare dall´alto della sua borghesia (squattrinata) e presentargli la donna della sua vita. Qui Edgardo farà la corte a una ragazza al telefono pensando che sia un´altra, poi farà la corte anche alla ragazza giusta, ma sarà troppo tardi, per fortuna.

In questo fluido racconto costellato da situazioni davvero divertenti e surreali il lettore segue la ricerca di una probabile moglie compiuta da Edgardo, protagonista indiscusso ed eroe malcapitato e favorito dalla sorte insieme, non senza uno scopo. Se infatti Ardito riesce pienamente nell´intento di intrattenere, portando agli estremi le situazioni e i personaggi, il suo scopo resta quello di lasciare l´impronta di una morale. E qui si torna seri, perché quale che sia il modo in cui si arriva alla verità, con il riso o con il pianto, ciò che importa è saper conservare gli insegnamenti della vita imparati, perché no, anche a proprie spese ma vivendo pienamente. I guai con le donne di Edgardo l´aiuteranno a conoscere meglio l´animo umano, l´avarizia dei ricchi, e la loro convinzione fallace che il denaro possa comprare la felicità, l´amore e le persone. Capirà che la bellezza, anche la sua, non può ottenere tutto ed è destinata a sfiorire, al contrario delle qualità e quindi: essere è più importante che apparire.

E anche riguardo all´amore le cose si faranno più chiare: la felicità non dipende solo da esso ma è una condizione personale e intima che poi si porta fuori, all´esterno e si riflette sulle persone. E quindi la mancanza di una donna nella propria vita non deve per forza essere una mancanza da vivere con sofferenza se si sta in equilibrio e serenità con il proprio io. Questo racconto mi ha piacevolmente sorpreso, occorre qualche capitolo per inquadrarlo, e poi diventa piacevolissimo da leggere d´un fiato. Ardito riesce con una scrittura, che per certi versi mi ricorda quella di Goldoni, a divertire e insegnare, senza esclusione di colpi, a stravolgere l´ordinario e piegare il verosimile in realtà. Asciutto e ironico affronta il grande tema dell´amore con la responsabilità di farsi messaggero della sua essenza attraverso il percorso del suo personaggio-eroe, in grado di stupire e stupirsi, di trovare e perdere, di vivere disgrazie e sorrisi. Perché l´amore è così.

abc

Recensione di L’odore della plastica bruciata di Giovanni B. Menzani

Protagonista assoluta di questa interessante raccolta di racconti L'odore della plastica bruciata è la realtà contemporanea in tutte le sue sfaccettature, fotografata da una penna schietta  e affilata che incide e lascia il segno. Il libro si apre su un breve racconto dall'aria kafkiana che ha come protagonista un uomo travestito da somaro. Quest'uomo lavora sodo, ai limiti dello sfruttamento - come un somaro, appunto - in un frequentatissimo centro commerciale. Completamente nascosto agli sguardi altrui dal suo travestimento, si muove a fatica dentro la pesante struttura di metallo e suda, si sente male spesso e volentieri, accetta gli insulti degli adulti e le risatine dei bambini. In poche pagine, abbiamo il ritratto spietato di una società continuamente in corsa, sempre di fretta tra le corsie dei supermercati, con cartoni carichi di spese - perché le buste sono state abolite per questioni di sensibilità ambientale. Fa sorridere il contrasto tra la presunta "sensibilità" che ha portato la catena di supermercati ad abolire l'uso della plastica e le disumane condizioni di lavoro del "somaro" protagonista e di chi come lui. Già questo primo racconto, lucido e pregno di significato, ci dà un assaggio del personalissimo modus scribendi dell'autore. Dal parcheggio di un moderno centro commerciale ci spostiamo, quindi, nell'appartamento di un'insegnante quarantenne che è invecchiata da precaria ed è già anziana dentro le sue gonne pesanti e con quei lunghi capelli grigi. Vive di supplenza in supplenza e spesso riporta alla mente le parole di una zia acida e zitella che l'ha cresciuta insegnandole l'astio per gli uomini e per la vita. Seduta lì, in una sala affollata in cui non si respira, mi ha ricordato l'Evelyn joyciana che, imprigionata dalla sua città e dalla sua esistenza, non riesce a trovare il coraggio per abbandonare tutto e partire. Poi c'è la badante che, dopo la morte del padrone di casa, viene malamente mandata via dalla famiglia di questi e, subito dopo, una sorta di Grande fratello del precariato che vede i protagonisti del racconto Pollice verso aspettare continuamente il loro momento - il momento della celebrità - per poi lasciarselo scivolare via dalle dita nell'incapacità di affrontare la realizzazione del sogno. Tra case in procinto di crollare e restauri troppo costosi, tra madri stanche ancorate alla televisione e il malinconico ritorno al paese natio, Menzani traccia il profilo di un'inevitabile decadenza che non può che culminare nell'orrore dell'ultimo, terribile racconto.

Come ho scritto nell'incipit del mio commento, L'odore della plastica bruciata è caratterizzato da uno stile sincero che non infiocchetta nulla, bensì abbandona la realtà alla sua crudezza senza mai calcare la mano: non è necessario esagerare, infatti, ché la realtà è già terribile di suo. I personaggi che si rincorrono di racconto in racconto sono accomunati da una sartriana nausea talvolta più esplicita, talvolta nascosta; ognuno di loro sta andando da qualche parte, a partire dalla badante che deve tornare al suo paese per arrivare al "figliol prodigo" del racconto Il vitello grasso, eppure nessuno si sposta mai per davvero. I personaggi restano immobili nel loro tentativo di fuga che, per l'appunto, altro non è se non un tentativo: l'insegnante precaria di A stomaco vuoto non potrà far altro che continuare a sperare in una nuova supplenza, anno dopo anno, così come gli abitanti delle case decadenti di Real estate sanno perfettamente di dover lasciare il loro appartamento ma non si muovono: intanto, aspettano.

Mi ha colpito una coincidenza che, credo, coincidenza non sia: si tratta della presenza di elementi che tornano più volte all'interno della raccolta. Il primo consiste nell'immagine della crepa: presente sia in Crepe che in Real estate, è la rappresentazione plastica della decadenza, il suo concretizzarsi in un taglio nel muro che è precursore del crollo totale. Altro elemento è il ritorno a casa che caratterizza sia Apocalisse in 16:9 che Il vitello grasso. E sullo sfondo di ogni racconto, l'incapacità di esistere appieno, di essere ciò che davvero si desidera essere. Il somaro della prima storia vorrebbe scrollarsi di dosso quell'orribile impalcatura ma non può farlo per contratto, esattamente come il mago di Un brutto quarto d'ora. E' una questione d'istinto: per andare avanti, per guadagnarsi da mangiare, bisogna vivere senza vivere. Sopravvivere. Accettare i compromessi di una società crepata quasi quanto i muri che affastellano i racconti: sempre in bilico, sempre pronti a crollare, con l'umidità che gocciola dalle pareti ché bisogna coprire i muri con la plastica per non nuotare sul pavimento. Infine, quasi come un effetto collaterale, l'incapacità di dire "no". In Carta moschicida e in I fiori appassiti, i protagonisti si ritrovano coinvolti in esperienze che non li riguardano affatto solamente perché non sono in grado di rifiutare, di far valere il proprio pensiero, di imporsi. Si arriva, così, alla crudezza del racconto eponimo, l'ultimo, in cui due genitori impongono ai figli neppure adolescenti la visione di una condanna a morte, quasi in una trasposizione non-cinematografica de Il miglio verde di Stephen King. Seduti in platea, i ragazzini guardano morire i condannati l'uno dopo l'altro, sulla sedia elettrica, e l'odore che si sprigiona ricorda quello della plastica bruciata ma è odore di vita che si spegne e dà nausea, una nausea che ha poco a che vedere con l'intestino quanto piuttosto con lo stomaco morale: la coscienza.

Complessa, articolata e spietata, questa raccolta di racconti è indirizzata a chi ne è protagonista: noi, con le nostre televisioni e le periferie dai muri che crollano, la nostra spettacolarizzazione di ogni aspetto del reale e i cartoni della spesa. L'odore della plastica bruciata é una raccolta in cui ci si specchia distorti, ma solo per cercare di trovare, in quella distorsione, la lucidità e il coraggio per riconoscersi.

abc

Recensione di Sto bene. E’ solo la fine del mondo di Ignazio Tarantino

Sto bene. É solo la fine del mondo di Ignazio Tarantino presenta due protagonisti principali che s’incontrano, si scontrano e infine si perdono in un elettrico rapporto di attrazione/repulsione. Il primo è Giulio, un ragazzino che vive con i suoi quattro fratelli in una famiglia tiranneggiata da un padre spesso ubriaco che picchia e maltratta la propria moglie. La seconda protagonista – ma non meno importante – è la Società. Per “Società” si intende una comunità di uomini, donne e bambini accomunati dallo stesso credo religioso e dunque da una fede incrollabile che li porta a confidare nella fine del mondo per poi sperare nell’avvento di un mondo migliore.

Quando due Sorelle Spirituali della Società bussano per la prima volta  alla porta di Giulio, lui è ancora un bambino, sua madre ha un livido sospetto sulla guancia e il Cuore di Gesù è ancora sul muro. La madre di Giulio, pur essendo cattolica, accoglie ugualmente nella sua casa le due Sorelle e, dopo qualche tempo, inizia a vedere in quei libri colorati e nei volantini una nuova speranza di salvezza. Così, il passaggio dal Cuore di Gesù alle gonnellone e ai nuovi testi sacri è breve. Da questo momento in poi il mondo finisce davvero, ma solo per Giulio. Crolla l’universo da lui conosciuto e, improvvisamente, non può più correre in strada e giocare coi compagni di classe perché sono “infedeli” e non può neppure festeggiare il Natale  o un semplice compleanno. L’infanzia, ossia il periodo più allegro e colorato dell’esistenza umana, diventa per il protagonista un continuo tormentarsi su ciò che sia lecito o meno fare, sulle persone da frequentare, su quelle da evitare. La madre e le sorelle, sempre più prese dalla loro fede (per non dire invasate) si aspettano da lui il massimo rispetto della Società e delle sue leggi e Giulio, pur tra mille dubbi, accetta. Divenuto ormai ragazzo, Giulio dovrà affrontare il più arduo dei compiti: respingere, per rimanere fedele alla Società, l’amore di Sara, l’unica “infedele” che ha accettato la sua diversità per essere al suo fianco, nonostante tutto.

Ciò che è davvero pregevole, in questo romanzo, è l’approfondimento psicologico dei personaggi. Anche quando l’autore sceglie di non spendere troppe parole in merito (è il caso dei fratelli Lorenzo e Maria), il lettore è ugualmente in grado di cogliere le sfumature del loro carattere, i loro dubbi più profondi, il tormento interiore. Tutti i personaggi, anche i secondari, sono perfettamente inquadrati nel loro contesto e ognuno contribuisce ad arricchire (ma anche impoverire, in molti casi) la vita del protagonista.

Profondo è il senso di denuncia che traspare da queste pagine. Infatti, benché l’autore non indichi mai espressamente il tipo di religione di cui si parla, offre ugualmente al lettore un’aspra critica di quelle sette che sottraggono al credente la libertà di esprimersi, esplorare, conoscere, amare. Il messaggio è chiaro: nessuno, neppure una madre sofferente e stanca, ha il diritto di imporre alla propria famiglia un credo religioso né, tantomeno, di sottrarre ai propri figli la gioia incosciente dell’infanzia.

Passando agli aspetti negativi del romanzo, devo ammettere di non aver apprezzato la prima metà del libro che mi è sembrata molto lenta. La metafora esatta è quella del decollo: per un centinaio di pagine, il libro viaggia in piano senza mai staccarsi dalla pista e il lettore inizia a chiedersi quale sia il punto finché poi, improvvisamente, non decolla (un po’ tardi, ma decolla).

Lo stile è fresco, pungente, velato di un’ironia che non guasta e che aggiunge sale al romanzo. Considerando che la storia narrata trae ispirazione da una storia vera e che l’autore è al suo esordio letterario, non posso che consigliare questo libro malgrado i suoi piccoli difetti. Ignazio Tarantino, trentanove anni, pugliese, ha molto in comune con Giulio: l’incubo soffocante del proprio credo religioso, i dubbi, il travaglio interiore del non saper più distinguere il giusto dallo sbagliato e, soprattutto, il dolore del dover abbandonare la propria famiglia per ordine di una setta. Tarantino ci racconta tutto questo e ci invita a tenere gli occhi aperti: tollerare sì, credere anche, ma vigilare sempre e comunque, perché nessun dio potrebbe mai chiederci di non amare, di rinnegare la nostra famiglia e, ciò che è ancor più grave, di rinnegare noi stessi.

abc

Recensione di Le cose come stanno di Tina Caramanico

Il nostro tempo con le sue contraddizioni e le sue piccole grandi crisi, con i suoi affetti in decomposizione e i suoi antieroi: è questo il fil rouge dei racconti di Tina Caramanico.

Ciò che è realmente originale, in questa raccolta, è il punto di vista. Ogni storia – quella di tata Elena e del suo bambino lontano, di zia Amalia e del suo amore mancato, sino all’armonia dell’ultimo racconto – è una prospettiva in cui il punto di fuga è sempre lì dove non te l’aspetti.

Molteplici i temi trattati, ognuno dei quali s’inserisce come un mattoncino Lego nel grigiore di un’umanità che nasconde il proprio dolore e vive di fretta, macinando giorni e anni nell’inseguire il proprio inevitabile destino. Leggendo, ho avuto l’impressione che i leitmotiv della raccolta fossero due: la lontananza e la paura. Entrambi trovano frequentemente espressione nella storia di una maternità mancata o vissuta dolorosamente o non vissuta ancora. Il primo racconto vede contrapporsi sullo stesso piano l’amore arido e scostante che una madre prova per suo figlio e quello totalizzante della tata Elena per lo stesso bambino, così struggentemente simile al figlio che ha dovuto lasciare in patria. Lo stesso tema torna anche nel racconto Sotto la neve e, non a caso, il titolo dà avvio alla storia di due maternità “congelate”: il dolore e l’inevitabile rabbia di una donna nei confronti della giovanissima figlia che ha appena attraversato l’inferno dell’aborto e che tuttavia è ancora una bambina, con le sue canzoni nell’iPod e i pesciolini rossi nella boccia di vetro. E’ madre anche Alessia, protagonista dell’omonimo racconto: in queste pagine emerge in particolar modo il tema della paura, vissuta da una futura mamma che, dopo aver già subito un aborto spontaneo, teme di perdere nuovamente il suo bambino. Paura legittima, questa, che si lega inevitabilmente all’egoistico timore di “non essere all’altezza”, di non poter dare un figlio all’uomo che ama, di non potersi considerare donna a tutti gli effetti. La Caramanico espone qui un tema di grandissima attualità, recentemente riportato alla luce anche da Simona Sparaco nel suo romanzo Nessuno sa di noi.

Uno dei racconti più interessanti e narrativamente ben congegnati è Zia Amalia e le zitelle. Delicato ed elegante, mette in risalto da un lato l’atteggiamento sprezzante di chi è “costretto” ad accogliere in casa una parente che non ha una famiglia tutta sua, e dall’altro l’affetto genuino della voce narrante per questa zia sui generis. Zia Amalia, infatti, non ricorda nemmeno alla lontana il classico stereotipo della “zitella” acida: lei è sempre di buonumore, carica di energie e di quella che amo definire gioia riposta. Per “gioia riposta” intendo un vero e proprio arsenale di felicità in pillole realizzato con fatica negli anni malgrado tutte le difficoltà e nonostante quel “grande amore” che zia Amalia ha conosciuto, una volta, e che ha poi perso nello svolgersi degli anni, nessuno sa come né perché. Zia Amalia è uno dei pochi personaggi realmente positivi della raccolta, forse l’unica vera “eroina”: lei che non ha mai chinato il capo davanti a niente, nemmeno di fronte all'amore quando le ha voltato le spalle.

Nella vita, Tina Caramanico è poetessa, narratrice e insegnante: tre elementi che caratterizzano distintamente la sua raccolta di racconti. E’ poetessa nello stile, così musicale e lieve, che non stanca e non annoia; è narratrice nei cambiamenti di prospettiva e nell’originalità dei punti di vista; infine, è insegnante perché solo una persona che trascorre le sue giornate a contatto con i ragazzi può comprendere le sfumature del loro vivere quotidiano e i piccoli grandi dolori che portano sulle spalle insieme agli zaini colorati.

Le cose come stanno è una raccolta che merita di essere letta. Un unico neo è forse rappresentato dalla presenza decisamente sporadica della speranza ma – bisogna ammetterlo – questo è un neo del nostro tempo e non è una colpa da imputare all’autrice. Anzi, leggere questo libro potrà aiutarci a riflettere sullo stato reale delle cose, per poter cambiare il verbo del titolo da uno spietato presente a un “le cose come non saranno, perché cambieranno in meglio”.

Bianca Rita Cataldi

abc

Recensione di Volare sott´acqua. Racconti per chi non ha tempo di leggere di Fabio Lubrano

E dire che io, con le raccolte di racconti, non sono mai andata d’accordo. Eppure eccola qui, l’Eccezione. L’Eccezione è questo snello volume di Fabio Lubrano, questa poesia in prosa che ci accompagna per centocinquanta pagine alla scoperta di qualcosa che abbiamo dimenticato: la tenerezza. Il primo racconto – quello che dà il titolo alla raccolta – richiama il meraviglioso Storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Luis Sepulveda: c’è Ciro il passerotto ferito, e poi ci sono lui e lei.

Lui e lei sono Gianni e Silvia, si sono incontrati un giorno per caso in un parco mentre lui leggeva seduto alla sua solita panchina e lei sussurrava parole dolci a un passerotto in una scatola. Iniziano a vedersi tutti i giorni, a parlare di tutto, a dividersi la vita anche se solo per pochi minuti. Silvia desidera che Ciro ricominci a volare al più presto; Gianni, no. Gianni sa che il giorno in cui Ciro spiccherà il volo sarà anche l’ultimo in cui lui e Silvia si siederanno insieme su quella panchina. E’ questo che pensa Gianni, lui che non ha mai volato per davvero. Lui che, come un pinguino, vola sott’acqua e non ha mai toccato le nuvole.

Il racconto di Gianni e Silvia, il loro sfiorarsi per poi mancarsi, inaugura una raccolta nella quale Lubrano riporta alla luce lo straordinario che è nel quotidiano. Tra i tristi ricordi evocati da un paio di scarpe del supermercato e la “pianta delle fidanzate”, tra conigli parlanti e discussioni filosofiche intorno a una camicia azzurra, il lettore ritrova se stesso, gli angoli bui della propria coscienza, le domande più intime e profonde alle quali non sa darsi una risposta. Emerge, da questi piccoli gioielli narrativi, l’immagine realistica e tridimensionale dell’uomo contemporaneo con le sue crisi esistenziali, le sue nevrosi, le sue paure quotidiane. Una collezione di storie legate tra di loro da una penna che sa essere ironica e spietata, ma che nasconde lo sguardo indulgente che un padre riserva ai propri figli nel riconoscere la loro fragilità.

In conclusione, Volare sott’acqua è un libro da consigliare per scorrevolezza e sobrietà stilistica nonché per quell’umorismo malinconico che ci fa ridere e, al tempo stesso, ci costringe a riflettere.

abc

Recensione di Fiction di Giulio Mozzi

È insensato che io muoia. Non mi faccio uccidere. Ho ancora tempo. Troverò qualcuno. Vado via.

Sedici racconti in parte scritti e in parte scelti da Giulio Mozzi, il più inquietante autore di narrativa, sperimentatore e inventore di progetti di narrativa, che si possa incontrare in quest'epoca, tutti e sedici avvolti dalla tipica ambiguità tagliente di questo autore, dal suo realismo impressionante, dalla sua scioccante forza narrativa capace di trasformare in racconto, in Fiction, appunto, qualsiasi cosa che possa essere scritta.

Storie vere scritte come se fossero fantasie, storie di fantasia i cui protagonisti sembrano essere reali, personaggi che a loro volta diventano autori e firmano loro stessi una storia... Un andamento a catena, quasi concentrico, dove spesso alle storie si accompagnano commenti, lettere, appunti, testimonianze, note a margine. Un'esperimento di scrittura, più che una racconta di racconti, una serie di esercizi di stile talvolta estremi, quasi crudeli, dove narrativa e verità si alternano fino a far perdere completamente ogni punto di riferimento.

Omicidi che confessano le ragioni dei loro delitti, altri omicidi che li confessano in parte, o li nascondono dietro a lunghi intrecci noir, aspiranti suicidi che si annunciano in tono di minaccia o di disperazione, un figlio che cerca di comprendere e sminuire di fronte ai giudici il delitto commesso vent'anni prima dalla madre, una strana setta "alimentare" che combatte la globalizzazione con l'arte, la visione allucinante di una scena sospesa tra l'horror e la mitologia... Storie d'amore e di morte, di verità e di finzione, storie realmente accadute, fatti di cronaca la cui crudeltà di sfondo rende simili alla trama di un racconto, accompagnati da documenti che ne svelano i risvolti più folli e diabolici, quasi una sorta di "racconto nel racconto".

Un maestro della narrativa, sicuramente, ma soprattutto un maestro nel rendere appassionante come un racconto, forse con una nota di sadica perversione, quanto di più spaventoso e anomalo avvenga nel corso della nostra vita.

abc

Recensione di L’isola e altri racconti di Giani Stuparich

Ma era come gridare nell'acqua; neppur l'eco della sua stessa voce gli giungeva di ritorno. Il terribile buio che aveva inghiottito i suoi amici taceva.

Nato a Trieste nel periodo astroungarico, Giani Stuparich inizia a scrivere già da studente, frequentando a Praga Scipio Slapater e gli intellettuali triestini, e manifestando nel contempo una chiara ideologia irredentista. Nel 1915 quando, dopo il delitto di Sarajevo, l'Italia entra in guerra, Stuparich diserta dall'esercito austriaco, passa il confine con un passaporto falso, e si arruola volontario sul fronte italiano.

Da questa esperienza ha origine Guerra del '15, il racconto più lungo della piccola raccolta L'isola e altri racconti, un diario dove l'autore narra il suo lungo percorso di guerra da Roma a Udine, nelle trincee del Friuli, da giugno ad agosto, fino alla Rocca di Monfalcone. Il diario di guerra di Stuparich è più una raccolta di sentimenti personali che una cronaca, alle scene d'azione della battaglia spesso viene sovrapposto un succedersi di emozioni e di sensazioni provate dall'autore, all'epoca giovanissimo e per la prima volta impegnato al fronte: la malinconia, profonda, inconsolabile, l'intensa nostalgia per la casa e la famiglia, la consapevolezza della propria fragilità, la paura. Attraverso queste annotazioni, compare non solo il senso di angoscia vissuto da Stuparich, e da tutti i soldati italiani, ma anche il loro improvviso, e drammatico, passaggio all'età adulta, con quell'introspezione che è caratteristica degli autori triestini.

Un'angoscia comunque presente anche ne La Grotta, dove il giovane protagonista si ritrova a vivere da solo un'avventura dal finale tragico, o ne L'isola, in cui l'autore assiste, impotente, all'inevitabile declino fisico del padre. In tutti i racconti di Stuparich, dai ricordi di guerra alle brevi narrazioni fotografiche, ricche di espressioni dialettali, dei Ricordi istriani, permane sempre quest'atmosfera di giovinezza mancata, di adolescenza malinconica, di lacrime appena trattenute, di nostalgia per qualcosa che a volte è andato perduto e a volte non accade mai.

Grande intellettuale e grande autore, Stuparich lascia in ogni riga dei suoi scritti il sommesso dolore dell'addio e la sottile seduzione dell'ignoto, racchiuse in quella splendida cornice che solo gli scrittori dell'Istria sanno creare.

abc

Murales di Fabio Pinna, Marcello Murtas e autori vari

“Ogni murales può essere il racconto di una vicenda umana, ogni vicenda umana può essere raccontata attraverso un murales”: così recita il sottotitolo di questa raccolta di dieci brevi racconti dal carattere ironico e umoristico. È un tuffo nel mondo dei ricordi e, finalmente, lasciarsi cullare per entrare in una dimensione che è appunto “fuga nel ricordo”, accertamento dello scorrere inesorabile del tempo, nostalgia del lento naufragio al quale dobbiamo soggiacere, eppure sono sempre presenti forti legami tra l’osservazione della realtà odierna e la visione sognante e divertita del bel tempo passato.

Sono dieci frammenti d’un mondo semplice, recuperi della memoria, simboli che mettono in evidenza un uomo che tenta di rappresentare se stesso e il suo mondo senza finzioni: un “evaso dal carcere della realtà” che guarda la vita di tutti i giorni con uno sguardo ironico per far nascere un sorriso; un uomo che vive da solo, estroverso e timido, comprensivo e menefreghista; in attesa di ritirarsi a fare il pirata forse per custodire un immaginario tesoro.

Non mancano alcune riflessioni esistenziali dove emerge la passione, la fantasia, una gioiosa voglia di vivere nonostante le ferite dolorose che hanno segnato la pelle e poi l’interrogativo sul significato del “nostro vivere”. Aspettando il tostapane che consente di chattare tra una spalmata di burro e l’altra senza perdere, neanche per un istante, il contatto con l’amica o l’amico del cuore on line, pare non rimanga altra scelta che rassegnarsi e diventare demente.

 
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Il contatto emotivo deflagrante è ormai archiviato come il sangue e il sudore. Una umanità surgelata e pronta a passare allo stato vegetale, continua a sopravvivere, pallide controfigure di esseri umani: aria malsana e irrespirabile, i sogni nascosti si vendono sottobanco, il tradimento e la falsità sono la consuetudine e, per i propri interessi, ci si può adeguare a tutto.

In un mondo dove tutto è ormai menzogna, dire la verità non ha più nessuna importanza: è fiato sprecato, perdita di tempo, autoconfessione delirante. E, come scrive Fabio Pinna, meno male che “non servono buoni motivi per essere felice, ne basta uno per non essere triste”.

Massimiliano Del Duca

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