Categoria: Calcio e Acciaio

Recensione di Calcio e Acciaio, dimenticare Piombino di Gordiano Lupi

Dimenticare Piombino, una quasi città con la sua storia di acciaierie e tifo che scendono fino al mare. È ciò che non farà Giovanni piccolo eroe sportivo che dal calcio di Piombino arriverà all'Internazionale di San Siro per tornare a vestire una casacca nerazzurra che però pesa di più.

Giovanni è l´ultimo erede di una stirpe di campioni, cresciuta sotto il sole dello Stadio Magona, all´ombra dei pini marittimi e dei pitosfori profumati di salsedine nel golfo di Baratti. Per questo è tornato a casa. Ritrovare i luoghi dove è cominciato il sogno e accorgersi che non sono cambiati. (Calcio e Acciaio - Gordiano Lupi)

Il successo è una dipendenza, specialmente per le nuove generazioni, ma non lo è stato per Giovanni, piedi per terra e non solo in campo, della vecchia scuola, dove si predicano sacrificio e rinunce, rigore e professionalità per potersi esprimere ai massimi livelli.

Sarà che Giovanni ha avuto una sola cosa dalla vita tra quelle che ha amato, ed è il calcio. I dribbling, lo scatto, l'odore dell'erba, il rumore dei tacchetti nel tunnel dello stadio, le sfide. La sua è una storia che inizia come tante, rappresenta il sogno, la voglia di rivincita della sua famiglia per lui ancora prima che per se stesso. Quella voglia di farcela indispensabile che separa un futuro campione da un rassegnato. Il padre di Giovanni lavora in acciaieria, fa i turni, si spacca la schiena, guardando suo figlio gli dice “ tu non ci devi finire a lavorare là”. È una speranza, una specie di promessa, la spinta a un sogno. Il nonno di Giovanni invece conosce la guerra e conosce l'America delle opportunità, da emigrato pieno di speranze. Se ha imparato qualcosa dalla vita questo è sognare, nel senso più pieno di credere, e questo insegnerà al giovane nipote, giorno dopo giorno. Che le cose impossibili sembrano, ma finiscono per non esistere. E resta una realtà tutta da fare.

“Ci sono stati tempi duri. Non ho fatto altro che sognare”, rispondeva. “E hai realizzato quei sogni?”. “No. E neppure vorrei”. “Perché, nonno?”. “Non potrei vivere senza sogni”.   (Calcio e Acciaio - Gordiano Lupi)

Giovanni non è il classico calciatore, si interessa di cinema, legge, scrive lettere d´amore. Ha vissuto il suo sogno, ora ha concluso la sua carriera da professionista nel Piombino, società che l´ha lanciato, vive in una bella villa al mare con la madre vedova e per non fare a meno del calcio allena. Proprio il Piombino, i cui campionati esaltanti sono soltanto nei ricordi di qualche vecchio, tra giovani promesse e scarpe da appendere al chiodo. L´universo che ruota intorno a Giovanni è legato al calcio, il Presidente, i suoi colleghi, i giocatori, l´amico Paolo arbitro che lascerà il calcio per sposare una ragazza cubana (eh sì, Lupi trova un angolino per descrivere la sua amata Cuba), e il gruppo di mezza età composto da divorziati e soli, tra cui Cinzia, compagna abituale in una storia in cui il sesso prova senza successo a coprire la solitudine. Giovanni è tornato, è nella sua città, la respira e ricorda, la scruta e ricorda, la cammina e ricorda. Tutto il romanzo è un processo di riappropriamento di cose lasciate a metà: un amore di gioventù, il proprio padre, le esultanze al Magona. Ora il suo mestiere non è più fare gol, è cercare per trovare una vita propria lì dove le cose non sono più come una volta, dove il calcio e le persone non lo sembrano neppure. È far vivere a qualcun altro il suo sogno. Una narrazione impregnata di dolce nostalgia in cui il calcio è una malattia che ti allunga la vita. Il miglior tempo perduto è lì, sono quei dubbi che ti vengono in mente solo quando non sei più così giovane, e ti sembra di non avere poi così tutto quel tempo.

Le acciaierie forse chiuderanno, lo stadio Magona si lascia consumare dal tempo e dimenticare dai tifosi che hanno l'abbonamento al calcio in tv. Questi due simboli della prosperità di Piombino sono in difficoltà, sono i tempi che cambiano e noi con loro. Ma Giovanni non ci sta, aggrappato al suo rettangolo verde mette i sogni in campo, incita i ragazzi, vive per la prossima partita.

E poi c'è l´amore, che di regole precise non ne ha, e che forse non è mai stato così importante come il calcio. È stato sacrificato, come altro del resto, per nutrire i sogni e destinato ai rimpianti. Che poi l´amore c'è, ma bisognerebbe trovare un modo per farlo uscire fuori, per sentirsi fragili una buona volta, davanti a una madre che non avrai sempre, davanti a una ragazza, Cinzia, che non aspetta altro che essere importante. Giovanni ha ottenuto ciò che voleva, ma non si ottiene mai veramente tutto. Qualcosa resta fuori. E questo qualcosa non torna più. Questa è la malinconia di Calcio e Acciaio, presentato al premio Strega quest´anno, storia di calcio certo, ma anche storia di rimpianti, di ricordi, del cambiamento repentino della società, storia di valori e scorci, deliziosi, che restano di una Piombino più forte del tempo.

Fondamentale in questo romanzo è la costruzione introspettiva del personaggio la cui narrazione supera il periodo delle vicende narrate al presente stesse, la storia in fondo è uno spaccato, non pretende di essere inizio o fine. In questo Gordiano Lupi è stato molto efficace, riuscendo a delineare il personaggio in maniera molto precisa attraverso pensieri e ricordi, luoghi e immagini, talvolta ricorrenti, altrettanto precisi capaci di ricostruire perfino quel tempo che non c'è più facendolo vivere al lettore. Una scrittura suadente, dai tempi dosati, molto descrittiva. Che quando descrive Piombino si esalta regalando ad angoli di terra e mare una magia che non può lasciare indifferente il lettore.

Quando ho saputo di Calcio e Acciaio ho chiesto a Gordiano Lupi di mandarmi una copia del suo lavoro, perché non ho mai letto niente di suo, perché amo il calcio, oltre che – perdutamente – i libri. E mi son sembrati buoni perché. Ringrazio Gordiano per il dono, perché il valore di certi libri non è quello commerciale, non è la carta e la copertina e l´inchiostro, ma è la magia delle storie che vi sono racchiuse. Quei libri che vorresti non finissero mai.

Una storia che ci insegna che “c’è sempre un sogno per cui vale la pena lottare”. Magari non è in campo la Domenica, è tra le strade della nostra città, nelle nostre vene, nei nostri pensieri, nel cuore di qualcuno che lo conserva per noi. Noi forse saremo quelli che un giorno ricorderemo quale è stato. Magari ne parleremo seduti al bar parlando anche di calcio. Perché “parlare di calcio è inutile ma quanto ci piace”…

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Calcio e Acciaio, Gordiano Lupi ci racconta Piombino, il calcio e l´amore

Dal premio Strega 2014, alla fiera del libro di Torino, alle librerie. Una bella storia che sta facendo parlare di sé. Parliamo di Calcio e Acciaio di Gordiano Lupi, traduttore, scrittore e editor de´Il foglio letterario.

Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino racconta con amore e nostalgia una storia ambientata in un suggestivo spaccato maremmano.

“Aldo Agroppi era amico di sua madre, viveva in via Pisa, un quartiere di famiglie operaie, case bombardate durante la Seconda Guerra Mondiale, tragiche ferite di dolore, macerie ancora da assorbire. Giovanni ricorda una foto di Agroppi che indossa la maglia della Nazionale, autografata con un pennarello nero. Era stato proprio Agroppi in persona a dargliela, all’angolo tra corso Italia e via Gaeta, in un giorno di primavera di tanti anni fa, dove la madre del calciatore gestiva una trattoria, un posto d’altri tempi, dove si mangiava con poca spesa. Giovanni era un bambino innamorato dei campioni, giocava su un campo di calcio delimitato dalla sua fantasia, imitava le serpentine di rombo di tuono Gigi Riva, i virtuosismi di Sandro Mazzola, le bordate di Roberto Boninsegna, le finte dell’abatino Gianni Rivera e la vita da mediano di Aldo Agroppi, cominciata a Piombino e conclusa a Torino”.

calcioeacciaiodefinitivaDopo tanti anni Piombino era ancora una volta il centro del suo mondo. Lo Stadio Magona aveva preso il posto di San Siro, le duecento persone domenicali che seguivano la squadra locale erano il suo nuovo pubblico, anche se i dribbling si facevano sempre più rari e le azioni più lente. Giovanni si preparava con scrupolo alle gare, spingeva i giovani a dare il meglio, insegnava, come un allenatore in campo che dispensava anni di esperienza”.

“La nostra cultura era quella del flipper con i record segnati con la penna biro, del calcio balilla con i vecchi calciatori decapitati e anneriti, dei primi videogames artigianali che si facevano strada. Non solo. Era la cultura del cinema con il doppio spettacolo domenicale e la signora che vendeva manciate di semi per poche lire. Era la cultura del campino sterrato della parrocchia, dove sognavamo di emulare Mazzola e Rivera. Era la cultura dei nonni che raccontavano le fiabe tenendoci per mano nelle giornate di vento”.

“Canali di Marina dove gettare una lattina di birra o le finte teste di Modigliani, emulando i cugini livornesi dopo una scorribanda tra amici. Scogliere di Fosso alle Canne, la luna a picco su una casa diroccata che sembrava uscita dai versi di Montale, io che recitavo La casa dei doganieri, la casa della mia sera, con la tua mano stretta nella mia e aspettavo un bacio, un segno che tutto sarebbe andato bene, che non mi avresti lasciato. Nottate di libeccio con il mare che superava la balaustra in ferro battuto del Porticciolo e bagnava le mura del vecchio ospedale. Maestrale che pareva uscito da un quadro di Fattori, mentre in Cittadella mi fermavo a guardare il mare in attesa di un bacio dalle tue labbra inesperte e tremanti, quasi come le mie”.

“Soltanto a Piombino ho visto case per gli operai costruite sul mare, acciaio e salmastro cercare una strada comune, lottare per fumo e pane, ma anche amore per il mare, per scogliere incontaminate, per golfi e calette misteriose che danno riparo al sole. Sarà per questo che ho scelto di tornarci. Forse mi sento figlio di tante contraddizioni”.

Il libro edito da Acar Edizioni ha 200 pagine e un prezzo di 15 euro. Acquista su ibs.

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