Recensione di Il diario di Eva di Mark Twain

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Eva, incantevole e sensibile creatura, racconta il periodo immediatamente successivo alla sua nascita. La seguiamo nei giardini dell’Eden, quando scopre l’incanto dello spettacolo della natura che la affascina e la cattura in modo totale. A lei Twain affida la conoscenza, a lei il compito di dare i nomi alle meraviglie del mondo, a lei l’invenzione del fuoco, a lei la scoperta dell’amore. L’incontro-scontro con Adamo, il loro scrutarsi e conoscersi da lontano, inseguirsi, spiarsi, procedere separati o a tratti insieme, ripete il cammino faticoso che l’uomo e la donna, da secoli, percorrono insieme. Adamo è rude, taciturno, insensibile alle attenzioni della giovane, poco amante dell’igiene, disinteressato allo spettacolo della natura, del cielo stellato, della Luna che invece esercitano grande fascino sulla romantica e curiosa creatura. Eva ripetutamente si chiede: Perché sono innamorata di Adamo? Che cosa mi attrae di lui?. Sembra di udire la voce della maggior parte delle donne che all’unisono, insieme a Eva rispondono: “Perché è unico! Perché è maschio!”. Nelle dodici pagine del racconto, Mark Twain traccia le caratteristiche differenti dell’uomo e della donna, le sensibilità e i modi di essere opposti, le incomprensioni tra mondo maschile e femminile, con evidenti e chiare analogie con le coppie di oggi. Solo che Mark Twain l’ha scritto un secolo e mezzo fa, nel 1883.

Con acutezza, Il diario di Eva è stato paragonato al sofisticato Io e Annie di Woody Allen. È in realtà un indovinato e felice accostamento: minuzioso, puntiglioso, il dialogo a volte si fa aspro, pur nella sottile ironia che l’autore maschera ponendo l’occhio ossessivamente su Eva, che parla, parla e Adamo che si sente e si mostra sempre più infastidito. È davvero una scrittura, o meglio una sceneggiatura alla Woody Allen, abile nel cogliere il muro di incomprensioni e di diversità tra i due sessi, capace di ironizzare sottilmente sul romanticismo delle donne che, come dice Adamo, sono capaci di farsi seguire da ogni tipo di animale, anche dai più mastodontici che seguono Eva come cuccioli. Ci vorranno anni e, a sorpresa, Adamo sulla tomba di Eva, scriverà Ovunque lei sia stata, quello era l’Eden, svelando la vena poetica e tutto il suo amore.

Approfondimento

La raccolta comprende il primo scritto di Mark Twain La famosa rana saltatrice della contea di Calaveras, storiella scherzosa e senza pretese. Racconta di un uomo, Jim Smiley, accanito scommettitore che impiega tre mesi per addestrare un ranocchio nell’eseguire ogni tipo di salto. Sicuro dell’abilità del suo allievo, va in giro a sfidare chi gli capita a tiro e così facendo accumula discrete somme di denaro. Un giorno, però, si imbatte in uno più furbo di lui che, a sua insaputa, fa ingoiare al ranocchio una quantità spropositata di pallini da caccia e finalmente gli fa perdere la scommessa. Jim Smiley se ne accorge quando è ormai troppo tardi per acciuffarlo. Dei dieci racconti che costituiscono la raccolta, quello che per me è da considerarsi di un certo interesse è Cannibalismo in treno, storia di un uomo che in treno racconta a un viaggiatore seduto accanto a lui un’avventura terribile di cui tempo addietro era stato protagonista. Questo attempato signore, membro del Congresso, racconta che durante un viaggio in treno alcuni uomini, tra cui lui, sorpresi e bloccati per giorni da una terribile tempesta che li isolò dal mondo, decidono di scegliere chi fra loro può essere un pasto capace di sfamare tutti. E poiché la tempesta non accenna a placarsi, e nessuno li cerca, man mano i passeggeri più in carne diventano il pasto degli altri. La descrizione è minuziosa e inquietante tanto che, quando finalmente, pur non avendo finito il racconto, l’uomo scende dal treno, l’altro tira un sospiro di sollievo. Il capotreno, però chiarisce che quel viaggiatore ha veramente vissuto un’avventura terribile a causa di una tormenta di neve e per questo è uscito di testa e racconta, a chiunque gli capiti a tiro, quel viaggio e non si ferma finché non ha mangiato tutto il carico di gente che era con lui.

Gli altri racconti della raccolta sono lenti, ripetitivi e un po’ noiosi. Numerose le descrizioni puntigliose e i dettagli che rivelano il giornalista-cronista che sta dietro l’autore.

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Recensione di La signora Dalloway di Virgina Woolf

"Un giovane (Sir William lo sta raccontando a vostro marito) si è ucciso. Aveva fatto la guerra". "Oh... Nel bel  mezzo della mia festa, ecco la morte" pensò Clarissa.

Ed è proprio la tragica morte di Septimus Warren Smith a congiungere indirettamente i personaggi che sfilano lungo le pagine del capolavoro di Virginia Woolf. Romanzo unico e singolare per la caratteristica di non avere, in realtà, una trama, La signora Dalloway raccoglie le impressioni, le emozioni, i ricordi, i pensieri intimi, segreti e spesso pericolosi vissuti e provati dai protagonisti nel corso di un'unica giornata.

Quello che accade, infatti, non li coinvolge immediatamente ma, al contrario, essi compaiono sulla scena uno alla volta, sfiorandosi appena, e contemplando lo stesso momento da punti di vista differenti, opposti, contrastanti, in un ininterrotto monologo interiore a voci alterne

Tutto ruota attorno a Clarissa Dalloway quando, impegnata nei preparativi per la festa in programma la sera stessa, casualmente e inavvertitamente incrocia  Septimus Warren Smith, che vaga per Londra insieme alla moglie italiana Lucrezia. Reduce di guerra, Septimus, che passa da spaventose allucinazioni a strani accessi di delirio poetico, è indubbiamente scioccato dalla morte dell'amico Evans, caduto al fronte, ma soprattutto è confuso, scettico e risentito a causa dei due medici a cui la moglie lo induce a rivolgersi: Holmes, che lo considera solo apatico e annoiato, e l'aristocratico e presuntuoso Sir William Bradshaw. Parallelamente a Clarissa compare il malinconico e affascinante Peter Walsh, amico di gioventù e innamorato respinto di lei, che dopo anni trascorsi in viaggio torna a Londra in tempo per la serata di Clarissa, per scoprirsi ancora innamorato, disperatamente e irrimediabilmente, di lei, e per imbattersi anch'egli in Septimus e Lucrezia, smarriti e sconvolti, scambiandoli per una giovane coppia di innamorati litigiosi.

Quasi concentrica, la narrazione procede per associazioni di idee, e si conclude alla festa di Clarissa, quando i protagonisti, a cui via via altri personaggi si sono aggiunti nel corso della giornata, si ritrovano in un'atmosfera di compiacimento apparente, di disillusione, di nostalgia, quasi di paura.

In parte autobiografico, il racconto rivela alcune delle fobie stesse che causarono l'autodistruzione della grande scrittrice: gli incubi di Septimus, l'ossessivo senso di rimpianto di Clarissa e Peter. Splendido e impareggiabile nella dettagliata analisi di quell'inarrestabile e lacerante scorrere dei pensieri a cui tutti siamo, nostro malgrado, soggetti, l'opera è anche un ritratto della Londra mondana del Novecento, che cerca inutilmente di celare le oscure conseguenze della guerra.

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