Categoria: Fiabe

Ugo il tarlo

Ugo, il tarlo, si era insediato da tempo immemorabile nel salone principale della biblioteca comunale. Ogni notte faceva indigestione del legno pregiato degli scaffali producendo un caratteristico ticchettio. Poi, quando era sazio, andava a dare una sbirciatina alla carta stampata e, data la sua dimestichezza con i libri, si vantava di possedere una cultura immensa.

Era da poco passata la mezzanotte, quando il nostro amico Ugo fu accecato da una luce improvvisa.

-Aiuto! C’è un ladro! Chiamate il 118! No, il 113! Uffa! Chiamate qualcuno!

-Ma che ladro e ladro! –lo apostrofò sprezzante un volume dell’enciclopedia universale Treccani.

- Non è la torcia di un ladro! È semplicemente un lampo! Hai proprio una grande cultura!

Ugo si ricordò con rammarico che, ahimè, si era tenuto un po’ troppo lontano dai testi scientifici, preferendo romanzi d’amore e d’avventura.

Gli bruciava tremendamente di essere stato colto in fallo e, per la vergogna,   smise di ticchettare.

Nel salone principale della biblioteca piombò allora il silenzio più totale, ma per poco.

Un leggero sussurrio quasi impercettibile ad orecchio umano si levò dagli scaffali.

I libri della biblioteca, tutti in piedi, allineati e messi rigorosamente in ordine sui ripiani, si lamentavano della loro condizione di reclusi: potevano varcare la porta della biblioteca soltanto se qualcuno li chiedeva in prestito.

Quando ciò succedeva, per loro era un giorno di festa! Che emozione! Ogni volta un’avventura diversa! Ogni volta una casa diversa! Ogni volta mani diverse!

Purtroppo, da un po’ di tempo a questa parte, erano pochi i giorni di festa, ormai!

- L’altro giorno mi ha preso un ragazzino delle medie e sono andato con lui sulle montagne russe: ho temuto di sfracellarmi al suolo- si lamentava il Visconte dimezzato.

- Mi ha portato anche allo stadio, ai giardini, in bagno…ma mi teneva sempre chiuso! E un giorno ha detto a un compagno che non voleva perdere il suo tempo con me e che non capiva perché mi chiamassero “dimezzato”.

Che ignorante! Se mi leggesse, lo saprebbe il perché -sbuffò il Visconte.

Sullo scaffale di fronte gli fece eco Dorian Gray, arrabbiatissimo perché i giovani di oggi guardano alla bellezza esteriore più di quanto non avesse fatto lui.

-Se mi leggessero per davvero, e non solamente per fare la relazione a scuola, saprebbero come sono fallaci le lusinghe della bellezza del corpo!

-E allora che devo dire io?- sibilò Mr Hyde- (il dr Jekill se ne stava zitto zitto in disparte). L’altro giorno una giovinetta delle Superiori, dopo avermi letto tutto di un fiato, ha sospirato:

-Che bel libro! Peccato dover fare quella noiosissima scheda di analisi!

A quel punto i Promessi Sposi scagliarono i loro improperi secenteschi (non qui riferibili!) contro tutta la classe docente.

- Sono peggio della peste! -camminava su e giù, imprecando, Renzo.

-I ragazzi ci odiano più di quanto noi odiassimo don Rodrigo- si lamentava Lucia.

La sposa promessa se ne stava col capo chino accanto a lui e si riprometteva di andare a confessarsi da padre Cristoforo per le parolacce che le erano scappate di bocca (in realtà, le aveva solo pensate!).

A quel punto, Dante avanzò torvo verso il centro del salone. Voleva mettere tutti i prof all’inferno, perché, per colpa loro, i ragazzi odiano ferocemente la sua Commedia.

–E che dire, poi, dei chiosatori? Sì, qualche volta c’indovinano, ma …lasciamo perdere…sarebbe meglio buttarli tutti in Arno! E quei poveri studenti a sorbirsi il chiarimento di Tizio e l’esatto contrario di Caio…!

-Ma perché ci detestano tanto? –si chiedeva la dolce Silvia, dagli occhi ridenti e fuggitivi.

-Il sacrificio della patria nostra è consumato!- tuonava in disparte Jacopo Ortis, non sapendo quanto fosse stato indovino.

-Fatela finita di piangere -li rimproverò Ulisse.

-Fatti non foste a viver come bruti, ma...

- E che vorresti fare? –lo interruppe Dante.

- Nominatemi vostro ambasciatore e…andrò in delegazione da tutti i prof!

-Chi ha parlato di professori?- chiese un distinto signore in abito scuro.

-E tu chi sei? –lo interrogarono tutti in coro.

-Madames e monsieurs, me voila: io sono il vostro salvatore!

Ulisse lo squadrò con diffidenza.

-Qual è la tua isola? -gli domandò a bruciapelo.

-Monsieur, pardon, je ne viens pas da un’ isola! Io vengo dalla grande Paris!

-Ho girato in lungo e in largo tutto il Mediterraneo, ma codesta Paris non me la ricordo, anche se tu dici che è grande!- commentò scettico il re di Itaca.

-Non hai ancora detto come ti chiami –continuò Ulisse, sempre più diffidente – e poi, fuori il piano!

-Monsieur, io mi chiamo Pennac e conosco un insegnante che nel suo liceo di Parigi è riuscito a non far odiare i libri.

-Miracolo!- urlarono tutti in coro.

-Ma come ha fatto?

-Très facile! Lui, appena entra in classe, tira fuori dalla sua borsa un libro e comincia a leggere ad alta voce e così… senza chiedere nulla …un po’ alla volta…i ragazzi … si appassionano alla lettura.

-Per tutti gli dei dell’Olimpo, questo professore è più astuto di me! Stanotte andrò da tutti i prof e, con l’aiuto di Minerva, entrerò nei loro sogni e dirò loro che devono seguire il suo esempio!

Ulisse prese i calzari di Mercurio e promise di ritornare prima dell’alba.

Volò per tutta l’Italia, isole comprese, e si fece intendere da tutti, proprio da tutti. Dopo solo tre ore, tornò nella biblioteca e annunciò trionfante che la missione si era conclusa con successo.

Augurandosi che Ulisse fosse davvero riuscito a convincere tutti i prof. italici a cambiare strategia, i libri si appisolarono beati, con la speranza di essere presi in prestito con maggiore frequenza, ma soprattutto di essere amati.

Lontani dalla biblioteca, avrebbero preso vita, parlando a qualcuno e creando emozioni. Poi sarebbero ritornati sullo scaffale a fare una dormitina e a ricevere ogni notte la visita di Ugo, il tarlo.

Era l’alba ormai e, dopo una notte movimentata, nel salone della biblioteca il silenzio era totale… o quasi. Si sentiva soltanto il leggero ticchettio di Ugo che scandiva le ore.

Alle otto in punto il custode aprì la porta del salone e girò lo sguardo tutt’intorno. Ogni cosa era al suo posto e lui sorrise soddisfatto. Sì, era proprio una bella biblioteca quella, ma… un momento…!

-Che ci fa qui sul tavolo l’Odissea? –si chiese sbigottito.

-Che sbadato! Ieri mi sarò scordato di rimetterla al suo posto! Si vede che sto diventando vecchio!-borbottò l’anziano custode e, con passi strascicati, si avviò per andare ad aprire al pubblico.

-Ma che cos’è questo vocio?- si domandò sconcertato.

Il suo stupore, però, fu ancora più grande quando una fiumana di ragazzi e ragazze si riversò nella biblioteca. Il custode non aveva mai visto, in quasi quarant’anni di servizio, un affollamento tale e sorrise beato.

-Deve essere successo qualcosa, stanotte! -disse convinto.

Poi andò ad accendere tutti i computer che davano accesso ai cataloghi e lasciò il campo libero agli altri impiegati. Stava per cominciare un’altra giornata e nessuno seppe (e né saprà mai) che notte movimentata era stata quella!

Solo Ugo era stato il testimone di quella missione segreta e non va di certo a dirlo in giro, tanto meno ai prof e alle prof di tutta la penisola. Dormiva beato e sognava montagne di libri a cui dare una sbirciatina ogni tanto, anche ai testi scientifici…non si sa mai!

Maria Lorello

abc

Un passero che sapeva camminare

C'era una volta su una collina verde un passero che stava a differenza di tutti i suoi fratelli, passeggiando sulle sue zampette. -A me piace camminare,  lo so voi umani ci invidiate il volo.Avete ragione, volando ci si sente liberi, si guardano le cose da un'altra prospettiva, si respira aria pulita, i colori sono più nitidi, le case, le fabbriche, per fino i grattacieli,mi ha raccontato un mio cugino di New York,non sembrano così grandi e tu in un attimo ti senti padrone del mondo! PasseroMa camminare, camminare amici miei, si fa fatica a camminare. Devi stare attento a non inciampare, a non farti schiacciare, puoi fermarti e  riflettere, in volo è più complicato, incontri tanti animali diversi da te, puoi decidere se camminare sull'asfalto, che per ovvi motivi io eviterei, sui prati, ricchi di vermetti saporiti, sulla neve, adoro quella soffice amica dissetante! Ma la cosa più grandiosa del camminare amici miei è la voglia di cielo che ti fa venire.. Il desiderio di volare! Io cammino per ritrovare la voglia di volare ogni giorno.. Dovreste provare anche voi a privarvi di qualcosa per ricordarvi quanto è bella! - Disse tutto questo e spiccò il volo!

Sofia Presciutti

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Voglia di crescere

C'era una volta una bambina che sognava di diventare grande al più presto. Non voleva più sentire che quello che faceva era sbagliato, non voleva più ubbidire senza sapere il perché, non voleva più dover mangiare cibo che detestava, voleva andare a letto quando aveva sonno e non alle nove perché...Perché si! Non voleva sentirsi dire più perché lo dico io! Allora un giorno prese la sua bambola, un cuscino, un po' di merendine, e si diresse verso un paese di cui aveva sentito parlare dove chi arrivava poteva scegliere l'età che avrebbe avuto, la casa dove avrebbe abitato. Non sapeva ancora a cosa avrebbe dovuto rinunciare  per avere tutto questo. Arrivò alla porta del paese e subito gli venne incontro un bambino di quattro anni che però parlava come un grande: "Signorina,  mi dica età e cosa lascia dietro di se".

logo-4La bambina entrò subito in crisi: A quale età di preciso si inizia a fare ciò che si vuole? la sua mamma aveva trent'anni ma in ufficio le davano tante cose da fare che lei detestava. Suo papà quando arrivava a casa voleva trovare tutto pronto altrimenti alzava la voce e la sgridava! No trent'anni erano l'età sbagliata! Allora pensò alla sua maestra aveva sessantanove anni era severa ma la mattina arrivava sempre allegra!  Pensò che doveva essere un'età felice,i suoi figli ormai erano grandi e suo marito la veniva sempre a prendere, ma improvvisamente si ricordò di una mattina in cui  la maestra leggendo una poesia di Foscolo che parlava del fratello che era morto scoppiò a piangere e non riusciva proprio a fermarsi. Le venne in mente che forse l'età della maestra era un'età in cui si correva il rischio di vedere morire le persone che si amano. No neanche quella era l'età giusta... Allora pensò a sua sorella aveva diciassette anni usciva da sola, andava in giro con le amiche, disobbediva alla mamma e ultimamente lei non le dava neanche grandi punizioni, l'aveva sentita parlare con il papà dicendo che era un momento delicato, bisognava lasciarla sbagliare.

Non era male come situazione, l'unico problema era che la sorella piangeva spesso, una volta perché litigava con la sua migliore amica, un'altra perché litigava sempre con il suo ragazzo, Paolo, perché non la chiamava mai. No, neanche  quella era l'età giusta! Il bambino che era davanti a lei iniziò ad essere impaziente: allora? Quando si viene qui bisogna avere le idee chiare altrimenti.. ' 'Altrimenti?' Chiese la piccola, 'altrimenti l'età la decidiamo noi!' Allora d'improvviso le fu tutto chiaro, voleva fuggire dall'obbedienza dai comandi, dalle cose che non le piacevano, ma a qualunque età ci sarebbero state e forse alla sua erano anche in numero minore rispetto ai giochi, agli scherzi, ai divertimenti, e quindi sapeva finalmente cosa rispondere a quel bambino: 'Grazie ho deciso, resterò della mia età' per un po'. Giusto il tempo che ci vuole per compiere un anno in più. Arrivederci! Torno a casa mia! Magari  mia sorella è felice perché Paolo l'ha chiamata! '

Sofia Presciutti

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Una storia per bambini illustrata da stampare. – Novitá!

Salve lettori colorati! Come sapete noi pensiamo anche ai piú piccoli e ai genitori. Abbiamo infatti una sezione dedicata alle favole per bambini, storie per i piú piccini raccolte dai nostri lettori. Pronte da stampare (basta un clic sull´immagine per salvare il file) e da leggere ai bimbi. Quella che vi proponiamo oggi  sono 4 tavole illustrate accompagnate da una favola di una nostra lettrice. A noi é piaciuta l´idea, anche questa pronta da stampare, magari a colori non sarebbe male. Quindi buona lettura de´La margherita e il Principe!

favola 1

favola 2

favola 3

favola 4

Anna Speziale con illustrazioni di Claudia Zambito Marsalaabc

La storia di una piccola perla – Un racconto per bambini

C’era una volta una perla che abitava nei fondali dell’oceano. Se ne stava tutto il giorno nel suo guscio a guardare su, il riflesso del cielo sull’acqua. Aspettava sempre con ansia la notte, che portava con sé la più bella e grande di tutte le perle che avesse mai visto. E quelle altre che spaziavano franche nel resto di quell’altro oceano, di gran lunga più piccole, ma non per questo meno brillanti. Erano forse le figlie della prima. La piccola perla invidiava tanto i pesci perché a sua differenza li si vedeva di tanto in tanto all’alba salire su al cielo... lei invece sempre giù triste e sola, non vedeva altra fine che quella di rimanere adagiata sulla sabbia ... e unica emozione, di tanto in tanto, una corrente fredda che la faceva rotolare sempre più lontano dalla sua casa. I pesci allora sapevano volare.

Ma cosa avevano loro più di lei, che serbava in sé lucentezza e pesava forse anche meno di un qualsiasi corallo? La voglia di fare un salto per raggiungere quell’altro oceano che si estendeva in alto su di lei era così forte che ogni notte da quando era nata il suo sogno era lo stesso. Sognava che una piccola fata vestita di piume come un gabbiano la raggiungeva negli abissi e cospargendola di una magica spuma brillante la rendeva capace di volare. La piccola perla si liberava del suo guscio e leggera come un petalo veniva sospinta dalle correnti marine verso l’alto e poi dal vento verso il cielo. Lì incontrava le sorelle stelle e con loro danzava finché l’alba, madre avara e intransigente, non l’avesse riportata sul fondo dell’oceano. Ma un giorno le cose cambiarono. Prima che il sole si posasse dietro il grande scoglio vicino il faro, un’ombra calò sul fondale. I pesci si dileguarono spaventati rifugiandosi nelle insenature della barriera e i coralli si finsero morti, le seppie si celarono nelle nuvole di sabbia e i gamberi dietro le alghe.

1392055_523816107709276_297453403_nTutti trovarono riparo grazie alle loro abilità, tutti tranne la giovane perla che altro non sapeva fare se non brillare. Nell’ombra due strani pesci affusolati si fecero avanti, simili a squali per malvagità, ma più piccoli per dimensioni. Era evidente che non erano così a loro agio nei fondali e respirando facevano fuoriuscire miriadi di bolle. Sembravano esplorare l’oceano, e essere interessati ed estranei a qualsiasi cosa, dai sassi alle alghe marine. Un pesce luna aveva tardato a nascondersi, ma loro non ne fecero una preda, trassero da una sacca che portavano dietro la schiena uno strano oggetto. Lo avvicinarono alla piccola creatura e subito ne furono entusiasti. Ma ecco che uno dei due esseri parve molto interessato alla piccola perla. La sollevò dal fondo e ne spazzò via il muschio. Quell’ombra non si vide più da quelle parti per molto tempo, tutti i pesci tornarono alla comune vita dell’oceano, ma le notti furono più sole e tristi da quel giorno. La piccola perla non c’era più. Ma forse, da qualche parte lassù, il sogno che aveva sognato era diventato realtà. Forse alla mano di qualche elegante signora una piccola parla si stava guardava il mondo. Ma del suo ricordo non ne avrebbe fatto memoria che il mare. Talvolta, aspirare a qualcosa di diverso e lontano da quello che abbiamo, potrebbe rivelarsi solo un inutile modo di trascorrere notti e giorni. Ciò che abbiamo ora, ogni singolo attimo, anche il solo semplice fatto di esistere, è il più brillante dei doni che qualcuno poteva farci. Viviamo qui ed ora.

Claudia Gallo

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L’albero dalle mele rosa – Favola per bambini

Eccoci a un nuovo appuntamento della lettura per i piú piccoli. Vi proponiamo una nuova favola per bambini.

C’era una volta, in una terra lontana, un giardino incantato in cui cresceva, alto e rigoglioso, un albero di mele rosa su cui aveva fatto il suo nido un uccellino dalle piume dello stesso colore. Tutte le notti, quell’uccellino, riprendendo le sue sembianze originarie, diventava una dolce principessa dai lunghissimi capelli rosa e sospirava con voce sommessa questa triste canzone:

“Sono la principessina Chiarella imprigionata qui dalla sua perfida sorella!

Un giorno ormai lontano, Cunegonda, la maligna sorella maggiore, l’aveva trasformata in  uccellino e  confinata in quel giardino incantato, perché invidiosa della sua bellezza.

 -Ahimè! Chiarella è stata divorata da una belva feroce, mentre passeggiava in un giardino situato ai confini del regno- singhiozzò la perfida.

Il padre credette alle sue parole e intorno a quel giardino fece edificare un muro altissimo per imprigionare la belva.

 -Darò metà del regno a chi vendicherà la morte della mia amata Chiarella, uccidendo la bestia che l’ha divorata -promise il re in un bando letto a gran voce in ogni angolo del reame.

Si presentarono tanti giovani, ma Cunegonda riusciva a far bere loro un filtro magico che li rendeva pusillanimi e tutti desistevano dall’impresa. Un giorno arrivò al cospetto del re un giovane e intrepido principe, pronto a morire pur di vendicare la morte della bella principessa. Cunegonda quella volta non riuscì nel suo intento, perché il principe dalla gran fretta se n’era andato via al galoppo, senza aver bevuto la pozione. Tuttavia la perfida sghignazzò:

 -Non riuscirà a scavalcare il muro!

Il principe arrivò tutto speranzoso ai piedi della muraglia e colpì con forza la sua spada su una pietra. Proprio in quel punto, come per magia, il muro si sbriciolò e il principe poté entrare. Fatti pochi passi, il giovane scorse uno scoiattolino che gli sussurrò:

- Chiarella non è morta! Tanti anni fa è stata trasformata dalla sua malvagia sorella in un uccellino e poi confinata per sempre in questo giardino incantato. Stanotte potrai ammirarla nel suo aspetto originario!

Il giovane a mezzanotte vide l’incantevole fanciulla e se ne innamorò subito. Si presentò e le dichiarò il suo amore. All’alba, Chiarella ritornò ad essere un uccellino. Il principe lo nascose nella sua bisaccia e tre giorni dopo arrivò al palazzo del re.

-Svelami come  rompere l’incantesimo -intimò a Cunegonda- o rivelerò ogni cosa a tuo padre.

-Guardie, prendete questo giovane e imprigionatelo, poiché ha attentato alla mia vita! -ordinò Cunegonda, per nulla intimorita.

L’uccellino allora volò nel giardino incantato per chiedere aiuto allo scoiattolo. Quella bestiolina, che in realtà era una creatura magica, prese le sembianze di un vecchio cacciatore, schioccò le dita e all’istante si trovò al cospetto del re. Non appena gli venne palesata la verità, il sovrano fece liberare il giovane e costrinse Cunegonda a rivelare come rompere l’incantesimo: l’uccellino doveva beccare tre volte la mela che si trovava sul ramo più alto dell’albero dalle mele rosa. Il re scacciò la malvagia figlia dal suo regno e in compagnia del giovane si recò nel giardino incantato. Lì trovò l’uccellino che aspettava impaziente svolazzando qua e là. Il re gli ordinò di beccare tre volte la mela che era sul ramo più alto dell’albero dalle mele rosa. L’incantesimo si ruppe, i due giovani si sposarono subito dopo e fecero abbattere il muro. Ordinarono di costruire un lussuoso palazzo vicino all’albero dalle mele rosa, dove vissero per sempre felici e contenti.

Maria Lorello

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Le mele dai mille colori – Favola per bambini

Ecco una favola per bambini di una nostra lettrice. Se vi piace potete stamparla e leggerla ai vostri bimbi o nipotini!

C’era una volta un povero contadino che viveva in un piccolo villaggio situato al limitare di un bosco. Un giorno egli si armò di coraggio e andò nel bosco in cerca di funghi da vendere al mercato, ma si era già fatto quasi buio e non aveva ancora trovato niente. All’improvviso vide risplendere qualcosa ai piedi di un grosso faggio: era uno strano cofanetto, piccolo e ovale, dal quale si sprigionava una tenue luce emanante un calore tiepido che lo rincuorò. A poco a poco i puntini luminosi si disposero a forma di cerchio e al centro comparve un folletto, con sguardo caldo e benevolo.

-Sei buono e coraggioso- gli disse il folletto – e perciò voglio farti un regalo. Prendi i semi magici che sono racchiusi in questo cofanetto, piantali nel tuo campo tutti in cerchio e annaffiali. Dopo 15 minuti spunteranno per magia alberi carichi di frutti tutti particolari: le mele dai mille colori. Segui questa lucciolina perché è magica e riesce sempre a trovare la casa di tutti coloro che si perdono in questo bosco.

Il contadino lo ringraziò e partì. Appena arrivato a casa, abbracciò la moglie e il figlio. A mezzanotte in punto uscirono tutti e tre con la vanga e l’annaffiatoio, seguirono scrupolosamente le istruzioni del folletto e dopo 15 minuti videro spuntare alberi di mele dai mille colori. La mattina dopo, il contadino colse i frutti e andò al mercato. In pochi minuti si sparse la voce che un contadino stava vendendo delle strane mele: quelle gialle sapevano di limone, le rosa di fragola, le viola di susina, le celesti di confetto, le bianche di panna montata, le nere di liquirizia, quelle marroni di cioccolato e così via. Tutti correvano a comprare quelle strane mele ed erano contenti soprattutto i bambini, perché finalmente potevano mangiare cioccolato e panna a volontà, senza chiedere il permesso alla mamma! La notizia arrivò alle orecchie del re che, subito, mandò una guardia a chiamare il contadino per farsi rivelare il mistero di quei frutti.

-Ritorna nel bosco, cerca il folletto e conducilo alla reggia – lo pregò il re dopo averlo ascoltato.

- Se lo farai - aggiunse - io permetterò a tuo figlio di sposare la mia unica figlia.

Il contadino obbedì e appena il sovrano vide il folletto, gli si avvicinò commosso e lo abbracciò.

-Ti ricordi di quel bambino che si era smarrito nel bosco e singhiozzava disperato? Sono io quel bambino! Finalmente posso ringraziarti per avermi aiutato a tornare a casa con la tua lucciolina!

-Sì, mi ricordo di te e ti riconoscerei fra mille. Entrando nel mio bosco, hai dimostrato d’avere coraggio e questo è il dono che ricevono tutti quelli che lo fanno: rimanere bambini dentro, conservando nel cuore la loro purezza e ingenuità!

Appena ebbe pronunciato queste parole, il folletto sparì. Il re, come aveva promesso, ordinò di celebrare all’istante le nozze tra la sua unica figlia e il figlio del contadino. I due giovani, poco dopo, decisero di farsi costruire un palazzo dalle cui finestre potessero ammirare, appena svegli, gli alberi delle mele dai mille colori e vissero per sempre felici e contenti.

Maria Lorello

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Papà mare racconta

Un giorno in cui il cielo era scuro e tenebroso, i pesci chiesero a papà mare:- Papà, dai, oggi è brutto tempo, raccontaci una storia!-. Allora papà mare si accomodò sulla poltrona sabbiosa del salotto, si mise accanto i piccoli e raccontò:

- Tanti anni fa, nonno oceano era “Pacifico” con tutti i suoi nipotini che giocavano fra le praterie di posidonia a nascondino con i pesci. Nonno “Pacifico” rideva a crepapelle quando le navi gli facevano il solletico attraversandolo e uccelli, foche e delfini gli saltavano addosso come tante pulci sul pelo dell’acqua. Tutto scorreva tranquillo quando, un giorno, una gigantesca “zanzara piattaforma” si fermò proprio sopra un suo fianco. Nonno “Pacifico” ebbe il sospetto che stava per accadere qualcosa ma, non fece in tempo a scrollarsi di dosso la zanzara, che questa si accanì sul suo fianco dandogli una pizzicata così forte da farlo star male.

Il pungiglione della “zanzara Piattaforma” gli si era conficcato fino al fondo, dentro, nella pelle sabbiosa e non riusciva a toglierselo. Ci mise l’antizanzara al corallo, lo spray al nero di seppia, la crema alla medusa ma, niente. Il pungiglione era lì e che impiccio, che fastidio, che rabbia! Sentiva quell’intrusione che pulsava nel suo corpo e che aspirava la sua natura. Che fare? Si arrabbiò. Iniziò ad agitarsi, scuotendo i capelli ondosi per mordere la “zanzara Piattaforma” ed alla fine il perforante pungiglione si staccò. Nonno “Pacifico” ebbe una emorragia violenta, come una eruzione vulcanica.

Dal foro lasciato dall’aguglione fuoriusciva la linfa nera di cui era custode. E fu così che nonno “Pacifico” si ammalò. Da allora molte altre zanzare piattaforma hanno invaso questo mondo, sono passate da nonna “Sonda”, zio “Atlantico” zia “Normandia” e fra tanti nostri parenti-. Dissero i pesci:- Ma papà, questa e una storia triste, che cosa è successo a nonno “Pacifico”, è guarito?-. Rispose papà mare:- Sì, è guarito quando gli “insetti umani” hanno scoperto che la medicina per salvarsi è volersi bene-.

Rosalina
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La stella dei desideri

In un luogo sperduto, circondato da inaccessibili montagne, viveva in un tempo lontano, un giovane pastore di nome Orion. D’inverno se ne stava rintanato con la sua famiglia, in un piccolo rifugio di legno, giù a valle, ma all’arrivo della bella stagione, ritornava tra i dirupi scoscesi delle montagne, per portare al pascolo le sue capre. L’erba scarsa e rada lo costringeva a spostarsi di continuo, ora arrampicando ora scivolando tra rocce e sassi, sempre seguito dagli zoccoli delle sue bestiole e dai loro belati, uguali al pianto dei bambini. Conveniva viaggiare leggeri tra quelle montagne impervie e Orion portava con sé solo il necessario per la giornata: un fazzoletto con pane e formaggio, un po’ d’acqua e un bastone,  utile a  recuperare le capre troppo smaniose delle altezze. In testa aveva sempre un cappello a larga tesa con cui proteggersi dal sole senza  distogliere lo sguardo dalle pendici della montagna e dalle zampe delle bestie al pascolo. “Dal cielo  bisogna guardarsi.”, gli diceva suo padre, “Perchè porta solo guai: grandine, vento, calura…, meglio stare accorti e guardare sempre in basso, per non inciampare e  non perdersi tra i sentieri di montagna.”

Orion, che non aveva nessuna ragione per non credergli, non scordava mai di uscir di casa con bastone e cappello, l’uno per avanzare tra i dirupi  e l’altro per cancellare il cielo e le sue insidie dal suo orizzonte quotidiano. Un giorno d’agosto, mentre era al pascolo come sempre, sentì delle voci allegre uscir dal bosco sottostante e poco dopo vide sbucar fuori un piccolo corteo di gente che trascinava un carretto carico di fascine di legna.“E’ la festa di San Lorenzo” gli gridò di lontano una ridente ragazza in abito fiorito, quasi a rispondere alla sua domanda muta, aggiungendo “Stasera, al paese, bruceremo i falò e conteremo le stelle cadenti dei desideri…vieni anche tu!”

Il ragazzo trasalì, non era abituato a parlare con la gente, men che meno con una ragazza vestita di rosso, né mai aveva sentito dire, a casa sua, di una festa di fuochi e stelle. Così se ne restò a bocca aperta, senza avere il coraggio di rispondere, fermo impalato coi piedi piantati a terra come un mulo, seguendo solo con lo sguardo, quell’allegra compagnia  scomparire, inghiottita di nuovo dal bosco. Quella sera, a cena, Orion non toccò cibo, tra la sorpresa dei suoi che lo sapevano sempre affamato e più tardi, nel suo letto di paglia, si rigirò insonne pensando alla festa e alla ragazza dall’abito a fiori. Verso la mezzanotte strisciò silenziosamente fuori di casa e raggiunse un poggio da cui poteva vedere le luci festose del paese e i falò per la festa del santo d’agosto.

Quando anche l’ultimo fuoco fu spento, mandando tutti a dormire, il ragazzo, preso già da nostalgia, si lasciò andare sull’erba, lungo disteso, cercando con gli occhi la stella cadente che avrebbe esaudito il suo segreto desiderio.

Improvvisamente, da quel cielo immobile del colore dell’inchiostro, si staccò una stellina dorata, prima lentamente, poi accelerando il suo percorso più forte, sempre più forte, come attratta dalla gravità terrestre, proprio verso la direzione stessa in cui si trovava Orion, fino a precipitare dritta dentro…il suo cappello che gli era rotolato accanto poco prima, quando si era disteso a terra.

Il ragazzo guardò la stellina e lei sembrò rispondere al suo sguardo, palpitando, dopo quella gran corsa dall’universo fin dentro il suo cappello. “Forse mi sbaglio, magari è una lucciola…” Ma al solo guardarla, non ci si poteva confondere: era proprio la stellina che pochi attimi prima punteggiava il cielo notturno. Per non farla volar via di nuovo, Orion non trovò niente di meglio che rimettersi in testa il cappello, pensando, col cuore in tumulto, al desiderio da esprimere, un desiderio che aveva un abito a fiori.

Con la sua stellina dentro il cappello, il ragazzo tornò a casa e nei giorni successivi fu ben attento a non abbandonarlo, portandolo ben calcato in testa di giorno e di notte.

“Chissà come brilla…”, pensava immaginando la sua stellina che però, nascosta com’era, poteva solo essere pensata, desiderata. “Se me la tolgo dalla testa, volerà via di certo e se ne tornerà in cielo, da dove è venuta, perché quello è il posto delle stelle e anche dei desideri. Ma se la lascio prigioniera nel mio cappello, non la vedrò mai brillare, né lei potrà correre dalla ragazza con l’abito fiorito per sussurrarle all’orecchio il mio nome…” Così una notte di fine estate, Orion tornò segretamente sul poggio da cui si vedeva il paese giù nella valle e sù, in alto, tutto il firmamento. Si distese nuovamente sull’erba, cercando con lo sguardo il punto esatto da dove si era staccata la sua stella. Lo vide, buio e cieco, ai margini della volta celeste.

Lentamente, dolorosamente, ma con lo sguardo ben fermo davanti a sé, Orion si sfilò il cappello e lo appoggiò di fianco, senza più guardarlo.

Col pensiero, formulò il suo desiderio, chinò il capo sulle sue braccia conserte e s’addormentò, consegnando il suo messaggio segreto al segreto mondo dei sogni.

Gianna Braghin

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Favola della fine del tempo

Devono passare ancora tanti anni, mille milioni o giù di lì, prima che un bambino possa ascoltare questa favola iniziare con "C'era una volta". Questa è una storia del futuro futurissimo, di quando si potrà andare al mare o in montagna in un batter d'occhio e non servirà più tenere la luce accesa sul comodino la notte, la si potrà avere direttamente nei sogni. In questo tempo tutti studiano quanto gli va, tanto è già stato scoperto tutto, compreso il segreto di invecchiare solo quando lo si pensa per cinque volte di seguito. La signora che vedete lì in fondo, per esempio, è laureata in scienze della noia, ovvero tutte quelle cose curiose che ai nostri tempi crediamo leggi e invece sono solo pareri, tipo la fisica, la chimica, il raffreddore e i debiti. E' lì, davanti alle rose del suo cortile. La sera prima, tornando a casa, si era fermata a dir loro che era arrivato maggio e stamattina invece, guarda un po', nemmeno un bocciolo. "Oibò che cosa strana" commenta la donna, che è anche professoressa di ipnosi delle piante da fiore e da frutto. Spiega alle piante che si devono sbrigare a fiorire, che sta arrivando l'estate (in realtà le stagioni non ci sono più da sette volte sette vite di gatto, ma i fiori mica lo sanno) ed entro sera si aspetta una bella fioritura per rallegrare la tavola della cena. Dopodiché va a  fare la spesa sulla luna. Alla sera ritorna e, sorpresa, le rose sono persino più vizze che al mattino. "Così non va bene, se non fiorite stanotte domani vi taglio!" dice loro la donna infuriata. "Tagliaci pure, ma non faremo un fiore!" rispondono decise le rose. "Ma voi parlate" esclama stupita la donna. "Certo che parliamo. E' dalla notte dei tempi che voi ci parlate, abbiamo imparato. Cosa credi, che siamo stupide?" "No, no, ci mancherebbe. Ma perché non parlate mai?" "Ma noi parliamo, tra di noi, con gli insetti e gli altri animali. Siete voi uomini che siete noiosi" "Oh bella, noi uomini noiosi, noi che siamo sempre in giro, mica come voi che avete le radici. Vi sbagliate, care rose. Ma comunque sia, vi ho ordinato di fiorire, perché non lo fate?" "Siamo in sciopero" dice un ramo "Vogliamo l'inverno" dice un altro "Dunque tu sei una di quelle persone che credono di ipnotizzarci" dice il tronco, che fa un po' da portavoce. "Ma noi cresciamo e fioriamo quando ci parlate per gentilezza, anche se non avete niente di interessante da dire. Non prendiamo ordini da nessuno. Ora però si è passato il limite. Vogliamo l'inverno, vogliamo riposarci. Sciopero!" "Sciopero! Sciopero" cantano i rami, pigolano le foglie. "Questo è un problema, un gran problema" pensa la donna mentre viene sommersa dalle urla delle rose "qui sarà meglio avvertire i saggi". Non fa in tempo a chiamarli che quelli arrivano, facendosi largo tra la folla che intanto si è formata intorno al rumoroso giardino. Alti, vecchi e nobili, ognuno di loro ha alle sue spalle un valletto con un carro, che gli trasporta la barba. Ascoltano, guardano e se ne vanno senza una parola. In realtà è da settemila piccioni che i saggi hanno imparato tutto e passano il loro tempo a fare a gara a chi ha la barba più lunga. Sanno così tanto tutto che non gli serve nemmeno più pensare. E questa cosa, nei libri, non c'è. "Come faremo" dice uno "se i meli smettono di fare le mele?" "E la lattuga?" dice un altro "come la mettiamo con la lattuga?" Insomma, passano giorni a disperarsi e giorni a darsi la colpa l'un l'altro e ad offendersi. Infine, pieni di coraggio, decidono di tornare dalle rose e arrendersi alle loro richieste, prima che lo sciopero cominci a coinvolgere tutte le piante Escono dalla loro biblioteca, fatta di ghiaccio e asteroidi, un po' nera e un po' brillante. Caricano le barbe sui carretti e tornano al cortile in rivolta. Sorpresa delle sorprese, trovano il roseto in fiore, un profumo gagliardo nell'aria e un nugolo di bambini che giocano. Se ne stanno lì con con tanto d'occhi e la bocca spalancata, senza sapere che dire o che fare. Che strano, l'aria è fresca e frizzante e quella cosa strana che gli sbatte contro sembra proprio vento. "Ma se l'abbiamo vietato tre eoni fa" Esclama uno. "Tutto questo è intollerabile" commentano gli altri "assolutamente poco tecnologico". In quel momento una zanzara gli ronza davanti e li mette gentilmente al corrente dei fatti. "Quando siete andati via da qui, ai tempi di mia nonna, nessuno sapeva che pesci prendere, tranne i bambini. Hanno detto di spegnere tutte le magie noiose, e che sarebbe andato tutto bene. Infatti è andata così. Abbiamo avuto un inverno di pupazzi di neve e cioccolata calda. E questa è la primavera." "Io la conosco la primavera" interviene un saggio "l'ho studiata su un libro". "Lo sappiamo, l'abbiamo studiato tutti quel libro" risponde un altro "ma tutte quelle.. ehm.. magie servivano proprio ad aver sempre il tempo migliore, senza sorprese" "Le sorprese sono una bella cosa" risponde la zanzara "il tempo infatti si è rimesso ad andare dritto come dovrebbe e non a girare in tondo come un pallone bucato. Comunque sia, io sono soltanto una zanzara, non ne capisco troppo. Anzi, se permettete.." e va allegramente a pungere il più noioso dei saggi. Così, con un vecchio saggio che si gratta e con gli altri che ricominciano a pensare (e che pensieri, gente! Qualcuno decide di andare a pesca, altri in bicicletta. Qualcun altro ancora si ferma direttamente lì tra le rose profumate a prendere il sole), così, insomma, finisce questa storia. Come andrà a finire non ci è dato sapere, ché troppo in la nel tempo non si vede, ma io credo che con il mondo un po' meno in ordine laggiù saranno felici, anche di stare in casa a guardare la pioggia di tanto in tanto. A star fermi troppo a lungo cominci a riempirti di polvere, e finisci che diventi una statua. Per questo i bambini crescono in fretta e bisogna dar loro retta nelle questioni di tempo, che di futuro ne sanno sempre più di noi.

Giorgio Arcari

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