Categoria: beat

Recensione di Il paese dell’acqua di Graham Swift

La Storia altro non è che raccontare altre storie…

I Fens sono le terre bonificate e sottratte all’acqua dell’Inghilterra orientale. Ettari ed ettari di paesaggio piatto e desolato in cui le vite degli uomini sembrano fondersi con le forze elementari della natura. In questo contesto vive Thomas Crick, un insegnante di storia da trentadue anni, che ora si trova a dover fare i conti con la pensione anticipata perché la scuola dove insegna si è vista costretta a fare “economie”. Il vecchio insegnante decide così, nelle sue ultime lezioni, di non insegnare più la sua materia come un susseguirsi di altre storie, che hanno portato il mondo così come lo conosciamo oggi, ma inizia a raccontare la storia della sua vita e di come quelle terre furono un tempo sottratte all’acqua. Ma racconta anche di come sia stata la vita su un fiume, del padre che catturava le anguille, di un compagno ritrovato morto nelle acque del fiume, di un amore condiviso nei suoi primi momenti con una ragazza del posto, di un fratello non istruito che rimane un mistero a se stesso e per gli altri. Il paese dell’acqua è un romanzo che parla di storia, di come viene studiata e del modo in cui viene trasmessa. Una storia del mondo che si somma a quella dei singoli protagonisti del romanzo, a raccontare un passato che si fa presente e che si prepara per il futuro, con tutte le incognite che questa condizione comporta. La storia non è materia simile alle altre; alle volte si ha troppa paura che certi eventi possano ritornare che si finisce col non studiarla affatto e proprio per il fatto che non si conosce, si finisce col ricadere negli stessi errori già compiuti, in un circolo vizioso dal quale è difficile uscire. La vita però è fatta di cicli e la storia, sia quella con la S maiuscola che quella quotidiana del qui e ora, si ripete, anche contro la nostra volontà, e il segreto non può che essere quello di farsi trovare preparati, con un buon ascolto e un buono studio alle spalle.

Approfondimento

Non c’è dubbio che ne Il paese dell’acqua i protagonisti subiscano il carattere selvaggio e arido dei Fens, lande sconfinate che si prestano volentieri a storie magiche, ricche di superstizione. La vita di Sara Atkinson, moglie di Thomas Atkinson, l’uomo che per primo elabora il progetto di aprire il Leem alla navigazione per trasportare su fiume i prodotti tra il Norfolk e il mercato in espansione dei Fens, non si sottrae certo a queste dicerie di passaggio. Protagonista passiva della fama che il carattere autoritario e autorevole del marito hanno attratto, si mostra in tutto il suo mistero anche dopo la morte, “mostrandosi” in diversi luoghi, e a diverse persone, misteriosamente viva. Sì, perché non si finisce mai di vivere in certi luoghi, che sono stati creati e pensati da una persona per il benessere proprio e della comunità. Si continua a vivere nonostante tutto, nel ricordo e nelle opere lasciate ai posteri. E il ricordo non si estingue o modifica al modificarsi dello stato dei luoghi. Anzi, si rafforza. Tanto da divenire un tutt’uno con l’ambiente circostante, che assorbe le vite di chi vive in queste terre strappate all’acqua e le cementifica nella costruzione stessa dei luoghi, a regalare una immortalità che si sente e si scorge dappertutto. Il paese dell’acqua è un romanzo che non passa nell’indifferenza della storia, ma che costruisce il suo contenuto una pagina dopo l’altra, che si modella sulla vita dei protagonisti che tirano fuori ognuno la propria esperienza per raccontare una storia universale che non li rende più estranei agli altri ma parenti di uno stesso storico cammino.

Grazia Maria Zenzola

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Recensione di La spartizione del cuore di Bapsi Sidhwa

Lenny, voce narrante de La spartizione del cuore, è una bambina di sette anni, claudicante a causa della poliomielite, amata e coccolata da tutto il grande clan di Jana, suo padre, ricco borghese che vive con la famiglia, rispettato dalla comunità di cui si è circondato.

Su tutti, emerge Ayah, giovanissima tata della piccola Lenny. È una diciottenne bellissima, dalla pelle color cioccolato, dalle forme tonde e morbide. Tutti la guardano estasiati, tutti la corteggiano: Gelataio, Sher Sing, Massaggiatore, Macellaio, il Giardiniere sono i più pressanti. Gli altri la seguono con gli sguardi cupidi, tutti ammirati come fosse la dea indù da lei venerata. Riservata e modesta, li evita ignorandoli.

Un giorno, senza essere preannunciato, Gandhi visita Lahore, accompagnato da donne esili, giovani, in estasi davanti a lui. Al centro della scena, il Mahatma lavora a maglia.

È piccolo, scuro, rattrappito, vecchio. Ha un’espressione scontrosa, burbera, scorbutica.

Quando le grasse donne della comunità gli si avvicinano per salutarlo, lui le guarda con disprezzo e dice: Lo stomaco vuoto è il guaio dei poveri, quello pieno dei ricchi. Purga il tuo corpo con un clistere. Io faccio un clistere alle mie giovani accompagnatrici. Non c’è nulla di male.

Tutta qui la scena che ha per protagonista Gandhi. Queste le sue parole. Alla piccola Lenny appare un po’ pagliaccio un po’ diavolo. Il Padre dell’ India, all’epoca, era al suo penultimo anno di vita. Morirà nel 1948.

Il tran tran quotidiano procede tra litigi di bambini, donne che si fanno dispetti, amori, gelosie, tradimenti. Sullo sfondo, appena sussurrate, le voci di imminenti cambiamenti politici.

La religione di un uomo è il veleno di un altro.

Tranquilli padri, scherzosi giovani, attente e affettuose madri, giovani donne riservate e servizievoli, onesti lavoratori, anziane sagge madrine, corteggiatori appassionati, innocenti bambini, tutti cambiano, diventano altri: d’un tratto sono indù, musulmani, cristiani, parsi, sikh, prede di cacciatori feroci. Vengono stanati, rincorsi, decapitati, torturati, uccisi barbaramente. Alle donne giovani e ai bambini vengono riservati i trattamenti che i vincitori mettono in atto in tutte le guerre.

Gelataio, uno dei corteggiatori di Ayah, respinto perché lei è innamorata di Massaggiatore, prima si libera del rivale e poi fa catturare la ragazza che viene portata via tra il dolore e la disperazione di tutti. È indù, e i musulmani a Lahore, al grido di Allah – o Akbar stanano, catturano e uccidono tutti quelli che non lo sono.

Approfondimento

Bapsi Sidhawa, autrice de La spartizione del cuore, racconta l’innocenza violata di un popolo semplice, ingenuo, travolto da sconvolgimenti politici che portarono alla divisione tra India e Pakistan, causa dell’esodo e dello sterminio di intere etnie. Un popolo ha chiuso gli occhi, non è riuscito a tenerli aperti. Si riapriranno su un mondo improvvisamente sconvolto.

Lontani i riferimenti ai responsabili degli sconvolgimenti subiti da tutti, in primo luogo dai contadini, obbligati a lasciare le terre, il bestiame, le masserizie e tutta la loro vita, per essere caricati su carri e portati chissà dove.

Emblema della vicenda storica dell’India è Ayah, bellissima giovane fanciulla, che vive tranquilla e sicura in una famiglia che è diventata la sua, che l’ama e la protegge, che però non può far nulla per sottrarla alla malvagità dei predatori che la porteranno via e la faranno sentire colpevole di tutto ciò che le accadrà.

I suoi occhi vuoti sono più grandi che mai, più freddi del ghiaccio. Un mostro ne ha annientato lo spirito e mutilato la voce d’angelo. Un mostro ha strappato l’anima da un corpo ancora vivo.

Non c’è la parola, la decisione comunicata, la dichiarata volontà di sconvolgere la vita di una moltitudine di persone che viveva professando il proprio credo religioso, seguendo le tradizioni, gli usi e i costumi dei propri antenati, etnie che vivevano in pace e che da un momento all’altro si sono comportate “naturalmente” da nemiche.

Non c’è un discorso di un qualsiasi politico, inglese, pakistano o indiano che parli e dica le ragioni di quello sconvolgimento. Non sono espresse le ragioni della Storia. Il politico Gandhi va in mezzo al popolo, ha l’opportunità di spiegare quello che sta per accadere, ma preferisce lavorare a maglia e parlare di clisteri, purghe e digiuni! Ne La spartizione del cuore è quello che ha trucidato il popolo più di tutti gli altri. L’ha fatto tacendo!

Nel racconto del quotidiano della comunità di Jana, Bapsi Sidhawa, a un certo punto, fa dire a un personaggio: In India toccare una donna che non è una parente è proibito. Neanche il marito osa farlo. Non mi sembra che in India ci sia un grande rispetto per le donne, anzi. La maggior parte dei reati, delle violenze e dei massacri contro le donne rimangono ancora oggi impuniti. Poco dopo si descrive la vestizione e la preparazione, da parte delle donne di casa, della piccola Papoo, data in sposa a un vecchio disgustoso. La piccola è drogata e non è in grado di rendersi conto di ciò che le sta accadendo. Quando se ne accorgerà sarà troppo tardi. E forse leggeremo sui giornali la notizia del suicidio di una undicenne, morte “vissuta” come liberatoria da molte bambine nelle sue condizioni. Spesso viene richiesta l’integrazione della dote che, se negata, porta all’uccisione delle spose tra torture e tormenti. Reati quasi sempre impuniti. Ancora oggi! Ma questa è un’altra storia.

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