Categoria: bollati

Recensione di Qui dove ci incontriamo di John Berger

Lisbona.

Le piazze e le vie sono lastricate a motivi bianchi e colorati, come se, invece che strade, fossero soffitti.

I muri coperti di azulejos e di piastrelle che raccontano la vita, le vie scoscese, il continuo incessante  sferragliare dei tram e il fado, la sua indimenticabile musica: qui John fa il primo dei suoi particolari incontri.

Ho scelto Lisbona, non è un luogo qualsiasi John. È il luogo dove ci si incontra. Da morti, i morti sono liberi di decidere dove vogliono vivere sulla terra.

È la madre di John Berger che ci appare e con la quale egli intraprende un lungo dialogo intriso di ricordi condivisi: gesti ripetuti, piccole manie, segreti e rimpianti, domande lasciate in sospeso, di quelle che in vita si ha paura di fare.

Noi-i morti-siamo tutti qui. Proprio come ci siete tu e i vivi. Voi e noi siamo qui per riparare un po’ di ciò che è stato rotto. Ecco perché siamo avvenuti.

E ci parla di coraggio, di speranza, di desideri, con parole scelte e sapienti, che diventano immagini, foto o quadri che catturano i nostri sensi.

E il viaggio continua…

Ginevra, contraddittoria ed enigmatica, città dove vive la figlia e dove visse Jorge Luis Borges: qui l’autore ricorda aneddoti ed esperienze del grande scrittore, in un racconto che mescola storia e presente e così via a Cracovia, Londra, Madrid: le persone scomparse si muovono accanto ai vivi, vecchi amici, mentori, amanti, in luoghi che non smettono di affascinarci perché ammantati di ricordi dolci e dolorosi.

Berger ci emoziona con le sue riflessioni sul tema della morte, profonde e delicate e sullo scorrere inesorabile del tempo, sui sentimenti spesso incompresi, con continui salti temporali, tra reale ed immaginario.

In Qui dove ci incontriamo ci troviamo completamente coinvolti attraverso le descrizioni, immersi in luoghi pieni di vita, odori, suoni, i punti d’incontro delle persone che egli ha amato, dalle quali ha imparato, con le quali ha sofferto e sognato.

Con un linguaggio semplice ma poetico, vivido, vibrante, con uno stile originale, dove ogni frase rivela la ricerca della precisione, Berger ci regala un meraviglioso viaggio, una sorte di autobiografia della memoria, conservata dentro di sé, capace di   vanificare così il potere della morte.

Approfondimento

John Berger non è stato solo un grande scrittore ma anche pittore, critico d’arte, sceneggiatore: non ci sorprende quindi come sia riuscito, in Qui dove ci incontriamo, a farci vivere per immagini il lungo percorso attraverso i suoi luoghi del cuore e dell’anima.

Con la sua capacità di trasformare in parole i ricordi più intimi ci trasporta in questo viaggio “magico”, introspettivo e meditativo, ricco di sensazioni che ci appaiono come “pennellate”; un romanzo tenero, profondo, che lascia il segno.

Sabrina Bizzarra Rambelli

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Recensione di L’uomo che vendeva diamanti di Esther Kreitman Singer

Chi crede che col denaro si possa far di tutto è indubbiamente pronto a far di tutto per il denaro.

Così Beauchesne descriveva il bisogno spasmodico di ricchezza e agio materiale concretizzato nel “Dio Denaro”. Ed è proprio il denaro, con il potere fascinatore che alberga in esso, il motore scatenante delle vicende del racconto di Esther Kreitman Singer. Anversa, primi anni del 1900: è questo il contesto in cui si diramano le vicissitudini e i drammi dei coniugi Berman e dei loro tre figli.

Gedaliah Berman, ricco commerciante di diamanti e fonte di benessere della microeconomia familiare, incarna l’ebreo di umili origini arricchitosi grazie a una tenace forza di volontà e voglia di rivalsa sociale. Il patrimonio ottenuto negli anni rappresenta per lui la fonte massima di soddisfazione e di orgoglio che lo rende cieco di fronte alle reali esigenze dei suoi cari. Difatti, pur distaccandosi dalla mera visione dell’avaro senza scrupoli, Berman riversa ogni affetto per moglie e figli negli affari, convinto com’è che solo il benessere economico sia capace di donare felicità sociale alla famiglia. Della sua concezione di vita ossessiva e asfissiante è vittima Rochl, la remissiva e sommessa moglie.

Tollerante, attenta, ansiosa, debole di cuore e costantemente foriera di nefasti presagi, Rochl seppur nel suo “dis-equilibrio”, riesce a equilibrare la famiglia. Inizialmente legata al marito da un genuino e sincero amore, col passare degli anni, quanto più la presenza di Berman si rivela ingombrante e claustrofobica, tanto più l’affetto originario diventa un ricordo sfumato. Presenza imponente e pressante che subisce anche il figlio maggiore Dovid.

Svogliato, inerme, sentimentale e cerebrale, Dovid è l’esatto opposto di Berman: se il padre è la figura imponente, sicura, l’uomo che “si è costruito da sé”, il figlio è l’emblema della crisi generazionale. Assolutamente restio a seguire le orme paterne, egli cerca costantemente di ri-trovarsi, di fissare degli obiettivi, di capire cosa fare della propria esistenza. Ma questa ricerca forsennata è solo mentale, non si tramuta mai in azione concreta, preda di un connaturato nichilismo. L’unico momento di azione, spinto da un amore che si rivelerà insano, lo porterà alla deriva, in una situazione analoga a quella di Jeannette, l’allegra e gioviale sorella. Quest’ultima, nel momento in cui si dimostrerà “pro-attiva”, andrà contro i dettami paterni e il “decoro” familiare, compromettendo così per sempre la sua esistenza.

In questo contesto di personaggi immobili, ancorati alle loro convinzioni, stili di vita, atteggiamenti, erge la figura di Jacques. Figlio minore, egli, anche se meno presente rispetto agli altri membri familiari, è “L’Azione”: è lui che, nei momenti di panico, prende in mano la situazione e si adopera immediatamente per tentare di risolverla, ed è sempre lui che riesce a trovare il lato buffo della guerra.

Se nella prima parte de L'uomo che vendeva diamanti, infatti, l’autrice pone le basi della narrazione, introduce i personaggi con le loro storie e ci immerge nel contesto della vita ebraica, con i suoi colori e profumi, nella seconda parte del romanzo vi è una frattura radicale: l’avvento della prima guerra mondiale.

Ed è anche la guerra, con i suoi orrori, una delle grandi figure del romanzo. Una guerra osservata dal punto di vista ben poco privilegiato dei fuggiaschi, ebrei e cittadini di tutte le etnie, costretti a espatriare. E sarà la guerra “dei quattro giorni” frenetica, fulminea, che tutto modifica, a portare a compimento i destini individuali.

 
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Approfondimento

La scrittura agile e ironica di Esther Kreitman Singer rende la narrazione altamente scorrevole e godibile. Scrittura che si rivela quanto mai strumento essenziale alla storia, da un lato per meglio penetrare nel contesto di una multiculturale Anversa fatta di shtiblekh, di controversie tra ebrei galiziani ed ebrei russi, di rituali collettivi e di kugel mangiati al tavolo comune, dall’altro per descrivere la condizione traumatizzante della guerra, che però viene sempre presentata con la leggerezza e con quell’amaro sorriso che consente di superare certe orrifiche visoni.

La lettura delle ben oltre 300 pagine de L'uomo che vendeva diamanti è aiutata anche dalla presenza di un glossario d’appendice per la comprensione dei termini yiddish e l’immedesimazione nel loro microcosmo culturale. Se si è appassionati di saghe familiari, se si vuole vedere la guerra da una diversa angolatura o se si vogliono conoscere dall’interno le varie sfumature della comunità ebraica, il romanzo delle Singer è caldamente consigliato.

Gabriella Esposito

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Recensione di Alan Turing – Storia di un enigma di Andrew Hodges

Scienza, per Alan Turing, voleva dire pensare con la propria testa e vedere coi propri occhi, e non già una raccolta di fatti. Scienza voleva dire dubitare degli assiomi. Quello di Alan era l’approccio del matematico puro, che prima dà libero corso al pensiero e poi si preoccupa di vedere se esso possa o non possa applicarsi al mondo fisico.

Partiamo dall’inizio, da quella che apparentemente potrebbe sembrare una semplice domanda: chi è stato Alan Turing? Un logico? Sicuramente… ma anche matematico, crittografo e padre dell’informatica. Se questa definizione può creare un leggero spaesamento è anche vero che lo stesso Hodges mette in guardia i lettori su quanto la vita di Turing possa essere incomprensibile per menti ingabbiate in pregiudizi letterari, artistici o politici.

Hodges ha scelto di iniziare il suo racconto dai primi vagiti del piccolo Turing, quando il genio era ancora in potenza e a essere in atto erano solo le normali vicende di un bambino. Ma, forse, il termine “normali” non è davvero il più adatto per descrivere Alan Turing. Perché Turing è il ragazzo che, non potendo prendere il treno per la scuola a causa di uno sciopero, decide di percorrere sessanta miglia a bordo di una bicicletta. Lo stesso che, per distinguere la destra dalla sinistra, era costretto a dipingersi una macchiolina rossa su uno dei due pollici e che per anni non si accorse di come il Natale cadesse a intervalli regolari. E se tutto questo può strapparci un sorriso, è anche vero che Alan, già dall’infanzia, aveva iniziato a sviluppare un incredibile interesse verso il mondo circostante e un odio esasperato verso qualsiasi tipo di evidenza.

In un passo particolarmente divertente, il fratello John racconta di come si andava sul sicuro scommettendo che, non appena uno si fosse avventurato a enunciare qualcosa di evidente, come per esempio che la Terra è rotonda, Alan avrebbe subito tirato fuori una quantità di prove incontrovertibili per dimostrare che è invece è quasi certamente piatta, ovoidale, o che ha la forma di un gatto siamese fatto bollire per quindici minuti alla temperatura di mille gradi centigradi.

Aneddoti come questo sono capaci di restituire un’immagine vivida di un uomo dotato di una personalità estremamente complessa. Perché prima di diventare un grande matematico e logico, prima di dare un contributo fondamentale alla causa inglese durante la II Guerra Mondiale grazie alle sue intuizioni nel campo della crittoanalisi e prima di gettare le basi per la moderna informatica, Turing è stato il ragazzo determinato ma timido, dotato di una straordinaria acutezza ma anche di una non trascurabile ingenuità.

Ritorniamo alla domanda da cui siamo partiti: chi è stato Alan Turing? Pagina dopo pagina, la risposta continua a sfuggirci e quando ci sembrerà di averla quasi raggiunta ci ritroveremo con un pugno di nuovi interrogativi tra le dita. E di questo, Alan Turing, non sarebbe potuto essere che felice.

 
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Approfondimento

Giocava anche a bridge con i compagni del suo anno, sebbene afflitto com’era dal difetto comune a tutti i seri matematici non gli si potesse affidare il compito di segnare i punti, perché sbagliava le somme.

Hodges, in Alan Turing. Storia di un enigma non si propone semplicemente di raccontare le fasi di una vita ma anche di svelare il funzionamento di una tra le menti più geniali del XX secolo. L’autore prova a risalire fino agli albori di quelle che poi diventeranno le grandi idee e le geniali intuizioni di Turing.

Non si può negare che in alcuni punti, nonostante il proposito di Hodges, il libro appaia criptico e di non facile lettura per quanti non possiedano un ampio bagaglio di non poi così basilari conoscenze scientifiche. Anche solo osservare i voli qualche volta pindarici e gli incredibili ragionamenti di Alan offre comunque la possibilità di entrare in contatto con un modo di pensare fuori dal comune.

C’è un’immagine che ricorre con frequenza in questa storia: quella degli scacchi. L’intera vita di Alan sembra, infatti, la realizzazione di una complicata e tortuosa partita in cui, per vincere, non è sufficiente prevedere la mossa successiva ma è necessario protendersi sempre un po’oltre, la dove ancora nessuno è arrivato a guardare.

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