Categoria: breve racconto

Aspettare e aspettare per sempre

Ci sono cose che tirano come ti muovi, fili nell' anima, incroci a raso sul presente, strade che definiscono confini, curve che fanno l' inchino a qualcosa ed evitano qualcuno. Ci sono storie che solcano, incidono, spostano il posto al senso, definiscono il ritmo con cui ci si addormenta. E sono quelle a cui ti sei stretto una volta, a cui hai creduto e che sono cresciute dentro come radici, sono quelle cose in cui puntualmente inciampi, che puntualmente non capisci, non riconosci, non fermi, archivi, non finisci. Come un velo di salsedine sul cuore. Tira. Come uno sforzo per guardare lontano in cui ti si consumano gli occhi, come perdere senza aver partecipato, come ricordare senza avere mai veramente ricordato al posto giusto.

Grammi di felicità che neanche possiamo abituarci. Viviamo come sappiamo, come possiamo, come ci è dato e non è detto che basti. Inseguiamo la pallina finchè si muove con l'istinto di partecipare agli eventi senza spesso un vero perchè. Ci amiamo, poi ci cambiamo, ci accettiamo perchè è più comodo, ci nascondiamo e non ci spieghiamo perchè è più sicuro, ci mescoliamo, confondiamo,conformiamo per sentire meno il peso della responsabilità, per sentirci altri. Leggeri. Incompiuti.

Cammini sulla crepa che fila a strade e poi un giorno ci finisci dentro. É così che funziona. Cammini sul dolore sepolto nelle cose, latente e feroce, divelto. Senti che non è più lo stesso e non lo è stato mai, che siamo fuori dalle regole, dalle scelte, dalle spiegazioni, dagli incontri. E un giorno qualunque camminando per la strada ti entra un pezzo di vita dentro vedendo la gente, ti si conficca dentro quello che ti manca e ti senti vivere, nel riflesso delle vite altrui, a metà, vivere al risparmio. E desideri da discount.

Amori a tempo, con la combinazione, amori se possibile, amori in comodato d' uso, amori ferite. Persone confuse, mani aperte, sguardi soffusi, chiavi sul cuore, ti giri a chiederti più che quanto amore sei di che amore vivi. Amore meccanico impiantato come un bypass, amore sulla fiducia, amore dei giornali festivi, amore a targhe alterne, amore promesso e mai visto. Aspettarci, per scalfirci, aspettare perchè alla fine aspetti anche quando non vuoi ed è meglio prendere di sorpresa la vita che il contrario. Che puoi sbucciarti il cuore coi sogni quando vuoi, che puoi sempre finire nella scienza inesatta di una donna, dimenarti nel traffico come in una pista da ballo il sabato sera, fare l'apericena pensando che vorresti dormire con molto alcool in corpo e molti sguardi in lei, che puoi condividere il divano e la tv con la famiglia con la vaschetta del gelato come catalizzatore, che puoi aspettare la chiamata che dovrebbe cambiarti l' umore e aspetti e speri.

Amicizie che tirano da una parte all' altra finchè tira il vento, parentele che devono vedersi per commentare i tagli dei capelli e gli acquisti, maleducati che devono sbuffare e far sentire il loro malessere in ogni dove, sulle bacheche e le casse e le fronti, lavori che ti fanno sentire fortunato, lavori che non ti fanno sentire niente, amanti che ti consolano, puttane che vendono sudore a tempo a chi gli basta, le file e la gente strana, la gente semplice quella che non chiede mai e dà soltanto, quella che si voltano tutti, quello che ha bisogno di molto profumo come autostima, quello che aspira tutta l´anima quando ci sei, chi si approfitta, chi non rende, chi non spera. Ci sovrapponiamo, scansiamo, scontriamo perchè negli incastri noi viviamo, nei posti lasciati liberi da altri, nei posti rubati, vacanti, preferiti ad altri, conquistati. E quando troviamo il nostro posto non lo lasciamo più, tra l´uno e l'altro ci costruiamo la nostra vita fatta di certezze e di appigli, di luoghi comuni e fragilitá. Ci muoviamo lì dentro con poco margine, poco margine di errore e di speranza, ci muoviamo per consolidare, per mettere al sicuro quello che siamo diventati. Nessuno ci porterá via. Forse alla fine.

Quel che ci resta, che ci resta sempre è aspettare. Qualcosa. Qualcosa di meglio, di peggio, di nuovo. E tra chi aspetta c' è chi aspetta e basta perchè sa che troverà ciò che sta cercando, il tempo sceglie le variabili. E poi c' è chi aspetta per aspettare per sempre che manca la forza di fare le scelte che ti imboccano al futuro che desideri, che manca la speranza e tutto è passato, tutto è impossibile nella sua semplicità. Il cosa aspetti, il quanto aspetti forse ti tortureranno e solo il perchè aspetti ti terrà a galla nel tempo.

E poi troverai amore vivo, nelle cose e nelle persone e lo brucerai solo vivendolo come ossigeno che si stacca dal cuore. E tutto il resto sarà niente, una lunga lista di molto niente, il niente può aspettare e anche aspettare sarà niente. Finchè sai di amore vivo.

abc

Filologia di una tazzina di caffè

Sai, di tutte le cose che ho dimenticato mi è rimasta una sensazione, come di vuoto. E non so se a te capita ma, quando entro in quella casa, la sensazione mi prende e le pareti si avvicinano al mio corpo però non vorrei, ecco, che tu pensassi ad un senso di soffocamento. Come la chiamano? Claustrofobia. No, non è quella. Forse dovrei dire che le pareti si adagiano su di me. Mi rivestono. Poi mi guardo allo specchio della camera da letto e voilà, ci sono io trent’anni fa, con un vestito a fiori come la carta da parati; io che mi metto il bigodino singolo alla ciocca d’avanti e mi sento bellissima, un po’ Greta Garbo un po’ Audrey Hepburn, ma ti sto parlando di trent’anni fa, eh?

Dici, perché sono cinque minuti che ti sto parlando delle pareti? Beh, non so da quanto tempo tu non entri in quella casa, ma devi sapere che ci sono solo pareti, lì dentro. E pavimenti, ovviamente, altrimenti sprofonderesti in qualcosa tipo l’inferno o, peggio ancora, finiresti nell’appartamento della signora Torelli, quella che faceva l’aspirapolvere alle tre di notte. Tutto il resto, tutto quello che c’era quando c’eravamo anche noi, non c’è più.

Di quella casa ricordo molte cose, come il formaggio con la pera. La nonna me lo faceva sempre, come dessert, ed era una roba rivoltante, credimi. Il peggio era quando le prendeva l’estro creativo, capisci?, tipo La prova del cuoco ante litteram, e mi serviva fragole con formaggio, ananas con formaggio e altra roba strana che ho volutamente dimenticato. E poi ricordo Luigi Tenco, quello che si è suicidato. A mezzogiorno la nonna accendeva la radio e, chissà come, beccava sempre Tenco o forse era Tenco che beccava lei, che se ne stava accucciato nella radio, zitto zitto, per poi esplodere lentamente nel soggiorno quando la nonna premeva play.

Di quella casa ricordo la nostra vita entro le pareti, l’odore del brodo di pesce il venerdì, le parole incrociate del nonno e il tiggì della sera con un giornalista dall’accento strano ma soprattutto, soprattutto ricordo il borbottio della caffettiera. Sai, ho sempre pensato che le caffettiere fossero un po’ come delle vecchie zitelle: matrone con il culo grosso che se ne stanno lì, in piedi, con un pugno puntato contro il fianco e il gomito a manico, a borbottare senza sosta fino a quando non spegni il fuoco ai loro piedi e non le fai liberare di tutto l’amaro che hanno dentro. La nonna diceva sempre che c’è poesia, dentro il caffè. E, guarda, sai cosa vorrei non aver dimenticato? La tazzina di nonna, quella del caffè delle sette di mattina. Di quella tazzina ricordo una mancanza: il manico, che provvidi io stessa a eliminare durante i miei studi sul moto parabolico. Non ricordo nient’altro, nemmeno il suo colore. Forse era rossa, come questa qui del bar, oppure bianca come la mia preferita che ho a casa, o magari a fiori viola. Amava gli iris, la nonna, te l’ha mai detto?

E’ terribile dimenticare qualcosa che ha fatto parte della vita quotidiana di chi amavamo. Pensaci: di quella tazzina mi è rimasto il nome, che però resta uguale per tutte le tazzine che ho visto e che vedrò nella mia vita. Eppure, nessuna di quelle è la sua. Nessuna di quelle tazzine significa il suono della sveglia e lo sbuffare della nonna quando al quarto tentativo riusciva finalmente a mettersi in piedi, e i suoi passi condotti verso il soggiorno a ritmo zigano, un rumore ferroso di caffettiera e il crepitare del fornello sotto di essa. Può sembrarti stupido, eppure è una ricchezza che ho perduto, questa, qualcosa che avevo e che il tempo mi ha portato via, una sfumatura all’anno fino a questo momento, in cui di un oggetto amato ricordo solo l’assenza.

Dai, su, versami altro caffè e non pensiamoci più e poi andiamocene, ché si sta facendo tardi e non è bello entrare nelle case vuote col buio. Ah!, ti ricordi il braciere, quello che la nonna odiava perché ci era caduta dentro, una volta? Beh, è ancora lì: l’ho trovato nello sgabuzzino, dove sospetto che la nonna l’avesse nascosto per non inciamparci una seconda volta. Lo vuoi? Magari ti può servire...anzi no, tu hai i bambini, possono farsi male: metti che l’imbranataggine è genetica? A parte il braciere non c’è più niente. Solo muri, carta da parati e, con un po’ di fortuna, noi due, come trent’anni fa, un po’ come in una foto che non abbiamo scattato mai.

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