Categoria: brutalità

Siamo tornati indietro di 80 anni in una serata

C'è stato un periodo, in Italia, in cui non c'era nemmeno libertà di poter camminare. E' venuto un buio periodo, compreso, circa, tra il 1925 e il 1945, in cui erano vietate manifestazioni che fossero contrarie alle direttive di regime: i giornali che criticavano, in qualsiasi modo, il governo venivano chiusi e gli autori imprigionati. E' venuto un periodo, in Italia, in cui esisteva la leva obbligatoria e bisognava partire per guerreggiare in terreni di cui nessuno aveva mai udito parlare. E' venuto un periodo in cui bisognava esporre le bandiere italiane e cantare l'inno come un religioso malato intonerebbe una preghiera. Oggi, maggio 2012, la prima condizione è mutata: non si imprigionano i dissidenti, ma li si emargina indirettamente. Il secondo è rimasto immutato, tranne per il fatto che non vige più la leva obbligatoria. Il terzo è appena ritornato in auge, precisamente il giorno martedì 22 maggio 2012, quando il Giudice Sportivo Tosel sentenzia che la Società Sportiva Calcio Napoli dovrà pagare una multa ammontante a 20 mila euro perché i propri tifosi hanno fischiato l'Inno nazionale.

Dopo le parole di Schifani, circa la sua indignazione per i fischi (e la sua totale indifferenza per i cronici cori razzisti) è arrivata la condanna ufficiale, accompagnata da ruggiti di approvazione di molte persone e da stampa nazionale. "Quegli sporchi terroni stanno fischiando l'inno portatore di democrazia, loro sconosciuta". Questa multa è un chiaro segno di ritorno ad un orrendo passato, a vecchi metodi che noi credevamo spariti. Ora contestare l'inno è diventato un reato. Non pretendo mica giustizia per i beceri cori contro la tifoseria partenopea, quali "Vesuvio lavali col fuoco" e striscioni tipo "Benvenuti in Italia", "Ciao colerosi" eccetera, non voglio mica sanzioni per le squadre i cui tifosi aggrediscono ripetutamente i tifosi napoletani, non voglio mica la luna! Non pretendo mica che venga a galla la vera Storia del Sud o le verità occulte sull'occupazione savoiarda, dicasi unificazione. Non pretendo certo che vengano rinominate le piazze dedicate a noti assassini come Garibaldi, Cialdini e Vittorio Emanuele. Non pretendo che venga chiuso il Museo dell'Orrore a Torino dedicato allo "scienziato" Cesare Lombroso, osannato il Italia, ripudiato dalla storia delle scienze, in cui sono esposti crani e scheletri dei "briganti" uccisi dalle truppe piemontesi che lo "studioso" esaminò per concludere che lo stereotipo del perfetto delinquente si rispecchia nei connotati del calabrese.

Non pretendo mica che vengano riconosciuti i primati del Regno borbonico o che vengano onorati gli sconfitti (usanza praticata in Paesi civili e uniti davvero come Giappone, Francia e Spagna) come Carmine Crocco e Michelina Di Cesare. Ma almeno rivendico il mio diritto a contestare, nei limiti del rispetto e della civiltà (e i napoletani non hanno commesso alcuna infrazione), qualcosa. I fischi all'inno sono un qualcosa da comprendere, da ascoltare. E' frutto di un'intolleranza verso e metodi italiani anti-meridionali che dovrebbe preoccupare molto gli uomini di governo. E' segno di un Sud cosciente di sé come non mai della propria cultura e del proprio passato insabbiato. E' segno invece di barbarie, brutalità, razzismo, ferocia, ignoranza, totalitarismo, anti-democrazia con i quali si affronta e si è sempre affrontato tutto ciò che riguarda il Sud, di marchio tutto italiano. Quei quasi 30 mila fischi all'inno sono 30 mila bocche messe a tacere che gridavano aiuto per una verità che i professoroni razzisti al Governo si rifiutano di vedere. Martedì 22 maggio 2012 la democrazia è morta. Chissà dove arriveremo.

abc
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