Categoria: bukowski

Recensione di Il capitano è fuori a pranzo di Charles Bukowski

Tra l’estate del 1991 e l’inverno del 1993, alla soglia dei settant’anni, Charles Bukowski scrive il suo diario, aprendo uno squarcio sul suo mondo, composto quasi interamente da corse ai cavalli, pensieri pigri e schietti, complicità ed ozio con la moglie Linda.

Un flusso di coscienza che scorre lento, rende la lettura – a tratti – faticosa, intrisa della melanconia dell’uomo arrivato alla fine, consapevole di dover vivere adagio ciò che gli resta, di dover succhiare la polpa, pretendere l’essenza. Accostare Bukowski, scrittore scellerato, provocatorio, eccessivo, all’idea di pacatezza che traspare da queste righe farebbe storcere il naso anche ai lettori più inclini al cambiamento stilistico. Eppure, il pazzo Hank è consapevole della dipartita e si attacca alla scrittura come baluardo tra lui e la morte, con un’opera d’arte oltre modo onesta ed ardua: il racconto di se stesso. L’autore si crogiola nell’appagamento letterario, dichiarando di essere consapevole di “non aver mai scritto meglio di così”, alternando fasi di autocelebrazione a fasi di commiserazione. Ma quando si raggiunge l’apice, il rischio maggiore è di cadere vertiginosamente e infrangersi assieme alle proprie ambizioni? Il Capitano è fuori a pranzo rappresenta un testamento letterario, “chicca” per i fan accaniti, ma di sicuro non il testo migliore dell’autore. Spesso associato alla corrente del “realismo sporco”, movimento nato negli Stati Uniti alla fine degli anni Settanta, riconducibile al Minimalismo. Bukowski riduce al minimo le descrizioni, elimina gli avverbi, centellina gli aggettivi, per mettere in risalto l’opera nel suo naturale contesto, senza orpelli.

Ho trovato la lettura tediosa e fiacca, a volte fossilizzata, persino ripetitiva. Priva di colpi di scena, mi ha suscitato l’ansia dell’attesa senza mai appagarmi, come un piacere rimandato e poi negato, parabola del tramonto dello scrittore.

Invecchiamo ma, a volte, i nostri sogni non invecchiano con noi: si cristallizzano sotto strati di insoddisfazione. Così diveniamo guscio, custodia raggrinzita di un’anima troppo giovane e il senso di inadeguatezza ci assale. I tramonti non ci emozionano più, il vino non ci dà euforia, le belle donne diventano bambine imbellettate. Ma ci ostiniamo, ricreiamo gli eventi, le situazioni, ricerchiamo le emozioni di allora per nutrire e colmare il vuoto di oggi, per non restare guscio e divenire, finalmente, pienezza. Henry Charles Bukowski muore l’anno successivo alla stesura di questo diario, senza rimpianti, dopo una vita di eccessi, lasciando un patrimonio artistico vastissimo: sei romanzi, centinaia di racconti e innumerevoli poesie.

Approfondimento

Dai critici Bukowski fu definito “una pittura dettagliata di certe fantasie maschili tabù: lo scapolo disinibito, solitario, antisociale, e totalmente libero”. Egli si adattò perfettamente a quest’icona di anticonformismo, dando spesso spettacolo di sé pubblicamente, durante le letture delle sue poesie o alle numerose feste a cui prendeva parte. Il suo stile di vita fu subito catalogato come espressione di un atteggiamento tipico della Beat Generation, movimento da cui però prese le distanze. La lapide dell’autore recita: “Henry Charles Bukowski, -Don’t try – 1920-1994”. “Don’t try”, in italiano “non provare”, è il titolo di una sua raccolta poetica di cui spiega il significato nel 1963: «Qualcuno in uno di questi posti mi chiese: "Cosa fai? Come scrivi, come crei?" Non lo fai, gli dissi. Non provi. È molto importante: non provare, né per le Cadillac, né per la creazione o per l'immortalità. Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po'. È come un insetto in cima al muro. Aspetti che venga verso di te. Quando si avvicina abbastanza, lo raggiungi, lo schiacci e lo uccidi. O se ti piace il suo aspetto ne fai un animale domestico.»

Anastasia Cicciarello

abc

Recensione di Souvenir – unaltrobukowskiwannabe di Mattia Zadra

Souvenir è quello che è rimasto a Mattia Zadra dal suo percorso, quello che ci fa leggere in questo libro in cui mischia racconti brevi e poesie tra loro compatibili, anzi, complementari. Per chi si stesse chiedendo che effetto fa. Ognuno ha i suoi souvenir, il più delle volte li chiudiamo in un cassetto e pace. Zadra invece li affronta, perché i souvenir non sono mica facili per tutto quello che c’è dietro, li respira, li beve, li scrive, li mette al loro posto. Insomma, fanno il loro giro, com’è giusto che sia, ma prima di tornare a casa lasciano segni neri sulla carta.

Zadra si ispira evidentemente al realismo di Bukowski, anche se meno “sporco” e “crudo” del poeta-scrittore innovatore del ‘900. Qualche elemento è preso in prestito, forse, anche dallo stile beat, ma in ogni caso Zadra si discosta da queste due correnti grazie a uno stile personale che definirei sia cinico sia romantico, tormentato. Non disilluso del tutto. Con una sensibilità di fondo di cui non è sempre necessario parlare, che come un interruttore si accende e si spegne. Il senso di estraneità riguardo all’amore, che a tratti emerge, si legge in alcuni versi della poesia Padre Mio:

Nessuna redenzione signore, nessuna assoluzione. Il vostro peccato lo state pagando, avete scelto d’amare, e avete amato la persona sbagliata.

Tracce di realismo ovunque, dicevo, sia nelle descrizioni sia nei concetti, spogliati dal superfluo, nudi e (quasi) crudi. Prendere o lasciare. Ne è un esempio la poesia Sopravvivere:

… È allora che te ne accorgi, che alla solitudine ti ci abitui, ma perché la solitudine ti cambia. Ti affila la lingua, ti avvelena il sangue, e gli occhi con cui vedi non sono occhi normali, sono occhi difettosi, che vedono il mondo per quello che è.

 L’impressione è che Mattia Zadra, raccontando, parlando di sé a cavallo del confine tra realtà e fantasia, combatta con il concetto di scrittore maledetto e con quello di ragazzo con dei sentimenti incompresi. Un accenno di tentativo di fermare i mulini a vento durante una tempesta. Non manca il meccanismo autodistruttivo del vino, che scorre a fiumi, la noia, i ricordi nostalgici, i riferimenti al sesso pacatamente soddisfacente. Non si può valutare quest’opera tralasciando i tratti passionali che la arricchiscono, una sorta di verve “spenta” che illumina egualmente. Con semplicità.

La verità profonda, per fare qualunque cosa, per scrivere, per dipingere, sta nella semplicità. La vita è profonda nella sua semplicità. (C. Bukowski)

 

 Approfondimento 

I racconti sono spaccati di vita personale, o come personali sono presentati, in cui sostanzialmente Zadra visita il rapporto conflittuale con l’amore, suona, si fa aprire e poi esce di nuovo. Una costante è il tema dell’immutabilità delle cose, sebbene non si faccia riferimento al Destino, sembra assodato che con la stessa maniera con cui accettiamo gli eventi e le persone sia anche necessario lasciarli andare. La giostra di sentimenti e di disperazioni-mancamenti nello stomaco sono discorsi muti a parte.

 C’è un cuore da trovare in queste storie, una complicità da mantenere nel modo in cui ci si guarda, c’è il resto da incassare prima di sparire. O se preferite il Souvenir da portarsi a casa.

abc

Recensione di Donne di Charles Bukowski

Da donna quasi sicuramente ci si aspetta tutt’altro da un libro apparentemente a noi dedicato, ma non si deve mai limitarsi alla superficie delle cose, alle apparenze od alla prima impressione. Molte donne si sentono umiliate ed offese dalla scrittura di Bukowski, ne escono quasi scandalizzate e lo rifiutano drasticamente. Se ci si pone in ascolto dell’uomo Chinaski/Bukowski e si legge questo libro come un’autobiografia romanzata della sua maturità, quindi un momento di esistenza, inevitabilmente affiorano la sua anima, la sua grande paura, la radicata fragilità, l’immensa solitudine e la lacerante mancanza di  amore che urla a modo suo attraverso una scrittura ironica, pungente e diretta. Di fatto le parole solo la voce degli scrittori e del loro vero essere, inoltre i personaggi e le storie che raccontano inevitabilmente contengono sempre qualche cosa di loro stessi come singoli individui. Lo scrittura molto spesso è utilizzata anche per scopi terapeutici come autoanalisi.

Immancabili alcuni tratti distintivi dell’autore quali alcol, sesso, corse di cavalli ed eccessi in generale che se inizialmente ci colpiscono per la loro durezza e crudeltà a noi estranei, lentamente divengono talmente familiari da porsi sullo sfondo e scorrere via silenziosi, seppure anch’essi ci parlino di Charles Bukowski. Non passa inosservato il mancato rispetto dell’accademica struttura di un romanzo e la costruzione invece assolutamente perfetta, priva di sbavature, senza cedimenti da lui raggiunta. Non so quanti ne sarebbero capaci. La scrittura è viva, decisa, incalzante, fluida e piacevolissima. Indipendentemente dal contenuto condivisibile o meno, la forma è decisamente buona e non si cade mai nella noia.

Ho amato la forza ed il coraggio di quest’uomo che a quasi 60anni oltretutto, ammette le sue paure, che si interroga ancora su se stesso, si mette in discussione e vuole e riesce a cambiare. Il titolo è “Donne” ma personalmente vi ho trovato solo un uomo, un grande uomo. Le donne sono solo delle rappresentazioni, degli strumenti. Tra le pagine pulsa un individuo capace di esiste in modo assoluto, che mangia la vita, che cerca amore, che fugge da un enorme vuoto proprio di un’infanzia di isolamento. Chi è stato privato dell’affetto, specialmente della mamma e non è stato amato da bambino, non ha imparato ad amare, non lo sa fare e forse non sa nemmeno amarsi, infatti Henry si trascura esteticamente e spesso appalesa il suo terrore di innamorarsi. L’alcol è un banale riempimento di vuoti, il tentativo di compensare delle mancanze per far equilibrare la bilancia della sua vita e rendere l’esistenza che abbiamo migliore, è una tecnica di difesa naturale di molti, attuata più o meno consciamente. Con l’alcol anestetizza il suo dolore e si riempie  di quell’uomo che lui vede con le palle, Chinaski. Materia per la psicanalisi freudiana.

Henry è sempre molto attento a tutte le “sue” donne, le descrive nelle loro caratteristiche più vere ed impercettibili alla media maschile, non usa i consueti canoni sociali e ce le mostra talmente bene da farcele davvero conoscere anche a livello interiore. Innegabile la cruda e maschilista descrizione dell’atto sessuale, ma è comunque interessante da donna il vederci e viverci attraverso gli occhi di un uomo, capace di eliminare i filtri ed i condizionamenti sociali. Una ragazza viene da lui così descritta “Era una brava ragazza. Aveva un cervello affascinante e, stranamente, la sua castità era comprensibilissima” e se si pensa che lo ha scritto proprio Bukowski se ne rimane stupiti, ma personalmente trovo che sia questo il vero Henry o Charles. Parlando di sè invece si descrive come un uomo senza fiducia in se stesso, alcolizzato, solitario, stressato e folle, depresso, stronzo, vecchio, fragile, impaurito, attratto da tutte le cose sbagliate, prigioniero delle proprie abitudini, eternamente sperduto e confuso. Questo è lui allo specchio attraverso i suoi stessi occhi e non si può che sentire rispetto per un uomo che si apre al mondo ad un tale livello, quando di norma gli uomini devono solo essere maschi, quindi forti e non sentimentali. Il suo essere sempre eccessivo mi arriva come il grido disperato di chi ha bisogno d’amore e lo ammette, tanto da spaventarsi per le donne che vogliono qualche cosa da lui ed è istintivo fuggire da ciò che si teme, non a caso adora prostitute che non chiedono nulla e che se se ne vanno lui non perde nulla. L’angoscia di non possedere l’amore materno, la mamma, la ferita dei non amati sono parte di lui ed allora meglio qualche cosa di sterile ed usare pure un linguaggio crudo voce della rabbia e del dolore che porta dentro ed è indirizzato a quel qualcosa che brama ma non ha avuto e l’alcol riempie ed assopisce quel vuoto dilaniante. Desidera con tutto se stesso una donna dolce, buona, nonostante il prezzo tremendo che sa di dover pagare, ma non ha coraggio e lui in fondo non è un uomo forte, così torna sempre alle donne facili e continua a lottare con l’idea stessa di donne, colpa che non è a lui direttamente imputabile. Non so quale uomo avrebbe avuto il coraggio di mettersi tanto a nudo e con tanta intelligenza e profondità.

Io ho amato davvero Henry Chinaski ed ho vissuto con lui la sua angoscia ed ho accarezzato le sue fragilità e debolezze e sono andata molto oltre i suoi eccessi che fanno tanto rumore e distraggono, per poi rivelarsi maschere che egli mette alle sue umane paure. Mi sono fatta cullare dal ritmo incalzante e bruciante della prima metà del romanzo, per lasciarmi poi stropicciare il cuore dal suo crollo emotivo, per rinascere con lui verso il termine di questo viaggio ove compie qualche cosa di davvero grande che ovviamente non posso svelare. Mi porto nel cuore uno dei suoi molti motti, oltre alle tante risate, ovvero “….siamo tutti malati di sogni, ecco perché siamo qui” e lui, care donne, sotto quella ruvida superficie custodiva il sogno dell’amore ed il matrimonio, una casa, un gatto ed un cane, la spesa al supermercato e dando voce ad una sua donna si dice “Ti meriti un po’ d’amore”.

Federica Sentimenti

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