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Recensione di Quer pasticciaccio brutto di via Merulana di Carlo Emilio Gadda

La Menegazzi risulta aggredita nel proprio appartamento da un giovane col viso coperto che l’ha derubata; durante il sopralluogo il commissario trova un biglietto dell’aggressore per i Castelli, bucato alla fermata Torraccio. A questo si aggiungono le testimonianze degli inquilini dello stabile per cui il rapinatore aveva un palo. Comunque le indagini sono laboriose e intricatissime, anche perché si intrecciano due atti: un rapina ed un omicidio ed entrano in scena molti personaggi a dare colorito alla storia che vuole riflettere quel glomerio, quel gomitolo che è la vita difficile da dipanarsi. Sicché gli stili adottati sono di diverso livello: vanno dal raffinatissimo al plebeo, in un coacervo di registri che baroccheggiano, con imitazioni manzoniane diffusi su tutto il romanzo. D’altra parte Gadda ha sempre avuto una speciale predilezione per Manzoni, di cui scrive anche una celebre apologia. Le indagini serratissime e complicatissime non sortiscono l’effetto che ci aspetteremmo e il l’esito della vicenda resta pirandellianamente in sospeso, creando un romanzo con una struttura aperta passibile di più interpretazioni.

Perché il vero giallo è la vita con il suo linguaggio, o meglio i linguaggi, che esprimono, manzonianamente, quel guazzabuglio del cuore umano e quel carattere enigmatico della vita che rifugge da qualsiasi etichetta e razionale giustificazione. La vita, soprattutto per un uomo sofferente come Gadda, che patì un infanzia oltremodo difficile, con un complesso materno lancinante, i cui segni sono soprattutto nel testo La Cognizione del dolore, è davvero un enigma difficile da sciogliere. Per cui il testo attinge a piene mani alla filosofia, sottolineandone tutto il relativismo delle interpretazioni, perché la ricerca della verità rimane sempre vana; il glomerio che è la vita stessa si riflette ne linguaggio variegato e composito che non di rado ricorre al dialetto per il principio di mimesi, cioè di imitazione del disordine che caratterizza l’esistenza umana: “ Pareveno tre cugini a discorrere: nessuno gli badava. Di Grottaferrata ereno, concedè a malincuorè la nonna: comune di Grottaferrata, na frazione che se chiamava er Torraccio, dopo le Frattocchie: ma da otto anni erano venuti a sta a Roma, sì, fori de Porta latina, in mezzo a erbaggi se po dì, una strada de campagna che c’è appena un cartello che c’è scritto via Popolonia, e “ lì c’è stanno gli ortolani dentro a le baracche….”.

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