Categoria: Chris Weitz

Recensione di The Revival di Chris Weitz

Donna sarebbe rimasta volentieri a Cambridge, lì la Malattia non è arrivata, la civiltà è normale e la vita prosegue perfetta, ma deve tornare a New York per Jefferson. Deve aiutarlo per distribuire la Cura e per comunicare le nuove notizie sulla Malattia. Jefferson però non è come se lo ricordava. Durante la sua assenza è cresciuto e maturato. Ha dovuto prendere molte scelte difficili, e purtroppo le difficoltà non sono ancora finite. Ora però sono di nuovo insieme e possono aiutarsi e sostenersi a vicenda per salvare il mondo e loro stessi.

“Wakefield: «Non sembra tanto grave. Non vedo problemi nella Zona A». La Zona A è Central Park. Io: «Si fidi, è meglio andare a Randall’s Island». Cerco di ricordarmi l’espressione giusta. «Alla Zona C. Non si può sapere cosa succede nel parco, cioè nella Zona A. Possono esserci dei fuori di testa con arco e frecce nascosti tra i cespugli. Le cose rischiano di farsi serie, là sotto.» Wakefield: «Credo che ce la caveremo».”

Stile dei dialoghi molto particolare, più adatto a un copione che a un romanzo, che se da una parte portano il lettore a credere di essere personalmente con i personaggi e seguire i discorsi dal vivo, oltre a dar rilievo al ruolo di sceneggiatore dell'autore, dall'altro non trasmettono quelle piccole sfumature riguardanti al tono di voce, all'espressione del viso e alle movenze che vengono usate quando si parla, rendendo il tutto molto sterile e freddo.

“Chapel ci aveva attirati con menate molto idealiste e altruiste, tipo che voleva salvare tutti noi poveri piccoli stronzi post-apocalittici. Altrimenti mica l’avremmo aiutato. Ma qualcosa in tutta questa storia, a partire dal fatto di essere stata usata dal governo, mi fa pensare che in questa partita nessuno sia innocente. Tranne Jefferson. Di tutti quelli che conosco, lui è l’unico che sarebbe rimasto fedele ai propri principi. Lui non avrebbe mai accettato compromessi.”

Come nei precedenti romanzi, anche in questo finale di trilogia troviamo descritta l'unione tra Donna e Jefferson con frasi all'apparenza brevi e semplici, ma di un'intensità e una forza che quasi stravolge il lettore, portandolo immediatamente a ricreare quel legame epatico che si era instaurato nei precedenti due volumi.

“Devo starci attento, a fare male alla gente senza pensarci. Faccio un giretto intorno al bancone, riprendo fiato, perché suonarle a quel tizio richiede energia. Alzo gli occhi verso il soffitto a volta, poi li riabbasso verso i fratelli seduti intorno al tavolo di formica sulle vecchie sedie girevoli di pelle come se stessero aspettando il pranzo. Concentro l’attenzione sul prigioniero. Lui sorride, ed è molto sinistro dato che ha il naso rotto e un filo di sangue gli contorna i denti. Hai finito? dice. Penso che l’uomo ha le palle, non è il tipico ammasso piagnucolante che portiamo lì di solito.”

Durante la narrazione si capisce subito, grazie allo stile linguistico scelto dall'autore, che a narrare la storia sono dei ragazzi. Infatti oltre alla cadenza prettamente adolescenziale, si ritrovano perfettamente gli stampi comportamentali e mentali tipici di quell'età, ben descritti e caratterizzati minuziosamente.

Approfondimento

La storia alla base della trilogia è davvero molto coinvolgente e avvincente, ma fin da subito, e per tutta la durata dei tre romanzi, ricorda e riprende sia la storia che i temi fondamentali del romanzo Il signore delle mosche.

Ottima la scelta di Chris Weitz di scrivere ogni capitolo con una voce narrante diversa, dando così modo al lettore di poter vivere il punto di vista di tutti i personaggi principali, e specialmente di poter seguire gli avvenimenti che accadono a diversa distanza uno dall'altro.

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Recensione di The new order di Chris Weitz

«Ti dirò cosa faranno con voi. Vi terranno come rari esemplari. Siete i primi ragazzi a uscire vivi dalla zona dell’epidemia, con un antidoto fatto in casa preparato alla bell’e meglio dal tuo amico e da quel matto giù a Plum Island.»

Due anni dopo gli eventi narrati nel primo capitolo della trilogia di Young World, Jefferson, Donna e pochi altri sopravvissuti alla Malattia che ha sterminato la popolazione di un intero continente si ritrovano a bordo di una nave della Marina Americana, che cerca di carpire loro informazioni sulla loro sopravvivenza. È a bordo che i ragazzi fanno la conoscenza di Chapel, un membro della Resistenza, che li convince a fuggire e a unirsi alla sua lotta contro il sistema. Durante l’improvvisata fuga, Donna rimane indietro e si fa catturare per permettere agli altri di andarsene; è così che le loro strade si separano. Da qui in poi, la narrazione si divide in due filoni principali: da una parte la storia di Jefferson, Theo, Chapel, Cervellone e gli altri, che tornano in America speranzosi di riunire tutte le Tribù, riappacificarle, distribuire loro la cura e rendere l’America grande di nuovo, come avrebbe detto un simpatico signore di colore arancione presidente degli States, dall’altra quella di Donna, che viene requisita dal governo Inglese e ospitata a Cambridge da un membro del Ministero degli Esteri di Sua Maestà la Regina, come egli stesso declama con voce altisonante. E in tutti e due i casi, la storia prosegue tra colpi di scena, tradimenti a più riprese, relazioni improvvise, guerre da evitare, ritorni improvvisi di personaggi creduti morti e una suspense così fitta da poterla tagliare con il coltello. Provare per credere.

«Questa è una mia idea», dico. «E l’avrei esposta con chiarezza già prima se tu non avessi minacciato di spargere il mio cervello sul pavimento. La tua gente ha già pagato molto. Hanno dato la loro vita. E per questo voi avrete la Cura per primi. Ma non sono qui per dare il via a un massacro.»

Approfondimento

The new order è palesemente ispirato a Il signore delle mosche di Golding, forse anche troppo, tanto da essere citato più volte da vari personaggi nel corso della narrazione. Tuttavia, rispetto a quest’ultimo, The new order è molto più ironico e, a tratti, decisamente meno crudo. E rispetto allo scenario post-apocalittico simil-prigione-di-Stanford narrato in The young world, il capitolo precedente, e ne Il signore delle mosche, per la prima volta qui appaiono tracce di civiltà e addirittura un’Inghilterra, Cambridge per la precisione, quasi incontaminata.

Ciò, ovviamente, non si applica per gli Stati Uniti, New York in primis. Eh già, non so per quale motivo, ma è ormai da lunga tradizione che qualsiasi super cattivo, astronave carica di alieni, minaccia planetaria, epidemia, invasione zombie eccetera che la letteratura moderna e il cinema scatenano sul nostro pianeta parte sempre da New York. E in attesa della prossima catastrofe, cosa potrebbe esserci di meglio da fare, se non leggere un buon libro?

«Io dico… vi chiedo… di dare a tutti noi un’altra possibilità. Possiamo fare qualcosa di meglio delle tribù e della guerra. Possiamo fare la vita.» Non mi acclamano; non fanno niente di niente. Un mormorio basso come un battito di cuore, mi sembra. O forse è solo il mio, di cuore. Solone annuisce. Guarda la folla. «Va bene», dice. «Cosa sarà allora? Guerra?» Qualche mano si solleva… altre le seguono. «Pace?» chiede. In silenzio si alzano. Centinaia, un migliaio. Le lacrime arrivano.

Andrea Margutti

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