Categoria: Città di vetro

Recensione di Città di vetro di Paul Auster

Città di vetro fa parte de La trilogia di New York di Paul Auster, insieme alle altre due detective-stories Fantasmi e La stanza chiusa.

Nel primo racconto il protagonista è Daniel Quinn, uno scrittore di gialli di largo consumo che si firma con lo pseudonimo William Wilson. La sua vita ormai è senza scopo: ha perso la moglie e il figlio in un incidente e da allora vuole stare solo, lontano da tutto ciò che lo circonda. Il suo passatempo è quello di vagare tante ore per New York senza meta, quasi come fosse un fantasma.

La sua routine viene però interrotta da una telefonata. Una sera Daniel sente squillare il telefono e alzando il ricevitore ascolta queste parole: «Vorrei parlare con il signor Paul Auster dell’Agenzia Investigativa Auster… È una cosa della massima urgenza, non c’è quasi più tempo». Un errore, pensa il protagonista, e, spiegando all'interlocutore il malinteso, riaggancia. Tutto sembra finire lì, sennonché la stessa telefonata si ripete per più sere. Daniel vede questo continuo sbaglio come un segno per cambiare qualcosa nella sua vita ormai senza aspirazioni. Incuriosito da ciò che si nasconde dietro la richiesta d'aiuto, sveste i panni dello scrittore per indossare quelli di un detective, proprio come il protagonista dei suoi romanzi.

Una volta preparatosi a diventare Paul Auster, si presenta all'appuntamento. A riceverlo nella sontuosa casa sulla Sessantanovesima est è la signora Virginia Stillman, una donna affascinante. È lei a occuparsi della casa e della maggior parte delle questioni pratiche; il perché Daniel lo capirà dopo aver incontrato il signor Peter Stillman.

Peter, un uomo minuto dall'andatura incerta e dalle mani tremolanti, è tutto quello che Daniel Quinn, o meglio Paul Auster, non si aspetta. Il suo discorso confuso, fatto di parole in libertà e di argomenti apparentemente sconnessi, rivela un profondo trauma infantile ancora non risolto. Dopo la morte della madre, suo padre, Peter come lui, noto professore di antropologia, decide di provvedere alla sua educazione. Ossessionato dalla ricerca del linguaggio primigenio, chiude il piccolo Peter in una stanza buia lontano da tutti e da tutto. A salvarlo da questa prigionia saranno un incendio e la successiva incarcerazione del padre.

Adesso però Stillman senior sta per essere liberato, e la paura di una ritorsione contro il figlio è ciò che spinge Virginia a ricorrere a un detective. Il compito del protagonista è quello di evitare tutto questo pedinando il vecchio padre.

Quinn lo seguirà per molti mesi e la sua indagine atipica diventerà non solo difficile, ma una vera e propria ossessione che lo porterà a perdere a volte lucidità e a estraniarsi dagli eventi e dal mondo reale.

Approfondimento

Se mi chiedessero di paragonare Città di vetro a un colore direi senza alcun dubbio il grigio. Tutto nella trama, negli ambienti e nei dialoghi è avvolto da un grigio persistente. La stessa vita di Quinn è grigia: non ha più famiglia, il suo lavoro non è appagante ed è solo una fonte di reddito, non fa altro che camminare senza meta per New York tante ore al giorno perdendosi e confondendosi tra la gente. La metropoli rimane una presenza costante, uno spazio in cui milioni di persone si incrociano, senza però instaurare relazioni.

Il romanzo mi è piaciuto, le indagini sono un pretesto per scoprire in realtà la situazione dell’uomo moderno. Quinn è l’unico che pagherà le conseguenze del caso. Diventerà sempre più ossessionato e tormentato, tanto che nel lettore crescerà un senso di angoscia e di commiserazione non solo per il protagonista ma anche per se stesso. Sarà portato a pensare che tutti prima o poi sono destinati a impazzire, a sentirsi persi e a credere di non aver nulla per cui vivere; ad avere cioè un’esistenza grigia.

Deborah Basili

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