Categoria: Claire Messud

Recensione di La paura del desiderio di Claire Messud

È solo per l’estate, ma ha bisogno di cambiare casa per finire le sue ricerche e il suo libro. Un libro sulla morte che ha portato i suoi colleghi a usare il soprannome Dottor Morte. La sua scelta ricade su un piccolo appartamento ai margini di Londra, un appartamento che a prima vista trasmette felicità e voglia di vivere, ma che grazie alla vicina di casa cambierà completamente aspetto e sensazione.

Sarà proprio la vicina di casa, Ridley Wandor, che cambierà del tutto il corso di quell’estate. Ridley, una persona brutta, grassa, sempre vestita con tute impermeabili a maniche lunghe anche con in estate, assistente agli anziani, anziani che però muoiono sempre, e sempre prima, anziani che lei ha desiderato che morissero perché ritenute persone dall’animo cattivo, e per questo si sente in colpa. Sarà stato davvero il suo desiderio di morte che le ha uccise?

La presenza di Ridley diventa pressante, e alla fine dell’estate, quando finalmente può far ritorno a casa sua, il suo desiderio più forte è che Ridley sparisca per sempre. Un desiderio profondo e sincero, un desiderio che, anche se uscito dal cuore, ha paura possa avverarsi.

L’appartamento mi colpì. Non sto ad analizzarne il motivo, ma all’epoca ero triste, quasi sempre in solitudine, e sembrava che lì fossero vissute persone felici.

Le descrizioni della voce narrante de La paura del desiderio, che è anche protagonista della storia, avvengono esclusivamente tramite pensieri, emozione e gesti. Non troviamo nessun riferimento né al sesso né alla fisicità del protagonista, ma riusciamo ugualmente ad averne una percezione tridimensionale e realistica, come se fosse una persona in carne e ossa con cui stiamo intrattenendo una piacevole conversazione.

Nell’istante stesso in cui, nei taciti recessi del mio cuore, avevo capito che avrei potuto viaggiare in solitudine e che lo avrei fatto, era forse diventato il mio destino ineluttabile? Ero l’artefice della mia stessa distruzione?”

Claire Messud inserisce come filo conduttore di tutte le storie di ogni singolo personaggio un dilemma che non otterrà mai una risposta. Dilemma che porta ognuno di loro a temere dei propri pensieri e dei propri desideri, temendo, appunto, che maggiore sia l'intensità con cui essi vengono fatti maggiore sia la possibilità che si avverano. Regola purtroppo attuabile solo per quelli negativi e mai per quelli positivi.

Tanto per cominciare, era brutta: flaccida, slavata, con gli occhi porcini e labbra quasi inesistenti, una grossa massa indistinta dentro una tuta orrenda e frusciante, i capelli scialbi e flosci ai lati del viso smorto. La sua età era e sarebbe rimasta un mistero.

Quella di Ridley è l’unica descrizione fisica di un personaggio, fatta esclusivamente per marcare l'importanza delle sensazioni negative che trasmette. Un trucco usato dalla Messud per coinvolgere maggiormente il lettore e fargli provare con la stessa intensità che ha provato la voce narrante il senso di invadenza, di lascivia, di negatività e di degrado portati all'ennesima potenza.

Approfondimento

Claire Messud (e la sua traduttrice, Manuela Faimali) riesce per tutto il romanzo a non definire mai il sesso della voce narrante, lasciando la figura in sospeso, così che, aiutato anche dalla narrazione in prima persona, il lettore possa immedesimarsi completamente plasmando la sua figura fisica a sua immagine e somiglianza. Trucco che permette anche al lettore di concentrarsi maggiormente sulla parte psicologica del romanzo, che alla fine è il vero e unico concetto su cui si basa tutta la storia. Infatti, il vero protagonista è proprio il pensiero, la paura che con i propri pensieri si possa veramente cambiare le cose, purtroppo solo in male, perché i primi desideri ad avverarsi sono sempre quelli legati al dolore.

abc
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