Categoria: Concita De Gregorio

Recensione di Cosa pensano le ragazze di Concita de Gregorio

Ho parlato per due anni con mille donne, da sei a novantasei anni. Soprattutto adolescenti, giovani donne. Ho posto a tutte le stesse domande: cosa sia importante nella vita, come ottenerlo, come fare quando quel che si aspetta non arriva. Nelle risposte il tema centrale è sempre l'amore. L'amore e il sesso, l'amore e il desiderio, il tradimento, la famiglia, l'impegno, il corpo, l'amore e i soldi.

Queste le parole di Concita De Gregorio per presentare il suo nuovo libro, Cosa pensano le ragazze. Non uno, ma mille racconti, tutti veri, tutti unici.

Dalle pagine di questo libro emergono con forza le voci di persone comuni, di chi dalla vita non ha ottenuto quello che voleva, di chi la vita l’ha appena assaggiata e vede nel futuro ogni possibilità e di chi, invece, guarda ogni cosa nel passato.

Mille donne che si raccontano, che ci raccontano, che parlano di quest’Italia così bella, così magica, che raccontano del mondo intero, di paesi lontani e anche sconosciuti. Mille voci che diventano una sola, unica voce per farsi messaggere di tutti quelli che credono di essere sbagliati, di essere senza speranza, di non potercela fare.

Un libro, Cosa pensano le ragazze, che attraverso mille punti di vita, mille piccole dosi di quotidianità spiega chi sono le donne a chi non le conosce e per chi crede di conoscerle, in un mix di serietà e ironia.

Si alternano le storie delle più piccoline, concentrate tra scuola e amici, e le più mature, con pensieri ben diversi, in uno spettro completo di vita.

Vi si affronta il tema dell’amore, ma non solo. Si parla di amicizia, di carriera, di viaggi e di confronti con diverse culture, in pagine intrise di vita che raccontano un mondo così magnifico, così unico: il nostro.

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Approfondimento

Cosa pensano le ragazze è un libro diverso da tutti gli altri. È un libro che nasce non dall’ispirazione fantasiosa di un singolo, ma da mille esperienze, tutte reali e uniche, che raccontano la vita e il mondo da più punti di vista: c’è chi non ha un soldo e chi può permettersi quel che vuole, chi non è mai uscito dalla propria città e chi ha fatto il giro del mondo, o ha intenzione di farlo.

Tante esperienze che rappresentano il mondo nella sua interezza, saggiamente legate, intrecciate, trascritte da un’abile scrittrice qual è Concita De Gregorio, che riesce ad armonizzare con eleganza ironia e malinconia, nostalgia e speranza.

Un libro che vuol essere un messaggio a chi crede di essere sbagliato, a chi si sente diverso, ma anche un semplice susseguirsi di pensieri di gente del tutto comune, priva di ogni idealità, eppure speciale per la sincerità con cui si racconta.

Un libro, questo, che fa sorridere e pensare attraverso temi apparentemente superficiali eppure così profondi. Un libro che racconta la vita da parte di chi l’ha ormai vissuta tutta e di chi ce l’ha tutta davanti, un tappeto di cui non se ne vede la fine, in cui ogni singolo istante può diventare prezioso.

Parole capaci di divertire quanto di commuovere, che ci fanno immedesimare nelle protagoniste delle varie storie e che, arrivati all’ultima pagina, ci lasciano qualcosa nel cuore.

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Non chiedermi quando di Concita De Gregorio

Dal 3 novembre in libreria

Arriva oggi in libreria Non chiedermi quando, il nuovo libro di Concita De Gregorio edito da Rizzoli. La giornalista toscana ci conduce per mano nelle luminose stanze della memoria di una delle autrici più amate dei nostri giorni: Dacia Maraini. La vita di questa protagonista del Novecento viene raccontata grazie a una voce capace di svelare l'unicità nascosta in ogni esistenza, intrecciando e mettendo a nudo le emozioni e i ricordi con il pudore e il coraggio del vero scrittore. In Non chiedermi quando la cronaca si fa storia vera e immaginario collettivo, raccontando un viaggio in cui l’eccezionalità è stata la regola e il mondo la nostra libertà. Un libro uguale a nessun altro.

Ci sono scrittrici che hanno fatto delle storie la propria vita, trasformando la propria vita in una storia irripetibile. Dacia Maraini è una di queste. Davanti all’inconfondibile azzurro dei suoi occhi ha sfilato una folla di personaggi straordinari, che tra le pagine di questo romanzo di rara e felice libertà narrativa prendono corpo e voce per farsi fotografia mobile di un’Italia che non c’è più. Lo sguardo intimo e acuto di Concita De Gregorio fa emergere dallo sfondo, come istantanee senza tempo, le figure di Fosco e Topazia, genitori ribelli e coraggiosi, gli amici intellettuali e artisti, da Pasolini a Maria Callas fino a Visconti, e poi Moravia e le passioni che hanno abitato l’esistenza di Dacia: il femminismo, il teatro, i viaggi. E la scrittura, infine, sempre e solo la scrittura, compagna fedele e termometro di una vita che solo come romanzo poteva essere raccontata.

Concita De Gregorio, giornalista e scrittrice, firma storica de «la Repubblica» dove attualmente lavora, è stata per tre anni direttore de «l'Unità». Cura e conduce un programma di cultura su Rai Tre, Pane quotidiano. Ha quattro figli. Nel 2001 ha pubblicato Non lavate questo sangue (Laterza). Per Mondadori sono usciti Una madre lo sa. Tutte le ombre dell'amore perfetto (2006) e Malamore. Esercizi di resistenza al dolore (2008). Nel 2010 è uscito Un paese senza tempo. Fatti e figure in vent'anni di cronache italiane (il Saggiatore). Nel 2011 ha pubblicato per Einaudi Stile libero Così è la vita, nel 2013 Io vi maledico, nel 2014 Un giorno sull'isola (scritto con il figlio Lorenzo) e nel 2015 Mi sa che fuori è primavera.

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Ti racconto una donna al Letterature Festival Internazionale di Roma

Letterature-Festival-1

Giunto ormai alla sua XV edizione, il Letterature Festival Internazionale di Roma per un intero mese celebra la letteratura e i suoi valori ponendo il testo e la parola al centro di diverse serate che vedranno protagonisti alcuni tra i più interessanti autori della scena letteraria italiana e internazionale.

Proprio all’interno di questa rassegna

Lunedì 4 luglio 2016, alle ore 21

avrà luogo l’evento

Ti racconto una donna

Caterina Bonvicini, Teresa Ciabatti, Valeria Parrella, Simona Vinci, Concita De Gregorio e Clara Sánchez leggono alcuni racconti della grande scrittrice americana Lucia Berlin (Bollati Boringhieri).

La donna che scriveva racconti

"Ho sempre creduto che tutti i migliori scrittori sarebbero arrivati – presto o tardi - là in cima, emergendo come panna sull'apice di una torta; diventando noti, amati, citati, insegnati, antologizzati, riconosciuti e trasposti dal cinema, dal teatro dalla musica in altre narrazioni". Non era ancora accaduto al lavoro di Lucia Berlin, che ora la critica accosta a Raymond Carver, Grace Paley, Alice Munro, William Carlos Williams e Don Delillo...  Questo augurio di Lydia Davis è diventato realtà grazie a La donna che scriveva racconti, questa raccolta di 43 racconti che ne celebra infine il talento, e che ripropone più della metà di tutta la sua produzione.

Lucia Berlin basò molti dei suoi racconti su fatti reali della sua vita. "Mia madre scrisse sempre storie vere, anche se non necessariamente autobiografiche", dichiarò uno dei suoi figli, alla sua morte. Interprete d'eccezione di un genere spesso definito "auto-fiction" o self-fiction", ha continuamente rimodellato e reinventato la sua storia personale e famigliare dentro il suo universo narrativo. Lei stessa definisce la sua narrativa "una trasformazione, non una distorsione della realtà". Una delle sue voci narranti afferma "Ingigantisco le cose, e mescolo realtà e finzione, ma non mento mai", frase che illumina la natura del suo racconto e può essere accolta come una dichiarazione implicita di poetica. La sua vita è stata ricca e piena di avvenimenti e il materiale che vi ha attinto per i suoi racconti estremamente variegato, potente, drammatico. Una donna molto bella che ha avuto una vita difficile e la racconta in tanti piccoli, o meno piccoli, «quadri». Una donna con quattro figli da allevare da sola, che scrive della quotidianità difficile dei lavori che deve fare per mantenerli: la donna delle pulizie, l'infermiera, l'impiegata in ospedale, l'insegnante precaria. Ha vissuto così tante esistenze Lucia Berlin nei suoi 68 anni di vita e ha attraversato così tante esperienze da incarnare una realtà umana familiare a tutti noi. Una vita più che difficile, tormentata dalla scoliosi e dalle sue conseguenze, da matrimoni sfortunati, dalla povertà, e dai lavori tipici degli americani senza radici: ma le esperienze di centralinista, domestica, insegnante precaria o infermiera, e di madre single, forniscono all'autrice un materiale prezioso e vastissimo, che usa per raccontare se stessa con eccentrico, personalissimo talento. E per raccontare il mondo del lavoro nel "sottobosco" degli impieghi umili, malpagati, socialmente invisibili, manifestando un'acuta sensibilità nei confronti della stratificazione sociale e delle sue discriminazioni. I suoi racconti sfiorano temi come quello della brutalità da parte di alcune forze di polizia, del razzismo, delle pastoie del sistema sanitario americano che ancora oggi attirano l'attenzione dell'informazione e dell'opinione pubblica. Ma la sua narrativa, mai "di denuncia" e scevra da ogni sentimentalismo, si dispiega nel registro sommesso di un intima confessione e la sua lingua è stilisticamente così "compressa" da poter essere definita "Flash Fiction".

lucia berlinProtagonista la narratrice onnisciente, e vari personaggi, secondari ma non poi tanto, diversissimi tra loro: un vecchio indiano americano incontrato in una lavanderia; una ragazza giovanissima che scappa da una clinica messicana di aborti per ricche americane; la suora di una scuola cattolica, mai dimenticata; un'insegnante che lascia un segno positivo nell'evoluzione di una ragazzina. Ma soprattutto, una domestica che tratteggia, lapidaria ma benevola, le «signore» (e anche qualche «signore») per cui lavora. Tanti personaggi di Berlin ricorrono in diversi racconti e vengono ritratti da diverse angolazioni e in diversi ruoli, dando alla raccolta un'evidente coerenza e unità tematica, tutti diversissimi, variegati per sesso, razza, colore e censo; scrive anche dell'America Latina dove ha vissuto e, sottotraccia, delle "interferenze" della politica americana in quella regione nella metà del '900. Ma di certo il tratto pittorico dell'autrice – reso in uno stile essenziale, minimalista - contribuisce a fissarli nella mente, insieme a una scrittura ingannevolmente semplice, chiara, essenziale, imprevedibile come la musica jazz e altrettanto ipnotica. Il setting ordinario delle sue storie (una lavanderia, uno studio dentistico, un ospedale...) le servono come scenario e "reagente" alla rivelazione della natura e del cuore umano e l'hanno fatta accostare a Raymond Carver, a Bobby Ann Mason e più in generale all'estetica del "Dirty Realism" degni anni '80.

Le pubblicazioni delle sue raccolte di racconti rimasero a lungo confinate nel mondo della piccola e media editoria (Turtle Island e Poltroon), anche se con il volume di racconti "Homesick" vinse l'American Book Award nel 1991 e il valore del suo lavoro venne riconosciuto e sostenuto da scrittori come Lydia Davis e Saul Bellow, che ospitò nella sua rivista The Noble Savage il suo racconto d'esordio. Nonostante questi importanti riconoscimenti non raggiunse mai in vita presso la critica e il grande pubblico la notorietà e il successo che avrebbe meritato. Fu Paul Metcalf a definire la scrittura della Berlin - in una recensione alla sua raccolta di racconti "Safe and Sound" - "il segreto meglio custodito d'America". Oggi viene considerata una protagonista indiscussa della narrativa americana del '900, non più un outsider ma una voce centrale nel panorama letterario, crocevia nel variegato mondo della più prestigiosa literary influence.

Lucia Berlin nacque in Alaska nel 1936. Il padre lavorava nel settore minerario, così Lucia trascorse i suoi primi anni di vita tra cittadine e insediamenti minerari in Idaho, Montana e Washington. Nel 1941 il padre andò in guerra, e la madre portò Lucia e la sorella minore a El Paso, dove il nonno era un dentista eminente ma alcolizzato. Poco dopo la guerra, il padre trasferì la famiglia a Santiago, in Cile, e Lucia inaugurò quelli che sarebbero stati venticinque anni di vita piuttosto fastosi. A Santiago partecipò a balli e serate di gala, si fece accendere la prima sigaretta dal principe Ali Khan, terminò la scuola, e vestì i panni della padrona di casa agli eventi mondani del padre. Quasi ogni sera, la madre si ritirava presto con una bottiglia. A dieci anni le fu diagnosticata la scoliosi, una dolorosa condizione della colonna vertebrale che l'avrebbe accompagnata per tutta la vita, rendendo spesso necessario un busto d'acciaio. Nel 1955 si iscrisse alla University of New Mexico. Parlando ormai correntemente lo spagnolo, studiò con il romanziere Ramón Sender. In breve tempo si sposò ed ebbe due fi gli maschi. Alla nascita del secondo, il marito scultore se n'era già andato. Lucia conseguì la laurea e, sempre ad Albuquerque, conobbe il poeta Edward Dorn, una figura chiave nella sua vita. Conobbe anche un docente di Dorn al Black Mountain College, lo scrittore Robert Creeley, e due suoi compagni di Harvard, i musicisti jazz Race Newton e Buddy Berlin. E cominciò a scrivere. Sposò Newton, un pianista, nel 1958. (I suoi primi racconti erano firmati Lucia Newton.) L'anno successivo si trasferirono insieme ai fi gli a New York, in una mansarda. Race lavorava sodo, e la coppia fece amicizia con i vicini, Denise Levertov e Mitchell Goodman, e con altri poeti e artisti tra cui John Altoon, Diane di Prima e Amiri Baraka (all'epoca LeRoi Jones). Nel 1960, Lucia e i fi gli lasciarono Newton e New York e raggiunsero il Messico insieme all'amico Buddy Berlin, che diventò il suo terzo marito. Buddy era carismatico e benestante, ma si rivelò anche un tossicomane. Tra il 1961 e il 1968 nacquero altri due figli. Nel 1968 i Berlin erano già divorziati e Lucia stava seguendo un corso di specializzazione alla University of New Mexico. Lavorava anche come supplente. Non si risposò mai. Trascorse il periodo tra il 1971 e il 1994 a Berkeley e Oakland, in California. Lavorò come insegnante di liceo, donna delle pulizie, centralinista, assistente di un medico e infermiera, al contempo scrivendo, crescendo i quattro figli, bevendo e sconfiggendo infine l'alcolismo. Passò gran parte del 1991 e del 1992 a Città del Messico, dove la sorella stava morendo di cancro. La madre era morta nel 1986, probabilmente suicida. Nel 1994 Edward Dorn la portò alla University of Colorado, e Lucia trascorse i sei anni successivi a Boulder come scrittrice ospite e poi come professoressa associata. Diventò un'insegnante decisamente popolare e amata, e già al secondo anno vinse il premio riservato ai migliori docenti dell'università. Lucia trascorse anni fiorenti a Boulder, in una comunità ristretta che comprendeva Dorn e la moglie Jennie, Anselm Hollo, e la vecchia amica Bobbie Louise Hawkins. Anche il poeta Kenward Elmslie e il prosatore Stephen Emerson diventarono suoi grandi amici. I problemi di salute (la scoliosi aveva causato la perforazione di un polmone, e a metà degli anni Novanta non poteva più stare senza una bombola di ossigeno) la costrinsero a ritirarsi nel 2000, e l'anno seguente si trasferì a Los Angeles su insistenza dei figli, molti dei quali vivevano lì. Combatté e sconfisse il cancro, ma morì nel 2004 a Marina del Rey.

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