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Recensione di Cosa tiene accese le stelle di Mario Calabresi

Il significato della storia e il corso dell’arte sono cambiati nell’anno 1819. Non prima, non dopo. In quell’anno Théodore Géricault eseguì la sua opera più nota, La zattera della Medusa, dando voce, per la prima volta, a due input rivoluzionari: il soggetto del dipinto, un evento di cronaca nera, per la prima volta ispirato da un fondo di giornale, e la rappresentazione dell’uomo, eroe del proprio tempo e non di gesta. Géricault fu ardito ma non poteva immaginare che il suo pensiero avrebbe dominato fino ai nostri giorni: l’eroismo della vita comune degli uomini non comuni, quali potremmo essere oggi noi stessi capaci di generare nuovi significati. Per non tacere dell’incidenza che ebbe sulla sua pittura la polvere di piombo magica della stampa, in grado di far diventare storia con la S maiuscola una cronaca da allora fino ai nostri tempi. Mario Calabresi forse ricordava l’opera di Géricault quando ha scritto questo piccolo libro prezioso per Mondadori, edito nel 2011, che gioca con il titolo: Cosa tiene accese le stelle.

Le stelle cui allude Calabresi sono ad libitum: sono la nostra intellighentia, dalla medicina al teatro, dalla new economy alla ricerca spaziale comunemente proiettate a brillare di luce propria, autentica per personale unicità umana ed esperienziale; ma stelle sono anche i sogni, le ambizioni, le speranze, i desideri apparentemente, originariamente, irraggiungibili di chi ha prestato fede al proprio impegno per la vita. Stelle cardinali in grado di guidare il cammino dei viandanti della vita. Oppure, terza opzione, le stelle sono quelle delle ultime pagine del libro, che recita profeticamente: «Fino all'inizio degli anni Trenta nessuno sapeva perché le stelle stavano accese, oggi l'abbiamo capito e io sono infinitamente contento di vivere in questo momento della storia.», parole di Giovanni Bignami, un astrofisico, un grande astrofisico. Le stelle, dunque, potrebbero in ultima battuta, significare attraversare incessantemente l’oggi (e così torniamo a Gericault!), con pienezza interiore. Come una pittura fiamminga del Quattrocento che si serve di più registri espressivi all’interno di un’unica piccola tavola, dall’ironico al confessionale, dall’allegorico al profano, Calabresi tesse nella sua breve opera diversi significati, lasciando alla nostra mente individuare quello che più raggiunge la nostra curiosità. Da lì, la scrittura, come in una pittura di Van Eyck, attraversa stanze nascoste, srotola gomitoli di lana, segue i ghirigori di un tappeto, opacizza i vetri, lascia filtrare la luce dalle finestre, prosegue e insegue un segreto profondo, sotteso, asimmetrico ma affiorante come germoglio. Il segreto più profondo del libro si passa di bocca in bocca fra coloro che sono i protagonisti delle storie comuni di vita non comune che Calabresi racconta attraverso piccoli ritratti- intervista: Franca Valeri, Umberto Veronesi, Giovanni Bignami, Antonio Scurati, Giuseppe De Rita, Mario Deaglio, Massimo Moratti e ancora altri, inclusa sua nonna. Ognuno di loro, voce non comune fra astri della nostra galassia, parla del proprio passato con struggente passionalità ma avverte il bisogno proprio e della società odierna di vivere intensamente il proprio tempo.

Umberto Veronesi sostiene con struggente fedeltà il proprio oggi di medico pioniere, avventuroso e avventuriero: «Io non ho dubbi, stiamo meglio adesso, anche dove ci si ammala di più si muore di meno, e soprattutto si vive più a lungo. Se guardiamo indietro e lo facciamo con onestà, allora non possiamo raccontarci che c'era un'età dell'oro.» L’attrice Simone Signoret pubblicò in Italia nei primi anni Ottanta per i tipi dell’Einaudi, un libro da un titolo insolito: La nostalgia non è più quella di un tempo. Ebbene, anche a questo titolo Calabresi è debitore: il suo piccolo libro cela un augurio ad ampliare il ventaglio di coloro che possano vivere con pienezza la propria generazione. La 1 dimensione universale delle nostre radici troverà sempre nel vissuto umano e storico un giusto spazio vitale ma sarà necessario darle una nuova dimensione creativa nella visione della esistenza, ovvero, citando le parole rilasciate nell’intervista da Giuseppe De Rita, “Come diceva Heidegger, per pensare devi avere un orizzonte largo, ma anche la speranza di poter vedere oltre la linea dell'orizzonte».

Calabresi non dà soluzioni ai nostri dubbi, né può darne: ma è interessante qui ricordare come ha aperto il suo libro. Ricordando sua nonna, nel capitolo “La macchina per lavare”, egli scrive: [...] aveva coronato il suo sogno di libertà: si era comprata quella gigantesca lavatrice americana appena arrivata in Italia di cui si era innamorata. Tornando a casa passò anche in libreria. Le bastò muoversi tra gli scaffali per sentirsi felice all'idea di scegliere cosa avrebbe letto quella sera. Cinquant'anni dopo, quando me lo raccontò, si era dimenticata il titolo del volume: «Non aveva nessuna importanza, qualunque libro sarebbe andato bene. Era il gesto di tornare a leggere che faceva la differenza, era l'idea di aver riconquistato un po' di tempo per me». Con straordinaria precocità la nonna di Calabresi aveva compreso che tre sono le ricette indispensabili, premesse di una vita vissuta intensamente in sintonia con il proprio tempo oggi: convivere con consapevolezza e serenamente con le tecnologie, dare spazio alla formazione e prendersi il tempo per se e per la propria crescita. Non c’è che dire: una figura brillante la nonna di Calabresi. Si tratterà di geni ereditari? Per chi non lo sapesse, aggiungo: Mario Calabresi, figlio del più noto Luigi, è direttore de La Stampa e conduce su Rai 3 Hotel Patria. Anche egli, una stella accesa.

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