Categoria: kirill chenkin

Recensione di Il cacciatore capovolto di Kirill Chenkin

Inizio questa recensione con una dichiarazione d’amore. Carissimo Kirill Chenkin, hai scritto un libro bellissimo. Tutto qua, non servirebbe dire di più per chi legge e legge bene, per esaltare queste centinaia di pagine che potrebbero essere molte di più.

In Il cacciatore capovolto ogni lettore un minimo interessato alla storia della Russia, e molto più interessato alle sorti del mondo in cui vive, avrà la possibilità di scoprire, approfondire, e rifiutare anche, la verità delle condizioni di vita di un Paese che ancora oggi, e forse per sempre, giocherà un ruolo determinante sullo scacchiere socio-politico mondiale.

Il colonnello Abel, il protagonista multi-identitario, dopo una lunga peregrinazione e un meticoloso indottrinamento, viene inviato negli Stati Uniti per una missione di vitale importanza. Ci si trova perciò a girare in lungo e in largo l’Europa, prima di approdare oltre l’Atlantico. Si vivranno grandi e meno grandi guerre, e tutti i personaggi che appariranno via via nel racconto, a volte irriconoscibili per i nomi impronunciabili, si muoveranno con una facilità che lascia basiti, in palese contraddizione con le rigide regole del loro Paese natio.

Non assistiamo quindi a una storia statica, tutt’altro, ma nonostante ciò, per colpa dello spirito che sottende a quello che accadrà al protagonista Rudolph Abel o Willy Fisher, deciderete voi a chi dare priorità di citazione, avrete sempre in bocca il retrogusto di un cocktail di rabbia, tensione, malinconia e ansia, dalla prima all’ultima pagina.

Tutto questo perché l’impianto spionistico che Kirill ci descrive con precisione è fondato sul più ampio impianto di un apparato statale immobile, da un certo punto di vista, ma paradossalmente attivissimo dall’altro, affinché non succeda nulla, affinché tutto rimanga piatto e silente, avvolto dalla nebbia fittissima delle regole del gioco.

Ci troviamo di fronte a una sorta di setta sociale, animata da un sistema politico unipersonale, che annienta le persone, le annulla, brucia loro il cervello, e le convince che il bene sta lì, solo lì, e tutto ciò che non è così va studiato, convertito e distrutto.

Abel appartiene allo spirito sovietico, alla linea politica, alla Russia, a Stalin. Tutto ciò è la sua vita. Ma la verità, si dice spesso, sta nel mezzo, e proprio intorno alla metà del nostro percorso di ascolto di questa narrazione stupenda, Kirill mette un accento, improvviso, come fa la morte. Stalin muore. Il “sole” sovietico si spegne. Cambia tutto.

Quante formule sono state escogitate, per rendere accettabile l’inaccettabile.

La bravura dell’autore cresce con il proseguire del racconto, e nella seconda parte del libro, raccontando la vita quotidiana del colonnello e dando maggiore spazio ad amici e anche detrattori dello stesso, fa emergere con chiarezza, come fosse potente una sola unica persona, Stalin.

La Russia fatica quindi a cambiare, e più di qualcuno legittimamente dirà che a oggi, non è poi così cambiata. Ma al lettore di questo libro non serve molto. A noi interessa la vita di Abel, che, morto il dittatore, perde la forza di tenere a bada le istanze che lo tormentano.

Abel si avvia al declino anagrafico, non certo intellettuale e tantomeno morale. La spinta decisiva la riceve dall’ennesima guerra europea, l’invasione della Cecoslovacchia, e ci porta ad un finale tutto da vivere.

Il racconto, ancora denso e con tante pagine che rimangono da godere, subisce però una accelerazione, sembra di percepire la tachicardia che pervade il fisico del colonnello. Riga dopo riga anche il nostro cuore aumenta il ritmo e scarica a terra una potenza fortissima, come un motore che esprime tutta la sua energia.

Approfondimento

Leggere Il cacciatore capovolto, questo racconto ben costruito, è un piacere e credo anche un dovere. È un regalo che facciamo al nostro intelletto, al desiderio insito in ciascuno di noi anche se non sempre si palesa proprio a noi stessi, di conoscere, capire, crescere e migliorare.

Il tatto usato da Kirill evidenzia l’amore che lui stesso ha per il suo Paese, l’amore per la gente della Russia, gente usata per soddisfare brame di potere, manie psicotiche, desideri falsi, progetti fondati sul nulla.

Claudio Della Pietà

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