Categoria: Kirstin Hannah

Recensione di L’estate in cui imparammo a volare di Kirstin Hannah

“Tully&Kate, amiche del cuore sempre e comunque per l’eternità”. Questa era la firma che le due amiche scrivono alla fine delle loro lettere. Mai due ragazzine sembravano più diverse, e nessuno poteva immaginare quanto in realtà fossero simili. Nell’agosto del 1974 la scuola sta per iniziare e Kate non ha amicizie perché, come spesso accade negli anni dell’adolescenza, da un giorno all’altro si passa da amiche del cuore a complete sconosciute. Si sente sola, sbagliata e sfigata, con addosso quegli occhialoni giganti, i vestiti di seconda mano e con una chioma indomabile. È arrabbiata con la madre, come tutte le adolescenti, perché “non la lascia fare nulla anche se è già grande”, e non vorrebbe più uscire dalla sua stanza, l’unico luogo dove si sente al sicuro e tranquilla, sempre a leggere i suoi amati libri. Talullah “Tully” Hart in L’estate in cui imparammo a volare è un’adolescente che nella sua breve vita ha già sofferto molto: la madre, Dorothy “Nuvola” Hart, una hippie dipendente da alcool e droga, l’ha abbandonata più volte da piccola a casa della nonna, dove Tully ha vissuto per qualche anno, fino a quando Nuvola non decide che vuole portarsela via.

Tully aveva sempre sperato che la madre le volesse bene, che un giorno tornasse per lei, ma la vita le mette davanti una donna che ha perso le speranze nelle vita stessa, cinica e senza amore. Tully viene trascinata in lungo e in largo per le strade dell’America su un furgoncino Volkswagen, per poi ritrovarsi un giorno a Firefly Lane, finalmente con un tetto fisso sulla testa. Tutto quello che vede davanti a lei è vergogna per la “famiglia” che si ritrova e disprezzo verso l’amore che non ha mai ricevuto. Di fronte a Tully vive Kate, e nonostante la visibile differenza di vita vissuta tra le due, comincia un’amicizia che durerà per tutta la vita. Ed è proprio di questo che parla L’estate in cui imparammo a volare di Kirstin Hannah: di un’amicizia lunga più di 30 anni, degli alti e bassi a cui è sottoposta, parla di amore, di debolezza e della ricerca della propria felicità. Parla di valori e punta il dito su una forma di cancro al seno poco nota alla maggior parte delle donne.

Non ho molto amato però l’immagine della donna che emerge ora della fine. La scelta di stile di vita sembra abbassarsi a due sole possibilità: o la donna-Tully sempre presa dalla propria carriera che corre freneticamente tra un impegno e l’altro diventando ricca sfondata per arrivare al giro di boa dei primi –anta senza l’amore di un uomo e di una famiglia e pentendosi della propria scelta, oppure la mamma-Kate a tempo pieno, sopraffatta dalla vita familiare e casalinga e depressa per non aver inseguito il suo sogno lavorativo, che non si cura più di se stessa, ma pensa solo agli altri. Perché non possiamo trovare una via di mezzo? Leggendolo però ho aperto gli occhi su molte cose che davo per scontate, il lavoro che sta dietro al ruolo di madre prima di tutto, quello che comporta amare incondizionatamente un’altra persona qualsiasi cosa dica o faccia contro di te.

Consiglio da chi ha già letto: verso il capitolo 30 e seguenti, fossi in voi, mi armerei di fazzoletti!

abc
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