Categoria: La battaglia di Stalingrado

Recensione di La battaglia di Stalingrado di Alfio Caruso

I combattenti sovietici esibiscono uno spirito di sacrificio che disorienta i disciplinati soldati della Wehrmacht: se non muoiono, lottano fino alla morte.

"Uccidete i tedeschi" grida il poeta Ilja Ehrenburg, "non esitate, non rinunciate, uccidete". È l'estate del 1942 quando i blindati tedeschi, alle porte di Stalingrado, incontrano l'armata nemica nella persona delle giovanissime ragazze del Partito Comunista. La disfatta russa è inevitabile, l'assedio ha inizio e la vittoria sembra un lavoro facile. Dopotutto, l'avanzata tedesca è stata, fino a quel momento, inarrestabile, e l'ambizioso progetto di Hitler sembra prendere forma: da un versante, abbattere il bolscevismo e raggiungere il petrolio del Caucaso, e dall'altro, con Rommel e l'Afrika Korps, destabilizzare l'impero britannico in Medio Oriente. Ma, giorno dopo giorno, fino al febbraio del 1945, la situazione per l'esercito tedesco appare sempre più complicata e temibile, e la lunga battaglia che si combatte lungo le rive del Volga e nell'area delle grandi industrie, si trasforma (come parallelamente accade ad El Alemein) nella drammatica svolta verso il crollo dell'impero di Hitler.

Ne La battaglia di Stalingrado, con la precisione di uno storico e la forza narrativa di un romanziere, Alfio Caruso, giornalista, scrittore, saggista e grande conoscitore dei lati oscuri del secondo conflitto mondiale, ci accompagna lungo le linee di fuoco che spezzano Stalingrado, lasciandoci percepire il senso di sconfitta e di disperazione, che lentamente incatena le armate tedesche, intrappolate in una vasta fornace illuminata dal riflesso delle fiamme. Dopo un inizio apparentemente favorevole, verso novembre il destino si ribalta, e per la Germania si delinea inesorabilmente il dramma, vissuto da vicino dai 300mila soldati della VI Armata di Friederich Paulus, accerchiati in una Stalingrado rasa al suolo ma che pare rinascere dalle macerie, dove non solo l'esercito ma anche un popolo rabbioso e violento emerge da ogni anfratto, determinato a vincere o a morire. Inoltre, a schiacciare la resistenza tedesca sono l'inverno russo, il gelo, la fame, la totale mancanza di mezzi di sopravvivenza.

Alfio Caruso descrive le manovre tattiche utili e inutili, le azioni concluse o rimandate, i giochi di potere e gli inganni concepiti dall'alta dirigenza tedesca, la scarsa determinazione di Paulus, il distaccato sadismo di Goring che si rivolge ad un esercito ormai morente, ma soprattutto ritrae l'aspetto emotivo della battaglia, il senso di fine incombente dei soldati tedeschi, abbandonati e condannati a morire da un Reich che pretendeva il trionfo e, dall'altro lato, la stridente ferocia di Stalin, la cui vittoria ha il peso del sacrificio al quale egli ha obbligato il popolo, fissando nella storia la città di Stalingrado quale simbolo della lotta e della resistenza a qualsiasi costo.

Quando a febbraio l'inferno, finalmente, si ferma, dei centoventimila arresi tedeschi solo seimila riusciranno a tornare a casa, dei settantasette italiani, soltanto due, dopo anni di detenzione.

Sullo stesso tema, Alfio Caruso ha già pubblicato, sempre per Longanesi, Noi moriamo a Stalingrado.

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