Categoria: L’angelo della finestra d’occidente

Recensione di L’angelo della finestra d’Occidente di Gustav Meyrink

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Il barone Muller, ultimo rampollo di nobile e antica famiglia, riceve un lascito testamentario consistente in alcuni fogli di un diario dell’avo John Dee, e in un cofanetto contenente oggetti apparentemente poco preziosi. La copia meticolosa e attenta delle pagine del diario, consente al barone di rivivere momenti cruciali della vita del suo antenato, di incontrare personaggi suoi contemporanei che, ordendo complotti, ne avevano causato la cattura e la detenzione.

Il nobile Dee rivive nelle cellule del suo discendente. Ma può mai dirsi morto chi ancora vive, nella carne, nel corpo, nella mente di un parente vissuto decenni dopo di lui? Il coinvolgimento è totale: egli vede le stanze, gli arredi, il parco di una casa, quella dell’avo, che mai avrebbe potuto conoscere, rivive le emozioni e le sensazioni che gli oggetti appartenuti al suo antenato evocano.

Non solo inizia a vedere con gli occhi del suo antenato, ma diventa egli stesso il suo antenato, anche se di lui non conosce più di quanto è scritto sui fogli del diario. Nella parte posteriore della testa, la parte opposta al viso, il barone sente che gli è spuntato un secondo volto, quello di John Dee. Orrore! È diventato un Giano bifronte! Non solo. Dal momento che è diventato il suo antenato, il barone incontra i personaggi che avevano condizionato terribilmente la vita di John Dee: davanti al barone si materializza la figura arcigna e sinistra di Bartlett Green, compagno di prigione di Dee , testimone dell’orribile e lenta morte sul rogo, cui il demone Green era stato condannato. Rivive incontri emozionanti con l’affascinante Elisabetta, futura regina d’Inghilterra; stringe rapporti con l’impenetrabile e cinico antiquario Lipotin; resta catturato dal fascino ammaliante della principessa russa Chotokalungin; reincontra il folle ed esuberante compagno di studi Theodor Gartner, che da chimico, per sua stessa affermazione, è diventato al-chimico.

A un tratto al barone Muller non basta più incontrare personaggi del passato che all’improvviso si presentano a lui, no, è lui stesso a evocare quelle creature che attraversano il misterioso muro che separa i vivi dai morti, creature appartenenti al mondo dell’aldilà, quale “l’Angelo della finestra d’occidente”, che alla fine si rivela un arcigno “demone del male”. È un continuo ribaltamento tra passato e presente, decisamente noioso, ripetitivo e poco convincente.

L'angelo della finestra d'Occidente è oltremodo lungo: 458 pagine sono decisamente troppe . Numerose le apparizioni di entità sinistre che varcano di continuo la linea di demarcazione tra il mondo dei vivi, l’esistente, e il mondo delle ombre, l’essere della morte. Nel titolo, “..la finestra d’Occidente” richiama e simboleggia quelle che per gli antichi erano “ le colonne d’Ercole”.

Approfondimento

L'angelo della finestra d'Occidente, apparso per la prima volta nel 1927 e tradotto in Italia nel 1949, rivela l’amore dell’autore, Gustav Meyrink per il mistero, per l’horror, per le discipline occulte di cui era studioso.

I ricordi, evocati e rivissuti dal barone Muller durante la lettura e la copia delle pagine del diario dell’antenato, così come confusamente si presentano e ripresentano, danno al lettore l’impressione di trovarsi dinanzi ad un personaggio affetto da delirio, da visioni bibliche frutto di allucinazioni. Da sempre l’uomo ha coltivato l’aspirazione a oltrepassare il varco, il limite che separa la vita dalla morte. Limite invalicabile.

I seguaci di Ermete Trismegisto, per molti padre della dottrina ermetica, consideravano il possesso della conoscenza al suo livello più alto, fattore di immortalità. L’anima del sapiente non muore, ma si reincarna in altra forma e continua a vivere. Convinto che questo mondo non sia l’intero mondo ma che alle spalle di esso vivano una molteplicità di dimensioni popolate da una molteplicità di figuri più o meno sinistri, anche se all’apparenza normali, Meyrink, appassionato studioso delle teorie esoteriche, affida al protagonista del libro la ricerca della verità, della vera conoscenza, della Pietra Filosofale, fonte di immortalità.

Il lettore amante di materiali occulti e simboli alchemici può fino in fondo apprezzare questo libro. Per i più, è un testo misterioso, occulto, incomprensibile, faticoso da leggere e decisamente noioso.

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