Categoria: l´avversario Emmanuel Carrère

Recensione di L´avversario di Emmanuel Carrère

La storia raccontata da Carrère in L´avversario è nota a tutti, credo. Come si legge su Wikipedia, Jean - Claude Romand è "un criminale francese", pluriomicida. Nel 1996 è stato condannato all'ergastolo. All'epoca dei fatti, Carrère rimase sconvolto non tanto dall'efferatezza del delitto, quando dal "mistero" di Romand, che era riuscito per ben diciotto anni a fingersi un altro, costruendo una fitta rete di menzogne. Un castello di carte che crollò in poche ore dopo l'omicidio: eppure, nessuno aveva sospettato nulla, per quei diciotto anni. E se l'aveva fatto, era stato per pochi minuti.

In un'affascinante mescolanza tra letteratura e vita, Carrère racconta in L´avversario come si avvicinò a Romand, quali lettere si scrissero, come riuscì, finalmente, a redigere il romanzo che ho avuto tra le mani, dopo aver tanto esitato sul punto di vista da adottare. Nel romanzo, Carrère ripercorre tutta l'esistenza di Romand, partendo da quando era bambino nella cascina dei genitori sulle montagne del Giura, dove mentire era tassativamente vietato in linea teorica, ma in pratica lo si faceva spesso, "a fin di bene", per "non dare un dispiacere". La svolta arriva quando Romand si iscrive all'Università: non sostiene mai gli esami di ammissione al secondo anno, ma riesce a confondere le acque, fino a far credere a tutti di essersi laureato. Dopo, si inventa un lavoro all'OMS, in un ufficio dove nessuno può raggiungerlo, e scoprire che non è né medico né ricercatore. Nel frattempo si sposa, ha dei figli, che mantiene grazie a continue truffe a danni di parenti e amici.  Ed è proprio la continua necessità economica, la difficoltà a insabbiare gli scoperti nei conti dei genitori che lo condurranno, a quanto sembra, al terribile epilogo.

Carrère analizza al microscopio tutte le bugie di Romand, i momenti in cui avrebbe potuto dire la verità e vi ha rinunciato, i momenti in cui si affidava totalmente alla bugia come se non potesse fare altrimenti, come se fosse in balia di qualcun'altro: L'Avversario.  Rimane incredulo nel constatare come Romand rifiuti di essere visto come truffatore, e sia concentrato su di sé come "bugiardo", cercando di rendere il prossimo partecipe del suo dramma umano, quasi come se fosse la vittima invece del carnefice. Carrère si spinge ancora oltre. Si chiede come passasse Romand le sue giornate, cosa facesse. Analizza il "Dottor Romand", incolore e noioso ma apprezzato da tutti, e lo confronta con il Romand a processo, intento a costruirsi un nuovo personaggio. E ci mostra come non esista un"vero" Jean Claude Romand: è proprio questo il dramma di quell'uomo, la causa della sua profonda depressione. La perenne condanna a vestire i panni di un altro, a recitare. Romand ha spesso sottolineato di essere "falso" dal punto di vista sociale, ma non da quello affettivo: ha realmente amato la sua famiglia, sua moglie e i suoi figli, caricandosi sulle spalle quella pesante dicotomia, tra l'apparire e l'essere, che per Romand non esiste. Non esiste perché nessuno lo conosceva davvero, nessuno sapeva davvero chi fosse.

Verso la chiusura di L´avversario, Carrère ci parla ancora della sua corrispondenza con Romand, delle difficoltà - condivise col protagonista - di come impostare il testo. La grandezza di questo romanzo sta nella forza con la quale ti costringe a porti problemi di carattere morale. Non è solo per artificio letterario che Carrère scrive che non sapeva che punto di vista assumere. Lo scrive perché nessuno di noi sai cosa pensare davvero di Romand, leggendo tutta la storia. Non lo giustifichi mai, certo. Ma spesso - ed è inquietante - ti sembra di capirlo. Poi, alla pagina dopo, ti immedesimi nella moglie, ti chiedi se davvero conosci fino in fondo chi ti circonda, se nessuno ti stia nascondendo niente. E pessimisticamente mi viene da dire che la risposta, purtroppo, la sappiamo. Carrère ci lascia con un'ultima riflessione:   a proposito dei cattolici che continuano ad andare a trovare Romand in carcere, riconoscendo in lui un "bravo ragazzo cui è capitata una disgrazia", si sofferma sul problema del buonismo, del perdono all'interno di una fede che non credo l'autore possegga. E proprio questo ha permesso ha Carrère uno sguardo lucido, fermo, ma mai giudicante. Che pone innumerevoli domande a chi legge. Dal mio punto di vista, L´avversario è consigliato, ma non credo sia adatto a chi è troppo sensibile o impressionabile.

abc
INSTAGRAM
In lettura...
Un nuovo libro al giorno sui social: seguici!