Categoria: L’immagine che uccide

Recensione di L’immagine che uccide di Marie José Mondzain

L’immagine che uccide da voce ad una breve meditazione della Mondzain circa lo spettacolo della visibilità e il suo legame con la violenza. Il ragionamento della filosofa francese muove attraverso tre tappe fondamentali: incarnazione, incorporazione e personificazione. Nella fattispecie, l’immagine viene inizialmente analizzata nella sua relazione con il visibile, conseguentemente il visibile viene osservato come apparizione sullo schermo e, per finire, viene studita la relazione dei corpi sullo schermo con lo spettatore.

La prima fase d’analisi è condensata nel capitolo “La storia violenta delle immagini”. Attraverso un excursus storico, tra culture antiche e cristianesimo, l’autrice arriva a mettere sul banco degli imputati l’immagine come veicolo dell’influenza quasi ipnotica, della perdita del reale, dell’allucinazione collettiva o del delirio privato. Sempre citando Marie-José Mondzain:

la forza dell’immagine sarebbe quella di spingerci a imitarla e il contenuto narrativo dell’immagine potrebbe così esercitare direttamente una violenza spingendoci ad agire.

Il capitolo “Incarnare, incorporare, personificare sullo schermo” lascia spazio alla seconda fase della meditazione. L’autrice si appella alla cinematografia, in particolar modo a quella propagandistica, per spiegare come la personificazione dell’immagine generi una fusione tra segno e soggetto. Alla filosofa francese preme inoltre specificare che:

Affinché la personificazione sia operativa, bisogna che ci si accordi sui segni e sui simboli della sua lettura o della sua iscrizione nel visibile.

Il capitolo conclusivo, “Immagini di guerra e di performance”, chiude la riflessione avvicinando la lente d’ingrandimento sul concetto, appunto, di performance. Secondo la Mondzain parlare di questa tematica significa fare riferimento a quattro fattori: processo, risultato, obiettivo e posto assegnato allo spettatore. Associare la performance ad un’immagine porta alla personificazione, in quanto si crea una connessione tra ciò che si svolge dalla parte del performer e ciò che accade dalla parte dello spettatore.

In una società in cui le immagini sono strumentalizzate e rischiano di viziare il pensiero, Marie-José Mondzain fa emergere un’importante necessità: educare lo sguardo dello spettatore.

Approfondimento

Marie-José Mondzain è una filosofa francese contemporanea, esperta in tema d’arte e immagini. perfettamente nelle sue corde è dunque un contributo sull’uso culturale e politico del visivo, che l’autrice ha voluto condividere nel breve saggio L’immagine che uccide.

Muovendo dall’interrogativo “può l’immagine portare alla violenza?” l’autrice arriva a descrivere la contemporaneità, fatta di spettatori inermi di fronte a schermi popolati da scene di guerra e distruzione. La Mondzain torna puntualmente a parlare dell’11 settembre 2001: l’agghiacciante spettacolo visivo di distruzione delle Torri del mercato globale, arma perfetta per scalfire un Occidente strettamente legato a immagini e apparenze, è considerato dalla filosofa l’inaugurazione di un regime comunicativo di guerra.

L’autrice conclude il saggio lasciando al lettore un ostico spunto di riflessione:

Se si decide di controllare l’immagine per assicurarsi il silenzio del pensiero e, quando il pensiero ha perso i suoi diritti, si accusa l’immagine di tutti i mali. […] Pensare l’immagine vuol dire rispondere del destino della violenza. Accusare l’immagine di violenza nel momento in cui il mercato del visibile esplica il suo effetto contro la libertà significa fare violenza all’invisibile, ovvero abolire il posto dell’altro nella costruzione del <<vedere condiviso>>.

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