Categoria: L’ultima scena

Recensione di L’ultima scena di Harris Charlaine

La bibliotecaria Aurora Teagarden detta Roe e Robin Crusoe, affermato scrittore di gialli e suo ex corteggiatore, tornano in questo settimo volume della saga mistery di Charlaine Harris. Unendo le loro forze (e non solo quelle!) cercheranno di risolvere un ennesimo intricato caso di omicidio. Ma facciamo un breve riassunto dei passati episodi: dal loro precedente caso - risolto con la cattura dell’assassino che seminava il panico tra gli abitanti di Lawrenceton - Robin ha preso lo spunto per scrivere un romanzo dal titolo “Bizzarri Omicidi” (avete mai sentito parlare di un omicidio bizzarro?) diventato in breve tempo un best seller e dal quale viene deciso di girare un film. Mentre la città di Lawrenceton, ormai abituata ad avere l’attenzione dei media, attende con impazienza il primo ciak, altrettanto non si può dire di Roe che vive in maniera conflittuale l’inizio di questa nuova avventura. Aurora infatti - rimasta vedova da poco più di un anno - pensa che crogiolarsi nel suo dolore e lavorare in biblioteca sia l’unica cosa che vuole. Quando invece scopre che le riprese di Bizzarri Omicidi inizieranno a breve proprio a Lawrenceton, dove lei voleva crogiolarsi e che - suo malgrado - lei è la persona cui il film si ispira, interpretata da Celia Shaw ora nuova fiamma di Robin, la domanda le sorge spontanea: ne sarà all’altezza?

Inoltre avrà di nuovo tra i piedi Robin, con il quale, proprio durante la risoluzione del primo caso, era nata una breve ma intensa storia d’amore vissuta a Hollywood. Riuscirà Aurora a riavvolgere la pellicola del suo passato senza farsi più coinvolgere dalla passione? E riuscirà a conoscere Celia Shaw vincitrice di una statuetta per il premio Emmy e attuale compagna di Robin senza ucciderla? A quanto pare ci penserà qualcun altro visto che, già al primo ciak, l’attrice verrà trovata morta nel suo camper con accanto la statuetta insanguinata. Nel frattempo Aurora ricomincerà a frequentare il suo ex, divenendo così la prescelta di un susseguirsi di minacce, lettere e pedinamenti. L’arguto detective Arthur Smith, districandosi in mezzo ad una quantità di persone del tutto inutili, capirà che chi frequenta Robin è in pericolo. Ah scusate, ma nella fretta dimenticavo di citare i circa 70 personaggi che pagina dopo pagina vedranno la luce in questa storia per poi spegnersi quasi subito. Qualcuno di loro mi è rimasto in mente però, e non sono in ordine di importanza, ma spero di semplificarvi un po’ le cose…I registi Joel Park Brooks e Mark Cheney; Barret il figliastro di Aurora; il capo dei cameramen Will Weir oltre che naturalmente l’attrice principale Celia Show che verrà ricordata perché assassinata - altrimenti di lei si sarebbero già dimenticati tutti - e il detective Arthur Smith che capisce poco o niente del caso.

Ne ho citati solo alcuni, visto cha all’appello mancano il produttore Jessiie Bruckner, l’attore che interpreta Robin Chip Brodnax, Tracy la cameriera del Molly’s Moveable Feasts e tanti altri ancora…. ma non voglio togliervi la gioia di scoprirli e di tenerli nella vostra memoria sicuramente più funzionante della mia. Questo continuo susseguirsi di nomi e di personaggi diminuisce la concentrazione del lettore e toglie, invece di creare, la suspense che un incallito lettore di gialli si aspetta da un libro che possa appartenere anche solo vagamente a questo genere. E mi permetto di darvi un suggerimento: cari lettori non riflettete troppo quando vi imbatterete in strane traduzioni che dovrete leggere più volte, magari pensando che ormai la vostra vista si sia annebbiata, per comprendere il significato della frase. Termini come “ruminare” invece di rimuginare o espressioni come “alle bocce dello stomaco” invece che alla bocca o ancora “una cagna da pedigree” invece che un cane di razza o da pedigree sono solo alcuni esempi dello strano, per non dire sconclusionato modo di tradurre il testo. La traduzione, ahimè, non è così fluida e non solo non rende giustizia ad un libro che, se letto nella sua lingua nativa, potrebbe avere un certo appeal ma ostacola la lettura impedendo a chi lo legge di cambiare marcia, passando dalla terza alla quarta. Con il rischio di annoiare o, peggio ancora, di addormentare per sempre il lettore che - non riuscendo ad arrivare alla fine del libro - non scoprirà mai di chi sia la mano che uccide. Sarebbe un peccato!

Nicoletta Panciera

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