I dialoghi - Corso di scrittura creativa
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I dialoghi – Corso di scrittura creativa

I dialoghi – Corso di scrittura creativa

Scrivo la rubrica "Scrivere +" un supporto per evitare errori comuni nella scrittura e consigli utili per scrivere meglio.

  1. A mio parere la punteggiatura più efficace in un dialogo è la linea lunga perché rispetto ai sergenti o alle virgolette ha il vantaggio di poter essere aperta quando è la stessa persona che parla a più riprese, o chiusa se nel dialogo s’inserisce l’interlocutore. Sergenti e virgolette, invece, devono sempre essere aperte e chiuse e la confusione è più facile nella possibilità di individuare la paternità del dialogare.

    — Lei chi sarebbe, scusi?—
    — Io? Magari lo sapessi…—
    — Deve perdonarmi se glielo faccio notare
    — Ma la sua presenza qui mi pare sia eccessiva—
    — Sarà… Certo è che se noi demoni fossimo un eccesso
    — Persino a casa nostra…
    — Lei sarebbe costretto a infliggersi le torture da sé—
    — Mi sembra di aver capito che lei non si fidi della mia parola…—
    — È solo in Paradiso che la parola è sacra, si fidi di me—
    — Come potrei fidarmi?
    — Non siamo in Paradiso…—

  2. Giovanni ALTIERI

    1 marzo

    Una buona lezione anche questa interessantissima. Grazie.

  3. Federica Pace

    28 febbraio

    Ciao :) Io quando scrivo un dialogo ho il terrore di riempirlo di troppe descrizioni gestuali o facciali. Quindi spesso lo rendo quasi teatrale per dargli velocità e cercando di rappresentare il tono con l’uso di parole più gentili o viceversa più nervose, cattive. Ho sempre paura che quel “disse, rispose” possa annoiare. Quindi per non rischiare di esagerare, tolgo. Anche perchè c’è una cosa che mi confonde in una maniera pazzesca e mi blocca, forse mi puoi aiutare, la punteggiatura all’interno di un dialogo, soprattutto quando il dialogo del personaggio è fermato con l’inserimento di descrizioni.

    • Frank Cucamonga

      3 marzo

      Ciao Federica. Innanzitutto grazie per averci scritto.
      Le osservazioni che fai sui dialoghi (troppa/poca enfasi sul linguaggio non verbale fra i personaggi, ritmo e punteggiatura) non sono banali. Il punto è che troppo spesso si abusa dei dialoghi e li si usa anche quando, ai fini della storia, basterebbe una descrizione. Il consiglio che posso darti è quello di affidarti ad una regola e cioè: il dialogo è necessario solo in presenza di un conflitto. Senza il conflitto (il personaggio A vuole questo, il personaggio o l’accidente B si oppone, eccetera), l’inserimento di un dialogo è inutile o addirittura dannoso.
      Prima di partire con la stesura del dialogo, pertanto, (cosa che lo so viene naturale e si fa di getto) è necessario progettare, selezionando tutte e sole quelle espressioni linguistiche che sono funzionali al conflitto e tagliando via tutte le altre.
      Riguardo al linguaggio del corpo, noi tutti sappiamo che è un qualcosa di importantissimo in una discussione reale. Tuttavia esso avviene su un piano simultaneo al linguaggio parlato, così come ho detto anche nell’articolo. Tutto ciò che è simultaneo nella narrativa va evitato: la lettura è sequenziale e pertanto noi scrittori dobbiamo sempre linearizzare gli eventi stabilendo una rigida successione temporale. Se il gesto del personaggio è essenziale alla storia ed è addirittura più importante di ciò che il personaggio stesso dice, allora semplicemente descrivi il gesto o l’espressione o la smorfia, omettendo del tutto il parlato. In altri termini, sostituisci alla battuta del personaggio una descrizione ben fatta del suo linguaggio non-verbale. Questo ti aiuterà molto poiché la revisione dei dialoghi è molto onerosa in fase di editing e tagliare prima il superfluo ti risparmierà una grande fatica dopo.
      Il problema del “disse, rispose, esclamò, concluse…” deriva da una non corretta visualizzazione del punto di vista. In altri termini, chi sta parlando quando scriviamo quei “disse, rispose…”? Se stiamo scrivendo in prima persona, in genere è un personaggio a parlare, il personaggio attraverso i cui ricordi il lettore vive la storia. In questo caso da autori dobbiamo sempre domandarci: quanto è affidabile il nostro narratore? ricorderà tutte le battute nei minimi dettagli? parola per parola? è importante domandarsi ciò poiché nello scrivere i dialoghi dobbiamo calarci nella parte di chi racconta. È come quando noi stessi, nella vita reale, raccontiamo a un amico una nostra conversazione avvenuta in passato. La prima cosa che facciamo è dichiarare chi era presente alla conversazione. Ma non in senso assoluto. Una conversazione può avere luogo in una palestra, un uno stadio, in una piazza affollata, in un confessionale. Definiamo i partecipanti attivi alla conversazione: nel senso che elenchiamo tutti coloro la cui presenza è rilevante ai fini di ciò che vogliamo dimostrare al nostro amico interliocutore, indipendentemente dal fatto che quei protagonisti abbiano o meno proferito verbo (anche il solo ascoltare è un ruolo attivo, potenzialmente rilevante). Una volta definiti bene il luogo, il tempo e i protagonisti del dialogo, se a parlare sono solo in due, basta descriverlo in fase preliminare, nella descrizione degli elementi di contorno. Dopo non bisognerà più specificare, disse, sostenne, rispose ecc. Seguendo la regola di sequenzializzare tutto il linguaggio non verbale e seguendo la struttura del conflitto descritta nell’articolo, basterà alternare le battute degli interlocutori affidando alla punteggiatura e ai simboli tipografici il compito di delimitare le battute.
      Se le cose sono più complesse e i personaggi a interloquire sono più di due, allora una maggiore attenzione va posta nella selezione delle battute (quelle inessenziali vanno eliminate subito) e nella specifica dei soggetti e della regola della non simultaneità. È comunque sempre buona regola ridurre al minimo i dialoghi fra più di tre personaggi, e soprattutto sempre, sempre, sempre, evitare di descrivere eventi simultanei: tutto deve essere scrupolosamente reso sequenziale.
      Diversa è la questione quando il punto di vista è in terza persona. In quel caso a narrare può essere l’autore stesso che, pertanto, non solo ricorda tutte le battute (in quanto autore è infallibile!) ma conosce anche tutti i pensieri degli interlocutori. In quel caso la miglior scuola ci proviene da “I Promessi Sposi” del Manzoni. Esaminando questo famoso romanzo impariamo molto sulla gestione dei dialoghi in terza persona con narratore onnisciente. Le battute sono sempre alternate a descrizioni (prossemiche, di postura e di espressione), spesso più dettagliate delle battute dei dialoghi. Queste ultime infatti sono ridotte al minimo indispensabile e sempre funzionali alla storia ed ai suoi personaggi. Se il punto di vista è in terza persona ma a narrare è un personaggio, l’enfasi è posta a maggior ragione sul dominio di ciò che il narratore sa o immagina degli interlocutori: è imparziale? parteggia per una parte? ricorda tutto? può essere dettagliato fino a che punto? Queste domande che noi autori dobbiamo porci hanno un’importanza cruciale. I dialoghi infatti devono essere coerenti. Il consiglio di imparare dagli autori più grandi è sempre valido e serve anche per altri elementi dello sforzo narrativo.
      Infine una nota sulla punteggiatura.
      Per quanto numerosi siano gli autori che leggerai, non ne troverai mai due che usano la stessa punteggiatura ed i stessi simboli grafici per esprimere il linguaggio diretto.
      Spesso è una questione di editing, di editore e perfino di layout.
      Il consiglio qui è sempre quello di seguire le regole di punteggiatura della grammatica italiana. Un aspirante scrittore deve sempre necessariamente procurarsi un buon testo di grammatica: fa parte degli strumenti fondamentali senza i quali non è possibile scrivere (te lo immagini uno chef senza pentole?). Spero di esserti stato almeno un po’ utile. Non esitare a chiedere per qualsiasi altro dubbio dovesse sorgerti.
      A presto!

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