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Recensione di Bangkok di Lawrence Osborne

Chiudi Bangkok di Lawrence Osborne dopo aver letto l’ultima pagina e pensi che in realtà non è un libro solo su Bangkok, ma su chi decide mollare tutto e trasferirsi lì. Sono gli occidentali alla deriva, chiamati farang, che si perdono in una città misteriosa e avvolgente. I farang descritti da Osborne sono inafferrabili, incomprensibili; cinici e romanticamente devoti a un’idea di bellezza che copre tutto, fallimenti, difficoltà e solitudine. Pensano di poter controllare la loro presenza e il loro presente a Bangkok, ma la città non si cura di loro, li illude e poi li fa scomparire, proprio come il protagonista viaggiatore, e gli strani tipi con cui familiarizza.

Ogni volta che il protagonista/narratore torna a Bangkok, improvvisamente si materializza uno dei vecchi amici, sempre più improbabile e malridotto mendicante d’amore e d’attenzione, per poi scomparire di nuovo, in qualche bar o in qualche club, o sul tetto di un tempio buddista. Quasi risucchiati e riemersi dal fango di una città per settimane sotto una pioggia incessante.

“A Bangkok si arriva quando si sente che nessuno ci amerà più, quando si getta la spugna, e a pensarci bene la città è solo questo, il protocollo di una caduta […]”.

Bangkok di Lawrence Osborne è sostenuto da una sofisticata tensione narrativa che rimanda ai grandi autori, Lowry, Green, e Somerset Maugham, anche se la scrittura non sempre è all’altezza di questa ricerca. E’ un’immersione in un mondo non solo lontano, ma altro da quello occidentale, in cui ogni azione è benedetta da mille significati buddisti, in cui il re è considerato una semi divinità, e la potente natura del sudest asiatico è così fisicamente intrecciata alla città. La Bangkok che il protagonista percorre nelle sue interminabili camminate per i soi, le vie della città, è un luogo per metà magico, per metà durissimo e inaccessibile. C’è la bellezza della natura, dei templi, dei volti dei giovani, e ci sono le case nascoste nella giungla in mezzo alla discarica, le botteghe in luoghi fetidi e improbabili, i cani randagi che abitano i templi e le strade. C’è il cibo, che diventa un viaggio nel viaggio: formiche, vermi, insetti, vodka allo scorpione, solo mangiando si ha la possibilità, o l’illusione, di non essere solo un anonimo farang ma di far parte del ritmo vitale della città.

E poi c’è il sesso, tanto, ovunque, sempre, con chiunque. Negli squallidi club delle zone più infime della città, o negli alberghi di lusso, la mercificazione del sesso sembra essere l’attività principale. Il protagonista e i suoi amici non credono ai dati delle Ong sullo sfruttamento sessuale e sulla prostituzione minorile in Thailandia, perché secondo loro non tengono conto della vera natura dei thailandesi. Ma non è chiaro se sia vera libertà sessuale, come sostengono, o solo un’altra illusione del farang sfaccendato e senza scrupoli che vive a Bangkok, in cerca di un’assoluzione per la sua perdita di moralità : "a Bangkok ciascuno è libero di andare a pezzi come crede".

A. P.

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Ti giri un attimo

Ti giri un attimo. Porgi la guancia al vento, le mani ad un estraneo temporaneo. Fumo, luci, alcool, il lounge. Cerchiamo di respirare su un wisky e cola. La lotta per non far passare tutto invano, per non essere come quel numero in panetteria, strappato, tenuto nelle mani sudaticcie e lasciato. Per non essere mai più riutilizzato. Quella fragile lotta ha inizio.

L’appuntamento. La sorpresa decresce ad ogni minuto, fino a scoppiare, come bolle di sapone soffiate con troppa forza in un cielo adrenalinico. Io sono lì all’angolo, da un imprecisato numero di anni e da quell’angolo che è più un sentimento che un posto ti guardo parlare. Cosa mi stai dicendo? Soprattutto cosa non mi stai dicendo? Vuoi tracciare un sentiero e farti seguire, vuoi restare nascosta ? Lo smalto, il modo di lisciarti i capelli, il finto sguardo perso, la dipendenza da social network nel cellulare, il profumo lieve quasi solo di pelle.

Ti giri un attimo. Mi guardi. Cerchiamo di respirare su un wisky e cola. Ma su tavoli diversi. Togli tutte le domande, togli tutti i perché. Lasciamo aspettare tutto. Senza tentare di capire cosa siamo. Abbassi la voce, la sera decresce, ti fai meno sicura. Poi arriva il tuo compagno, si siede accanto a te e siete una cosa nuova. Non si può rinunciare alle cose belle. Non si possono disconoscere per egoismo.

Resto lì a studiare il concetto di distanze con melanconico trasporto, sì quelle non di metri. E' stato solo un se. Uno di quelli che valgono il sogno. Viviamo anche di sogni che si girano un attimo.

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Senza frequenza

Uno.

Frrr. Tzschh. Frr. Puntini bianchi e neri attraversano la tv. Timothy ha in mano il telecomando, pulsante sbagliato, è su frequenze in cui non trasmettono niente. Incuriosita dal rumore proveniente dal salotto arriva Caterina e salva il piccolo da un pomeriggio di noia trovando il canale di Walt Disney. Lui è una statua di cera con un cuore. Un cuore infossato come sasso. Dieci anni e sapere già quanto possa essere inesorabile la vita. Niente patti, intese, negoziazioni. Occhi lucidi da vendere. Sentire la forza misteriosa che si trascina nel tempo portar via quello che hai. Un piccolo così tanto consapevole è un po’ grande.

Gli amici lo chiamano stecco. Oltre ad essere davvero magro come un filo di paglia ricorda vagamente l’aria scanzonata e buffa di Benigni in “Johnny Stecchino”. Da grande vorrebbe fare il postino dice, per essere sempre in sella ad un motorino e godersi la litoranea, una lunga C che strappa terra al mare, cui è affezionato. Per ora si accontenterebbe di giocare a pallone in una squadra, con un pallone vero, al posto di quello della Playstation. I compagni bisbigliano che sia un genio di quelli che diventano scienziati. Forse quelli che tentano di salvare il mondo. Oltre ad eccellere in ogni materia Timothy, oltre a studiare per conto suo materie del liceo, oltre a stupire per la sua logica, è un bambino mai sazio di sapere che pone domande che mettono in difficoltà i grandi. Ma ci sono domande a cui nessun grande può rispondere.

Dove lo metti sta. Riceve i complimenti come si riceve una caramella da mettere subito in tasca. Guarda impassibile la felicità degli altri, per capirla. Una cosa pratica che non si può teorizzare, sintetizzare, ricomporre in formule. Questo è il fascino che insegue segretamente. Capire e vivere della gioia riflessa. Perché lui lo sa che una sua, una tutta sua non l’avrà.

Due.

Frr.Tzschh.Frr. Come se dovesse scusarsi davanti a un sorriso alla vita. Frr.Tzschh.Frr. Salta la frequenza. Ancora. Stavolta è il cuore. Il piccolo cuore. Via Manzoni è trafficata. Dalla sala d’aspetto si sente l’ora di punta. I camici, i colori diversi degli infermieri, la donna che passa a fare le pulizie. L’odore vago di minestra, il cellulare che continua a squillare.

-          Cos’hanno detto i medici?

-          Il solito.

-          Non è ancora fuori pericolo?

-          No, mio Dio. No. Non ce la faccio più. Ogni volta mi sembra di morire al posto suo.

-          Stiamo arrivando. Ti serve qualcosa?

-          Mio figlio. Vivo.

Le grandi finestre sporche dall’esterno, le famiglie che si stringono in speranze tutte uguali a capezzali. Davanti a chi vuole vincere le proprie battaglie appese alle flebo, poggiate ai bisturi, sdraiate su lenzuola fresche. Prima dei nonni arriva il papà.

-          Come sta?

Caterina accartoccia le spalle. Come a chiudere un segreto che non sa. Tra mamma e papà la sincronizzazione dei cuori è saltata tempo fa. Ora sono frequenze singole che trasmettono anonimi puntini bianchi su sfondo nero. Ma stare insieme è un obbligo, tirare avanti con fatica per non aggravare il cuore di Timothy con un dispiacere irreparabile.

Ho visto persone col sorriso in bocca che predicevano la risoluzione di un problema a qualcuno preoccupato. Il lavoro, l’amore, l’umore. Tutto si sistema, non ti preoccupare. La ruota gira, compra la vocale giusta, incasellala dove sai e arrivi dove vuoi essere. Chi non l’ha mai detto, pensato.

Facile essere positivi con la vita degli altri.

Facile di mestiere vendere vocali agli altri.

Quando poi le parole le perdi e la paura ti fa tremare dentro e pensi che il senso di tutto può anche finire a minuti. Allora non ti salvano gli sguardi incrociati che cercano di starti vicini. Non ti sollevano i forse, non ti afferrano dentro le braccia che lo fanno da fuori.

Tre.

Timothy conta i giorni che spera di avere. In Timothy i ritmi veloci e caotici di tachicardia ventricolare e di fibrillazione ventricolare riducono l'efficacia dell'azione di pompa del cuore. Durante la fibrillazione il suo piccolo cuore batte molto velocemente e caoticamente, perdendo la sua capacità di pompare il sangue e farlo circolare in tutto il corpo e nel cervello. Bastano pochi minuti. E il buio. Per questo Timothy vive nell’apprensione degli altri, la legge negli occhi di chi non può abbandonarlo nemmeno per un istante, la evapora distratto dagli sguardi persi sui muri degli ospedali.

-          Ci dica dottore, ci son novità?

-          Il bambino è stabile. Il cuore ha retto ancora.

Pausa.

-          Vi prego raggiungetemi nel mio ufficio, dobbiamo parlare.

Caterina e Marco erano atterriti. Basta notizie cattive. Il loro cuore era già in pezzi.

-          Non reggerà a lungo.

Questo, questo lo immaginavano. Ma non volevano saperlo.

-          Cosa si può fare? Disse a voce bassa Marco.

Il primario conosceva a memoria la situazione. Aveva visto quel bambino entrare e uscire da quell’ospedale più di una decina di volte. L’aveva visto sempre più debole di cuore e sempre più innamorato della vita. Era un caso a cui si era affezionato. Si era informato bene.

-          Esiste una possibilità. Un medico nello stato della California potrebbe provare a impiantare una valvola plasmatica iroidale ad impulsi. Si tratta di sperimentazione. Nulla è sicuro. Vostro figlio sarebbe il primo. Teoricamente gli impulsi dovrebbero controbilanciare gli spasmi e le fibrillazioni del cuore di Timothy. In pratica, beh..solo Dio lo sa. Capisco che non è un buon momento per voi questo ma non avrete tanto tempo per pensarci su. E’ meglio cominciare da ora.

L’ospedale diventava silenzioso. Il senso delle cose ottenute e comprate, degli errori, delle divisioni, dei litigi, dei programmi. Finiva tutto in un niente.

-          Ci dica cosa dobbiamo fare dottore, noi non capiamo nulla di medicina. Vogliamo solo nostro figlio.

Scene così le aveva già vissute il dottor Moretti. Sembra inadatto dirlo, ma fanno parte del mestiere. Si cerca di partecipare in maniera misurata al dolore altrui per una breve pausa e poi si prosegue il proprio lavoro. Per tentare di curare, di salvare altri ogni giorno. Non ci si può fermare. La prima regola che non ti insegnano in facoltà di medicina ma che impari a pochi giorni dall’aver indossato il tuo primo camice è non farti coinvolgere nei sentimenti. Per il bene di se stessi e del proprio lavoro. Nunzio, Nunzio Moretti. Questa volta era diverso.

Timothy gli aveva stretto la mano e gli aveva chiesto se poteva tornare a casa perché stava costruendo un modellino da regalare ai suoi per l’anniversario di matrimonio. Gli disse:

-          Voglio vivere abbastanza per renderli felici. Mi aiuti.

-          Loro sono già felici di te, rispose il dottore.

Lo disse scappando dalla stanza con il cuore triste. Ora era davanti ai genitori, e doveva dire un’altra cosa triste.

-          Mi son permesso di contattare il dott. Ernest Chukal per studiare la fattibilità dell’operazione. I costi rappresentano il vero ostacolo.

-          Di quanto parliamo?

Pausa.

-          Due milioni di dollari.

Una speranza creata. Una speranza infranta. In cinque minuti esatti.

Caterina scoppiò a piangere. Marco si mise la mano davanti alla bocca. C’era poco da dire.

-          Non avremo mai quel denaro. Nostro figlio deve morire perché non abbiamo abbastanza denaro? Ci sta dicendo questo? Che mondo è mai questo? L’abbiamo scelto noi forse?

L’aria era tesissima. Moretti sapeva che sarebbe successo. Moretti sapeva dall’inizio come sarebbe andata a finire.

Quattro.

A volte le frequenze saltano da sole. Frrr. Tzschh. Frr. A volte c’è bisogno di un gesto di qualcuno per rimetterle a posto. Moretti due settimane dopo l’incontro con i genitori di Timothy pianificò il suo. Entrò in banca e ottenne la metà della cifra richiesta per l’intervento di Timothy ipotecando la sua villa. Attraverso un amico arrivò a un prestito dai fondi malavitosi. Strozzini. Di quelli che son restituisci entro i termini ti ammazzano. Aprì una finanziaria. Vendette tutto quello che poté. Ma non si stava rovinando la vita. Stava dando un senso agli sforzi di una vita. Le frequenze non dovevano più saltare. Non avrebbe mai potuto tenere fede agli onerosi impegni economici. Il suo destino era segnato. Ma non era questo il punto.

Tre settimane dopo, l’ultima persona che i genitori di Timothy si aspettavano di vedere davanti alla loro porta era lì, nervoso e spettinato. Nunzio Moretti. Sembrava un padre pronto a dare affetto. Invece aveva una busta con i documenti da firmare. Era stato già tutto organizzato. Timothy doveva solo partire. E sperare.

Lungo il viaggio di ritorno dalla California per la prima volta quella sembrava una famiglia felice. Timothy non si era mai sentito così bene, l’intervento era andato perfettamente. Sapere di avere qualcosa che pensavi perso riempie di speranza. Moretti lo sapeva. L’aveva immaginato centinaia di volte. Godeva di una speranza che lui non era mai riuscito a provare in vita sua.

Marco, Caterina, Timothy. Guardano fuori dall’oblo dall’alto dei cieli. Non sanno che non vedranno più in vita Moretti. Che era stato tutto studiato. Che una vita sparisce per far posto ad un’altra. Non ci sono spiegazioni. C’è onore, rispetto. Scelte. C’è dolore, c’è un senso. E c’è speranza. In questa vita.

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