Categoria: Racconti brevi

Mentre lei danzava sulla nave che affondava

Vede, dottore, il mio problema è strano: a volte scrivo cose così belle che mi pare impossibile le abbia scritte io. E non pecco di presunzione! A dire il vero, di peccati ne commetto tanti, arroganza inclusa, ma a volte mi pare di voltare le pagine dell’eternità mentre scrivo su quaderni a righe. Non amo i quaderni a quadretti: mi fanno sentire ingabbiato. Le righe invece le tollero. Vorrei saper scrivere in maniera elegante su fogli completamente bianchi, ma poi mi accorgo che ognuno di noi ha bisogno di una guida. Nel mio caso, mi basta seguire la retta via delle mie righe. E dopo averlo fatto, chiudo il quaderno e lo dimentico da qualche parte in questa casa fatta di polvere e lattine vuote: da un po’ di tempo, la birra la acquisto in lattina, perché mi semplifica la vita nella raccolta differenziata.

E poi la lattina è un bersaglio più pratico da colpire con la mia Beretta: quando colpisco le bottiglie di vetro, si frantumano. La lattina si squarcia, ma la si raccoglie facilmente e la si infila nella busta gialla della plastica e dei metalli. Così, lo devo ammettere davvero: a volte scrivo cose così belle che mi pare impossibile le abbia scritte io. Ma la realtà è che molto molto molto molto spesso ascolto un pezzo musicale così bello che mi chiedo come abbia mai potuto quel giorno l’artista scriverlo. Magari c’erano varie divinità dei mondi superiori quel giorno a pranzo con l’anima dell’artista.

11230208_10204115491592842_202980226_oE perché non dovrei ammettere che una volta ho visto danzare Pina Bausch in Café Muller e mi sono reso conto che non sempre servono le parole per comunicare, e che la danza non è necessariamente un ritmo, ma può essere semplicemente un’emozione senza regole. E penso che nemmeno Pina fosse conscia di tale bellezza, quando la architettava. Diciamoci la verità: a volte tutti scriviamo qualcosa di così bello, che la bellezza stessa risulta impreparata a tale lettura. Ci sono giorni in cui sposto anni luce lontano il confine della mia coscienza, con un solo semplice soffio. Un attimo prima sono convinto di aver capito qualcosa, e pochi istanti dopo mi si spalanca la vastità di tutto quello che potrò ancora capire ed imparare, scoprire e vivere, semplicemente dopo aver compreso qualcosa. La scoperta del fuoco, in fin dei conti, al di là del fuoco stesso, ha aperto le porte a miriadi di nuove applicazioni, usi, fusioni, armi e amori riscaldati dalla fiamma. E bastò una scintilla a far nascere il fuoco, bastò una scintilla e si fusero i metalli, e di leghe metalliche saranno fatte le astronavi.

Tutto da una scintilla. Così, da una scintilla tutto parte anche per me: ho scritto qualcosa di così bello, da non riuscire a comprenderlo, ma mi fa emozionare il ricordo di quel che ho scritto. E questa volta non l’ho scritto sul mio quaderno a righe. Non ho trovato in tempo la penna, o forse non l’ho cercata abbastanza. Mi sono limitato a scriverlo con i pensieri, in me. E mi sono emozionato. Non ho pianto, né ho riso: credo nessuna delle due cose avrebbe reso l’idea di quale emozione abbia provato. Forse ho inventato una nuova emozione, o forse l’ho solo scoperta. Ma ora non conta. Non conta più. Dottore: ho bisogno di una cura per questa malattia, per questa memoria che mi sottopone ogni fotogramma della mia vita, tranne quella pagina che ho scritto nella mia mente, e che forse era troppo bella, o troppo importante, per essere ricordata. Dottore: cosa devo fare per emozionarmi ancora così? Sono passati quasi 20 anni, ed io ancora aspetto quella pagina.

Francesco Giannini

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Ci siamo mandati via

“Devo tenerla pronta per la partenza!”, diceva, e lo ripeteva spesso, riferendosi alla sua moto Honda del 1986, parcheggiata in garage. Era una moto perfetta, l’aveva sempre tenuta al meglio, ma continuava a parlare di una partenza imminente. Il discorso della partenza era una cosa che ripeteva da sempre, ma ultimamente si era fatta una frase insistente. Così in molti iniziarono a pensare fosse quella la volta buona per vederlo partire veramente, e con la bella stagione alle porte, più di qualcuno attendeva di vederlo decollare sul bolide a due ruote.

Ci furono giorni di luce e sole pieno, e tutto sarebbe stato perfetto, ma niente. Poi vennero giorni dal clima mite, con un vento tanto sottile da poter essere un foglio per la vecchia macchina da scrivere Olivetti verde, ma nemmeno in quei giorni lo fece.

Giunsero i giorni di festa di fine estate, e lui era sempre chiuso nel box, seduto accanto alla ruota posteriore della vecchia Honda. La catena era lucida, perfetta, ingrassata con il pennello e ingrassata a pennello. L’olio era fresco, i trasparenti delle luci erano limpidi, e la batteria carica. La carburazione era la perfezione fatta combustione. Ma anche i giorni di festa passarono, e si approssimò l’autunno.

“Devo affilare bene le lame!”, diceva, e lo ripeteva mentre veniva fuori dal box, sporco come un panno è sporco dopo aver lucidato a fondo una moto ormai pronta per una vetrina, o per una corsa intorno al mondo. Per quanto pulita e perfetta ormai era quella moto, avrebbe potuto salire fin sulla Luna e rimpiazzare la bandiera di Neil.

Con la prima pioggia, tutti capirono che non sarebbe partito, che sarebbe rimasto ancora lì, e alla fine iniziarono a preoccuparsi per le sue dita: passava ore e ore ad affilare le sue lame. Coltelli con acciaio al carbonio, coltelli a lama fissa lucidi tanto da poter incendiare una nave riflettendo la luce della Luna... Coltelli e spade, compresa la sua katana preferita. Passava ore a far scorrere le lame sulle pietre di diversa grana, e poi a lucidarle con le pietre dure, fino al passaggio sulla coramella, con la pasta nera. Di tanto in tanto qualcuno gli chiedeva di mostrargli il filo del suo coltello, e lui anziché mostrargli il filo, chiedeva una banconota, e con uno scatto del coltello la tagliava nettamente e perfettamente in due parti. Il taglio era pressoché un’incisione di bisturi su un paziente dalla pelle liscia.

Dopo una decina di banconote tagliate, si sparse la voce che le sue doti di affilatore erano perfette, e smisero di chiedergli dimostrazioni, così ci fu un tipo che gli chiese notizie sulla sua partenza.

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“Devo pulire le pistole!”, lui rispose prontamente, e qualcuno lo guardò stralunato: pareva dovesse partire per la guerra.

Lui però, noncurante, prese a smontare le sue pistole. Erano delle Beretta: una modello 70 ed una 92 FS. Le smontava velocemente, e iniziava a pulirne le canne con gli scovoli, poi le oliava con delle diavolerie strane, ma dall’ottimo odore. Poi le rimontava, le puntava, le caricava, provava il cane, provava l’hold, e poi via, smontava. Erano scorrevoli e veloci.

Un giorno un tipo al bar, un tipo a cui aveva tagliato in due un biglietto da 20 euro, gli chiese se le sapesse usare, e lui gli disse che poteva dargli uno strappo al poligono e togliersi la curiosità, a patto che gli avesse pagato le cartucce. Il tipo acconsentì: era convinto avrebbe recuperato i soldi con delle risate.

Quando furono al poligono, il direttore di tiro gli consegnò due pacchi di cartucce: le 7,65 e le 9 x 19. Con noncuranza, lo vide indossare gli occhiali da tiro e le cuffie, poi sfilò il caricatore della modello 70 e infilò velocemente in proiettili, verificò l’arma, poi la carico, tirò indietro il cane, e traguardo il bersaglio a 15 metri. Il direttore di tirò invitò i presenti a mettere la cuffia, e mentre il tipo che l’aveva accompagnato al poligono si infilava la cuffia, partì il primo colpo, e poi il secondo, poi il terzo, e via.

Quando i caricatori finirono, sul monitor si vedevano i 25 colpi andati a segno con gran precisione nella rosa nera del bersaglio. Il tipo del bar non rideva, e lui intanto rimetteva a posto la modello 70 e caricava la 92... il calibro 9 fu ancora più spietato. Quando finì di proiettare metallo verso il bersaglio, raccolse le armi, si voltò verso il suo accompagnatore e disse qualcosa di inatteso.

“Devo allenarmi un po’... torno a piedi.”, e andò via. Da quel giorno, era diventato normale vederlo scendere di casa presto, in tuta nera e scarpe da corsa turchesi, e correre per una decina di chilometri. Poi andava in palestra, a far pesi, e verso le 5 di pomeriggio di quell’inverno ormai inoltrato, indossava anfibi e cappotto di pelle, guanti con le dita tagliate e un cappello di lana, e passeggiava placido fino all’altro capo della città.

Al rientro, recava con sé un sacchetto di iuta con dentro delle verdure e della frutta, e ogni tanto faceva capolino una bottiglia di vino. Prima di rincasare, sostava spesso al bar, dove consumava un caffè lungo, bollente, e senza zucchero.

Nessuno ormai gli diceva nulla... a volte qualcuno gli dava un coltello da affilare, e in un paio di occasioni aiutò degli avventori a scegliere una moto da acquistare. Un tipo una volta gli chiese di rimettergli in funzione una vecchia Colt 38 Detective Special con canna corta.

Fu in una sera di fine inverno, in cui nel suo sacchetto di iuta c’era una bottiglia di Aglianico, che avvenne la cosa più strana. Quella sera, qualcuno nel bar era felice, perché un misterioso signore aveva vinto 349mila euro con una lotteria moderna. A lui le lotterie non piacevano, perché non credeva nella fortuna. Una signora sui 50 entrò nel bar chiedendo un amaro. Era una bella donna, e appena fu dentro, i loro sguardi si incrociarono. Lei aveva un seno grande, un’eleganza che litigava con quel seno un po’ davvero troppo grande, i capelli onestamente argentati, e delle scarpe lucide e con i tacchi sottili. Non era una donna della zona, e si notava da troppi particolari. Lui però smise di notare i particolari, consumò il suo caffè e andò via dal bar, fermandosi avanti al suo portone per il tempo necessario a guardare la Luna, che stranamente faceva capolino tra i mezzi grattacieli della sua città.

Aprì il portone, entrò e lo richiuse, ed appena mise piede sugli scalini, sentì delle unghie ben curate ticchettare sui vetri. Si voltò: era la donna di poco prima, e lui capì che il momento era giunto.

Tornò indietro, aprì il portone, la guardò.

“Sono qui per lo scambio. Immagino tu sia Josh.”

“Si. Tu sei Lola.”

“Bene. Ci siamo presentati. Dici che è un problema se andiamo subito in camera?”

“No, anzi. Ne ho voglia. Seguimi.”, e lui si incamminò al primo piano. Lei lo seguiva, con le gambe velate da calze nere e una gonna che rivelava forme ancora davvero belle per una donna oltre gli anta.

Entrarono in casa, lui accese la luce e si avviò verso la cucina.

“Ti va un bicchiere, prima?”

“Dipende.”, disse lei curiosando per la casa. Lui stappò la bottiglia, versò due bicchieri e quando la raggiunse, lei era in camera da letto, seduta, ma senza scarpe.

“Aglianico, della Val d’Agri. Del 2011.”, e lei sorrise: erano entrambi amanti del buon vino, e lo sapevano, pur non essendosi mai visti prima. Bevvero.

“Allora, sei pronto?”, chiese Lola.

“Si, sono pronto da tempo ormai.”

“Non credevo di arrivare così presto. Fa ancora freddo, ed è anche tardi ora... perché non aspetti un po’?”, disse lei.

“Ho aspettato molto. Oggi fa freddo, e magari domani pioverà... ma ci saranno molti giorni di Sole e tanti giorni di neve: che differenza fa? Dimmi solo dove sono diretto.”, e Lola scese dal letto, senza rimettersi le scarpe. Posò il bicchiere e prese la sua borsetta, e ne estrasse un libretto.

“Questo è tuo.”

Lui prese il libretto: era il suo segreto, era il suo sogno, era la sua follia. Guardò la destinazione, e si rese conto che avrebbe dovuto fare molta strada. Lola sorrise, e gli parlò.

“Ma tu perché sei entrato nello scambio? Sapevi a cosa andavi incontro? Sei giovane... era ovvio ti avrebbero dato una destinazione lontana.”

“Sai, l’ho deciso alcuni anni fa. Volevo andare via, ma volevo andare in un luogo dove sarebbe servito ancora l’onore, dove sarebbe stato ancora possibile avere figli a cui insegnare ad affilare coltelli e far ascoltare Shakespeare anziché la TV. Volevo lasciare tutto quello che possiedo in mano a chi avrebbe saputo amministrarlo... ho preparato i coltelli, le spade, la moto, le armi... ho corso, fatto pesi, abituato il mio corpo a mangiare solo il necessario.”

“E non ti aspettavi che ti avrebbero mandato così lontano?”

“Mi sono mandato via da tempo. Qui non amo stare: qui la gente non ha voglia di vivere, non ha voglia di esserci. Qui puoi restare chiuso in casa per tutta la vita, e se pur ti sparassi in bocca, nessuno se ne accorgerebbe: a chi vuoi interessi uno sparo di pistola quando c’è la TV da guardare?”

“Io sono qui perché da questa casa non voglio più uscire. Ho aspettato anni per trovare una destinazione così.” “Tu perché sei entrata nello scambio?”

“Io voglio fuggire dalla vita. Ho voglia di nascondermi qui per i prossimi mille anni.”

“Strano... io voglio iniziare a vivere al di là di ogni apparenza.”

“La tua destinazione è una zona di guerra... non hai paura?”

“Mi fa paura la strada sotto casa, dove chi ti sorride è la stessa persona che poi ti accoltella. Mi fa paura il caffè del bar, dove non c’è veleno, ma c’è forse lo sputo del barista. In guerra, nessuno finge di spararti, perché forse mentre lui finge, tu lanci del piombo vero. In guerra non si parla, e quelle poche volte che si parla, si dice la verità. Io ho bisogno di verità.”, e mentre parlava, indossava un giubbotto da moto.

“Immagino che quello sia il tuo bagaglio.”, disse Lola indicando uno zaino militare, con i legacci già stretti.

“Si.”, disse lui, prendendolo.

“Vai via subito, allora?”

“Sono già andato via anni fa, quando ho accettato di entrare in questo gioco strano. La moto è pronta, le lame sono affilate, le pistole pulite... la strada è parecchia.”, e dicendo questo, si avvicinò a lei, porgendole una chiave.

“La cassaforte è dietro la testata del letto. Dentro ci sono tutti i tuoi documenti ed i dati dove mi invierai il mio denaro. Per il resto, goditi la casa: per quanto mi riguarda, ora è tua.”, e lei prese la chiave, e lo guardò.

“Io, venendo qui, ho guadagnato l’esilio che cercavo, la stabilità che non avevo, e la pace che mi accompagnerà da ora in poi... ma tu, che vai verso la guerra, cosa hai guadagnato?”

“Io sto solo tornando a casa, Lola. Sono stanco da tempo di non conoscere il nome del mio nemico, e quando ho capito che il mio nemico ero io, era la mia paura di essere me stesso, ho fatto l’unica cosa che potessi fare. Per quanto possa apparire assurdo, cacciando me stesso da qui, mi sto dirigendo verso casa.”, e dicendo così, lui andò via.

Chiuse la porta, scese in strada: il bar era chiuso, e per le strade non c’era nessuno che lui conoscesse. Giunse al garage, tirò fuori la sua Honda e la mise in moto. Mentre si riscaldava, tirò le varie zip del giubbotto, allacciò il casco ed indossò i guanti. Pochi minuti dopo era fuori dalla sua città, nella notte di una primavera che ancora si chiamava inverno.

Nessuno l’aveva visto partire... l’avevano visto preparare quella moto bianca e blu, affilare quei coltelli con lame teflonate, pulire le pistole e poi correre lungo la spiaggia. L’avevano visto prepararsi al viaggio che avrebbero voluto fare tutti loro, ma che nessuno di loro aveva mai avuto il coraggio di fare...

L’avevano visto così tante volte che forse, se l’avessero poi visto partire per davvero, non ci avrebbero creduto. In fin dei conti, lui non stava partendo: stava tornando nella casa che non conosceva.

Francesco Giannini

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L’amore ci farà a pezzi

Omaggio a Ian Curtis e ai Joy Division

Tu sei voltata dalla tua parte. Il letto è congelato.

Io, sono congelato.

Chi dei due fingeva di essere già addormentato per non augurare una notte tanto buona quanto ipocrita? Anche adesso che le ore conducono verso l’alba sento nei nostri respiri un sonno fasullo. Non mi stringi, non mi tocchi per parlare, non accendi la luce. Non lo faccio neppure io, non servirebbe più a nulla. Avrebbe più senso che uno di noi si alzasse e svanisse nella notte, che mandasse un amico dopo qualche giorno con un sorriso di circostanza, armato di scatoloni per svuotare di condivisione la nostra vita. Non facciamo neppure questo, attendiamo reciprocamente un passo troppo difficile da affrontare. Restiamo lì, svegli ed immobili, appostati come sentinelle a tener lontani pensieri troppo dolorosi perché li si possa lasciar passare, entrare, esplodere. Sentinelle di due campi nemici.

Non sai dirti mai quando le cose cominciano a finire, anche a guardarsi indietro. Non sai su che giorno del calendario segnare una data, dove segnare l’inversione di tendenza sul grafico di un progetto di vita che misteriosamente smette di produrre utili e comincia a divorare capitale. Soltanto ieri abbiamo parlato di dove andare in vacanza con la voglia e l’entusiasmo di una visita all’obitorio. A ripensarci mi accorgo di aver tenuto nascosti i luoghi che vorrei visitare, perché in quelle immagini assolate tu non ci sei. Sono sicuro che tu hai fatto lo stesso. Non è passato molto tempo da quando progettavamo vacanze con mesi di anticipo, in pieno inverno, spendendo in guide turistiche e mappe più che in biglietti d’aereo, da quando sognare non era mai troppo. Non è passato molto tempo.

Un’eternità.

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Si dice che prima del crollo venga il tempo delle frasi di maniera, dei non sei tu, è colpa mia, dei non so cosa sento. A noi non è mai successo. Eravamo difettosi quando ci siamo scelti e andava bene così, eravamo difettosi in modo perfetto. Ora però non sopporto ogni tua singola mancanza come fosse un crimine ordito contro di me, tu non perdi occasione per darmi tutte le colpe. Ladro di anni che ti ho rubato.

Beninteso, non me ne frega nulla di quello che dici. La colpa è tua, lo so bene. Lo so bene?

Un anno fa, sei mesi fa. Che data segnare sul calendario per mettere un punto, per poter finalmente dormire?

C’è un prima che è marcito, ovvio. Marcito fino a diventare la palude su cui questo letto ghiacciato galleggia. Mi ricordo di te in quel prima, che brilli a rendere opaco ogni altro ricordo. Incontrarsi, inseguirsi, notti che non finivano mai e mattinate passate nel dormiveglia, in attesa tremante. Sempre meno il tempo tollerabile da passare lontani, fughe d’amore ad ogni fine settimana. Poi casa, tu ed io, la promessa solenne di non permettere alla routine di mordere forte, di dare ad ogni giorno un motivo per essere ricordato. Siamo due pazzi e siamo immortali, in fondo, come potrebbe mai essere diverso da così?

Quando ha smesso di essere vero?

Un giorno sei tutte le mie fantasie, quello dopo sei la prima a cui le racconto. Quello dopo ancora la tua voglia essere la prima mi irrita come una catena a strozzo. Forse il punto andrebbe messo lì, forse nel momento in cui il tuo “Niente” alla domanda “Che cosa c’è?” ha smesso di significare il desiderio di un abbraccio per diventare un “non mi rompere i coglioni”. Forse. Forse sono vere tutte quelle cazzate sull’uccello del paradiso che si posa solo sulla mano che non lo trattiene, sulla necessità di essere due mondi che si sfiorano e non la fusione pasticciata in uno solo. Forse. Noi però non ci siamo riusciti. Un giorno mi cerchi in ogni angolo e quello dopo ti sono tra i piedi ad ogni passo.

Sospiri.

Lo sai che sono sveglio. Devi essere scomoda in quella posizione, da ore. Vorresti girarti ma non lo fai, anche l’intimità del solo riconoscersi immersi negli stessi pensieri deve esserti tanto insopportabile quanto a me, stanotte. Non piangi nemmeno più, da tanto, tantissimo tempo. La palude ha gelato anche le lacrime.

Dovrei alzarmi, concederti almeno un paio d’ore di sonno, anche se lo prenderesti come l’ennesimo gesto di disprezzo verso di te, non certo di attenzione. Anche se ormai poco di tutto questo ha senso.

Quale data è quella giusta da segnare? Quel giorno che mi hai aggredito per aver cambiato la password di Facebook, quel giorno in cui ascoltavo i rumori della tua doccia mentre sbirciavo frenetico i messaggi sul tuo cellulare.

In fondo dovremmo odiarci, ora che l’amore è fuggito via. Forse tu già lo fai, lo devo ammettere che ti ho dato motivi sufficienti per farlo. Se le cose fossero semplici afferrerei i miei, di motivi, e farei lo stesso.

Non ci riesco. Non ti amo, non ti odio, sento solo questo grande gelo che non ha neppure il merito di tener lontani tutti quei ricordi che mi graffiano come maledizioni felici. Dovrei odiarti, eppure cosa?

Eppure restano le carezze, gli occhi sognanti, i respiri che si cercano. Restano le ore strappate al dominio del tempo per raccontarsi a vicenda. Restano i nugoli di domani ronzanti su fogli di carta strappati chissà dove. Restano bottiglie di vino che non avevano alcun diritto di finire, fotografie mai scattate di luoghi ancora da visitare e fotografie che non serve guardare, se non per sbiadire ricordi molto più vividi. Resta la realtà e restano i ricordi. Resta la voglia di non essere in nessun altro luogo al mondo, viaggi altrove, in infiniti altrove.

Dovrei svegliarti, stringerti, raccontarti che tutte queste cose non sono marcite, non sono gelate, sono lì appena sotto la superficie e basta afferrarle per farle tornare reali e presenti.

Dovrei dirti che andrà tutto bene ma non lo faccio, perché tra tutto ciò che resta qualcosa ora manca, per sempre. Noi.

Noi non restiamo. Abbiamo già preso strade che ci portano a mondi differenti, realtà lontane unite solo da deboli eco di rimpianti che vanno spegnendosi. Un giorno non lontano queste ferite saranno rimarginate, il passato un silenzio ovattato che non sentiremo più. Un giorno anche il più coriaceo di questi spettri felici si stancherà del nostro limbo e si dissolverà annoiato.

Ci saranno nuove notti che vorremmo non finissero mai, nuovi occhi che non potremo smettere di fissare, nuovi corpi caldi sotto le dita. Ci saranno letti e cuori che assicureremo di non far congelare mai. Nuove promesse, nuovi ricordi che scalceranno lontano quelli vecchi. Nuovi per sempre giurati come se non ne avessimo mai infranti altri.

Allora l’amore, l’amore ci farà a pezzi, di nuovo.

Love, love will tear us apart, again.

Giorgio Arcari

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Elena di troia: il sogno continua…

Claudia si alzò alle 5.00, disfatta dall’onirico che continuava ad agire nonostante avesse aperto gli occhi da tempo. Alle 3 e 30 era sobbalzata nel letto, avevo chiuso la sveglia, che puntava per abitudine alle 7.00.

Alle ore 8 in punto doveva trovarsi a scuola , attraversare il lunghi corridoi che la conducevano in classe dove, dopo l’appello di rito, si tuffava con il consueto entusiasmo dentro quel mondo ellenico, fonte di vita, ricettacolo dei valori più alti dell’umanità tutta. La cultura classica – pensava – quel tesoro che nessuno mai potrà portarmi via. La sua vita era cambiata da tempo, da quando, separatasi dal marito, cui era tiepidamente affezionata, si era trasferita a casa della madre Maria, affetta da Alzheimer.

La sognava sempre quella madre, anche prima che si ammalasse, ma ora dominava incontrastata il palcoscenico dei suoi sogni: con lo sguardo assente, inebetito, ripeteva come una cantilena: ”Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome” e si cullava riversa sulla sedia a rotelle, senza più alzare il viso al cielo. La malattia era progressiva e non dava scampo; nel giro di cinque anni era visibilmente regredita ad una condizione infantile; dimensione relazionale azzerata, cellule cerebrali morte, se ne stava in disparte chiusa nel suo non-mondo. Claudia la baciava sulla fonte madida di sudore, innamorata di quella madre, un tempo pilastro di una famiglia matriarcale, con un padre debole e assente, assorbito nel lavoro di funzionario di banca. Lei, la madre, era stata illustre insegnante di storia, partigiana, funambola della parola, quando arrivava a spiegare il Nazifascismo, con gli occhi lucidi diceva: “ Cari studenti, siamo arrivato in quel punto cruciale, in cui l’uomo perse il senno”, mentre in pectore ricordava suo padre, ebreo deportato ad Auschiwtz e ovviamente mai più ritornato. Allora le parole si facevano scarne, un nodo alla gola la stringeva, mentre i ragazzi la guardavano in silenzio per rispetto del suo dolore. Dolore ora chiuso nella mente disfatta; lo cercava quel padre negli angoli della casa, dentro le scatole e i barattoli di marmellata, lo vedeva nei luoghi più strani e lo chiamava con flebile voce: ”Padre, padre!”

Claudia fingeva che fosse tornato e metteva un posto a tavola anche per lui, ma un velo di malinconia si intravedeva nello sguardo ormai spento: Maria percepiva l’assenza, benché non fosse in grado di verbalizzarla. La figlia la stringeva a sé e lo sapeva: l’aveva persa da tempo; da quanto era insorta la malattia, dieci anni prima, la madre era morta; era un vegetale senza riflessi né memoria.

Così la sognava la notte, la vedeva vivida come se fosse davvero dentro la sua mente, anche nel sogno l’accarezzava, la stringeva perché non andasse mai via. La madre si gettava nel mare biancastro, nel mezzo di una tempesta, affogava lasciandosi trasportare dall’onda malefica, ma lei si tuffava nel mare e con la potenza di una dea la richiamava in vita, la riportava sulla risacca. Poi la madre cadeva dal balcone del quinto piano della sua casa; periva col corpo in frantumi, ma lei, sempre lei, si gettava , la rianimava, la faceva vivere ancora e poi ancora per sempre, sempre!

Era in analisi Claudia da anni: non riusciva ad elaborare il lutto del distacco emotivo dalla madre, che era il suo mondo interiore, insieme a quel greco che anche la madre gli aveva iniettato nelle vene fin da fanciulla; da quando la madre era mentalmente morta, quell’attaccamento si era fatto, se possibile, più intenso: era tutt’uno con lei, non la lasciava mai sola, tranne la mattina per insegnare in quella scuola nella quale era a disagio con colleghi e presidi, per poi ritrovare la pace in classe, dove il sogno dell’equilibrio e della compostezza greca riprendeva la consueta forma classica.

Si aggirava tra i banchi, con sguardo acuto recitava a memoria i versi di Sofocle e, quando arrivava a dire le parole di Tiresia ad Edipo: “In un sol giorno ti rivelerai” cresceva la consapevolezza che i Greci davvero sono i padroni della psiche del mondo. Lei si era rivelata a se stessa a quindici anni, quando attraverso il sogno gli si era rivelato tutto l’amore per quella madre, allora giovane e bella, e non aveva più smesso. Inutili i tentativi analitici di staccarla da quel sogno di amore senza tempo; per esso aveva sacrificato la sua vita, aveva deciso di non partorire, aveva mandato in frantumi il matrimonio. Non avrebbe mai dovuto sposarsi, ma la convenzione aveva avuto la meglio. Ora che il marito era lontano, in altra città, l’aria di Roma, caput mundi, era diventata respirabile e, camminando fino ad arrivare alla scuola nel quartiere di Monteverde, ricordava tutti gli illustri che qui sono vissuti, in primis Pierpaolo Pasolini, l’amore intellettuale di sua madre, l’uomo che ha vinto con le parole l’orrido abisso della morte. Nondimeno Gianni Rodari e le sue storie, di cui si era nutrita la sua fanciullezza, e li sentiva nelle fibre più intime, nel cervello fin dentro le viscere. Poi a scuola, al cospetto dei colleghi e dell’odioso dirigente mafioso, se ne stava in disparte per non colludere con il potere: ci teneva a rimanere fedele agli alti ideali della sua famiglia partigiana. Mentre andava in classe solerte,il ricordo di Pier Paolo le faceva compagnia: la morte violenta e la forza della parola poetica, e vedeva in Monteverde il suo sogno di valente insegnante, amata dai suoi studenti. Solo gli studenti la tenevano lontana dal dolore per la madre, in cima alle sue priorità affettive; mentre spiegava e citava a memoria, gli animi dei giovani si risvegliavano dal torpore, in cui cadevano nelle ore degli altri colleghi, e con sguardi attenti e consapevoli la guardavano negli occhi accesi dal furore poetico, e lei lo sapeva: gli alunni l’amavano e la consideravano il tafano della scuola, quella che con pungolo dell’intelletto metteva in crisi il sapere scolastico. Novella Socrate, aborriva gli dei falsi e bugiardi del potere imperante ed era entrata in collisione col dirigente, messo in quel posto ad esercitare l’infame potere per volontà della Mafia, realtà presente in tutta la penisola italiana. Lo evitava quel dirigente,sapeva che non aveva niente di intrinseco, ma che era pura forma vuota, corpo senz’anima.

I colleghi collusi la disdegnavano, ma lei se ne andava eretta, forte della sua integrità morale; una sola cosa la piegava: il dolore per quella madre che aveva lasciato a letto con la badante, bravissima polacca, dolce e ormai parte della famiglia. Al suono della campanella, di fretta verso casa al capezzale del suo amore assoluto, la cui vita la teneva lontana dalla morte interiore.

Intanto aveva lasciato l’analisi, dicendosi: “L’amo, sì l’amo, perché dovrei rinunciare al mio sogno? Ogni essere umano ne ha diritto!”. Non elaborò il lutto e attendeva quotidianamente agli studi e alla cura del suo unico amore, che erano la medesima cosa perché quel greco, in cui riponeva tutta se stessa, glielo aveva insegnato la madre insieme all’amore per il bello composto , equilibrato, essenziale, quello vero, schietto, puro, ab-solutus, quello che non si fregia di orpelli retorici, ma che punta dritto al cuore dell’uomo. Così erano le sue parole, alate come le frecce degli eroi di Omero, la sua postura nobile ed eretta, il suo tono di voce caldo e rassicurante, una dea scesa in terra a mostrare il miracolo del sapere. Un mito per gli studenti e gli amici, un tafano fastidioso e invidiato per i colleghi e il dirigente, un cuore d’oro per quella madre, che pur non riconoscendola, avvertiva la sua presenza e ogni tanto ebetamente le sorrideva. Claudia, un tempo l’orgoglio della famiglia, della madre e del debole padre, consapevoli di avere un tesoro in casa, per cui ringraziavano il Signore. Ma il tempo è il tempo, tempo tiranno che tutto involve e trascina e venne quel giorno: quel giorno amaro e crudele, infame sterminatore di affetti. Maria fu trovata al risveglio nel suo letto con viso piccolissimo e il naso affilato, con la bocca chiusa dal dolore, il corpo freddo e il battito assente. Se ne era andata in silenzio nella notte del 7 febbraio 2010, lasciando Claudia a pezzi con acuto dolore.

Inconsolabile figlia, senza più radici, si aggirava per le strade di Roma senza anima, inetta a vivere senza il suo faro, quel faro, che, pure spento da tempo, le illuminava la via della vita. Continuò ovviamente ad esercitare la professione di insegnante e solo in classe ritrovava una forma e, quando recitava Seneca e il suo “vivere satis et non longe”, capiva che la madre aveva vissuto abbastanza se le aveva passato il testimone del sapere e dei sentimenti eterni, che soli non muoiono sotto l’ascia del tempo. Così trovava sollievo, e davanti gli occhi le scorrevano vivide le immagini di quella madre, baluardo della storia e della grecità, donna di nobili virtù incarnate con stoico coraggio. Anche nella sua malattia era stata audace, capace di sopportare, quando ancora capiva, mai violenta, ma sempre dolce e dimessa pronta ad accogliere la volontà superiore. Poi se ne era andata in un’altra dimensione, e chi sa mai come stesse, se pensasse e cosa pensasse? Certo non aveva dimenticato suo padre, ma priva di vita l’attendeva tornare nel nido disfatto dal dolore dell’assenza.

Il tempo, grande scultore, dipinse sul viso di Claudia il dolore contratto; ci vollero anni per superarlo in qualche misura, ma mai scomparve del tutto. Aveva cinquanta anni suonati, quando si vide recapitare su di un ambulanza dall’ospedale civile, reparto psichiatria, una vecchietta che si sbracciava delirando e ripetendo senza soluzione di continuità nomi in tedesco. La vecchietta era innocua e l’ospedale la restituiva alla sua famiglia dopo essere stata ricoverata per decine di anni. Sopravvissuta ad Auschiwtz, ebrea, sorella della madre, veniva accolta nella casa di Claudia, felice che la catena continuasse e che potesse riversare su di lei tutto l’amore di figlia. Gli anni a seguire furono durissimi, la zia si aggirava per il quartiere Monteverde senza lena, non riusciva a stare ferma, troppo cocente il ricordo delle violenze subite, si dimenava come un’ossessa, ma era assai buona, ripeteva a gran voce i nomi dei suoi carnefici e raccontava come era sfuggita alla morte. Come fece mai si seppe chiaramente, i contorni della cronaca era confusi e tutto si accavallava nella sua mente turbata. Pareva però di capire che tale era la sua bellezza che nel campo veniva chiamata ” Elena di Troia”, ma non era la causa della guerra, bensì l’amante coatta di un ufficiale nazista che se ne innamorò come Achille amò la sua Briseide, sottraendola al suo destino di morte. Portava i segni visibili della violenza subita, ma rimanevano tratti dell’antico splendore, nei fianchi ancora disegnati, nell’alta statura e negli occhi verdi e profondi come il mare in tempesta. Un reticolato di rughe tradivano la sofferenza stratificata, rughe che si distendevano un po’ quando Claudia l’abbracciava con affetto di figlia.

I ragazzi, all’uscita dalla scuola, l’andavano a trovare, mentre si sbracciava camminando su e giù per il parco e lei raccontava, nervosamente, confusamente raccontava, mescolando il ricordo degli orrori nazisti con il suo sogno di fanciulla che avrebbe voluto frequentare il liceo classico per poi studiare all’Università e convolare a giuste notte con un uomo che amasse ricambiata. Il racconto era interrotto, sincopato, sofferente,ma il viso non tradiva emozioni, come una pazza ricordava in modo meccanico, riesumava bricioli di una memoria frantumata, spappolata dalla storia vissuta e dai farmaci somministrati.

Una vita a brandelli tra le braccia amorose di Claudia che continuava a perpetuare il suo sogno di figlia, in continuazione ideale e affettiva con mamma Maria: gli stessi occhi, la stessa altezza, la stessa bellezza rivedeva in lei di sua madre, morta a 70 anni, senza rughe visibili, quasi giovane nel volto, nonostante la fissità inquietante dello sguardo perso nel vuoto. In quel vuoto però ella si rispecchiava trovandovi la ragione ultima della sua vita, ora incarnata dal verde tempestoso degli occhi di “Elena di Troia”.

abc

Le situazioni di Lui e Lei

Lei: << Non è una teoria, è un dato di fatto: tutti gli uomini sono Stronzi. >>

Lui: << Non è una teoria, è un dato di fatto: tutte le donne sono geneticamente attratte dagli Stronzi. >>

E così Lui e Lei crebbero a pane, burro e dati di fatto, in famiglie pieni di problemi, mica come quelle della Mulino Bianco e condussero due vite completamente differenti, ma così terribilmente simili. Lei, di un biondo cenere e occhi nocciola, alta a sufficienza per non alzarsi in punta di piedi per baciare uno di 1.80 m e con la testa sulle spalle, be’ almeno dal College in poi. Clarissa Bloomy era stata prima di tutto uno spirito libero, in perfetto “Furia cavallo del West” style e con dei sogni nel cassetto tanto grandi, da riempirci anche tutto l’armadio a quattro stagioni. Padre ignoto, ma decisamente benestante, dati gli assegni di mantenimento cospicui. Indi per cui, cresciuta con la sacrosanta convinzione che tutti gli uomini sono Stronzi. Madre iper attiva e votata a country club ed eventi mondani, troppo occupata a farsi strada nel mondo, per fare la mamma. Lui, capelli corti livello 3mm del rasoio portatile di suo padre, di un cioccolato intenso, proprio come quel colore vagamente marocchino dei suoi occhi. Padre autoritario ed esigente, con la vita programmata per ognuno dei suoi figli. Famiglia più che presente, onnipresente e numerosa come poche.

Di solidi valori morali e di un amore incondizionato, quasi soffocante. E così, uscito da giurisprudenza e convolato a nozze con lo studio notarile di famiglia, Nicholas Arrison, si fa strada nel mondo, sfogando il suo Io (vagamente represso), su tutte le donne single (e non) di Manhattan, fermamente convinto che, tutte le donne, sono geneticamente attratte dagli Stronzi. Volendo potrei fermarmi a questo incipit dal sapore di amara incompatibilità e con il retrogusto di preannunciato disastro, già, potrei, ma… il divertimento dove sarebbe? Clary, (così conosciuta da amici e parenti), con un invito scintillante al Black and White in pieno centro, si fionda nel primo taxi giallo e si tuffa in quella che, preannuncia essere, la notte più fredda dell’anno. Umore: a tremila, ha appena saputo che potrà curare la mostra di uno dei suoi artisti preferiti, avendo la piena responsabilità dell’organizzazione dell’evento. Conseguenza ovvia: andare a massacrarsi i piedi tutta la notte nelle sue nuove Manolo, tentando di rimorchiare un avvenente figlio di papà. Una volta arrivata al B&W, si fionda sicura e sexy verso il tavolo, intelligentemente prenotato dalle sue più care e vecchie amiche, facendosi largo tra la folla e ostentando la sua intrigante mise: un Valentino nuovo di zecca con scollatura vertiginosa sulla schiena, quasi da lasciar intender… be’, ok, diciamoci la verità, quel vestito, non lascia grande spazio all’immaginazione.

<< Ehi Clary, ma sei una favola e finalmente sei arrivata, ora si che possiamo iniziare la serata. >>

Amanda, una delle sue persone preferite in tutto il mondo, le sorride e la invita ad accomodarsi, lasciando che butti giù qualcosa alla vodka di particolarmente inebriante. Le ragazze sedute a quel tavolo, non ci tengono a restare ferme, così trascinandosi una dopo l’altra, si gettano nella mischia e fra risate e provocazioni, iniziano a dare un senso a quella serata. Dall’altro capo della festa, un giovanotto in camicia bianca e jeans attillati, sta guardando, completamente rapito dai suoi movimenti, la ragazza con il vestito nero e la scollatura pronunciata, cercando di immaginare tutto il resto. Lei e bella e sicura di sé, tanto da non distogliere lo sguardo di quel ragazzo che non riesce a toglierle gli occhi di dosso da circa venti minuti e…. BOOM, la scintilla è inevitabile fra quei due , così lui, dopo aver ammiccato verso i suoi amici e abbozzato qualcosa con le labbra, beve l’ultimo goccio di rum e si spinge sicuro verso quella che, per lui, non è altro che la svolta di quella noiosissima serata. I suoi amici se la ridono, nessuna gli resiste, già pregustano i particolari scabrosi della sua ultima conquista. Nicholas non ha riserve, si avvicina a Clary furtivamente ma certo di non sbagliare, ed è proprio quella sicurezza (e ovviamente qualche drink di troppo), che lasciano Clary senza troppe difese e la fanno sciogliere in fretta. Senza nemmeno presentarsi quei due non smettono di attrarsi e respingersi, senza concedere né troppo, né troppo poco e lei si lascia guidare senza troppo giri di parole, ma qualcosa lui le sta dicendo all’orecchio, qualcosa di dolce e vagamente morbido, come una camicia da notte di seta appena comprata. Clary fa un cenno ad Amanda la quale, si assicura che la sua amica non sia troppo ubriaca da non capire la situazione.

Dopo quel cenno rassicurante, entrambe riprendono le loro postazioni, Amanda sulla pista e Clary fra le braccia di Nicholas.

<< Ma dove mi stai portando? >>

<< Ho voglia di stare un po’ con te, non dirmi che non ti va, perché non si accettano risposte negative. >>

Clary sa perfettamente che le braccia intorno alla sua vita e i suoi occhi intesi su di lei, lasciano poco spazio all’immaginazione su cosa sarebbe successo da lì a poco, ma per una volta sembra non interessarle, per una volta si lascia andare, proprio come quando era libera, con pensieri leggeri e tutta la vita davanti, lei ha quella notte, si è concessa quella notte soltanto per tornare ad essere quella che era un tempo. Così si lascia trasportare dall’ebbrezza di quel momento e mentre sale sulla sua macchina (bella da togliere il fiato, per inciso), si concede di essere immatura e giovane, come non le capitava da tanto, troppo tempo. Per tutto il tragitto lui tiene la mano sulla sua gamba e ad ogni semaforo la guarda quasi come rapito da ogni suo particolare, come se le luci del locale, avessero reso tutta quella bellezza, troppo e ingiustamente sfocata. Quando arrivano al suo appartamento, Nicholas, la fa scendere e la tira a sé, baciandole il collo ed esplorando delicatamente il suo corpo. Clary non può fare a meno di sorridergli maliziosamente e irresponsabilmente, non ha neppure idea di come si chiama il tizio terribilmente sexy che l’ha rapita quella notte. Una volta saliti e aperta la porta lei si stacca cautamente da lui e si leva le sue Manolo, per restare a piedi scalzi, gironzolando distrattamente, come una bambina, fra le sue cose. Lui, ancora sulla soglia della porta, la guarda incantato da tanta sinuosità, in effetti, non ha mai visto niente di più bello aggirarsi in quell’appartamento, eppure di cose belle, ne sono successe tra quelle quattro mura. Poi Clary si ferma e si sistema sul suo divano, infine lo guarda invitandolo a raggiungerla, lei è consapevole che, presto, avrebbe sentito ancora più forte quel brivido lungo la schiena che, aveva avvertito fin da quando lui, lei aveva posato i suoi occhi addosso. Aveva un non so che di ribelle e infelice in quegl’occhi, poteva chiaramente distinguerlo, ma era irresistibile con quell’aria un po’ trasandata e impaziente di scoprire qualcosa di lei. Lui la raggiunge sul suo divano e per la prima volta, da quella sera, la guarda davvero negli occhi e non capisce perché, ma sente una vaga nota di scrupolo a pensare che, lei sarà solo un’altra, una delle tante, così dalla sua bocca, esce qualcosa che non si sarebbe mai sognato di dire, ma che viene fuori in modo semplice.

<< Sei sicura di volerlo? Posso riaccompagnar…. >>

Ma Clary non lo lascia finire, lo tira a sé e lo bacia con trasporto, senza dire una parola e lui inizia a prendere coscienza della forza di quella ragazza apparentemente ingenua, seduta di fronte a lui, ma che sembrava volerlo come forse non gli era mai capitato di capire. E per quella notte lui scoprì i suoi lineamenti delicati, pronunciati nei punti in cui lui amava di più e che lo stavano facendo impazzire e lei scoprì qualcosa di lui che non aveva mai provato prima, la loro intesa era come una droga di purissima qualità e si amarono, per una notte che sembrò spazzare via, una serie di avventure di una vita. Quando lei si svegliò perfettamente incastrata nel suo corpo, capì che lui stava dormendo e gli tracciò i contorni del viso con le dita della mano, come a volersi ricordare tutto di quella notte. Lui aprì lentamente gli occhi e la guardò, come se non l’avesse ancora davvero vista. Entrambi si sorrisero e poi si tirarono su, infine lei disse qualcosa che non aveva niente a che vedere con quello che era appena successo, tanto da sorprendere letteralmente Nicholas.

<< Ti va se cucino qualcosa? Mi è venuta fame. >>

Lui si alzò sorridendo fra sé e sé, conscio che, per una volta, forse, non avrebbe dovuto affrontare la solita conversazione strappalacrime su: chi siamo, che abbiamo fatto, che cosa significa, ci sposiamo domani? Lei prese la sua camicia e ancora a piedi scalzi si diresse verso la cucina e iniziò a manovrare padelle e ingredienti, cercando come una matta ciò che le serviva, lui la raggiunse e si sedette di fronte a lei, osservando i suoi movimenti, sembrava così piccola, come una bambina in un negozio di giocattoli. Poi lei iniziò a canticchiare qualcosa e lui sorrise perché, aveva permesso a quella strana ragazza di preparargli la cena/colazione, il che, sembrò non creargli i soliti problemi di confini e spazi personali inviolabili. Lei si muoveva e canticchiava e ballava, faceva le giravolte preparando pancake, sorridendogli ogni volta che lui la guardava, infine si sistemarono sul divano e iniziarono a conoscersi, un po’ più che fisicamente.

<< Ah cavolo! >> << Che c’è? >> << Non ho idea di come ti chiami. Questa si che è nuova. >>

Lei lo guardò un istante, continuò a mangiare il suo pancake e poi gli disse.

<< E’ davvero così importante? Non credi che un po’ di mistero non guasti? Potremmo essere chiunque stanotte, solo per stanotte, ti va? In fondo volevamo divertirci e questo non implica un reale legame, non siamo obbligati a conoscerci davvero, potremmo inventarci qualsiasi cosa, domani probabilmente nessuno dei due se lo ricorderà. Anzi, ancora meglio, inventati qualcosa, ma, attento, una delle cose che mi dici, deve essere vera e semmai un giorno io, capissi qual è, sapremmo inevitabilmente quello che va fatto e probabilmente ci sposeremo, avremo dei figli e tu una macchina da urlo, be’ ok, quella che l’ha già, allora una bella casa al mare dove vivere tutti felici e contenti. >> Lui la guardò un po’ stranito, ma non poteva fare a meno di sorridere a quella strana proposta, poi istintivamente allungò un braccio e le porse la mano.

<< Bene, allora ciao, sono un ragazzo che ha avuto una fortuna incredibile, ereditando una mucchio di soldi dopo la morte dei suoi genitori e che non ha fatto altro che sperperarli da allora, sono privo di passioni, se non per la mia musica, della quale mi occupo costantemente. Sono uno stronzo e non ho mai dormito con una ragazza. >>

Clary lo guardò quasi esterrefatta, con un pezzo di pancake ancora in bocca, poi si ricompose, si mise a sedere dritta, incrociando le gambe, e poi iniziò la sua storia.

<< Bene, ciao, io sono una ragazza come tante altre, sono sempre stata uno spirito libero, ma da quando ho iniziato a studiare al college arte, mi sono presa una pausa, non ho mai conosciuto mio padre, non so nulla di lui, se non l’importo degli assegni che mi fa arrivare e che mia madre, spende deliberatamente tra feste ed eventi mondani vari. Stasera ero al B&W perché festeggiavo una grossa promozione, ho ottenuto di poter organizzare la mostra di Louis Michelle, che è il mio artista preferito. >>

Ci fu un minuto lunghissimo di silenzio, carico di tensione, infine entrambi si guardarono e scoppiarono a ridere di gusto. Da quel momento, archiviate le “false identità”, si rilassarono e si godettero il resto di quella notte, che lentamente stava lasciando il posto ad una nuova alba. Nicholas si addormentò alle prime luci di un nuovo giorno e Clary ne approfittò per andarsi a fare una doccia veloce, ma mentre si godeva quel momento di pace, le arrivò una telefonata e si precipitò fuori dal bagno, in cerca dei suoi vestiti sparsi per tutto l’appartamento. Capì, dai respiri meno pesanti, che Nicholas si stava per svegliare, ma non avrebbe mai saputo dare una spiegazione decente alla sua fuga, così si limitò a guardarlo un ultima volta e a correre fuori dal suo appartamento. Pochi minuti dopo, Nicholas aprì gli occhi, cono uno strano sorriso sulle labbra, ma quando si riprese, si tirò su di scatto e si guardò intorno, preoccupato che lei fosse ancora lì, in attesa di spiegazioni sul significato di quella notte. Ma di lei non c’era più traccia, per un attimo si sentì sollevato, così si alzò e si preparò per andare a lavoro, ma in procinto di uscire, qualcosa attirò la sua attenzione proprio vicino alla porta d’ingresso. Rossa, lucida e sottile, una Manolo di quella strana ragazza, se ne stava comodamente sdraiata sul suo pavimento, giusto in tempo per ricordargli che splendida notte aveva passato, giusto in tempo per fargli sentire la sua mancanza. Raccolse la scarpa e la guardò un istante, sorridendo, poi la ripose su una mensola, accanto alla foto della sua famiglia e fra sé e sé pensò che, in fondo, quella strana ragazza non era altro che l’ennesima Cenerentola, con tanto di sogni da far diventare realtà. Con quel pensiero in testa uscì e cominciò la sua giornata.

Five months later

<< Nicholas ti vuoi muovere con quelle pratiche? Non ho tutto il giorno. >>

<< Arrivo papà, scusami, mi sono distratto. >>

<< Non c’è bisogno che tu me lo faccia notare, ultimamente sei sempre distratto, comincio a pensare che dovresti prenderti una vacanza, hai sempre la testa per aria, ma che diavolo ti succede?>>

Nicholas ci pensò su, ma evitò lo sguardo severo di suo padre, poi cambiò rapidamente discorso, perché non aveva assolutamente voglia di parlare di cosa gli passasse per la testa. Non aveva fatto altro che pensare a lei per tutto quel tempo, da quella notte aveva avuto un’avventura più insignificante dell’altra, sperando di trovare in una di quelle ragazze, qualcosa che gli facesse provare le sensazioni che gli aveva fatto provare lei. E così aveva piantonato spesso il B&W sperando di ricontrarla, ma in cinque mesi, non l’aveva rivista neppure una volta e questo lo stava facendo impazzire come poche cose in vita sua. Gli amici lo prendevano in giro, la sua famiglia non lo riconosceva più, era come se lei fosse diventata la sua dolce ossessione. Andava a letto con i suoi occhi per la testa e il suo profumo sembrava ancora essere lì, ma di lei, non gli era rimasto che quella scarpa rossa e la consapevolezza della stupidità di non averle chiesto neppure il suo nome. Come avrebbe potuto rivederla? Avevano parlato di tutto quella notte, ma quando si era trattato di entrare nel personale, si erano volutamente celati dietro altre identità, cominciava a maledire quel giochetto che gli stava impedendo di rivederla ancora una volta. Non faceva altro che andare a correre per cercare di scaricare i nervi, quella situazione lo aveva impantanato, non riusciva a viversi le cose come aveva sempre fatto prima di incontrarla e questo lo rendeva costantemente nervoso e irritante. Una mattina, mentre faceva il suo solito giro, i suoi soliti chilometri, un cartellone pubblicitario attirò la sua attenzione. Era la sponsorizzazione della mostra di un artista, Louis Michelle e lui non potè credere di non averci pensato prima. Doveva essere quella la cosa vera che lei gli aveva detto, quello era stato il vero motivo della sua presenza al B&W quella sera, lei organizzava davvero le mostre di quel tizio e non trovò cosa più semplice che andare lì per poterla rivedere, anche se forse lei non si sarebbe ricordata di loro due, poteva essere successo di tutto in quei cinque mesi, questo lui doveva metterlo in conto. Due giorni dopo si preparò e chiamò un taxi per l’Art Museum, col cuore in gola e i battiti a mille, odiava che fosse una ragazza a metterlo così in ansia, ma allo stesso tempo, sentiva che quell’eccitazione era giusta, perfetta.

Quando entrò, con lo sguardo, tentò disperatamente lei, ma nessuna delle ragazze presenti, sembrava ricordarla anche lontanamente. Si scolò sei bicchieri di champagne e si sorbì la pesantezza di quella lunga serata. Si convinse che, probabilmente, si era sbagliato e che lei, magari, aveva visto lo stesso cartellone cinque mesi prima e lo aveva usato come spunto per creare la sua identità. Mentre era completamente ingarbugliato fra i suoi pensieri, una mano prese la sua e lui venne distolto dal suo interminabile soliloquio. Quando si girò a guardare quelle mano, la vide, la strana ragazza era proprio lì, accanto a lui e lo stava prendendo per mano, ma prima che potesse dire qualsiasi cosa, lei lo trascinò fuori, cercando di nascondere la sua euforia, poi una volta alla prese con l’aria fresca, lei gli lasciò la mano e si appoggiò al muro dell’edificio e lo guardò, proprio come aveva fatto quella notte al locale, cercando di attirare completamente la sua attenzione.

<< Insomma mi hai trovata, bravo. >>

Lui cercò di riprendersi dall’assurdità di quel momento, cercando di trovare qualcosa di figo da dire.

<< Diciamo che c’ho provato, ho visto un cartellone di questo tizio e ho pensato che questa, forse, era la tua cosa ve… >>

Ma Clary non gli lasciò finire la frase, gli si avvicinò e gli poggiò una mano sul petto, poi avvicinò lentamente la bocca alla sua e si fece assaggiare nuovamente, come se fosse il loro primo bacio. Lei aveva ancora lo stesso sapore caldo e avvolgente, come se avesse potuto riconoscerlo fra altri mille. Quando lei si staccò lui aveva ancora gli occhi chiusi, come se cercasse di ricordare quel sapore, il suo sapore.

<< Allora, è così? E’ questa la tua verità?>>

Lei lo guardò un solo lungo istante, con quel sorriso malizioso, e poi gli sussurrò all’orecchio:

<< Tutto quello che ti ho detto era vero. >>

Lui prese a fissarla come se non l’avesse mai tenuta fra le braccia, come se non fosse mai stata sua, poi si mise le mani in tasca e abbassò lo sguardo.

<< E invece tu? Dimmi qual è la tua verità? >>

Lui esitò un momento, poi la prese fra le braccia e la lasciò aderire al suo corpo perfettamente, infine le disse.

<< Che sono uno stronzo perché non ho mai dormito con una ragazza. >>

Lei gli sorrise e lo baciò di nuovo con più leggerezza, ma anche con più trasporto, lo stesso che li condusse nuovamente a casa sua. Quando entrarono lei notò qualcosa di familiare vicino ad una foto di famiglia e così lo stuzzicò.

<< Sbaglio o mi devi qualcosa? >>

Lui guardò prima lei, poi la scarpa e poi di nuovo lei, infine prese la Manolo dalla mensola e si avvicinò a Clary che, con le gambe accavallate, si era già sistemata sul divano. Lui si inginocchiò e le porse la scarpa rossa, lei contrasse il viso, ma non sembrò spaventata, solo in attesa, infine le accarezzò una gamba e le porse la sua Manolo.

<< Mi sembrava che avessimo un patto, tu ed io. >>

Le si illuminò il viso e spalancò i suoi grandi occhi nocciola.

<< E allora che aspetti? Sposami no? >>

E così, Nicholas le infilò la Manolo al piede e la sposò, lui le comprò davvero una casa al mare, ma niente carrozza per loro, solo una meravigliosa porsche decapottabile, del resto,ognuno si scrive la sua favola no?

Fabiola Danese

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L´un per mille

"Sei innamorato dell´amore? Dove l´hai sentita questa frase la prima volta?  Voler bene non é un obbligo sociale lo sapevi prima di oggi? Caro il mio innamorato di turno, quanti turni hai cambiato per renderti conto che sei sulla stessa mattonella? E quante volte sei stato cambiato per passare ad altre emozioni? Ah, l´incompatibilitá. Certo. Ma quella é una storia troppo abusata per essere sempre vera. Allora dicevamo, caro innamorato di turno dell´amore, raccontami: cosa provi mentre ti fotocopi la vita in bianco e nero?".

-  Basta!

-  ..."Cosa saresti solo, ci hai mai pensato?".

-  Cosa stai leggendo Michele! Dammi qua.

-  É un libro che ho trovato sul comodino della mamma.

-  Non é un libro per bambini. Forza, dallo a papá.

Ore 20:45, a cena.

-  Giulia che libro stai leggendo in questi giorni?

-  Un libro sull´amore di un docente di psicologia americano mi pare. A proposito, l´hai visto? Lo tengo sul comodino ma non c´é.

-  Da quando ti interessano i libri di psicologia che parlano dell´amore?

-  Non lo so, che domanda é? Non mi interessano. Mi ha incuriosito e l´ho comprato su Amazon.

-  Comunque lo sto leggendo io adesso, ti disturba?

-  Non lo avevo finito, lasciami il segno ok? Da quando ti interessano i libri di psicologia che parlano dell´amore?

- Giulia, non lo so. Che domanda é? Non mi interessano. Mi ha incuriosito e l´ho preso dal comodino di mia moglie.

Certi libri fanno bene. Certi libri fanno male. Nel frattempo prendiamo quello che viene, col vento degli abbracci. Se capita dopo averlo fatto capitare. Le nostre storie si strappano oppure provano oppure aderiscono. Se capita dopo averlo fatto capitare. Stendiamo un velo pietoso a turno sulle cose, finisce anche sulle cose che un tempo sentivamo nostre.

L´un per mille. Si calcola che. E per un per mille si finisce per dare nomi al presente, archiviare passato, sputare sul futuro. L´un per mille delle cose che si pensano arrivano agli altri dalla nostra bocca. Questo diceva il libro. E aggiungeva che non sempre la cosa piú vera trova il modo di uscire, anzi spesso é cosí difficile estrarla che si preferisce pescare a caso. Nascono cosí tantissime relazioni, per prolungare il senso di piacere per avere un appoggio. Di fatto é paura. E ci attacchiamo all´amore non amore piú che alle persone per paura di scoprire, di dire, di diventare qualcosa che non era nei piani, che puó deluderci. E da lí non puoi scappare, non puoi mentirti per sempre. Diceva il libro.

- Allora, com´era il libro?

- L´ho portato in ufficio e credo di averlo perso.

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Il manto rosa

Ricordate il nostro gioco letterario "Scriviamo una storia?". Abbiamo fatto incontrare i lettori di Leggere a Colori, tra i partecipanti abbiamo formato tre coppie uomo e donna e gli abbiamo assegnato da scrivere un racconto d´amore.  Ecco il primo racconto che nasce da questo esperimento sociale, e che esce dalla penna di Elisabetta e Giuseppe. Li ringraziamo per la loro disponibilità e il loro impegno. Ora tocca a noi gustarci il loro lavoro, che ne dite?

Mentre la mano tamponava con cura quella parte che più di altre aveva ceduto alla pressione del tempo, Giorgio cominciò a rievocare quei pensieri che a lungo si erano assopiti senza dare segno della propria esistenza. Tutto quello che riaffiorava dal suo lavoro scrupoloso e paziente, non faceva altro che incoraggiare i ricordi a rompere il proprio stato di silenzio. Essi si affollarono, sempre più numerosi, in una generale confusione: i momenti felici si alternavano a quelli più brutti, i sorrisi diventavano improvvisamente pianti, il senso di gioia era misto ad ansie ingiustificate, quando finalmente il volto e la figura di Lei vennero alla luce oscurando tutto il resto. A questa immagine che si manifestava così chiaramente nella sua testa, Giorgio rispose con una resistenza che non trovò accoglimento. Ormai, infatti, il vortice dei ricordi aveva iniziato a girare in un modo tanto serrato che sarebbe stato impossibile fermarlo. Così la mente di Giorgio si conformò a quanto, in modo assolutamente incontrollato, gli stava accadendo. La vedeva ancora, sembrava innocente e pura, cristallizzata in una figura divina, come la Venere lo era nel dipinto. Ad un tratto, pur essendo ancora bloccato in quel turbinio di pensieri, la sua mano si fermò, mostrando un orologio imponente che segnava un’ora cruciale; per quel giorno il suo lavoro era terminato. Affaticato e allo stesso tempo soddisfatto si tolse i guanti e i grandi occhiali, ma i ricordi non cessavano. La figura di Lei lo accompagnava anche mentre pacatamente si preparava per ritornare a casa. I capelli, gli occhi, le mani… le mani particolare importante per Giorgio. Quelle di Lei erano sottili e sinuose abbellite da anelli semplici e color argento. Non usava smalti, ma le unghia erano sempre ben curate. Semplicità e ordine appartenevano a Lei come a nessun’altra. Dov’era, cosa stava facendo, a chi stava rivolgendo il proprio sorriso? Giorgio prese coscienza che non lo avrebbe mai saputo e un senso di vuoto lo attraversò, si sentì quasi svenire, il dolore era troppo forte da sopportare, ma non poteva cedere. Prese il cappotto e la sciarpa, li appoggiò ben ordinati sul braccio destro, e decise che li avrebbe indossati poco prima di uscire.

Mentre percorreva il corridoio ad U, i soffitti dai dipinti così preziosi non avevano la solita attrattiva su di lui. E nemmeno le statue che gli sfilavano davanti con quella eleganza che la cura per le forme dei loro autori gli avevano donato, riuscirono a distoglierlo da quei coinvolgimenti mentali. Si portò dolcemente la sciarpa intorno al collo, prestando attenzione al cappotto, che mise subito dopo. Le dita corsero immediatamente verso i bottoni che allacciò in fretta in un gesto del tutto automatico, quella era una giornata abbastanza fredda. Pensò solo a quel punto che mancava il cappello, così facendo mente locale, ricordò che lo aveva lasciato a casa di Elena. Tra il cappello e la figura di Lei che si imponeva in tutta la sua forza, Giorgio si ritrovò in strada senza neanche accorgersene. Si risvegliò solo quando un suo collega gli fece insistentemente un cenno con la mano, quasi volesse mettere alla prova il suo grado di attenzione:

“Giorgio tutto apposto?” chiese il collega con aria preoccupata.

“Si sono solo un po’ stanco…. niente di particolare”, rispose Giorgio guardando furtivamente il proprio collega, come se avesse paura che gli potesse leggere dentro.

“Ho saputo di quel lavoro che ti è stato assegnato, non mi stupisce vederti così sovrappensiero, devi avere una bella responsabilità!”, affermò il collega con un uno sguardo indagatore.

“Si infatti, non ho pensiero per altro… ci vediamo”, disse Giorgio in modo sbrigativo.

Il collega lo ricambiò con un cenno della mano, stavolta più veloce e meno preoccupato.

In quel momento Giorgio prese veramente coscienza dell’importanza del lavoro che gli avevano assegnato, di quanto per lui fosse significativo un compito del genere. Ma niente da fare, i suoi pensieri erano ancora altrove, quella giornata si era fatta più fredda di quanto si aspettasse, “sarà meglio andare da Elena domani, quando avrò finito di lavorare” pensò Giorgio, sperando che l’indomani lo avrebbero accompagnato pensieri più felici. Chiuso nel suo cappotto e avvolto nella sciarpa si diresse verso casa lasciandosi estasiare per l’ennesima volta dalle bellezze della propria città.

Un vociare insistito di turisti spinse la guardia di turno ad intimare il silenzio e ad invitare alla calma; una delle guide turistiche si era lasciata andare a qualche buffa interpretazione, suscitando schiamazzi e confusione all’ingresso delle sale 10/14 della Galleria. Giorgio osservò incuriosito e le sue labbra disegnarono un lieve sorriso, riprese a camminare sapendo di essere in ritardo e l’immagine dei due cani molossi alla sommità della porta principale gli sembrarono accentuare la sua convinzione. Il cortile degli Uffizi lo accolse con poca luce e un’intensa pioggia, della stessa intensità di quella che gli bagnò i capelli quando le dichiarò il suo amore. L’ansia gli salì rapidamente al petto mentre percorreva Piazza della Signoria, con grossi respiri provò a gestirla, ma la vista di Palazzo Vecchio gli aumentò di colpo i ricordi. Voltò a sinistra e poi ancora a destra, deciso a superare come un valico Via Porta Rossa, oltre la quale lo attendeva Piazza della Repubblica. Di colpo l’inquietudine si dissolse e lasciò posto a una lieve tristezza, come un’onda che sbatte a riva e lascia esplodere in schiuma la forza motrice che l’ha sospinta in mare. In una traversa di Piazza della Repubblica, Via degli Speziali, abitava Elena. Giorgio guardò in alto affettuosamente verso il balcone e bussò al citofono.

“Si?” Fece una giovane voce.

“Ho prenotato una visita privata, è possibile salire?” chiese Giorgio.

“Salga pure”, si sentì dire ridendo e il portone emise il rumore d’apertura elettronica. Le porte di un antichissimo ascensore si aprirono sul vialetto di un giardino pensile ricavato all’interno del palazzo e si richiusero subito dopo l’accesso di Giorgio. Elena abitava in un appartamento all’ultimo piano che aveva arredato a sua immagine.

Non appena spinse la porta lasciata socchiusa, un batuffolo color bianco neve si precipitò scodinzolando verso di lui. “Briciola”, esclamò Giorgio, mentre una figura sinuosa scendeva la scala a chiocciola del salone, alle spalle del divano centrale. Elena si era stabilità lì dopo aver vinto un concorso per il Careggi di Firenze. Alta ed esile, simile ad una modella nordica, caratterialmente dalla spiccata sensibilità, dote per la quale avevo deciso di specializzarsi in chirurgia. La passione per la medicina era stata sempre forte in lei sin da piccola, quando correva ad aprire la Treccani per sfogliare affascinata la sezione d’anatomia umana. Giorgio l’aveva conosciuta ad una mostra fotografica per la quale aveva collaborato e a cui Elena era stata invitata.

“Come mai a quest’ora?”

“Sorry my love, I’ve been thinking about our house for a long time”, rispose Giorgio con tono molto allegro.

“Te li puoi risparmiare questi inglesismi e queste stupide battute”, disse seccata Elena, “in un modo o nell’altro questa “casa” devi sempre metterla al centro di ogni discorso, sta diventando un’ossessione… vado a preparare la cena non voglio discutere di queste banalità”. Fece per voltarsi che Giorgio, dopo aver ascoltato esterrefatto il rimproverò, replicò come un fulmine a ciel sereno: “se cercare casa per andare a vivere insieme è un’ossessione, come la definisci tu, allora per me cenare insieme, ma vivere distanti è una bambinata”. Si voltò e uscì nervoso sbattendo la porta.

“Vorrei sapere perché ogni volta è un litigio continuo”, disse Elena ad alta voce fissando la parete che aveva di fronte.

La mattina seguente, la mente di Giorgio era come al solito impegnata in pensieri che lo tormentavano, dandogli tregua in pochi momenti della giornata. Se prima era la figura di Lei a renderlo inquieto, ora anche la faccenda della “casa” accresceva le sue ansie. Solo la sera prima capì che Elena era quella veramente spaventata all’idea di andare a vivere insieme. Ma sinceramente non si sentiva di accusarla, perché provava la stessa paura, tanto che in lui si alternavano due forze tra loro contraddittorie: la voglia di vivere con lei e la sensazione di non riuscire a creare qualcosa insieme. Mentre rimuginava su questi pensieri, Giorgio incrociò gli occhi di Venere e colse in tutta la sua bellezza quello sguardo malinconico. Per la prima volta si chiese perché una Dea dovesse avere un’espressione velatamente triste. Perché Elena non poteva voler vivere con lui? Ci fu un momento in cui i propri pensieri si incrociarono con le riflessioni che le immagini su cui lavorava gli provocavano, fino a quando i colori, le figure, diventarono i protagonisti assoluti.

I venti che soffiavano erano diversi tra loro, perché uno era più deciso, mentre l’altro rappresentato da una donna, cercava dì calmare il primo frenandolo con le braccia. Più che due venti, a Giorgio ricordavano quelle forze contraddittorie che portava dentro. A terra una fanciulla dal vestito ricoperto di fiori, teneva il manto che doveva cingere Venere. Ma erano gli occhi di quest’ultima a parlare più di qualsiasi altro particolare; poiché si copriva le parti intime coi lunghi capelli, poteva sembrare scontato che desiderasse vestirsi, eppure il suo sguardo comunicava tutt’altro che gioia. Più che una nascita, quel dipinto sembrava raffigurare il momento in cui Venere doveva abbandonare la possibilità di amare liberamente. All’improvviso mentre era così assorto in quelle considerazioni, Giorgio pensò che avrebbe fatto una pausa per chiamare Elena e dirle che dovevano chiarire definitivamente quella situazione. Elena dal canto suo, mossa da un forte orgoglio, attendeva la sua chiamata, sicura che prima o poi sarebbe arrivata puntuale come sempre. Così quando sentì squillare il telefono, si convinse istantaneamente che tutto ancora una volta era passato come se niente fosse, rispondendo con un tono sereno: “Giorgio, che fai di bello?”

“Sto facendo una pausa, uscirò da lavoro solo alle 14.00”, rispose Giorgio con aria distaccata.

“Al lavoro?” fece Elena preoccupata e ormai disillusa dal tono di lui, “tu non mi chiami mai mentre lavori, è successo qualcosa?”

“Elena ho urgenza di parlarti!”. Il tono di Giorgio era deciso.

“Va bene, dimmi quando ci possiamo incontrare, io oggi sono impegnata ma se vuoi ci possiamo vedere domani sera”, rispose Elena.

“Domani sera è perfetto, ciao” disse Giorgio, riattaccando velocemente il telefono senza darle il tempo di rispondere.

Elena non lo riconobbe in quel timbro di voce e realizzò che stavolta lo aveva allontanato troppo da sé…

Venne subito la sera dopo e Giorgio giunto davanti casa di Elena tirò un sospiro e citofonò.

“Si?”.

“Sono Giorgio, apri” questa volta non c’era spazio per il solito scherzo. Entrò subito in ascensore e quando si ritrovò all’ultimo piano una vecchietta ben vestita e dal volto buffo gli apparve appena le porte si aprirono.

“Salve signora Gertrude” salutò prontamente Giorgio, che per un attimo cambiò umore alla vista di quella simpatica figura.

“Buonasera figliolo, che piacere vederti, stai andando da Elena vero?” gli chiese la donna.

“Si signora, lei come sta? È da tanto che non la vedo.”

“Sto bene caro anche se esco poco, ma ho Elena vicino che quando può viene a farmi compagnia.”

Di colpo Giorgio la vide che lo aspettava sull’uscio, contrariamente alle sue abitudini. Di solito, infatti, gli lasciava la porta socchiusa. “Vi lascio miei cari, non voglio trattenervi troppo. Vi auguro una buona serata”, salutò la signora Gertrude.

“A presto signora” replicò Giorgio, mentre la donna spariva dietro le porte che gli si chiudevano dinanzi.

Entrato a casa di Elena in un silenzio di tomba, Giorgio posò il cappotto e si sedette velocemente sul divano senza fare tante cerimonie, mentre lei metteva su l’acqua per il tè.

“Allora Giorgio, cosa volevi dirmi?” Chiese Elena sedendosi sul divano e mettendo le mani congiunte in mezzo alle gambe per riscaldarsi. Particolare che Giorgio notò e non poté fare a meno di prenderle una mano e fissarla. La girò e le osservò il palmo con tutte quelle linee evidenziate dalla secchezza. Poi distolse lo sguardo dalla mano e lo rivolse ai suoi occhi notando che erano lucidi.

“Non farci caso è il freddo e tra l’altro sono leggermente raffreddata” irruppe Elena, mollando la sua presa e alzandosi velocemente dal divano per controllare il tè.

“Volevo parlarti di noi due Elena” disse Giorgio, squadrandola mentre lei davanti ai fornelli gli dava le spalle.

“Questo lo avevo capito, non sono una stupida Giorgio e nemmeno tu lo sei”, si voltò di scatto.

“Elena lo so che anche io ho le mie colpe, ma quello che….”

“No senti bene” lo bloccò Elena che sembrava essere scoppiata all’improvviso “conosco la storia della casa, conosco la storia che io sono la cattiva che non ti vuole avere tra le scatole, conosco la storia ..”, comincio a ripetere scoppiando a piangere e sbattendo la tazza del tè sul tavolo.

“Elena non volevo che la prendessi così, io sono venuto qui solo per parlare, perché voglio sapere il motivo per cui non mi vuoi nella tua vita, tu sei la sola che non sa su cosa sto lavorando…”, incalzò Giorgio alzandosi e parlando velocemente per paura di essere bloccato nuovamente.

“Io non ti faccio entrare nella mia vita?” chiese Elena incredula “io e non tu che…che vivi nei ricordi di Lei”, continuò smettendo di piangere e fissando Giorgio con aria severa.

“Lei? Perché tiri sempre fuori questa storia di Lei, perché mi fai questo, lo sai che quella è acqua passata, che i mei sentimenti sono solo per te”.

“Forse hai ragione, a volte sono scostante e ti ammetto che ho paura di andare fino in fondo, ma tu….” e si voltò afflitta coprendosi gli occhi con la stessa mano che lui le aveva saggiamente osservato.

“Elena ti ripeto che quella è storia del passato” si difese Giorgio.

“Io lo so Giorgio, ma tu lo sai?”

Da quella sera non si incontrarono più. Giorgio aveva lasciato Elena appoggiata sul tavolo a piangere, perché quando sentì parlare di Lei entrò in confusione e non poté fare a meno di prendere il cappotto e andare via, deciso a chiudere la storia. Eppure nei giorni che seguirono quell’episodio, Giorgio non pensò più alla figura di Lei, perché si sentì travolgere dal pensiero di Elena. Il sentimento che lo animava stavolta non era quello della nostalgia, ma quello dell’amore.

Qualche settimana più tardi, Elena guardava volteggiare una foglia nel giardino di Boboli. Era uscita per portare Briciola a passeggio e si era fermata in un punto più silenzioso per pensare. Mentre le statue rafforzavano la sua solitudine, una farfalla attirò l’attenzione di Briciola che se ne stava tranquilla seduta sul sentiero. Elena sentì tirare con forza il guinzaglio e si destò dai propri pensieri. “Lo so che vuoi giocare, ma ora dobbiamo tornare a casa”.

All’ingresso del palazzo, Elena incontrò la Signora Gertrude e vedendola in difficoltà nel portare le borse della spesa, accorse a darle una mano. “Aspetti signora, dia pure queste a me”.

"Buongiorno Elena, non ti devi disturbare ce la faccio da sola” rispose sorridendo l’anziana donna, che nel darle le borse fece cadere un volantino ai loro piedi.

“Ti dispiacerebbe vedere di cosa si tratta? Me l’hanno dato all’uscita del supermarket” chiese con garbo.

“Riapertura delle stanze Botticelliane, ma è domani pomeriggio!” Esultò Elena.

“Quanto mi piacerebbe andarci, ma ho un’età purtroppo e gli Uffizi sono distanti da qui, le mie gambe non sono più quelle di una volta”.

“Se vuole, posso accompagnarla io”, le disse prontamente.

“Ma no, non scomodarti Elena, non è poi così importante…”, rispose la vecchietta,

“Perché no? Domani tra l’altro sono libera, ci andremo insieme”, ribatté in modo irremovibile non lasciandole altra scelta.

uffizi1Così decisa, il giorno dopo, Elena si diresse con la signora Gertrude presso gli Uffizi. Giorgio si trovava all’interno della sala e parlava con un amico delle difficoltà che aveva incontrato nell’effettuare il restauro del dipinto. Non appena si accorse della presenza di Elena, lasciò l’amico per raggiungerla, e avendo paura che potesse scomparire all’improvviso tra la folla, decise di chiamarla.

Sentendo il proprio nome, Elena si voltò incuriosita e Giorgio le apparve come per miracolo.

“E tu che ci fai qui?” gli chiese tra lo stupore e una gioia quasi infantile.

“Ho preso parte al restauro del dipinto” rispose Giorgio, riconoscendo subito la donna che le era accanto, “buonasera signora Gertrude non mi ero accorto che...”

“Non ti preoccupare caro, scusate se vi lascio soli, ma vorrei dare un’occhiata in giro. Non ti dispiace Elena?”

“No faccia pure, la raggiungerò subito”. Elena ringraziò in cuor suo quel gesto, pensando che così avrebbe potuto discutere liberamente con Giorgio. Ma rimasti soli, invece di parlare, un silenzio imbarazzante prese il sopravvento.

“Allora, non dici niente?”, domandò Giorgio scrutando Elena, che sembrava bloccata in un mezzo sorrisetto imbarazzato. Per sciogliere la tensione fece la prima cosa che gli venne in mente, ovvero prenderle la mano e invitarla con un cenno della testa a guardare quella figura su cui aveva lavorato tanto.

“È osservando il suo sguardo, che ho capito quanto sei importante per me”, la sua voce spezzò quello stato di quiete, generando in Elena una certa commozione. Le sarebbe piaciuto rispondere, magari chiedendogli scusa per il proprio atteggiamento o complimentandosi per il lavoro che aveva portato a termine, ma la gola si chiuse e i suoi occhi si strinsero brillanti per l’emozione. Giorgio scambiando quel silenzio per il consenso a una fine inevitabile, la salutò in modo rassegnato e si girò per andare via. Fortunatamente per Elena, dove la voce venne meno, si fece avanti una forza inaspettata, gli prese il braccio per voltarlo e lo baciò. Giorgio, a quel gesto inaspettato quanto desiderato, non oppose resistenza e si lasciò andare, fregandosene di tutti gli occhi che li circondavano. Tra questi c’erano anche quelli della signora Gertrude, la quale non poté fare a meno di lasciare libera una lacrima di scendere sulla guancia, mentre baciava la foto dell’uomo che più aveva amato nella vita.

In quel pomeriggio il sole batteva forte sulle finestre delle stanze Botticelliane e illuminava come non mai La nascita di Venere, mentre Giorgio ed Elena guardavano abbracciati il dipinto. Tutto il tempo trascorso a litigare sembrava ormai solo un sogno svanito con le primi luci del mattino, quando un nuovo giorno ha inizio e la voglia di viverlo vince su tutto.

Elisabetta e Giuseppe 

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Le ragioni del cuore

“Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”, mai frase detta da Pascal o da chiunque altro, fu più sensata. Il perché si cela dietro una storia, questa storia e a me non resta che raccontarvela. Lui è Isac Roncister, anche se questo non dice assolutamente niente su di lui ed il semplice fatto che, un cognome, non dica assolutamente nulla su una persona, rende il tutto drasticamente oscuro, quasi come una maledizione, quasi come qualcosa che non hai scelto per te stesso, ma che tende a fare parte di te, ogni giorno un po’ di più. Il piccolo Isac nacque in una torrida giornata d’estate, una di quelle spiazzanti e devastanti, una di quelle che richiedono tutta la forza del mondo per sopravvivere, ma pare che, al suo cuore, non importasse gran che. Aveva sviluppato una mortale malformazione cardiaca che, a detta dei medici, gli avrebbe concesso non più di cinque anni di vita. Annah e Michael, i suoi genitori, non riuscirono a sopportare la terribile notizia, non capivano come il Signore, avesse mandato proprio a loro, una tale prova, una prova di cui sentivano di non essere all’altezza. Avevano sempre desiderato avere un figlio, ma dopo numerosi tentavi, nessuna speranza lasciava intravedere loro la possibilità di questa gioia, fino a quando, un giorno, quella gioia arrivò e loro si sentirono estremamente riconoscenti per quel dono. Il fatto è che, non si sarebbero mai aspettati quei problemi, volevano avere qualcosa di semplice per una volta nella vita e così si convinsero che, quello doveva essere la loro punizione per non aver accettato la volontà di Dio, nel non volergli dare prima un figlio.

Erano particolarmente credenti e avevano così tanto pregato affinchè Annah restasse incinta, da aver perso quasi le speranze. Quando seppero del problema di Isac, fu come se tutto gli crollasse nuovamente addosso, fu un rifiuto totale, non riuscirono neppure a guardarlo, era il loro più grande fallimento, qualcosa a cui non avrebbero potuto mai rimediare. Così si convinsero e il giorno dopo che, mamma e figlio furono dimessi dall’ospedale, i giovani si recarono in cerca di confronto e di approvazione dai loro migliori amici. Rita e George erano sposati da poco più di tre anni e avevano una bambina particolarmente vivace di quasi due anni, Emily, qualcosa che aveva sconvolto piacevolmente le loro vite. Quando li videro davanti la loro porta di casa a quell’ora di mattina, non si sarebbero mai neppure potuti immaginare una simile richiesta. Rita sapeva quanto forte fosse stato il desiderio di Annah di diventare madre e trovava folle rinunciare ad un tale miracolo per repulsione. Isac era così piccolo, sembrava doversi spezzare ad ogni folata di vento, ma si fece subito largo nei loro cuori e lei non capiva davvero come, non potessero apprezzare una simile benedizione. Si sedettero in soggiorno a discutere sul futuro di quel bambino, ma nessuno riusciva a prendere una reale decisione. Annah spiegò le loro ragioni, anche se a Rita, nessuna ragione, sembrava sufficiente a giustificare un simile rifiuto, una simile condanna, un simile errore. George e Rita si presero qualche giorno per prendere una decisione, ma in realtà fu la decisione a prendere loro, i due amici erano stati abbastanza chiari: non avrebbero comunque tenuto il bambino, gli si sarebbe spezzato il cuore a vederlo morire giorno dopo giorno, lo avrebbero affidato ad un orfanotrofio o peggio, quindi la scelta più umana da fare era solo ed esclusivamente una. Dal giorno seguente Isac entrò a far parte della loro famiglia, sopravvivendo e lottando molto più a lungo di quanto chiunque si sarebbe mai aspettato. Non ci volle molto a farlo entrare nella propria vita e a ritagliare un angolo grosso del loro amore per lui. Era una bambino piacevole, pacato, tutto il contrario di quella peste di Emily, era come se si compensassero, come se riempissero a sufficienza quella casa con tutte le loro risate e i loro giochi. Isac crebbe forte e anche se il suo cuore non accennava a migliorare, neppure si decideva a peggiorare, era come se continuasse a vivere in attesa di qualcosa che avrebbe dato significato a quei battiti poco regolari, ma costanti.

Isac ed Emily crearono un legame speciale, molto più simile ad un’amicizia di sangue, lei si prendeva cura di suo fratello, proteggendolo dalle maldicenze e dalla cattiveria della gente che, non si curava minimamente di offenderlo, sottolineando il fatto che, i due, non si assomigliassero affatto. Emily assistette continuamente a scene di bambini che incoraggiavano la loro diversità e tutte le volte Isac finiva col piangere, senza sapere bene cosa rispondere a tali accuse. Ma in un modo che, solo i bambini, a volte conoscono, creò qualcosa di speciale per loro due. Ogni volta che qualcuno osava mettere in discussione il loro essere fratelli, lei gli appoggiava una mano sul cuore e l’altra sul suo e insieme ascoltavano lo stesso rumore. << Senti? Battono allo stesso modo, io e te siamo uguali. >> Isac finiva per asciugarsi le lacrime e abbracciare forte sua sorella, convinto che il mondo, non avrebbe mai potuto regalargli niente di più bello. Così come Isac cresceva, cresceva anche il senso di colpa e di pentimento dei suoi genitori biologici, dopo il quinto anno d’età del loro figlio, si decisero a rientrare nella sua vita, volevano vederlo crescere, ma a distanza, queste erano state le condizioni imposte da Rita e George. Non potevano sconvolgere nuovamente la sua vita, così vennero presentati al piccolo Isac, sotto forma di amici di famiglia lontani che, tornavano in città per trascorrere le vacanze con loro. Il bambino, ignaro di tutto, continuava la sua vita, circondato da due famiglie che sembravano davvero volergli un mondo di bene, ma che continuavano a tenerlo lontano della verità. La cena di Natale successiva al suo sedicesimo compleanno, Isac venne accidentalmente a conoscenza di tutta la storia. << Rita, io non ce la faccio più, cerca di capirmi, sono sua madre e lo vedo tre volte l’anno, non è una cosa accettabile, abbiamo bisogno di lui, è la nostra famiglia. >> << Annah tu sai quanto ti voglio bene e sai che quello che abbiamo fatto per voi, Dio solo sa, se l’avremmo potuto fare per qualcun altro, ma ormai Isac è nostro figlio, siete voi che ce l’avete portato, eravate voi a non volerlo e mi dispiace, ma ormai la sua famiglia è questa, ora smettiamola e torniamo di là, ci stanno aspettando. >> Isac rimase immobile ad ascoltare quel frammento di conversazione, abbastanza a lungo da capire che, nessuno in quella casa aveva fatto la scelta giusta, ovvero dirgli la verità, per quanto crudele fosse. Tutto ciò che conosceva all’improvviso divenne incolore, privo di significato, fu come ricevere un asteroide in pieno petto. Il suo mondo crollò, precipitò d’un tratto nel buio più profondo, quello in cui si nascondono i pensieri più orribili, quelli più cattivi. E fu lì, fu in quell’oscurità che, Isac rimase per i successivi due anni, senza riuscire a trovare la luce, senza volerne veramente uscire.

Ma si ripromise di continuare a recitare la sua parte, nulla sembrava cambiato, anche se, dentro di lui, nulla sarebbe stato più come prima. La famiglia è una di quelle cose che non puoi scegliere, invece, l’unica cosa che avevano fatto tutte quelle persone per lui, era stato scegliere per lui, senza avere alcuna possibilità di dire cosa ne pensasse. Nessuno gli aveva mai chiesto cos’è che voleva lui davvero. Forse se l’avesse saputo, se avesse saputo prima come stavano le cose, probabilmente non avrebbe voluto avere vicino nessuno di loro, forse avrebbe dato solo ad Emily la possibilità di frequentarlo. Essere infelice non era una cosa che nessuno gli aveva chiesto di diventare, ma inevitabilmente, non fu più una scelta che poté fare da solo. La cena di Natale successiva al suo diciottesimo compleanno, Isac si alzò da tavola scusandosi, si diresse verso la cucina e prese un coltello, aspettando che il veleno paralizzante che, aveva fatto ingerire loro inconsapevolmente, facesse effetto. Voleva che restassero lucidi, tanto da sentire il dolore, ma che non potessero fare niente per reagire, per lui era esattamente quello che gli avevano fatto loro: lo avevano amato, anestetizzandolo, mentendogli per tutta la vita, quindi lasciandolo in balia della propria impotenza. Lo avevano trasformato loro in quell’essere senza sentimenti né rimpianti, avevano creato loro quel vuoto devastante che gli squarciava il petto tutte le notti, loro avevano permesso che lui diventasse una persona diversa, peggiore. Tornò in sala da pranzo e li trovò tutti e quattro con gli occhi sbarrati e in preda al panico, senza la possibilità di muovere un muscolo o di chiedere aiuto. Si avvicinò ad ognuno di loro e versando lacrime amare e sommesse, li prese uno alla volta, conficcando ripetutamente in coltello nei loro cuori, affinché sentissero quello che avevano fatto a lui. Infine si alzò e si riaccomodò al tavolo ancora imbandito di ogni prelibatezza natalizia e circondato da quei corpi esamini, terminò la sua cena in silenzio. Quando Emily, un’ora più tardi rincasò, il sangue di quei corpi dilaniati, la investì completamente e un urlo quasi la fece soffocare. Si accasciò vicino ai suoi genitori cercando un respiro o un battito di cuore, fra i singhiozzi implacabili. Quando finalmente si rese conto di Isac, non riuscì a muovere un muscolo dalla paura, capì all’istante che era stato lui a fare tutto quello e che, in maniera a dir poco rivoltante, stava terminando la sua cena con le mani piene di sangue fino ai gomiti. Gli si avventò contro come una furia, incapace di smuoverlo di un millimetro e incapace di destarlo da un coma vigile in cui sembrava essere sprofondato. Ancora in preda alla disperazione, lo vide spostare cautamente la sedia dal tavolo, alzarsi e dire: << Io ho finito, vado in camera mia. >> Appoggiata contro il muro, terrorizzata, aspettò che lui salisse meccanicamente le scale che lo separavano dalla sua stanza, infine si trascinò fino al telefono e chiamò la polizia che, non tardò ad arrivare. Lo trovarono fermo, immobile, seduto sul suo letto, fissando il vuoto, lo stesso in cui si era rifugiato in quegli anni. Emily lo vide essere trascinato prima in macchina, poi in tribunale ed infine in un ospedale psichiatrico. Era ovvio che qualcosa dentro di lui si fosse spezzato irrimediabilmente e che non era il carcere a doversene occupare.

bonet4Quante volte Emily, svegliandosi la notte, madida di sudore, aveva pregato che fosse soltanto un terribile incubo? Ormai non lo ricordava neppure più. La sua mente fissò quelle immagini tutto il giorno, per tutti i giorni, era qualcosa che nessuno avrebbe mai potuto cancellare dalla sua memoria e dal suo cuore. Provava odio, risentimento, rabbia e angoscia per suo fratello, per quello che era stato in grado di fare in modo così netto e spietato, da non lasciare spazio a nessun dubbio. Era stato orribile rendersi conto di aver vissuto in casa con una persona spaventosa e questo la condusse rapidamente ad entrare in analisi, anche se neppure tutti i soldi del mondo le avrebbero permesso di dimenticare. Passarono cinque, lunghi anni, in cui Emily non riuscì a portare avanti la sua vita, afflitta da attacchi di panico incontrollabili, sempre più dipendente da vari psicofarmaci, senza un lavoro, un affetto o una famiglia. Non era riuscita a superare tutto quello che era successo, non passò un singolo giorno in cui non ripensò a quella scena in casa sua che, si era costretta a vendere, ma che nessuno si era offerto di comprare. Così i debiti si mangiarono tutto, perfino la sua voglia di poter essere di nuovo felice. Non le era rimasto più niente, se non un fratello, rinchiuso in un ospedale psichiatrico che tutti i notiziari, chiamavano “L’assassino del cuore”, per via della modalità del massacro. Un giorno come tutti gli altri, decise di andarlo a trovare, mossa da chissà quali insane motivazioni. Si fermò davanti alla porta della sua stanza e lo guardò dal vetro. Era come se fosse rimasto in quella stanza, in casa loro, da allora. Era ancora fermo, immobile su un letto a fissare il vuoto. Si fece coraggio ed entrò, prese una sedia e si sedette davanti a lui, incapace di dire qualcosa, una qualsiasi cosa. Erano lì e lei non riuscì a capire come il suo amato fratellino, si fosse trasformato in un terribile killer. Restarono in silenzio per quindici minuti, lei continuava a fissarlo, poi come se non fosse passato neppure un istante, alzò la sua mano verso di lui e l’appoggiò contro il suo cuore, facendo lo stesso con il suo. Lui sollevò lo sguardo da quel buio pesto e la guardò versare lacrime di dolore, nere come la notte, infine Emily, con voce rotta gli disse: << Per me hanno sempre battuto allo stesso modo. >> Una confessione che valeva più di qualunque altra cosa al mondo. Isac capì che Emily aveva sempre saputo la verità e che, come gli altri, gliel’aveva tenuta nascosta e per la prima volta, lasciò che una lacrima si facesse largo tra i solchi stanchi del suo viso, giusto il tempo di vedere sua sorella prendere dalla borsa due coltelli.

<< “L’assassino del cuore”, colpisce ancora! E’ di poche ore fa la notizia dell’omicidio/suicidio di Isac Roncister e sua sorella Emily. Pare che la ragazza fosse andata a trovare suo fratello per la prima volta e che dopo quasi mezz’ora non ne fosse uscita viva. Ignare le cause di questo ennesimo efferato delitto, i due corpi sono stati ritrovati uno vicino all’altra, i due ragazzi, ancora mano nella mano e con due coltelli piantati nel cuore, sono morti da circa tre ore, l’allarme è stato dato da un’infermiera del Saint Grace Hospital. Sembrerebbe un dramma shakespeariano in cui, i due protagonisti, non trovano altra soluzione se non la morte. Quali sono le cause che hanno spinto questi due ragazzi ad un così estremo atto? Che significato ha il loro gesto? Le indagini sono ancora in corso. Dal Saint Grace è tutto, a voi la linea studio. >>

Fabiola Daneseabc

Campi – Racconto

No, tranquilli, non siete indiscreti. Sapete, io non ho nessun problema a parlarne. Nessuno. Eh lo so, molti tutt’ora vorrebbero dimenticarsene per non stare nella costante ansia, ma … insomma, se pure il più grande ansiogeno di tutti non ha problemi a raccontare il fattaccio, beh, vuol dire che dopotutto bisogna solo prenderla come viene. Sì, pensare “Insomma, ok, ho passato una settimana infernale, però ora è tutto finito”, ignorare quel “non totalmente” che la parte più negativa della mente ti manda e … andare avanti. Affrontare le cose positivamente. Sono vivo, no? Sarei potuto essere ritrovato morto, in una giornata di Sole, appeso per il collo ad uno dei rami degli alberi che pendono sul Brembiolo … Oppure sotto shock, ferito con una pallottola nello stomaco, alla fine di un viale rosso nel mezzo dei campi verdi attorno a Borasca… insomma, nella mente mi scorrono almeno venti immagini di situazioni terribili che mi sarebbero potute succedere.

Ma son qui, ora, e son pronto a raccontare tutto. Vi avviso, non sarà una novità per voi: la maggior parte di ciò che è successo la sa tutta Crosale, Rolesco, Gognasco e forse addirittura Lodi. Le voci girano in fretta qui. Già … che schifo. Vabeh, in ogni caso, iniziò tutto … dall’inizio. Sì, semplicemente dall’inizio, da quando la mia vita è incominciata. Attorno alla strada chiamata “Bassa”, quella fra Crosale e Rolesco, come già saprete ci sono centinaia di campi, quasi tutti coltivati, ma non per questo inviolati da altre persone al di fuori dell’agricoltore. D’altronde, insomma, quale bambino di un piccolo paesino non va in esplorazione del territorio circostante? Non che gli “invasori” siano necessariamente solo bambini, anzi, ci puoi trovare spesso dentro anche teenager in cerca di privacy, adulti a pesca, o famigliole che fanno una passeggiata dove non dovrebbero; insomma, quello che dovete capire è che chiunque, CHIUNQUE, può entrare nei campi.

E, logicamente, io coi miei amici andavo spesso in esplorazione quando avevo dieci anni, ma anche da sedicenne, perché alla fine le cose da scoprire e da trovare erano tante, nuove, inesauribili … e poi c’era pace. Insomma, lontano da tutti e tutto, con quel brivido di essere scoperto dal proprietario, quel verde, quei numerosi possibili soggetti per le foto. I campi erano irresistibili per me. Ora per ovvie ragioni molto meno, ma alla fine credo che lo siano anche tutt’oggi. In fondo alla mia anima. Nella sezione “fottitene”. Circa un anno fa poi, prima che la parte paurosa arrivasse, avevo ripreso ad avventurarmi in essi, spesso con qualche amico, scoprendo nuove zone e facendo tantissime foto; dico che avevo ripreso perché, per un certo periodo, avevo smesso di provare attrazione verso la natura e il verde attorno a me. Ma poi … boh. Sarà che ho imparato ad apprezzare la normalità, il solito paesaggio, non saprei. Sta di fatto che ho avuto sfiga. Proprio nel periodo più sbagliato, io ho risentito la voglia e il fascino verso i campi.

Sarei potuto essere uno di voi personaggi secondari, anzi, comparse! Invece no, son diventato uno dei protagonisti proprio in uno dei pochi momenti della mia vita in cui desidero non far parte dei personaggi principali. Ma io iniziai, sì, iniziai come personaggio secondario. Ero semplicemente sul pullman, su quel rettangolo stretto, quella scatola per sardine puzzolente, il peggiore della scuola e il più diroccato, inumano. Insomma, era tutto normale. Non parlo con molte altre sardine, lì dentro, la maggior parte delle volte mi limito ad ascoltare e basta, per colpa della stanchezza per le sei ore passate o per colpa del fatto che la mia mentalità, spesso, è contrastante con quella del 90% delle persone lì dentro; tendendo le orecchie, captai qualcosa come “Stefano Dellaquercia , Alessandro Trasversale e Andrea Aranciotti hanno ricevuto delle minacce nella sezione delle dediche del Cittadino. Lo so, sembra impossibile, ma questo è quello che mi ha riferito mio cugino Luca Brontoli”. Siccome ho ereditato il gene “fatti i cazzi degli altri”, tipico delle piccole città, l’idea di comprare il giornale locale è stata immediata.

Così, verso le tre del pomeriggio sono andato in edicola e ho comprato il Cittadino, son saltato alle pagine con le mail inviate dai lettori (i quali spesso vantavano la nascita di un figlio, un nipote, un compleanno o volevano solo salutare amici e parenti) e la vidi. La lettera era indirizzata ai tre ragazzi di cui avevo sentito parlare sul pullman, e il messaggio era tutt’altro che amichevole:

Non me la sento di dirvi basta. Non me la sento di dirvi di non provare neanche a fare un

passo nei campi, no… infondo, mi diverto troppo a vedervi fare cazzate. Mi piace, lo ammetto,

spiarvi segretamente. Mi piace pensare “oddio, adesso mi scoprono, non avrei dovuto calpestare

quel rametto, ho fatto rumore!”, mi piace sentire il panico, e mi piace avere il potere di farvi

qualsiasi cosa io voglia. Eh già, il porto d’armi … una manna dal cielo.

-Anonimo.

 

… Woah.

Tutt’ora ho i brividi a ripensarci.

Ricordo che mi son detto “Oh mio Dio, poverini … sarà di sicuro qualche agricoltore arrabbiato. Ma quelli del Cittadino cosa sono, scemi? Perché diavolo pubblicano una cosa del genere?”, e che subito dopo ho raccontato tutto ai miei amici, orripilato. Sembrava una cosa impossibile. Mai, MAI nella storia della mia zona era mai successa una cosa del genere. Eppure mi sentivo, in un certo senso, fortunato. Anche io ero stato in quei campi, anche io li avevo invasi, eppure non ero nominato. Forse per me non era troppo tardi, forse io ero salvo. Non ero io la preda di quell’anonimo perverso, e non lo sarei diventata: promisi a me stesso che sarebbero passati almeno venti anni prima che io avessi rimesso piede in quei territori. Il pomeriggio stesso, pedalando da Rolesco a Crosale, avevo detto addio mentalmente alle esplorazioni, alle belle foto e alla pace della natura, già, io mi ero salvato ed ero stato fortunato, e quindi quella era una cosa necessaria.

Già, proprio così… E poi, con una domanda, diventai protagonista. “Sono indiscreto se ti chiedo come l’hai presa la minaccia di stamattina, quella sul Cittadino?” Oh, lui sì che fu indiscreto. Voi no, ma lui, cazzo, sì. Non tanto per violazione della privacy, di quella non me ne poteva fregar di meno, quanto per stupidità, idiozia, mancanza di cervello e tatto. Non ricordo di avergli risposto. Credo di essere annegato nei pensieri, con in mano una calcolatrice per fare un rapido calcolo e mettere assieme i pezzi che componevano l’ovvio. So solo di essere sceso una fermata prima, di essere passato per l’edicola e di aver comprato per l’ennesima volta il giornale. Oh mio Dio, a ripensarci ora mi sento male, vi giuro. Non credo di avere mai avuto tanta ansia in vita mia. In un incubo mi era successa una cosa simile, IN UN INCUBO.

Sfido Alessandro Piccoli a passare ancora una volta sulla Bassa o a piedi in bici. Sappi che

tengo d’occhio anche te, baby, non ti ho dimenticato. Forse se guardi attentamente in qualche tua foto… sì, è probabile che dietro a un cespuglio, un albero o sulla riva opposta del Brembiolo, ci sia un pezzo di me che sporge. A parte lui, vorrei salutare anche la compagnia dei Zorleschini, che coi loro falò mi riscaldano il cuore, e quelle ragazzine che vengono a farsi foto da mettere su Facebook proprio vicino a uno dei miei vecchi nascondigli. Il gioco non è finito per nessuno di voi.

-Anonimo

690_002Ok, forse adesso capisco perché certa gente non vuole ricordare. Scusate se esito, ma sto rivivendo tutte quelle emozioni, quel terrore, quell’ansia, quella paura di morire e quella paranoia che mi si misero a flagellare l’anima quando lessi quella maledetta lettera. Non sono certo paragonabili a traumi di guerra o cose relative, lo so, ma per un sedicenne anche solo queste minacce son pugnalate nello stomaco, ma son certo che comprenderete. Fidatevi, io non camminai a casa, mi teletrasportai. Non aprì la porta, la attraversai. Non lo dissi ai miei amici, lo farfugliai. Persino tramite messaggio, ciò che ne uscì fu un testo confuso, pieno d’ansia e allarmante. Ma la parte più difficile fu dirlo ai miei. Mia madre la prese male, sì, ma non come mio padre: di carattere già abbastanza ansiogeno e pessimista, fu subito pronto a indire una spedizione di caccia all’uomo nelle campagne, desideroso di allertare carabinieri, polizia di stato, CIA e FBI. Sì, persino queste ultime due. L’aria, in casa mia, divenne colma di ansia. Ansia, ansia, ansia. Questa, c’è da dirlo, è una storia piena, colorata, sparsa e nutrita d’ansia. Neanche tanto l’orrore, no, quello avrebbe fatto forse meno male… quello mi avrebbe lasciato vedere in pace i miei telefilm, camminare alla luce del Sole coi miei amici o leggere un libro di Stephen King, ma tutte queste attività vennero messe in pausa dalla frenetica e divorante ANSIA. Riesco a risentire tutt’ora le grida di mio padre, che furioso diceva “Ma come si azzardano quelli del Cittadino a pubblicare queste lettere?”, “Ma perché nessuno ha ancora denunciato queste cose?!”, “Lo voglio uccidere, io quando prendo questo maniaco lo accoppo!”, “Ah io, io sì, io le conosco le famiglie del Dellaquercia, del Trasversale e di quell’altro. Adesso le chiamo tutte, poco ma sicuro, e risolviamo questa cazzo di situazione.”, mentre nel frattempo mia madre, la quale normalmente lo avrebbe calmato, taceva; pure io, che normalmente mi sarei lamentato del suo tono di voce esageratamente alto, restavo zitto.

E come avrei potuto replicare? Ero pienamente d’accordo. Lo lasciai chiamare le altre persone, discutere con loro tutto il pomeriggio, incontrarsi alla sera e decidere sul da farsi; la mattina dopo, io e gli altri fummo fatti restare a casa da scuola, e la polizia arrivò verso le dieci di quella soleggiata e fresca mattinata di “vacanza extra”. E avevano una nuova notizia. “Abbiamo controllato anche nel numero di oggi, sa, per sicurezza…” disse un carabiniere ai miei genitori “e sfortunatamente c’è una nuova lettera.” Un colpo al cuore.

Questa lettera è dedicata a coloro che stanno prendendo tanto seriamente la faccenda.

A tutti voi vorrei dire che non ho fatto nulla di sbagliato, IO. Siete stati voi ad invadermi. Ora, posso perdonare le ragazzine che si fanno le foto e la gang dei Zorleschini, a loro non frega nulla … ma voi altri, ragazzi nominati nelle mie precedenti lettere, siete imperdonabili. Avete invaso VOI il mio territorio, e VOI ora vi sentite le vittime? Beh, adesso IO ho invaso il vostro territorio, e IO mi sento la vittima. Dovrò usare ciò che ho per difendermi, che ci posso fare?

-Anonimo

 

Alla fine, un terribile post scriptum con i nostri indirizzi di casa. Adesso mi viene quasi da ridere a ripensarci, ma ricordo di avere passato il tempo seguente a questa lettera forzatamente lontano da ogni finestra e temendo per l’incolumità dei miei cari quando erano davanti ad esse. Immaginavo un vetro infranto da una pallottola mentre mangiavo al mio solito posto, un cecchino sui tetti delle case circostanti pronto a mirarmi alla testa, un foro in fronte mentre passavo per sbaglio davanti ad un vetro… insomma, le paranoie che mi nascevano in testa erano MIGLIAIA. Mentre tentavo inutilmente di distrarmi, perlopiù giocando con la mia gatta o chattando con gli amici, la notizia incominciò a diffondersi, e proprio per questo voi lo sapete; fra gli stati su Facebook di Alessandro, Andrea e Stefano, impauriti e arrabbiati, seguiti poi da quelli di supporto dei loro amici, e i commenti nel profilo del Cittadino … quasi tutto il Lodigiano, nel giro di un giorno, seppe. Giuro di non avere mai avuto tante chat aperte contemporaneamente, tanti messaggi di whats-app e tante dediche scritte in bacheca! Ero uno dei personaggi principali di una storia maledettamente orrenda, e se devo essere onesto avrei mandato tutti affanculo.

Non che li odiassi, o che mi stessero sulle palle, è che il solo parlarne mi dava i brividi, mi metteva ansia. Non potevo tentare (inutilmente) di leggere i miei libri, che il telefono vibrava e la barra delle notifiche diventava piena di messaggi. Nel frattempo, ovviamente, il gestore della pagina delle dediche del Cittadino fu interrogato e chiamato a rispondere alle domande delle nostre famiglie: avrebbe dovuto denunciare subito le minacce, lo sa? Fra le tante lettere che riceve, proprio quelle doveva pubblicare? Lei conosce o viene in qualche modo ricattato dall’Anonimo che le manda le cose? L’unico reato del sospettato fu l’essere colpevole di stupidità e noncuranza. Un caso, l’aveva definito lui, un caso che tre lettere di un anonimo finissero sulla pagina, una coincidenza macabra causata dalla stanchezza e dalla fretta … altri impegni, diceva, altri problemi gli ronzavano per la testa. Beh, perlomeno ora che è stato licenziato ha un problema in meno, vediamola così: gli abbiam fatto un favore a quel figlio di puttana. Vabeh. Tornando a noi, passiamo alla parte della storia che, presumibilmente, voi non sapete… Il giorno dopo fummo lasciati ancora a casa da scuola (la quale, ci mancherebbe, si era offerta di non contarci quei giorni come assenze), e una nuova, più minacciosa ma, stranamente, meno spaventosa lettera arrivò … nella nostra posta. Nella cassetta per le lettere della mia famiglia e di quelle degli altri tre, c’era un foglio di carta scritto a computer:

Tutto fuoco e niente arrosto, probabilmente è così che mi vedete.

Oggi vi dimostrerò che vi sbagliate.

-Anonimo

 

Quest’oggi, giorno nel quale avremmo dovuto accompagnare i poliziotti sul campo a mostrargli dove eravamo stati, il pazzoide avrebbe colpito. Le vostre facce sconvolte mi piacciono … eh lo so, lo so che non lo sapevate. Ma era per una questione di sicurezza, non potevamo far trapelare questa notizia, ci sarebbe stato un terrore collettivo … e poi non ce la sentivamo. Veramente, non ce la sentivamo più. Bene o male eravamo riusciti a evitare rotture da parte dei giornalisti, i miei non si erano mossi da casa e io neppure, però ci sentivamo come se ogni abitante della terra ci avesse fatto una domanda su questa faccenda. Per un breve momento, pensate, sarei stato disposto a patteggiare con la sorte: tre giorni interi nel pullman, schiacciato come una sardina, al posto di questa ansia divorante. TRE GIORNI. Wow, ragazzi, il mio cervello era proprio andato! Insomma… io la butto sul ridere, ma veramente … terribile. Una cosa terribile. Non so dove trovai la forza e il coraggio per uscire e andare a mostrare ai carabinieri i posti in cui ero stato … mi sentii uno di quei magistrati, quelli minacciati dalla mafia, che devono essere sempre circondati dalle guardie del corpo. Avevo una barriera, ma che dico?! Un MURO di uomini attorno a me. Ripercorsi le strade esplorate con sei bestioni attorno a me, alla ricerca di alcune tracce lasciate dallo psicopatico, mentre altri andavano a setacciare le zone menzionate nelle foto delle ragazzine … non so, non ho capito bene. Non mi importava. E tanto fu tutto inutile comunque.

A fine giornata, ciò che avevamo guadagnato erano dieci minuti di terrore puro, nel quale c’erano stati due spari, e una coppia di proiettili sparati da un fucile non registrato. Niente di più. E quella mancanza mi terrorizzò più di ogni altra lettera anonima. Rendetevi conto, ragazzi: ci saranno stati almeno una cinquantina, UNA SESSANTINA di carabinieri lì attorno. Era stato tracciato il possibile e scarso profilo psicologico dell’anonimo, e ne era risultato fuori che non poteva che essere o un qualcuno con un pessimo gusto degli scherzi, o uno psicopatico; lo sparo confermò che l’ultima opzione era quella che al 90% risultava più probabile. Ripeto, sessanta carabinieri provenienti da tutto il lodigiano non furono in grado di trovare delle prove e nemmeno di trovare colui che aveva sparato! Il giorno seguente fu il più terribile, non credo di essermi mai sentito più perso, in trappola e sotto attacco … eppure credo sia per me la parte più facile da raccontarvi. Essere conscio di essere sopravvissuto a tutto ciò mi fa sentire più forte, rinvigorito, potente. La giornata iniziò bene: uno sparo nel centro di Rolesco. Non aveva colpito nessuno, ma aveva svegliato tutti. Nessuna nuova lettera arrivò … lo psicopatico rimase in silenzio tutto il giorno. Un silenzio opprimente, pericoloso, minaccioso … Un silenzio che condì le terribili ipotesi che origliai, secondo le quali nessuno aveva mai vissuto nei campi, il ricercato aveva visto e selezionato vittime a caso, era fra la nostra cerchia di conoscenti e molto probabilmente lo avremmo potuto persino trovare su Facebook. Il nome della persona che ci minacciava era a un battito di tastiera nella barra di ricerca, avete idea di quanto sia assurda questa cosa? E il suo silenzio … mamma mia, il suo silenzio. La mancanza di lettere, minacce, come vi ho già detto fu terribile! Era come se capissi, riuscissi ad arrivare al silenzioso messaggio che stava inviando: ora si gioca sul serio, basta Anonimi, basta allusioni, stavolta siete nella merda per davvero.

Neppure gli spari del giorno prima mi risultarono tanto traumatici! E così, cinque terribili giorni passarono, e iniziò il weekend, e con esso la tortura sociale: per ovvie ragioni non potevo uscire di casa, e mentre tutti i miei amici andarono a fare un giro a Crosale nel pomeriggio, io restai in casa, a godermi la splendida luce filtrata del Sole, immerso nel confortevole calore di fine Maggio. Un incubo. Mandai a quel paese tutto e tutti, soprattutto la mia maledettissima sfiga. Avevo il cervello pieno di rabbia e riacquistai un po’ di coraggio quando la determinazione ad uccidere con le mie stesse mani lo psicopatico che ci stava minacciando prese il sopravvento. E un giorno, ne son convinto, lo farò. Perché no, io non ci credo, non sono per niente convinto che quel ragazzo arrestato sia colui che ci minacciava. Quando il lunedì successivo arrivò la notizia dell’arresto di un uomo sui vent’anni, il quale aveva sparato con un fucile ferendo tre carabinieri, io sentii fin da subito puzza di bruciato. Anche quando lui confessò di essere colui che ci aveva perseguitato, io sentii puzza di bruciato. Nonostante gli esami psicologici lo confermarono, io continuo tutt’ora a sentire puzza di bruciato. Solo la scritta che aveva sulla fronte, tutt’oggi, mi dà il coraggio di essere qui:

Questa è la mia fine.

Grazie all’aiuto della psicologa, che mi ha aiutato a combattere le paranoie, oggi riesco bene o male a camminare tranquillamente per Crosale o Rolesco, ma dentro di me continuo ad avere un sospetto; sì, una parte di me è convinta che tutto sia affrettato, falso, stupido. Che il vero maniaco sia ancora in circolazione. “Logico, colpa del trauma” è quello che mi dicono amici, famigliari, professori e carabinieri. Eppure io penso che, più che colpa del trauma, sia colpa della firma.

Alessandro Grossi

abc

Una ragazza per bene – Racconto

Barbara lavora alla caffetteria, tra il rumore frenetico di tazzine, l’odore di caffè macinato di fresco e il taglio gelido dell’acqua del lavello perennemente sulle mani. La pedana dietro al bancone, lei la pulisce appena può, è il suo personalissimo pavimento e ne tiene cura come se fosse quello di casa sua, eppure è sempre caldo e sporco dei suoi passi. Sente questa sporcizia scottarle sotto le scarpe con la suola bassa, morbide e comode, nessuna concessione alla sua femminilità: non sul lavoro. E cerca di non fare caso alla sporcizia che non c’è, ma che sente sotto i piedi e che la disturba, sia ad un’immagine poco sexy che le danno quelle comodissime, bruttissime scarpe. D'altronde, Barbara è fidanzata; anzi fidanzatissima, per di più con un poliziotto! A dire il vero è una guardia giurata, un vigilante notturno, ma lei ama definirlo ‘il suo poliziotto’: lei ha sempre voluto, sin da ragazzina, poter essere la fidanzata e, poi, la moglie, di un poliziotto, o di un carabiniere, o di qualsiasi altro indossasse una divisa. Non perdiamo tempo a chiederci il perché di tanta convinzione, è scontato e pure giusto che una donna voglia al suo fianco una persona che sia affidabile e dal punto di vista caratteriale, e da quello comportamentale, retto e giusto nelle sue azioni, come lo può essere – pare dica la morale – solo un uomo con la divisa. Rimane certamente un punto di vista opinabile per chi, magari, ha vissuto gli ambienti militari in genere, e ne conosce gli aspetti meno plausibili per ragazze come lei, cioè i costumi delle divise in diversi ambiti, tra cui quello ludico della vita erotico-sentimentale è il più noto di tutti, ma tant’è… E’ infatti risaputo quanto i militari, invogliati forse dallo spirito cameratesco che condividono quotidianamente con i loro colleghi, siano tradizionalmente sensibili all’ancestrale richiamo dell’altro sesso, a dispetto di mogli e amanti, o a qualsiasi regola che ne impedisca sostanzialmente la più libera espressione. Almeno, così narra una credenza popolare. Ma a Barbara e a tante persone come lei, che credono nei valori della rettitudine, queste dicerie suonano come un volgarissimo ed ignorante insulto alla loro vita felice e sobria, partorito probabilmente da qualche mente disordinata e invidiosa di balordi, incapaci di impostare la loro con lo stesso ordine. Barbara è una gran lavoratrice e, in verità, molto brava nel suo mestiere. Tiene il bancone pulito ed il piano di lavoro ordinatissimo anche nei momenti di maggior confusione, è attenta alle ordinazioni dei clienti e, soprattutto, gestisce con fermezza la sua più giovane collega, più distratta e sorridente di lei. Questo aspetto a volte la infastidisce, soprattutto quando la giovane collega ritarda di qualche secondo un’ordinazione perché distratta dalle chiacchiere di viaggi, discoteche e marachelle che scambia allegramente con qualche cliente. Inconcepibile, il lavoro è lavoro: i clienti non hanno bisogno di ciarle superflue, a loro serve soltanto quello per cui pagano.

Il lavoro è altresì qualcosa di sacro ed inviolabile, in special modo da simili frivolezze, da non inquinare troppo spesso con un sorriso. Il lavoro, è sobrietà morale e di comportamenti, è marchio indelebile di serietà ed affidabilità, è ciò che distingue le brave persone dagli immorali, dai pervertiti, dagli scansafatiche che rovinano il mondo degli onesti. Barbara è bravissima ad identificare questi parassiti e a scoraggiarli dal rivolgerle la parola, soprattutto quando sta lavorando. L’altro pomeriggio è entrato al bar un ‘vucumprà’ con il borsone pesante, la faccia stanca, qualche capo di biancheria venduto per strada e già dieci ore sulle spalle di campanelli suonati e porte sbattute in faccia, qualche anno di vita faticosa e ingrata vissuta con pochi soldi, ma, quel giorno, abbastanza da potersi – doversi – permettere di ristorarsi con un paio di bicchierini. Un essere, insomma, a dir poco ripugnante. E quella sua pelle olivastra, da sembrare perennemente sporca? Di certo, una persona per bene come lei avrebbe dovuto evitare il più possibile di incontrarsi con una tale creatura, fosse stato anche solo verbalmente. Secondo lei, era fastidiosissimo, inopportuno e quanto meno inaccettabile che un lavativo qualsiasi, per vivere, si permettesse di suonare alla porta di gente come si doveva, che faticava per ben sei-otto ore al giorno ed aveva uno stipendio comunque in regola, che pagava le tasse. Il suo poliziotto, ah, lui sì, lui con una sola occhiata gli avrebbe certamente impedito persino di entrare nel bar: quei tipacci come lui, davanti ad una divisa con tanto di cinturone e pistola, era giusto che scomparissero, e non importava che i soldi che usavano per pagare fossero gli stessi che usavano i Crobari e i Saletti, quelli sì brave persone, di famiglie rispettabili e clienti affezionati. Sulle banconote, in fondo, sono stampati solo dei numeri e non delle note di merito, quindi con buona ragione non possono, non devono essere considerate dei lasciapassare universali, se non altro per un suo sorriso quanto meno affabile. Non sempre, almeno.

Con questi presupposti dunque, Barbara catalogava gli avventori della caffetteria allo stesso modo delle conoscenze sue personali, in cui evitava proprio il nascere di frequentazioni sconvenienti e dosava parole e sorrisi in base ad una simile, accurata cernita. Per lei, fondamentalmente esistevano tre categorie di persone. La prima era costituita da personaggi come il vucumprà, dall’aspetto poco curato e dal reddito – e la sua eventuale provenienza - incerto e non documentato. Reazione: nessun sorriso, voce stridula e aggressiva, il ‘grazie arrivederci’ suonava più come un vaffa che come un saluto. La seconda categoria, annoverava tra i tanti gente come il Crobari e il Saletti, brava gente di onorevole stirpe con il volto sempre rasato, gli abiti sempre nuovi diffondenti profumi di ultima creazione e afrore di carte di credito. Reazione: qualche sorriso smagliante, un’ostentazione di raffinatezza nel servirli – nonostante magari fossero in maniche di camicia a mo’ di salumieri, con il dovuto rispetto a quelli veri - a volte qualche risatina. La terza categoria era invece appannaggio di pochi, invidiabili ed inimitabili eletti: avvocati, ingegneri, dirigenti, il suo datore di lavoro ed il suo erede. A loro si presentava con deferenti sorrisi a profusione, premure tanto accurate da suscitare talvolta anche il loro imbarazzo, una querula e pescivendola risata. da far tremare i bicchieri, a qualsiasi frase potesse anche lontanamente sembrarle una battuta di spirito, non importava poi che lo fosse davvero. Ora, potrebbero salire alle labbra facili e scontati commenti sulla suddetta catalogazione che, in effetti, dette così le cose sembrerebbe di aver parlato di una gerarchia aziendale, più che di una naturalissima e personalissima scala di valori, di un’ancorché opinabile ma sacrosanta scelta di simpatie. Ma tutto ciò non renderebbe giustizia alla libertà di Barbara ed al suo coraggio nell’aver preferito una vita proba, onesta e aspirante ad una certa purezza d’animo, a quelle scellerate di tante e tanti buoni a nulla; e che importa se qualcuno può dirne male, darle della classista. Evito quindi di tesserne lodi o muoverle immeritate osservazioni e punto dritto al nocciolo di quello che accadde, che è il vero scopo di tutto quanto raccontato sin ora e che, in realtà, è molto breve e narra di quanto può aver sofferto questa ragazza in seguito. Ore ventuno e quarantuno, alla dogana italo –svizzera. Da lontano si vede un po’ di confusione, una piccola folla di poliziotti e di finanzieri si riunisce in un crocchio verde e blu e parlano fittamente, sembra quasi che discutano, dei carabinieri cercano di mediare. Poi solo qualche lampeggiante che se ne va fuggendo veloce. Qualche giorno dopo, il giornale locale riporterà la notizia di due poliziotti, un finanziere e due guardie giurate, che lavoravano alla frontiera o vi gravitavano intorno, arrestati. L’accusa sarà di aver favorito l’impatrio clandestino di extracomunitari dell’est Europa e di alcune donne destinate alla prostituzione.

Nella zona la notizia fa ovviamente scalpore, più di metà degli abitanti conosce qualcuno degli inquisiti e, come sempre accade, casca alle nuvole quando le capita di dover commentare, a volte con imbarazzo, a volte ostentando scandalizzata incredulità, la notizia con amici e conoscenti. Tutti, tranne una: Barbara. Lei non deve, non vuole, non può commentare, si rifugia in un dignitoso silenzio. I conoscenti non le fanno domande per educazione o imbarazzo. Lei non esprime giudizi, perché… beh, questo lo sa solo lei, o almeno così vuole pensare. Probabilmente perché è solo una ragazza per bene, quindi non si permette di giudicare pubblicamente una vicenda così spinosa nella quale anche il suo ragazzo è stato coinvolto, favorendo e incoraggiando, dietro compenso adeguato, l’impatrio di quella gentaglia scansafatiche che lei tanto aborrisce e che pretendeva di guadagnarsi da vivere venendosene ad infestare il suo paese con sordide intenzioni. La cosa strana e che da allora, per qualche settimana, anch’io ho beneficiato di qualche sorriso in più e, spesso, mi ha chiesto addirittura se volessi ordinare. Dopodiché, di lei non seppi più nulla perché fu inspiegabilmente licenziata, ma questa sarebbe stata un’altra storia… la storia, appunto, di una ragazza per bene che provò cosa significava avere vergogna.

Dario S. Villasanta

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