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A Londra l’arte della disobbedienza

Disobedient Objects, una mostra senza precedenti nel panorama espositivo odierno sull’estro dei materiali della dissidenza, curata da Catherine Flood e Gavin Grindon, è visitabile a Londra fino al primo giorno di febbraio e forme spontanee di dissidenza. Se passate da Knitsbridge non dimenticate di varcare la soglia del Victoria&Albert Museum: lì, superata la Hall, vi accoglierà l’ingegnosa insegna dell’esposizione che rimanda ai saggi di forme creative attraverso le tecnologie della prima ora. La lunga via dell’emancipazione dell’arte dai generi, le categorie e classificazione dei materiali è una vulgata vecchia ormai e trova il suo seme proprio in Inghilterra dove, precocemente, l’espressione figurativa ha spezzato l’incanto con le convenzioni accademiche e volato, come un’iperbole roussoiana, verso la spontaneità delle forme tramutata in anafora di autenticità dell’esistenza.

Se a questa pagina della cultura globale dell’età romantica aggiungiamo un’annotazione di cronaca delle arti applicate, comparto cui proficuamente è dedicato il celebre museo londinese sede dell’esposizione, noteremo che, dalla fine del XVIII secolo ad oggi, una porzione sempre maggiore dell’impeto inventivo occidentale è stretta fra il diaframma della storia sociale e il filtro della riproducibilità prima artigianale ora industriale dell’oggetto quotidiano.

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Da Wedgwood ad oggi, la memoria dell’uomo ha, di fatto, accudito la propria necessità di esprimersi attraverso gli oggetti quali status e iconografia di sé stesso e connesso la loro insita deperibilità ad una nuova vocazione alla monumentalità espressiva contemporanea antieroica, avviando un dialogo esuberante, verboso e vorace. È nato, dunque, un sistema comunicativo di nuovi ideogrammi in 3D destinato a rendere nitide, rapide e fragili verità da consumare nello spazio cronologico di una corrente del gusto. Fu proprio William Morris nella seconda metà del XIX secolo a pronunciare queste parole: «Se non metterete arte negli oggetti d'uso, voi, non soltanto avrete un prodotto insignificante, ma un prodotto che a ogni passo della vostra vita materiale e del suo "progresso" tenderà verso la morte della razza umana».

In questa cornice arrivata a divenire una sorta di neo etica espressiva delle recenti generazioni artistiche che hanno portato interesse proficuo verso tutte le dimensioni della creatività nobilitandole, dalla spontaneità miracolosa delle terraglie di Picasso al pesce architettonico di Frank Gehry per Tiffany, viene fuori una terza via: quella anonima della inventiva ufficiosamente incolta, sbocciata oltre ogni apparente legge ferrea all’educazione visiva e che riesce ad enucleare negli oggetti d’uso un’artisticità irriverente, immediata, ingegnosa, scanzonata pronta ad essere vestita degli orli di capolavoro.

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Ma è proprio l’educazione visiva che ci viene in aiuto in questi frangenti e che ci aiuta a vedere le cose oltre sé stesse e a leggere l’arte oltre la materia comune. La mostra londinese è l’esaltazione di questo pensiero ed esplora la grande versatilità immaginaria internazionale in frangenti collettivi di grande respiro corale in azioni di protesta: 97 oggetti, fra cui spiccano i sampietrini gonfiabili e i dollari di Occupacy Wall Street, che hanno rappresentato alcuni dei momenti più tumultuosi della nostra recente storia sociale dagli anni Settanta ad oggi sono esposti a confermare come la militanza sia in grado di promuovere un’ingegnosa produzione creativa che vada oltre le convenzioni critiche più accreditate. Machina Worlds, Speaking Out, Direct Action e Concept of Solidarity, le diverse sezioni della mostra vi aiuteranno a comprendere a sorridere e perché no?, ad immergervi nelle atmosfere, sovente di ampio respiro sociale da cui gli oggetti provengono, idealizzabili icone dei nostri sentimenti sociali più fervidi mai dimenticati.

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Carnation’s Beauty

Illa amava la pioggia anche se non poteva udirne il rumore. Tutto sembrava più vivo, più colorato e anche i ricordi riprendevano vita sotto la pioggia.

Sfiorò il disegno di quella ragazza, rimosse alcuni granelli di polvere lasciati dal tempo per osservarlo meglio sotto un nastro di sole. Un lieve sorriso increspò le sue labbra. I ricordi così rievocati la indussero a volgere lo sguardo oltre i garofani appena sbocciati, la vetrina, la pioggia, oltre il tempo. Allora era giovane e impreparata a quella prima febbre d’amore che la fece ammalare e diventare adulta. Ogni volta che un garofano sbocciava, ripensava a quel primo amore splendido e rigoglioso come la primavera.

Sostava davanti alla porta d’ingresso stringendo la tracolla del tubo porta disegni, accostava il viso al vetro schermando il riflesso con la mano aperta e sorrideva. Illa sentiva la sua presenza, sapeva che passava di lì ogni giorno dopo scuola e attendeva quell’incontro con trepidazione. Quel giorno però, non sentì trillare il piccolo campanello appeso alla porta dunque non sollevò lo sguardo. Entrò piano, posando appena i piedi sul pavimento di legno, la guardò lavorare dietro il banchetto assaporando il profumo di quell’istante. Soddisfatto da quella visione, batté due colpetti sul tavolo così che lei si accorgesse della sua presenza. Dapprima stupita non avendolo sentito entrare poi turbata per quella vicinanza arrossì.

Legò i garofani, messaggeri di pensieri teneri e affettuosi, con un nastro viola e glieli porse con entrambe le mani sfiorando quelle di lui in un gesto casuale. Il ragazzo ne aspirò il profumo e sorrise, pagò il conto e andò via. Da allora comprò molti altri garofani e le regalò molti altri sorrisi che Illa impresse nel posto più luminoso del suo cuore. I garofani diventarono i suoi fiori preferiti e il pomeriggio il momento più bello della giornata, l’unico che avesse un senso. Lo sbirciava mentre annusava i fiori e abbassava lo sguardo quando incrociava i suoi occhi nocciola. La notte aspettava che arrivasse il mattino e tra le stelle tracciava il suo contorno immaginando il suo nome. Scriveva di lui tra le pagine del suo diario caricando ogni frase di felicità e di promesse. Viveva l’amore con l’ingenuità di una bambina che si aspetta di dare e ricevere con semplicità. Quella sera cambiò ogni sua prospettiva e capì che il primo amore è una devozione infinita, perché non puoi averlo, perché ami troppo.

Staccò il ritratto dal cavalletto, lo arrotolò velocemente e lo infilò nel porta disegni. Percorse di corsa il tratto da casa al negozio di fiori, giunto all’uscio riprese fiato asciugandosi la fronte. La cercò con gli occhi, era seduta al banchetto con lo sguardo rivolto ai fiori. Era bellissima, dolce e delicata come un garofano e lui la amava. Quella sera lei lo avrebbe saputo. Sudava, ansimava, tormentava nervoso la tracolla e muoveva le labbra per dire delle parole. Illa si sforzò di capirne il significato, strinse gli occhi e lesse i loro movimenti con attenzione. Sembravano parole difficili da pronunciare, si grattò la testa e sorrise irrequieto, pensò allungo infine la guardò: «Io domani... andrò all’estero per studiare».

Che cosa stava cercando di dirle? «Tu a me... piaci molto!». Il cuore di Illa si gonfiò di così tanti sentimenti che ebbe paura di non riuscire a contenerli tutti. Non era sicura di aver compreso bene perciò si concentrò di più sulle sue labbra.

«Se tu provassi lo stesso... non vorrei partire...» terminò esitante.

I garofani che teneva in mano, completamente schiusi erano come lei, impotenti, privati delle parole che sgorgavano dal cuore ma che non potevano essere pronunciate. Cercò un modo per far uscire quei sentimenti ma lui si arrese troppo presto a quel silenzio imposto. Lo rincorse fino alla porta del negozio ma lui ormai non c’era più, inghiottito dalla città e dalla pioggia. Abbandonato a terra, giaceva il tubo porta disegni e al suo interno il ritratto di una giovane donna circondata da fiori che aveva il suo stesso sguardo. Per molto tempo rimase seduta sul gradino di quell’uscio ad aspettare che lui tornasse ma non tornò.

Molti anni dopo quella stessa pioggia cadeva sulla città bagnando strade, ombrelli, alberi, passanti. Alcune gocce rimbalzavano sul soffitto del piccolo negozio di fiori, scivolavano lungo il muro, percorrevano il profilo dell’insegna di legno bianca. Illa aprì la porta e si sedette sull’uscio ad aspettare per poter esprimere, nell’unico modo che poteva, le parole che quella notte non aveva potuto pronunciare con le labbra. Le sue labbra erano le sue mani e questa volta sarebbe stata pronta a dire: «Anche tu mi piaci».
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