Categoria: blog racconti

Là dove danza l’angelo mio

Sono una donna sola, mio marito mi ha abbandonata per un’altra più piacente di me, sento dentro una tristezza infinita, la clessidra del tempo si è fermata nel lontano 1983, da quando sono su un marciapiede nella stazione Termini a chiedere l’elemosina ai molti passanti distratti, mentre pochi si chinano a darmi qualche spicciolo con evidente aria di compassione. Sento come una litania dentro il cervello consunto dalla sofferenza: ”cotidie morimur, meglio non esser nati o morire prima di aver visto la luce del sole”retaggi della mia misera preparazione classica ormai sfilacciata dal tempo, mentre qualche sillaba di ringraziamento mi esce dalla bocca che si apre in una smorfia di dolore.

Vedo tutti correre dietro il tempo, affaccendati nel loro destino, con le loro famiglie, con le valigie di ritorno da viaggi più o meno lunghi, pendolari che scendono rapidamente dai treni per recarsi al lavoro; mi metto in disparte, sono un uno fuori del sistema, mi vergogno di me stessa, per quel poco che riesco ancora a percepire sentimenti, mi sento di peso per la società, non ho soldi, non ho lavoro, non ho dignità: sono solo una barbona, figlia illegittima di una famiglia che mi ha rifiutata. Vissuta in orfanotrofio tra maltrattamenti di ogni genere, violentata, picchiata, vilipesa, pestata a sangue, non ho motivi per vivere; non ho marito, non figli, non parenti, non amici. Non vivo, ma mi trascino in una morte interiore che ogni giorno si fa più densa, più fitta, più buia, non ho squarci di luce, procedo tentoni, mi lavo la mattina con l’acqua fredda della vicina fontana e mi rimetto sul mio marciapiede, sempre il solito; non mi sposto se non per mangiare nel chiosco vicino un panino con la mortadella, sempre lo stesso, anche se potrei cambiare quando mi ritrovo qualche spicciolo più in tasca. Mi fumo qualche cicca che i passanti buttano a terra o qualche sigaretta che mi viene offerta da anime pie. Un mio fratellastro è pure prete, ma non si prende cura di me, come tutti nella famiglia che mi ha rifiutata; hanno ben introiettato il messaggio di rifiuto totale di una bambina nata bastarda, la figlia del peccato, del tradimento del padre donnaiolo.

barbone senza tettoOgni tanto mi trascino alla Caritas a mangiare un piatto caldo, qui mi fanno lavare e mi danno scarpe e vestiti; a dire il vero, talora qualche passante mi regala un vecchio giubbotto, una camicia, un maglione; io quasi mi schernisco a ricevere, non chiedo nulla; me ne sto mesta, senza energie su quel marciapiede aspettando la pietà di qualcuno. Vorrei morire, ma il buon Dio non mi chiama, ho 47 anni e non ho il coraggio di farmi fuori, conosco solo una parte della vita: il dolore, di cui porto segni nel viso rugoso e nella bocca sdentata. La sera mi addormento sopra un cartone con una vecchia coperta addosso e il risveglio è sempre pungente come una malattia; ho freddo nel corpo, ma soprattutto sono morta dentro, mi sento una reietta, un’ombra che si trascina in una “vita”senza più scampo. Non ho chances, so un po’ di greco e latino che ho imparato in corsi serali da adulta ormai, durante il mio sfortunato matrimonio; ogni tanto mi ricordo delle parole di Seneca: ”Vivere satis, non longe!”ma io non vivo affatto e spero almeno che questo tormento finisca il prima possibile nel modo meno doloroso, non sono coraggiosa per affrontare altro dolore. Mi scorrono davanti gli occhi stanchi alcuni versi di Leopardi, ma non li ricordo bene, percepisco solo che c’è un’altra dimensione, ormai lontana da me: l’infinito, la possibilità di sognare, di spingersi oltre con l’immaginazione; poi ricado nella stenosi del pensiero e nell’abulia del corpo. Avverto solo vagamente che c’è un’altra vita, meglio un’altra esistenza, quella cui molti pervengono con lo studio la poesia, e la musica. Ah già, la musica! Ricordo di aver frequentato per tre anni il Conservatorio del Santa Cecilia a Roma per volontà di uno zio caritatevole che voleva salvarmi la vita, ma io abbandonai per via dell’alcolismo: avevo subito troppe violenze per costruirmi un futuro. Ricordo di saper vagamente suonare il violino, ma la musica ce l’ho dentro, solo che non esce più fuori nulla, se non un senso di prostrazione dell’anima che di nulla si rallegra, benché vagamente ricordi rarissimi frammenti di un passato un po’ felice in mezzo a tanta desolazione.

D’un tratto, il 4 maggio dell’anno 2013, mentre sono ripiegata totalmente su me stessa, e sbocconcello il mio consueto panino, mi si avvicina una giovane donna, sui venti anni; mi guarda teneramente negli occhi e ne comprende tutto il dolore; io alzo lo sguardo e sobbalzo: sento qualcosa farsi vivo dentro di me, i ricordi, sì i ricordi, di un lontano passato riaffiorano, sono molto confusa, ma odo note musicali arrivarmi alle orecchie e risento qualche parola del Poeta: “Sempre caro mi fu... ”.Cado come in trance e ripeto dentro di me l’intero “Infinito”, mi echeggiano le note dell’Albinoni e rimembro interi spartiti. Il tutto dura la frazione di secondi, ma mi sento viva, poi ridiscendo nel nulla e avverto tutto il silenzio dell’anima mia. In un attimo mi è passata davanti la mia memoria felice, non sono riuscita ad afferrarla, ma l’ho percepita, almeno l’ho percepita, emi sono sorpresa sorridere. La donna sembra avere circa venti anni, ma in realtà è fuori dello spazio-tempo; avverto una presenza divina, angelicata che mi prende il viso e mi accarezza dolcemente i capelli, poi mi prende per mano e mi porta in macchina con sé. Un lungo viaggio, il viaggio che aspettavo da una vita, un dejà vu della mia coscienza felice; mi sento rinascere mentre dallo stereo escono le note di Chopin e io ricordo di averle già ascoltato, quando e dove non so, ma l’importante è che mi sento viva mentre guardo il mio angelo e non riesco a staccare lo sguardo da quegl’occhi verdi come acqua di mare, quel mare nel quale ci tuffiamo insieme arrivate a Sperlonga. Qui a contatto con l’elemento acqua davvero nasco a nuova vita, forse sto nascendo solo ora; la vita passata mi attraversa lo sguardo come la pellicola di un vecchio film, un film da buttare e io lo butto nell’acqua ed esco rinata nel tempo zero della meditazione interiore.

Ora la vita è possibile nell’”infinito silenzio e nella profondissima quiete”, dove sento la danza dell’anima nel verseggiare del Poeta e mi arriva la musica e ricordo il mio violino e insieme le parole del filosofo: “Vivere satis, non longe”; ora ne rammento il senso: “vivere intensamente, non a lungo”. Sto per comunicarlo al mio angelo, ma lei è sparita nel nulla, restituendomi alla vita, mentre mi arriva alle orecchie la notizia che oggi, sì, proprio oggi, è morta una bimba di un mese di nome Sara, lo stesso del mio Angelo. Allora comprendo che non si muore a un mese senza un motivo, ma solo per salire in alto, su in alto, dove danza la mia anima insieme al mio angelo.

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