Categoria: blog recensioni

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È retribuito?

Nessuno dei nostri collaboratori è retribuito, Leggere a Colori riunisce lettori con la passione per i libri che si adoperano per promuovere cultura. Non offriamo un lavoro ma un'opportunità: poter partecipare a un progetto letterario che parte dal basso, da noi lettori. Condividere, arricchire il web con la letteratura, per il piacere di farlo. Se pensi che questo dovrebbe diventare il tuo lavoro sei sul sito sbagliato, ma speriamo che questo sia possibile e ti facciamo l'in bocca al lupo!

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Recensione di Onora te stesso di Benito Gagliardi

In questo romanzo, i veri protagonisti non sono i personaggi, benché siano indispensabili per veicolare il messaggio voluto dall'autore. Protagonista del libro è una coppia che ognuno di noi conosce, che rimbalza di televisione in televisione, di quotidiano in quotidiano: Napoli e la camorra. La vicenda, che ruota fondamentalmente intorno a Gennaro e a suo nipote Gianni, non ha una sola voce narrante e il fil rouge del rapporto tra città e criminalità organizzata passa, come un testimone, da un personaggio all'altro della storia. Il romanzo si apre con uno scorcio della vita di Gennaro, cinquantenne che incarna perfettamente l'ideale dell'italiano medio, con le sue piccole beghe familiari, l'amante che viene dall'Est, la figlia da sposare e pochi soldi in cassa. La madre di Gennaro gli ha sempre raccomandato, quand'era bambino, di farsi amici tutti, sia i buoni che i cattivi. Diventato adulto, ha continuato a vivere seguendo questa massima, intrattenendo rapporti di collaborazione con la camorra e ricorrendo a criminali di ogni genere ogni qualvolta gli si presentava una necessità economica o familiare. Quando sale su un aereo che lo porterà in Marrakesch, lo fa perché ha preso accordi con la camorra e dovrà fare un lavoretto, uno semplice, per accaparrarsi i soldi destinati alla dote di sua figlia. In Marrakesch lo aspetta Nino D'Angelo, uno che non ha niente né dell'angelo né del cantante napoletano, che lo guida in un intrico di strade, mercatini caotici da crisi claustrofobica, prostitute che si vendono per pochi euro nel bagno di un locale pubblico. Durante tutta l'operazione, Gennaro non fa che ripetersi il consiglio della madre: bisogna avere rapporti d'amicizia con tutti. Soltanto una tragedia, e il senso di colpa che ne scaturirà, potranno distogliere l'uomo da questo amaro insegnamento. Dall'altro lato della medaglia c'è Gianni, il nipote studioso, quello che tra i videogiochi e le uscite con gli amici è riuscito a laurearsi con lode. La sua laurea, vista come traguardo irraggiungibile nel misero quartiere di Napoli nel quale vive, è il trofeo della libertà, la possibilità di fuga, il riscatto da un ambiente lurido che per vent'anni gli ha insinuato nel sangue il senso della sporcizia, materiale quanto spirituale. Le storie di Gennaro e di suo nipote partono su due binari diversi, poi s'incontrano, si scontrano, conducendo il lettore al fatale quanto inevitabile finale.

 L'aspetto più particolare di questo romanzo è il parallelismo tra le storie che lo compongono. Le vite di ognuno dei personaggi sono quasi dei piccoli racconti che si urtano tra di loro fino a combaciare perfettamente e a formare, come in un puzzle, l'immagine di una Napoli governata dalla camorra. Devo ammettere che questo è uno dei libri più originali che ho letto sul tema. Per la prima volta, non troviamo il classico inneggiare contro l'omertà né tanto meno la rassegnazione dei più. Tra le pagine di questo libro viene sviluppata un'idea, quasi una proposta, di una semplicità abbacinante e proprio per questo realizzabile: la camorra si sconfigge rimanendo lontani. Molto spesso la denuncia, benché indispensabile, è solo un modo per morire più in fretta. Forse la denuncia dovrebbe venire successivamente, dovrebbe essere il passo numero due di un percorso iniziato precedentemente.

La camorra si sconfigge con la distanza, rinnegando la massima della madre di Gennaro, quel "devi essere amico di tutti" che aveva portato l'uomo a entrare in contatto con criminali dai soprannomi pittoreschi soltanto per poter sposare la propria figlia. La via è quella di Gianni: l'istruzione, il riscatto sociale, la laurea con lode che non è e non vuole essere un semplice pezzo di carta da gettar via, bensì - citando, come l'autore, De Filippo - la "patente" per una vita. Sarà quello che faremo e che realizzeremo a dirci se davvero abbiamo saputo utilizzare quella patente. Giungiamo, qui, al significato più profondo del libro: che cosa significa "onorare se stessi"? Onorarsi vuol dire mantenere la propria dignità di fronte a qualunque situazione e, come dimostra il finale del romanzo, essere pronti a donarsi agli altri, rendere la propria vita e la propria morte degne - entrambe - d'esserci state.

Un altro aspetto interessante della narrazione di Gagliardi consiste nella capacità dell'autore  - più unica che rara - di rendere realmente ogni voce narrante unica e diversa da quelle che precedono e che seguono. Il romanzo è raccontato interamente in prima persona ma, cambiando l'io narrante, cambia completamente il modo di scrivere, di pensare, di parlare. E' rarissimo che uno scrittore sappia astrarsi talmente tanto dalla sua opera da creare più di una personalità e da farle interagire all'interno della vicenda. La voce di Gennaro sarà totalmente diversa da quella di Gianni come quella di Gianni sarà lontana anni luce dalla narrazione di Antonio, un personaggio secondario del romanzo. Il lettore potrebbe essere portato a commettere l'errore dell'identificazione, immaginando che la voce di Gennaro e le sue opinioni coincidano perfettamente con quelle dell'autore, ma non è così. Lo scrittore, in questo caso, è stato più furbo e ha creato uno schermo ad ampio raggio di riflessioni e di principi morali. A ognuno il suo, ad ogni narratore la propria vita, ed è proprio questo che rende il romanzo una testimonianza efficace e intelligente di quella parte di Napoli che non è camorrista ma che, come spesso accade, è ai camorristi che ricorre alla prima difficoltà. Onora te stesso è un libro che indigna, fa riflettere, a volte fa storcere la bocca eppure lascia il segno e, a mio parere, costituirebbe una lettura interessante da proporre nelle scuole superiori, napoletane e non.

La videorecensione

abc

Recensione di Pezzi di ricambio di Cinzia Doti

Pier e Paolo sono fratelli eppure hanno caratteri completamente diversi. Pier, il maggiore, ha trent'anni, lavora come dentista, è serio e sicuro dell'idea che si è fatto del mondo; Paolo, al contrario, è ancora un ragazzo dai capelli spettinati e il libretto universitario quasi vuoto, i vestiti che puzzano di fumo e la brutta abitudine di stordirsi con l'erba. Ad unirli - e a dividerli al tempo stesso - c'è Saverio, il padre. Saverio è un uomo viscido e senza scrupoli che ha abbandonato i figli quando erano ancora piccoli e non ha mai mosso un dito per seguirli, sapere qualcosa di loro, del loro crescere quotidiano. Si è allontanato abbandonando sua moglie, la casa che avevano acquistato insieme, il loro progetto di vita. E' per questo che adesso Pier è costretto ad abitare in un appartamento poco distante da quello di sua madre: per tenerla d'occhio e sostenerla nei momenti di maggiore fragilità.

A sconvolgere la vita di Pier è, a vent'anni di distanza dal suo abbandono, il ritorno improvviso di Saverio nella sua vita. Seduti al tavolino di un bar, i due s'incontrano per la prima volta dopo così tanto tempo eppure Pier non riesce ad essere felice di questo improvviso ritorno. Sa perfettamente, infatti, che Saverio, opportunista ed egoista com'è, ha sicuramente qualcosa da chiedere in cambio. Ed è allora che suo padre, il grande assente della sua vita, gli comunica di aver contratto una malattia a trasmissione sessuale. Il disgusto di Pier per la promiscuità e l'ingenuità del padre si unisce subito alla consapevolezza che suo padre non è lì per riallacciare il rapporto con lui, ma solo per comunicargli di aver bisogno di un trapianto di rene. La gonorrea, infatti, unita al diabete, ha seriamente compromesso le sue condizioni renali. Da questo momento in poi, inizia per Saverio una vera e propria "caccia" a colui che gli permetterà il trapianto e che, naturalmente, non può che essere tra i suoi familiari. Tra disgusto, rancore ed egoismo, Pier e Paolo si renderanno conto di non essere più figli e, forse, di non esserlo mai stati: sono pezzi di ricambio, adesso, organi da trapiantare per salvare la vita di un uomo che non ha mai mosso un passo verso di loro. Presto, però, la situazione si capovolgerà, trascinando con furia i destini dei protagonisti fino al colpo di scena finale.

Pezzi di ricambio è un romanzo breve ma intenso, scritto quasi come fosse un diario. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, il lettore segue l'evolversi delle storie dei personaggi che si avvolgono tutte intorno ad un unico perno: la ricerca. Ogni personaggio ha qualcosa da cercare per sentirsi completo. Saverio ne è l'esempio più lampante: ha bisogno di un rene per evitare i lunghi soggiorni in ospedale e vivere ancora a lungo. Pier e Paolo, invece, sono alla ricerca di qualcosa di molto più profondo: l'amore che non hanno mai ricevuto, la figura paterna che odiano e amano al tempo stesso, l'immagine sfocata di un uomo che non li ha visti crescere e che non è cresciuto con loro e che, anziano com'è, continua a comportarsi come un ragazzino inesperto in ogni campo della vita. Poi c'è la moglie di Saverio, una donna fragile nel cui animo resta un unico, grande punto fermo: l'amore per suo marito. Non importa quanto questi possa averla ferita, ciò che conta è che l'amerà per sempre e lo difenderà dinanzi ai figli e al mondo. Tuttavia, Cinzia Doti non abbandona questo personaggio al suo destino, piuttosto lo conduce a una maggiore presa di coscienza di sé e, nel finale, alla catarsi che le permetterà la rinascita.

Ciò che più mi ha colpito, in questo romanzo, è il mancato senso della redenzione. Saverio non giungerà mai a un vero e sincero pentimento ma continuerà imperterrito a perseguire ciò che più gli è utile - e l'amore dei suoi figli, ovviamente, non gli serve a nulla. Saverio è una figura spietata che incarna in sé la verità più profonda dell'egoismo umano, una caratteristica dalla quale nessuno di noi è esente e che in questo personaggio trova la sua più adeguata rappresentazione. L'idea dei figli intesi come "pezzi di ricambio" è agghiacciante e terribile e Cinzia Doti è bravissima a non lasciar trapelare moralismo né retorica: l'autrice, semplicemente, espone i fatti, li mette in fila l'uno dietro l'altro e lascia al lettore la facoltà di giudicare. Questo è, a mio parere, il più grande pregio del libro.

Il personaggio di Pier, affermato dentista e uomo fatto e finito, è particolarmente interessante. Sa che suo padre non merita il perdono né l'aiuto che richiede eppure, nel corso del romanzo, traspare in controluce un taciuto bisogno di riconciliazione che, purtroppo, non troverà mai realizzazione. Anche il personaggio di Paolo, oscuro e scapestrato, cela in sé tutto il disagio dell'abbandono, dell'esser maturato senza aver mai potuto godere dell'esempio di un padre e di essere cresciuto quasi per caso, allo sbaraglio, all'ombra degli errori che non può più esimersi dal commettere.

Dal punto di vista stilistico, il romanzo è asciutto, breve, ben calibrato e pensato. L'autrice non si abbandona a "sbrodolamenti" retorici, non perde mai il controllo della penna e questo fa sì che il romanzo risulti doloroso, incisivo e tagliente. Se la scrittura della Doti fosse stata diversa, sicuramente Pezzi di ricambio avrebbe perso gran parte della sua potenza espressiva. I miei complimenti a questa giovane autrice, traduttrice e curatrice di mostre pittoriche qui al suo esordio letterario. Interessante il tema trattato, opportuni i riferimenti al mondo criminale che si cela dietro i trapianti di organi, con personaggi realistici e psicologicamente approfonditi. Un libro che consiglio a tutti coloro che vogliono concedersi non soltanto ore di piacevole lettura ma anche di riflessione su un argomento scottante del quale si parla troppo poco.

Il libro é acquistabile da questa pagina.

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Recensione di L’invenzione emotiva di Benito Ruggiero

L'invenzione emotiva di Benito Ruggiero inizia dalla fine o, meglio, dalla "quasi fine" della sua voce narrante. In fuga dalle luci e dai rumori della festa in paese, il protagonista vaga senza meta, sicuro di non avere più nulla da vivere e neppure da sperare. Scalzo, perché le scarpe le ha dimenticate chissà dove, cammina sulla sabbia finché non sembra comparire dal nulla, il bar, là dove non l'aveva visto. E' indeciso: entrare e comportarsi come un qualunque uomo da bar, sedersi al bancone e fingere di conoscere i nomi di quei liquori sconosciuti o continuare per la propria strada a rincorrere la fine? E' incerto, ma entra. Nel bar non c'è nessuno tranne un uomo dal viso sapiente, un pescatore-barista, che rimette in ordine il locale. Non c'è dubbio, è lui: il Saggio, colui che fino a questo momento è stato solo nella sua testa e che non ha mai visto in viso. Il Saggio versa il whisky ma nessuno dei due lo berrà: preferiranno uscire, camminare l'uno dietro l'altro su una strada costeggiata da ulivi e arrivare lassù, alla casa del Saggio. Il protagonista non ha nulla da perdere, il Saggio neppure, e stanno tornando a casa. Il verbo tornare è quello più adatto poiché, nonostante la voce narrante non abbia mai messo piede in casa, ne riconosce le pareti, l'odore di marsiglia delle lenzuola, le finestre. Com'è possibile riconoscere ciò che non si è mai conosciuto per davvero? Il mattino dopo, certo di ritrovare il Saggio nella sua casa, il protagonista vaga tra le stanze e, inaspettatamente, la casa si rivela vuota ai suoi occhi. Ha inizio, così, la ricerca del Saggio attraverso la conoscenza del Pazzo e del Bambino, tra i vagoni di treni presi per errore e biciclette sdraiate sull'erba. Un viaggio che è una scoperta di sé, del potere delle parole, di tutti gli inizi che aspettano dietro la parola "fine".

Di questo romanzo - che romanzo non è - mi hanno colpito moltissimi aspetti e spero di non dimenticarne nessuno. Non è un romanzo, dicevo, nonostante sia travestito da tale: è teatro. Non a caso, l'autore ha tratto uno spettacolo teatrale proprio da queste pagine. Teatro dell'assurdo, in particolare, tra Samuel Beckett e Tom Stoppard, con dialoghi serrati che contengono in sé non soltanto le parole ma anche il perché delle parole, la ricerca linguistica, l'interesse per il segreto profondo del comunicare umano. Al lettore non viene presentata una "storia" intesa come narrazione ma piuttosto una storia che è viaggio, esplorazione del proprio io, treno lanciato a rincorrere nuovi inizi. In alcuni passi, mi è parso di riconoscere gli slanci del Faulkner di L'urlo e il furore. Quando il protagonista, nell'ipotizzare una serata al bar, immagina che potrebbe sentirsi a disagio e desiderare d'andar via, pensa: "Lascerei che il posto mi accomodasse fuori". Niente di più faulkneriano di un oggetto fisico o astratto che compie l'azione sull'uomo, oggetto contro soggetto apparente.

Prescindendo dallo stile - particolarissimo e scorrevole - il romanzo si distingue soprattutto per la profondità prospettica dei personaggi che altro non sono, in realtà, se non le diverse sfaccettature di un solo uomo. Non a caso, i personaggi non hanno nome ma vengono chiamati dal loro modo di essere: il Saggio, il Pazzo, il Bambino. Sono dei fuoritempo nel tempo, hanno vissuto guerre delle quali il protagonista non ha memoria, hanno attraversato una storia che trascende la Storia stessa. E' come se ciascuno di loro fosse stato l'altro in un altro tempo, come se il Bambino fosse diventato Pazzo prima di essere Saggio o, meglio, come se non esistesse nessuna precedenza temporale e i tre personaggi fossero sempre esistiti tutti e tre contemporaneamente. E, nel mezzo, il protagonista. Lui che voleva finire perché non riusciva a ricordare che dopo la fine c'è sempre qualcos'altro. Lui che non voleva comprare un nuovo paio di scarpe (perché non voleva più camminare). Splendida, a questo proposito, la riflessione che l'autore compie sulle stagioni, su come non sia l'inverno la fine ma piuttosto l'autunno. L'inverno, in sé per sé, è già l'inizio di un inizio.

Le pagine più delicate e poetiche sono, a mio parere, quelle in cui appare lei. Lei è il fruscio di una lunga gonna verde, gli occhi a scomparsa tra i capelli e il taccuino che ha raccolto il giorno in cui lui l'ha perso. Lei non c'è mai stata eppure c'è, è il tratto di penna sulla carta che domani tornerà bianca, e appare e scompare senza mai restare per davvero. Il Bambino l'aspetta e vorrebbe fosse una sirena ma "sono sicuro che per lui sarà comunque la sirena; sia che avrà gambe o pinne: come sarà l'amerà". Il valore dell'attesa, delle collane di conchiglie create per lei, per quando passerà. E in tutto questo, cos'è che esiste davvero? Esistono il Saggio, il Bambino, la donna dalla lunga gonna verde? O esistono soltanto il protagonista, lui che aveva perso la fede nella vita, e l'invenzione emotiva? Perché "le cose acerbe hanno colori freddi, e pungono. Le cose mature hanno colori caldi e avvolgono. Credo che tu stia semplicemente cambiando colore". Ed è quello che accade al protagonista: cambiare colore. Cambiar pelle. Comprare un nuovo paio di scarpe proprio quando si pensava di non dover più camminare, e riconquistare la strada verso il mare.

Benito Ruggiero, nato nel '34 tra la Penisola Amalfitana e Sorrentina, ha viaggiato molto e, in ogni viaggio, ha portato con sé la passione per gli studi letterari. Maestro e contemporaneamente allievo di se stesso, ha intrapreso il percorso di scrittura che ancora oggi continua e che l'ha condotto alla realizzazione di un'opera - L'invenzione emotiva - profondamente originale e interessante. Ritengo questo libro un ottimo lavoro di ricerca interiore, stilistica, emozionale. Merita di essere letto con attenzione, compreso, interiorizzato. Ognuno di noi è Saggio, Pazzo, Bambino, in una sorta di pagana trinità della coscienza. Ognuno di noi è chiamato a compiere il suo viaggio e a scoprire, proprio come il protagonista di questo romanzo, tutte le parole che credevamo di aver perso e che invece sono lì, in attesa, un attimo dopo la parola "fine".

Giovedì 12 Dicembre 2013 alle 16:30 siete tutti inviati al Teatro Tasso di Sorrento, la compagnia teatrale "I murattori" porta in scena il romanzo, per saperne di piú aderisci all´evento su Facebook) e sabato 14 si replica a Positano, Museo del Viaggio. Ingresso libero.

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Recensione di Autunno di Elisabetta Ferraresi

L'autunno, coi suoi colori caldi e con la sua tenue malinconia, apre e chiude il romanzo Autunno di Elisabetta Ferraresi. Più che una stagione, infatti, esso diviene il metro di misura dell'intera storia, accompagnando i personaggi nel loro incontrarsi e perdersi. E' autunno quando Madame D., persa nella contemplazione del panorama che si offre al suo sguardo dalle finestre del pianterreno, vede le foglie cadere e le segue nel loro oscillare. La sua memoria non può che andare indietro nel tempo per tornare a quell'autunno di tanti anni addietro, quando era giovane e bella e la sua storia stava per cambiare per sempre. Ed è così che il lettore conosce Linda, semplice e dolce ragazza di buona famiglia, figlia di Maddalena e Giovanni Deppi.

Linda trascorre le sue giornate tra lo studio e le lezioni di pianoforte presso la casa della contessa Anna, la quale l'istruisce e l'ama come fosse una figlia. Sta arrivando l'autunno e le foglie iniziano già a ingiallire sugli alberi quando, inaspettatamente, il conte Gustavo e il giovane nipote Alessandro decidono di trascorrere del tempo con ciò che resta della loro famiglia: Anna. La donna, sin dal momento del loro arrivo, si renderà immediatamente conto di provare un insano e morboso attaccamento nei confronti del nipote Alessandro, del quale dovrebbe essere zia e nulla più. Il giovane, al contrario, s'innamora perdutamente di Linda sin dal loro primo incontro, durante una cena organizzata dalla contessa Anna. La storia d'amore tra i due ragazzi, fragile fiore in boccio, sarà da subito costretta a scontrarsi con la gelosia (oserei dire shakesperiana) di Anna e le perplessità di natura economico-sociale della famiglia di Linda.

Sullo sfondo della vicenda romantica, inoltre, si dipana un ulteriore intreccio che vede protagonisti Michele e Gemma, i servitori di casa Deppi. Entrambi - Michele ingenuo e fragile, Gemma opportunista e prevaricatrice - stanno ordendo un piano ai danni della famiglia di Linda. La vita della ragazza sta cambiando per sempre, mutando colore insieme con le foglie degli alberi che scorge dalla sua finestra. E con l'autunno arriverà l'inizio della storia che trasformerà la sua esistenza e che, come tutti gli inizi, porta già in sé il germoglio della sua fine.

Dopo un inizio forse un po' lento, Autunno di Elisabetta Ferraresi decolla e si apre al lettore in tutti i suoi colori e sfumature. L'idea dell'autunno come coordinata temporale che lega i due momenti storici della storia - Madame D. e la giovane Linda, presente e passato - è un'idea forse non originale ma davvero coerente con il senso del romanzo. Non mi sembra casuale, infatti, la scelta dell'autunno come "stagione guida" del racconto: esso è la stagione della malinconia e, con i suoi colori, conserva già in sé il senso di una fine.

Interessante è l'intrecciarsi delle vite dei personaggi i quali, tormentati e complessi, svelano al lettore tutta la loro umana fragilità. Degno di nota, a mio parere, è il personaggio di Gemma: coi suoi capelli fiammanti e gli occhi da diavolo, Gemma è la figura più conturbante e difficile dell'intero romanzo. E' crudele eppure il lettore non può che provarne compassione perché comprende, suo malgrado, i tristi motivi che l'hanno resa la donna che è. E quando Gemma, opportunista e materialista, s'innamora sinceramente di un ragazzo più povero ancora di colui che ha sposato, non si può che cogliere la sottile ironia dell'autrice e provare dispiacere per il triste destino del personaggio - seppur negativo - da lei creato. Allo stesso modo, il personaggio della contessa Anna è ben pensato e psicologicamente approfondito: la sua passione proibita per il nipote Alessandro, gli sforzi che compie per sopprimere il suo desiderio d'essere amata, la violenza su se stessa e, inevitabile, l'esplodere violento della sua gelosia nella seconda parte del romanzo. Paradossalmente, i personaggi secondari sono più incisivi e riusciti dei principali, il che non è assolutamente un difetto bensì una caratteristica che conferisce alla vicenda respiro e originalità.

Particolarissima è la scrittura, stilisticamente perfetta e priva di sbavature. Lo stile della Ferraresi rimanda alla letteratura (italiana, soprattutto) di inizio Novecento: per quanto mi riguarda, l'eleganza e la delicatezza stilistiche mi hanno ricordato in più parti i D'Annunziani Il piacere L'innocente. Se questa particolarità può creare qualche difficoltà nelle prime pagine, con l'avanzare della storia diviene interessante e apprezzabile e il romanzo stesso acquista in scorrevolezza.

Elisabetta Ferraresi, classe 1984, ha tratto la giusta ispirazione per questo libro dal piccolo paese natio del padre dove, tra il 1993 e il 2003, ha trascorso gli anni più fruttuosi per l'arricchimento della sua vena letteraria. Questo aspetto ha sicuramente reso Autunno un testo maturo, sincero, sentito. Ed è soprattutto per questo che, in definitiva, ritengo questo romanzo un'ottima opera prima nonché un libro profondamente italiano che rispecchia la nostra tradizione letteraria e di quella tradizione si nutre, affondando in essa le sue radici.

Il libro é acquistabile da questa pagina.

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Recensione di La sindrome di cappuccetto rosso di Matteo Stafforini

La sindrome di cappuccetto rosso, un libro che, se non lo si legge con attenzione e con lo giusto spirito, può venire sottovalutato o addirittura frainteso. Racconta, tra umorismo per rendere tutto meno pesante e serietà per far riflettere, le disavventure amorose di un uomo alle prese con le categorie di donne più eccentriche e affette dalla “Sindrome di cappuccetto rosso”. Per chi fosse a digiuno su questo argomento ecco una breve e concisa spiegazione: è definita “Sindrome di cappuccetto rosso” quella mania di molte donne di voler a tutti i costi sedurre il lupo cattivo nonostante lo si reputi pericoloso.

Poi questa Sindrome, come spiega l’autore Matteo Stafforini, spesso si accorpa con quella di Peter Pan, rendendo le donne che ne sono affette delle macchine di distruzione ed una vera spina nel fianco per gli uomini che sono solo in cerca di una storia duratura e tranquilla. L’autore stesso definisce il suo scritto come qualcosa “che si legge e si posa lì sullo scaffale in bella vista”, qualcosa che non rimarrà nella storia ma farà comparire un sorriso sul volto dei lettori almeno per un po’. Fa riflettere, certo: le cinquantatré pagine sono ammalianti, catturano e non si riesce a saltare nemmeno una lettera, nonostante si brami arrivare alla fine e leggere sempre di più. Si ride leggendo, ci si sente leggeri.

Ma, arrivati alla fine, si percepisce una pesantezza affatto negativa: qualcosa si è insinuato in noi. Forse il dubbio o forse la consapevolezza della veridicità delle parole appena lette, fanno sì che si crei nel lettore una confusione tale da portare a riflettere intensamente su quella che è la nostra società e come ci rapportiamo ad essa. Difatti lo scopo del libro non è quello di insultare o disprezzare: ma analizza come le donne si stiano mal-adattando ad una società a sua volta mal-adattata a loro, con un pizzico di umorismo per rendere tutto più leggero. Alla fine l’autore parla di uguaglianza ed emancipazione, arrivando alla conclusione che non ci potrà mai essere uguaglianza finché esisteranno due sessi differenti e mai emancipazione finché la si vedrà come un dare privilegi e non un rendere uguali le situazioni tra i due sessi.

Niente polemiche, dunque: basta guardare a sé stessi e al mondo con un po’ di realismo, obiettività e umorismo. E, come suggerisce l’autore con parole graffianti, con una buona dose di umiltà e poco narcisismo.

Benedetta Talluto

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