Categoria: bollati boringhieri

Recensione di Qui dove ci incontriamo di John Berger

Lisbona.

Le piazze e le vie sono lastricate a motivi bianchi e colorati, come se, invece che strade, fossero soffitti.

I muri coperti di azulejos e di piastrelle che raccontano la vita, le vie scoscese, il continuo incessante  sferragliare dei tram e il fado, la sua indimenticabile musica: qui John fa il primo dei suoi particolari incontri.

Ho scelto Lisbona, non è un luogo qualsiasi John. È il luogo dove ci si incontra. Da morti, i morti sono liberi di decidere dove vogliono vivere sulla terra.

È la madre di John Berger che ci appare e con la quale egli intraprende un lungo dialogo intriso di ricordi condivisi: gesti ripetuti, piccole manie, segreti e rimpianti, domande lasciate in sospeso, di quelle che in vita si ha paura di fare.

Noi-i morti-siamo tutti qui. Proprio come ci siete tu e i vivi. Voi e noi siamo qui per riparare un po’ di ciò che è stato rotto. Ecco perché siamo avvenuti.

E ci parla di coraggio, di speranza, di desideri, con parole scelte e sapienti, che diventano immagini, foto o quadri che catturano i nostri sensi.

E il viaggio continua…

Ginevra, contraddittoria ed enigmatica, città dove vive la figlia e dove visse Jorge Luis Borges: qui l’autore ricorda aneddoti ed esperienze del grande scrittore, in un racconto che mescola storia e presente e così via a Cracovia, Londra, Madrid: le persone scomparse si muovono accanto ai vivi, vecchi amici, mentori, amanti, in luoghi che non smettono di affascinarci perché ammantati di ricordi dolci e dolorosi.

Berger ci emoziona con le sue riflessioni sul tema della morte, profonde e delicate e sullo scorrere inesorabile del tempo, sui sentimenti spesso incompresi, con continui salti temporali, tra reale ed immaginario.

In Qui dove ci incontriamo ci troviamo completamente coinvolti attraverso le descrizioni, immersi in luoghi pieni di vita, odori, suoni, i punti d’incontro delle persone che egli ha amato, dalle quali ha imparato, con le quali ha sofferto e sognato.

Con un linguaggio semplice ma poetico, vivido, vibrante, con uno stile originale, dove ogni frase rivela la ricerca della precisione, Berger ci regala un meraviglioso viaggio, una sorte di autobiografia della memoria, conservata dentro di sé, capace di   vanificare così il potere della morte.

Approfondimento

John Berger non è stato solo un grande scrittore ma anche pittore, critico d’arte, sceneggiatore: non ci sorprende quindi come sia riuscito, in Qui dove ci incontriamo, a farci vivere per immagini il lungo percorso attraverso i suoi luoghi del cuore e dell’anima.

Con la sua capacità di trasformare in parole i ricordi più intimi ci trasporta in questo viaggio “magico”, introspettivo e meditativo, ricco di sensazioni che ci appaiono come “pennellate”; un romanzo tenero, profondo, che lascia il segno.

Sabrina Bizzarra Rambelli

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Orient di Christopher Bollen

 

Dall’11 gennaio in libreria

Ancora pochi giorni ci separano dall’arrivo in libreria di Orient, un thriller di Christopher Bollen edito da Bollati Boringhieri. Soffuso di tensione, questo romanzo è insieme uno straordinario page turner, un thriller letterario e un ritratto provocatorio del lato oscuro del sogno americano: una comunità chiusa, idilliaca, dove nessuno è al sicuro. Infatti nell’apparentemente tranquilla cittadina di Orient, Long Island, l’arrivo di uno sconosciuto scatena una lunga catena di omicidi. Christopher Bollen costruisce una storia che, pagina dopo pagina, cattura il lettore e non lo lascia andare, descrivendo con estrema accuratezza paesaggio, personaggi e contesto, e dando spazio ai temi rilevanti della società americana oggi: ricchezza, gentrification, arte, omosessualità, matrimonio, divorzio, tutela ambientale, avidità. E giocando sulle numerose implicazioni della parola «Orient»: l’est americano, l’esotico, ma anche l’orientamento nello spazio e nel tempo, l’inclinazione sessuale, il disorientamento delle percezioni mentali.

«Orient è al contempo thriller e alta letteratura. Ricco di digressioni, di analisi anche sociologiche e di momenti introspettivi dei protagonisti. Un equilibrio che trascende le convenzioni di genere». - Los Angeles Times

Orient, sulla punta del North Fork di Long Island, affacciata sul braccio di mare che separa l’isola dal Connecticut. Meno famosa del South Fork, quella degli Hamptons, con relativi magnati dello show business newyorchese, attori e scrittori famosi. In questo paradiso marittimo dei falchi di mare, dei pescatori e delle fioriture selvagge, abitato dalle stesse famiglie da molte generazioni, arriva un giorno da New York Mills, un «drifter», un vagabondo, ex tossicodipendente, ex bambino abbandonato, passato da un affido all’altro. Ospite, in cambio di lavoro, di un signore che possiede una bella casa di famiglia da sgombrare e ristrutturare dopo la morte della madre, Mills viene accolto da subito con molta diffidenza nella comunità locale, tanto più che, dopo il suo arrivo, uno per volta, si cominciano a rinvenire numerosi corpi senza vita. Episodi di violenza mai visti prima nella tranquilla cittadina. Mills, con l’aiuto di Beth, ex artista e moglie in crisi di artista famoso, tornata a Orient dopo anni trascorsi a New York, decide di indagare su una pista parallela a quella della polizia, determinato a capire chi e che cosa c’è dietro il mistero, in una corsa contro il tempo prima che la piccola cittadina finisca per distruggerlo.

«Personaggi vividi e atmosfera davvero avvolgente». - The New York Times

«Segreti, pettegolezzi di provincia, xenofobia gretta, vicinanza a una grande fonte d’acqua e un buon numero di corpi senza vita. Cosa si potrebbe volere di più da un thriller? Ci sono tutti gli ingredienti per sfatare il mito del grande sogno americano». - The Times

«Pieno di suspense, un’ambientazione perfetta. Orient è allo stesso tempo un page turner e un libro che si vuole centellinare». - Philipp Meyer, autore di Il figlio

Christopher Bollen è collaboratore della rivista «Interview». Autore di Lightning People (2012) e The Destroyers (2017), i suoi testi sono apparsi su «GQ», «The New York Times», «Believer» e «Artforum». Vive a New York.

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Golden Hill di Francis Spufford

 

Dal 16 novembre in libreria

Da pochi giorni è arrivato in libreria Golden Hill, il nuovo superbo romanzo di Francis Spufford edito da Bollati Boringhieri, un lavoro di fattura straordinaria che il pubblico e la critica inglese hanno accolto con entusiasmo. La scrittura brillante dell’autore di L’ultima favola russa, e la sua incontenibile immaginazione, riescono in questo suo nuovo romanzo a trasportarci dentro un’avventura d’altri tempi, completa di recite teatrali, duelli e storie d’amore. Francis Spufford è un abilissimo ricercatore e conoscitore della storia e della letteratura del Settecento, e il lettore di Golden Hill non potrà che trarre godimento dalla ricostruzione degli ambienti, dai ritratti dei vari personaggi e dalle vicende picaresche del suo protagonista.

«Come un romanzo di Henry Fielding appena riscoperto e arricchito con materiale alla Martin Scorsese... New York è ricreata in maniera superba... La scrittura scoppia di energia e di allegria, e alla fine la soddisfazione è enorme sotto ogni punto di vista. Golden Hill merita una grande stella luminosa». - The Times

New York, dicembre 1746. Quando Richard Smith sbarca a Manhattan, la città è ancora un piccolo porto coloniale (settemila abitanti contro i settecentomila di Londra), sporca, caotica, piena di olandesi, di faccendieri e trafficanti di ogni genere. La Rivoluzione americana arriverà solo dopo trent’anni, e ogni Stato del New England batte moneta propria. Smith è in possesso di un ordine di pagamento al portatore di mille sterline – una cifra enorme, all’epoca – da riscuotere presso la counting house di un sospettosissimo Gregory Lovell.

Ma chi è Smith? Su di lui, uomo di bell’aspetto, nascono mille leggende, e tutte le famiglie più in vista della città lo invitano a casa propria. Smith si lascia coinvolgere nella vita locale e nel corteggiamento della bella e cinica Tabitha, figlia di Lovell. Fin dalle prime pagine è chiaro che l’autore ammicca al romanzo inglese dell’epoca, ma con gli occhi di chi conosce la storia, letteraria e non, dei secoli a seguire. Un esempio: appena sbarcato, il protagonista ingenuo e distratto viene abilmente alleggerito del portafogli, una disavventura classica, ma poi incontrerà un personaggio che Fielding o Defoe avrebbero forse immaginato ma non raccontato in modo tanto esplicito.

«Golden Hill è un romanzo gioioso che ti lascia raggiante, e al contempo così serio che ti chiede di rileggerlo più e più volte... Questo libro è oro puro». - Sunday Telegraph

«Ci sono scene più illuminanti, cesellate con più amore, di libri interi.» - Financial Times

«Una ricerca approfondita resa con una scrittura leggera... Golden Hill è intrattenimento di prima classe.» - The Guardian

Francis Spufford è docente al Goldsmiths College di Londra. Nominato nel 1997 Giovane scrittore dell’anno dal «Sunday Times», e nel 2007 Fellow della Royal Society of Literature, è autore di I May Be Some Time (1996), vincitore del Somerset Maugham Award; di The Child That Books Built (2002), antologia letteraria sui testi di formazione per ragazzi; di Backroom Boys (2003), finalista per l’Aventis Prize; e di Unapologetic. Why, Despite Everything, Cristianity Can Still Make Surprising Emotional Sense (2012), un saggio sul senso dell’essere cristiani oggi. Presso Bollati Boringhieri sono usciti: L’ultima favola russa (2013), vincitore dell’Orwell Prize 2011, e Golden Hill (2017).

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Recensione di La danza dei demoni di Esther Kreitman Singer

Cosa mi spinge a fare sempre il contrario di quello che vorrei fare?

Agli inizi del Novecento vive a Jelhitz la famiglia del rabbino Reb Avram Ber, uomo ingenuo e privo di senso pratico. La moglie, Reitzela, è un donnino fragile dalla salute malferma, ma saggia ed eccezionalmente istruita per l’epoca, considerato che solo i maschi avevano diritto all’istruzione. Mentre Micheal, infatti, può liberamente andare in giro per le vie del villaggio e studiare, sua sorella Deborah, in quanto femmina è relegata in casa, dove svolge quotidianamente le faccende domestiche. Combattuta tra la devozione nei confronti della famiglia e il desiderio di un riscatto sociale, la protagonista di La danza dei demoni sceglie la via della ribellione, iscrivendosi dapprima in un gruppo socialista e acconsentendo a un matrimonio, che lungi dal renderla padrona di se stessa, le stringerà progressivamente i lacci intorno al collo. Trovandosi faccia a faccia col nulla e incapace di scegliere, Deborah sfiora gli abissi della follia e dell’auto-distruzione.

La danza dei demoni racconta la cupa e muta disperazione di una donna in una società fortemente patriarcale. Condannata al semianalfabetismo, Deborah è costretta a scandire le sue giornate svolgendo le faccende domestiche. In lei ribolle la rabbia di chi sa che l’istruzione è l’unica strada percorribile per uscire dalla mediocrità culturale dominante. Ma la ragazza ha una coscienza fortemente dimidiata, perché vittima di un retaggio difficile da scrollarsi di dosso. In questa prospettiva il matrimonio con il giovane Berish rappresenta l’ultima possibilità di affrancarsi di una famiglia indifferente e da un amore mai appagato. Una possibilità destinata a rimanere frustrata.

Approfondimento

Era troppo poco coraggiosa e troppo affettuosa per abbandonare al suo destino la madre sofferente e così – senza che nessuno glielo dicesse, senza che nessuno la ringraziasse – si rimetteva al giogo, agitandosi e soffrendo ancora di più a causa di quelle vane speranze di libertà – libertà che sembrava a portata di mano.

Deborah è solo l’ultima di una serie di figure femminili che a vario titolo si trovano costrette a sottostare alla ragion di stato. Da Penelope, Ifigenia, Antigone, passando per Ermengarda, la letteratura è piena di donne sacrificate sull’altare della convenienza e dell’interesse particolare di pochi. Non può non venire alla mente la dolce e folle Maria di Storia di una capinera, anche lei condannata a intraprendere una strada non pienamente desiderata. La follia diventa il solo gesto di ribellione possibile. Ma la follia di Deborah in La danza dei demoni non si nutre di gesti esasperati e spettacolari, essa è piuttosto la passiva estraneazione dal mondo, la volontaria rinuncia alla vita stessa.

Rifugiarsi in una realtà alternativa è necessario per ingannare il presente e compiere, quasi solo per gioco, scelte destinate a rimanere nel subconscio. A queste eroine, vittime di una sopraffazione accettata e ampiamente incoraggiata, è negato il lieto fine e, anche quando si rifugiano in un mondo onirico ad occhi aperti, non riescono ad immaginare un barlume di speranza. Nel suo mondo alternativo la stessa Deborah vede umiliato anche l’ultimo desiderio rimastole, senza però suscitare commiserazione o scontati pietismi. Concorre a evitare ciò la lucida razionalità che contraddistingue i pensieri della giovane donna, determinata ad evitare consolatori autoinganni.

Il merito maggiore dell’autrice Esther Kreitman Singer risiede nella grande capacità analitica e introspettiva, capace di sviscerare gli stati d’animo della protagonista senza inutili e facili patetismi. Lo stile asciutto e sobrio è perfettamente consono all’ambientazione scabra del romanzo che, privo di orpelli, lascia che siano i fatti a parlare.

Mariangela Librizzi

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L’età ingrata di Francesca Segal

 

Dal 31 agosto in libreria

Tra un paio di giorni arriverà in libreria L'età ingrata, il nuovo romanzo di Francesca Segal edito da Bollati Boringhieri. Una storia che getta uno sguardo vivace e geniale, per nulla banale, sui rapporti problematici tra figli adolescenti e genitori, ma anche sull’amore di ogni età. All'esordio, con La cugina americana, Francesca Segal si era dichiaratamente ispirata a un classico, L’età dell'innocenza, di Edith Wharton. Questa volta la bravissima autrice prende spunto dall'eponimo capolavoro di Henry James, e si cimenta con l'insuperabile Jane Austen, almeno per quanto riguarda l'eleganza della scrittura, la caratterizzazione dei personaggi, anche secondari, e la capacità di trasformare le vicende di una famiglia contemporanea nel quadro di un'epoca. L'età ingrata ci dimostra che la sostanza delle dinamiche familiari e amorose non è poi tanto cambiata dal mondo circoscritto della campagna inglese di due secoli fa a quello globalizzato di oggi.

«Un romanzo famigliare molto intelligente, irresistibile e scritto con eleganza» - Nick Hornby

Kate e James, 46 e 52 anni, si innamorano come due adolescenti. E intanto altri due adolescenti, Nathan (il figlio diciottenne di James) e Gwen (la figlia sedicenne di Kate) si danno diabolicamente da fare per tendere trappole ai genitori, nel tentativo di mandare all'aria una storia d'amore che li costringe a una coabitazione forzata e odiosa, data la reciproca incontrollabile avversione. Chiunque abbia familiarità con le dinamiche dell'innamoramento, e non solo adolescente, capirà subito che l'ostilità dei due ragazzi prelude al sentimento opposto: chiunque tranne i due amorevoli e soi disants attenti genitori, che, oltre a sorprendersi della svolta che prendono le cose, non sanno come arginare la tempesta ormonale dei due ragazzi. E soprattutto non ipotizzano la più normale delle conseguenze di numerosi rapporti intimi in poche settimane: sotto il naso dei genitori, ostentatamente e tassativamente avversi alla relazione ma troppo presi dalla loro per far attenzione ai figli. In realtà James e Kate sono stati sempre molto attenti ai figli, anche troppo. E hanno commesso l'eterno errore di crederli quello che volevano che fossero invece di due «persone» diverse dalle loro legittime aspettative. Niente di nuovo, se non fosse che davvero Segal riesce a trattare questa materia come se fosse assolutamente originale, e i suoi inquieti personaggi come se fossero la quintessenza della normalità: per tutti, tranne che per sé stessi. L’età ingrata è un romanzo dalle proporzioni perfette.

«Segal coglie con grande sensibilità le difficoltà dell’amore adolescente e non, e in particolare la cecità dei genitori davanti ai difetti macroscopici dei figli. Un romanzo vivace, geniale» - The Sunday Times

«Uno sguardo attento su un rapporto sempre problematico, quello tra una madre e una figlia adolescente... La scrittura di Francesca Segal è spiritosa, saggia e molto intelligente. Bellissimo» - The Guardian

Francesca Segal è diplomata al St Hugh College, Oxford. Giornalista e scrittrice, le sue pubblicazioni sono apparse su «Granta», «Newsweek», «The Guardian», «Financial Times», «Vogue UK» e «Vogue America». È stata collaboratrice anche per «Tatler», e ha curato la sezione «Debut Fiction column» sull’«Observer». Per Bollati Boringhieri ha pubblicato La cugina americana (2013, ed. tascabile 2014) e L’età ingrata (2017).

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Il buio nell’acqua di Louise Doughty

 

Dal 22 giugno in libreria

Dall’autrice del fortunato Fino in fondo, Louise Doughty, tra pochi giorni arriverà in libreria Il buio nell'acqua edito da Bollati Boringhieri. Con questo suo nuovo romanzo la Doughty ci fa fare il giro del mondo. Perché Harper, il protagonista di Il buio nell'acqua, va e viene dall’Olanda alla California, al sudest asiatico, prima come vittima di una madre instabile, poi come spia e mercenario.

«Come Elena Ferrante, Louise Doughty ha la capacità di narrare con straordinaria efficacia la disperazione sentimentale» - Isabella Bossi Fedrigotti, Corriere della Sera

All’inizio lo troviamo nascosto sulle pendici di una montagna, a Bali, in attesa di sapere se o quando un sicario si avventurerà fin lì per ucciderlo. Sa di non potersi fidare di nessuno, nemmeno del servitore premuroso che potrebbe rivelarsi un carceriere prezzolato. Quando vince la paura e decide di scendere fin sulla costa mimetizzandosi fra turisti e abitanti indaffarati, conosce una donna, Rita. Se non proprio un colpo di fulmine, l’incontro è un’immediata, reciproca attrazione che culmina in una notte di sesso. Lo scoppio di passione però si rivela subito per qualcosa di più. Passa poco tempo prima che Harper capisca che anche la taciturna Rita nasconde un passato tragico. Come il suo.

Il racconto delle vicende di Harper sul campo è una spy story, o, se vogliamo, un thriller alla maniera di John Le Carré e Graham Green, dove è la psicologia del protagonista, più che non l’azione, a interessare l’autrice. Che dimostra un talento eccezionale nel ritrarre sia un uomo dal passato ambiguo e complicato, sia una donna vittima di una tragica situazione familiare. La storia d’amore tra i due è tenera e appassionata, ma sono paura, rimorsi e rimpianti ad accenderla e mantenerla viva. Come nei romanzi di guerra, oltre che nei thriller, l’amore che nasce nell’immediato pericolo ha un’intensità particolare, assume connotati di suspense pari a quelli dell’azione vera e propria.

Come sempre nei romanzi di Doughty, è solo nelle ultime pagine che viene rivelato qual è il «vero» segreto, quale rimorso ossessiona il protagonista rendendolo, se non proprio indifferente, almeno rassegnato alla minaccia di morte che incombe su di lui. Un segreto nascosto nell’«acqua buia» del titolo.

«Come John Le Carré, Louise Doughty tratta un complesso tema morale costringendo il lettore a girare velocemente le pagine.» - Reader’s Digest

«Un libro per i lettori di John Le Carré e Graham Greene, e per tutti coloro che amano i quesiti morali estremi.» - The Spectator

«Un romanzo eccellente che è tante cose insieme: l’analisi di un carattere, uno sguardo sui diritti civili americani, una riflessione sulle conseguenze della politica estera, una storia d’amore e un ritratto dell’Indonesia inquieta del Ventesimo secolo.» - The New York Times Book Review

«Louise Doughty è qui al suo meglio… bravissima nel raccontare una passione sessuale che diventa forza di cambiamento e di redenzione.» - The Times

Louise Doughty, pluripremiata autrice di racconti e drammi radiofonici, ha scritto sei romanzi, l’ultimo dei quali Whatever You Love è stato finalista per il Costa Novel Award e per l’Orange Prize for Fiction. È critico letterario per numerosi giornali internazionali e per la BBC. Vive a Londra. Fino in fondo (Bollati Boringhieri 2014 e 2016) è stato finalista del Specsavers National Book Award come Thriller dell’anno. Presso Bollati Boringhieri è uscito anche Nel nome di mia figlia (2016).

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Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore di Hans Tuzzi

Dal 18 maggio in libreria

Presentato solo pochi giorni fa al Salone del Libro di Torino, è appena arrivato in libreria Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore, il nuovo lavoro di Hans Tuzzi edito da Bollati Boringhieri. Amato per i suoi gialli, le due serie con i protagonisti detective Norberto Melis e Neron Vukcic, Hans Tuzzi ci regala un saggio con i suoi preziosi consigli di lettura e le sue considerazioni sui limiti e le potenzialità della parola.

«Siamo fatti di polvere, dunque se disdegnate d'impolverarvi non dovreste tentare di scrivere narrativa». - Flannery o'Connor

«In letteratura è come in teologia: valgono le sole domande. O meglio: è l’intelligenza delle domande che costringe a elaborare risposte alla loro altezza. Se chi si appresta a leggere questo libro spera di trovare enunciati regole e precetti più o meno ovvii su come scrivere cosa, allora forse è meglio che abbandoni il libro e l’idea di diventare scrittore. Il talento, l’istinto sono necessari. Vanno educati, certo, ma sono necessari. Uno scrittore autentico i fondamentali li avverte ben prima ancora di elaborarli in concetti. Chi, non pago di affidarsi al tacito insegnamento dei Maestri, sente il bisogno di un prontuario cui attenersi, è meglio che lasci perdere: la letteratura non è un compitino. Men che meno un suo compitino. Per vari aspetti, il processo di creazione letteraria è come il tempo per sant’Agostino: “Se nessuno mi chiede cos’è, lo so; se devo spiegarlo a chi lo chiede, non lo so più”».

Così esordisce Tuzzi in Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore, questa conversazione che – articolata in dieci capitoli: Prima di scrivere; Stile, struttura, scrittura; Come agganciare il lettore; Dire, non dire, da chi farlo dire; Come caratterizzare i personaggi; Finali chiusi, finali aperti; Buona e cattiva letteratura; Tutti i colori del genere: giallo nero rosa; Due o tre cose sul giallo perfetto? e Due o tre cose sul perfetto lettore di gialli – propone a un più vasto pubblico di lettori il ciclo di lezioni tenuto per Radio Popolare. Non banali ricette di tecnica espressiva o di forma narrativa, non fabula, intreccio, narratore interno esterno o ambiguo, ma più fertili considerazioni su limiti e potenzialità della parola, sulla potente irrealtà della letteratura.

«Tuzzi è il miglior autore di gialli di qualità attualmente al lavoro. » - il Venerdì,  la Repubblica, Corrado Augias

«L’abilità quasi da prestigiatore di chi tratta come esseri più veri del vero i personaggi d’invenzione. » - Corriere della Sera, Ranieri Polese

«La cultura in un’oasi facile da raggiungere, senza altezzosità o snobismi vari. » - il Fatto Quotidiano, Fabrizio D’Esposito

«Tuzzi è un pokerista della narrazione e vale il biglietto già solo il suo mobilissimo gioco. » - la Repubblica, Giuliano Aluffi

«Tuzzi è un giallista classico che conosce le regole senza eccessive rigidità. » - ttL La Stampa, Mario Baudino

Hans Tuzzi, autore di saggi di storia del libro e di apprezzati romanzi (Vanagloria; Morte di un magnate americano; Il Trio dell’arciduca) è noto al pubblico per il ciclo di romanzi polizieschi che hanno a principale protagonista il vicequestore Norberto Melis, editi da Bollati Boringhieri: Il Maestro della Testa sfondata, Perché Yellow non correrà, La morte segue i magi, L’ora incerta fra il cane e il lupo, Un posto sbagliato per morire, Il principe dei gigli, Casta Diva, Fuorché l’onore, Un enigma del passato, La figlia più bella e La belva nel labirinto.

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Una separazione di Katie Kitamura

Dal 30 marzo in libreria

C’è molta attesa per l’arrivo in libreria di Una separazione, il sorprendente romanzo di Katie Kitamura edito da Bollati Boringhieri. Una vicenda di infedeltà e di segreti, un romanzo che riguarda l’incolmabile distanza che ci separa dalla vita degli altri e le storie che raccontiamo a noi stessi per fingere di colmarla.

«Katie Kitamura unisce l’analisi perfetta di relazioni complicate alla tensione del thriller» - Elle

«Una riflessione profonda sulla complessità delle emozioni suscitate dalla perdita» - Huffington Post

La donna che racconta in prima persona decide, d'accordo con il marito, per la separazione, che però deve restare per il momento segreta. Intanto le arriva la notizia che Christopher è introvabile, in una regione della Grecia dove sta facendo ricerche per un libro di antropologia. Benché riluttante, si convince ad andarlo a cercare, e scopre via via di non conoscere come credeva l'uomo che ha sposato. L'indagine, anche introspettiva, della protagonista diventa da un certo punto in poi la ricerca dell'autore di un delitto inspiegabile. Ma la narrazione è ancora pervasa da una vena di antipathos, fredda, analitica, distaccata quasi quanto quella di una polizia indifferente.

La scrittura di Kitamura è eccellente, anche nel rievocare situazioni e aneddoti solo in apparenza poco importanti: sembra divagare, e invece invita il lettore, sempre più perplesso, ma anche sempre più incuriosito, a girare pagina. Vittima del marito, la giovane protagonista di Una separazione riscuote subito le simpatie del lettore, che poi però comincia a farsi parecchie domande. Lo stile è chiaro, algido, a tratti minimalista, ma anche vivido, preciso, e non annoia mai. L'ambientazione è perfetta, priva di esotismi e pregiudizi, proprio come nei tanti romanzi che Patricia Highsmith ambienta all'estero.

«Katie Kitamura possiede un grande talento» - The Boston Globe

«Una separazione è un libro sorprendente e una scrittura affilata come un rasoio» - The Financial Times

«Kitamura è una scrittrice dall’immaginazione visionaria» - The New Yorker

«Una scrittura austera, lirica, inquietante. Per chi vuole riflettere sulle difficoltà delle relazioni d’amore» - Library Journal

«Una meditazione ipnotica sull’infedeltà e l’impossibilità di conoscere davvero il proprio marito» - Kirkus

Katie Kitamura è autrice di Gone to the Forest (2012) e di Knock-out (2014), entrambi finalisti al New York Public Library's Young Lions Fiction Award. Collabora regolarmente con «The New York Times», «The Guardian», «Granta», «BOMB», «Triple Canopy» e «Frieze». Vive a New York.

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Recensione di Perché Yellow non correrà di Hans Tuzzi

L'Italia è una nazione che espone la propria marmaglia come bandiere alle finestre," commentò Frangipane, i tratti ispessiti e stanchi. "Un paese cafone e orfano della propria storia. Un paese protofascista per natura profonda.

La narrazione base di Perché Yellow non correrà è incentrata sull’indagine di omicidio dell’ingegnere Claudio Galliera, funzionario in pensione che viene rinvenuto con due colpi di pistola alla testa all’ippodromo di San Siro. La morte, i cui indizi emergono lentamente, indicano direzioni apparentemente contrastanti. Un passato fatto di viaggi in terre lontane e in parte legato ancora agli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando i nazisti, ritirandosi dall'Italia trafugarono, con molte altre opere d'arte, una preziosa biblioteca di libri dell'occulto, il mondo dell’ippica. Questa morte si lega a poco a poco con quella di un barbone trovato sfigurato vicino alla Stazione Centrale di Milano.

I primi indizi portano tutti in una direzione: i giorni confusi successivi all'8 settembre 1943, dell’armistizio di Cassibile, la Repubblica di Salò, la fine del regime, le stragi, le devastazioni e le razzie di opere d'arte compiute dai nazisti nella lenta ritirata verso nord.

In Perché Yellow non correrà Hans Tuzzi arricchisce la trama con una scrittura curata e in maniera avvincente con parentesi culturali molto interessanti e non perdendo mai di vista il ritmo narrativo. Non vengono trascurati dettagli “minori”, riportandoci alla mente anni che non vanno dimenticati perché hanno fatto la Storia. D’accordo con chi ha commentato il romanzo prima di me: Yellow non so che cosa c’entri.

Approfondimento

Protagonista di Perché Yellow non correrà è il Commissario Melis, nato nel 1944 e proveniente da una famiglia di funzionari dello Stato. Melis è affascinante, elegante, colto e con tratti che ricordano il Commissario Maigret. L’ambiente poliziesco è arricchito da figure di contorno che non sfociano nel banale: l’agente meridionale e sanguigno, il vice fedele ora promosso a nuovo incarico. Melis con pazienza, tenacia e determinazione e con un pizzico di fortuna riuscirà a svelare il mistero che si cela dietro quelle morti.

Il rapporto fra Melis e Fiorenza è nato e si è sviluppato nei precedenti romanzi di Tuzzi. Fiorella de Giorgi è la classica fidanzata di un poliziotto: sa quando egli si esce di casa e non sa quando rientra. Ma lei è lì, sempre, cosi comprensiva con il suo lavoro. Ottima cuoca e frequentatrice regolare di un libreria.

Non lo stava guardando come si guarda un eroe. Lo stava guardando come una donna che improvvisamente capisce che il suo uomo, ogni giorno, per lavoro, può rischiare di morire proprio come gli altri possono rischiare di arrivare in ritardo. Il che, forse, poi, era lo stesso che guardarlo come un eroe.

Per chi ha letto il Maestro della testa sfondata, avrà notato, che, sempre come sfondo Milano, i personaggi sono gli stessi: il commissario Melis e la redattrice Fiorenza De Giorgi, l’ispettore Iurilli e l’editore Frangipane, protagonisti di questa nuova storia. In Perché Yellow non correrà, quasi come un prosieguo, in un dialogo, si fa riferimento al primo incontro tra Melis e Fiorenza:

«Sai, in fondo è grazie ai libri antichi che ci siamo conosciuti, io e Melis». «Lo so bene: come lo chiama, lui, quel caso? Il Maestro della Testa sfondata? quattro giorni indimenticabili, per me, quelli. Be’»

A me viene in desiderio di leggere i libri precedenti per scoprire e ritrovare l’inizio di questi personaggi. E a voi?

VeryCam

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L’apparenza delle cose di Elisabeth Brundage

Dal 12 gennaio 2017 in libreria

Ancora pochi giorni d’attesa ci separano dall’arrivo in libreria de L’apparenza delle cose, l’avvincente thriller di Elisabeth Brundage edito da Bollati Boringhieri. In questo appassionante noir ricco di riferimenti artistici e filosofici, seguiamo la storia di due famiglie, l'intreccio delle loro vite, il ritratto complesso di un matrimonio, e uno studio delle ferite che segnano un'intera comunità. Con una scrittura semplice e suggestiva, Elizabeth Brundage con L’apparenza delle cose ci regala un thriller straordinario, un romanzo dai tocchi gotici potente e bellissimo, capace di incantare il lettore fino all'ultima pagina.

«Fantasmi, omicidi, un terrificante psicotico all'apparenza normale e una scrittura straordinaria. Mi è piaciuto moltissimo». - Stephen King

Un tardo pomeriggio d'inverno nello stato di New York, George Clare torna a casa e trova la moglie assassinata e la figlia di tre anni sola - da quante ore? - in camera sua. Da poco ha accettato un posto di insegnante di Storia dell'arte in un college locale, e si è trasferito con la famiglia in una fattoria che le voci di paese vogliono «stregata»: pochi anni prima, è stata al centro di un altro fatto di sangue, la morte di una coppia di agricoltori, che ha lasciato tre figli adolescenti. George diventa subito il sospettato numero uno, e mentre i suoi genitori tentano di salvarlo dalle accuse, e lo sceriffo cerca prove di colpevolezza, la cittadina opta per un intervento soprannaturale, che sembra confermato da strane apparizioni di oggetti, gelide folate di vento. I tre ragazzi orfani si ritrovano presto invischiati nel mistero, visto che l'omicidio è avvenuto in quella che era la loro vecchia casa d'infanzia.

Elizabeth Brundage, laureata all'Hampshire College, ha frequentato la NYU Film School, l'American Film Institute di Los Angeles e il Laboratorio di scrittura dell’University of Iowa. Ha insegnato alla University of Hartford e al Rochester Institute of Technology. È autrice di The Doctor’s Wife (2005) e A Stranger Like You (2011). Abita ad Albany, New York.

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