Categoria: boris biancheri

Recensione di Il quinto esilio di Boris Biancheri

"Questo giovane è un mio amico" disse il signor Foligno. " E' una persona di riguardo, uno straniero che si trova temporaneamente nel nostro paese. E' disposto a vendere un gioiello insolito, un gioiello di famiglia, se gli viene offerto un prezzo ragionevole".

Nello scorrere dei decenni, lo scenario storico de Il quinto esilio si evolve, i paesaggi mutano d'aspetto e di colore, le generazioni si succedono le une alle altre, ma la dinastia dei Grabhau continua a portarsi dietro l'ombra dell'esilio, quasi come fosse una maledizione, una condanna, o forse, paradossalmente, un'esortazione a non fermarsi, a cercare sempre nuovi orizzonti.

Dal capostipite Konrad, che riuscirà ad ottenere il titolo onorifico e il conseguente privilegio e diritto a firmarsi Von Grabhau, il destino si trasmetterà anno dopo anno ad ogni discendente, fino all'ultimo, Eduard, personaggio avvolto da un romanticismo malinconico e rassegnato, destinato a perdere inevitabilmente ogni affetto incontrato nella vita, e a migrare ininterrottamente per il mondo, dalla Russia, a Roma, agli Stati Uniti.

Iniziata con l'avvento dello Zar, che ottenuta la vittoria sulla Svezia costringe Andreas Von Grabhau ad abbandonare la residenza di famiglia, la catena dell'esilio, sullo sfondo nebbioso, surreale e solitario dei paesaggi baltici, arriverà fino alle mani del giovane Eduard, dapprima attraverso campi e percorsi di battaglia sovietici dominati dalla confusione e dall'incertezza, poi in una Roma incolore, monotona e fin troppo tranquilla, e infine in America, dove Eduard si rifugia dopo la morte della moglie.

Ed è in America dove, molti anni più tardi, l'ultimo esilio, questa volta volontario, sarà subito, o forse è meglio dire compiuto, dalla figlia di Eduard, incarcerata per la sua sovversione politica, quando sceglierà consapevolmente, di fronte ad un padre divenuto ormai assente e distaccato dalla realtà, di rimanere rinchiusa in cella, rinunciando all'alternativa di essere libera, ma negare al contempo le proprie idee, il proprio passato, e quindi sè stessa.

Una narrazione armoniosa, ricca di dettagli storici, spesso nostalgica, a volte quasi struggente. Presentato nel maggio 2006 al Salone del Libro di Torino con un magnifico dialogo tra l'autore, Boris Biancheri, italiano dalle origini sovietiche, e un altro scrittore d'eccezione come Alain Elkann, è uno di quei pochi romanzi, in questo periodo di parole in offerta speciale, difficile da evitare e impossibile a dimenticarsi. Da non perdere.

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