Categoria: Ci siamo mandati via

Ci siamo mandati via

“Devo tenerla pronta per la partenza!”, diceva, e lo ripeteva spesso, riferendosi alla sua moto Honda del 1986, parcheggiata in garage. Era una moto perfetta, l’aveva sempre tenuta al meglio, ma continuava a parlare di una partenza imminente. Il discorso della partenza era una cosa che ripeteva da sempre, ma ultimamente si era fatta una frase insistente. Così in molti iniziarono a pensare fosse quella la volta buona per vederlo partire veramente, e con la bella stagione alle porte, più di qualcuno attendeva di vederlo decollare sul bolide a due ruote.

Ci furono giorni di luce e sole pieno, e tutto sarebbe stato perfetto, ma niente. Poi vennero giorni dal clima mite, con un vento tanto sottile da poter essere un foglio per la vecchia macchina da scrivere Olivetti verde, ma nemmeno in quei giorni lo fece.

Giunsero i giorni di festa di fine estate, e lui era sempre chiuso nel box, seduto accanto alla ruota posteriore della vecchia Honda. La catena era lucida, perfetta, ingrassata con il pennello e ingrassata a pennello. L’olio era fresco, i trasparenti delle luci erano limpidi, e la batteria carica. La carburazione era la perfezione fatta combustione. Ma anche i giorni di festa passarono, e si approssimò l’autunno.

“Devo affilare bene le lame!”, diceva, e lo ripeteva mentre veniva fuori dal box, sporco come un panno è sporco dopo aver lucidato a fondo una moto ormai pronta per una vetrina, o per una corsa intorno al mondo. Per quanto pulita e perfetta ormai era quella moto, avrebbe potuto salire fin sulla Luna e rimpiazzare la bandiera di Neil.

Con la prima pioggia, tutti capirono che non sarebbe partito, che sarebbe rimasto ancora lì, e alla fine iniziarono a preoccuparsi per le sue dita: passava ore e ore ad affilare le sue lame. Coltelli con acciaio al carbonio, coltelli a lama fissa lucidi tanto da poter incendiare una nave riflettendo la luce della Luna... Coltelli e spade, compresa la sua katana preferita. Passava ore a far scorrere le lame sulle pietre di diversa grana, e poi a lucidarle con le pietre dure, fino al passaggio sulla coramella, con la pasta nera. Di tanto in tanto qualcuno gli chiedeva di mostrargli il filo del suo coltello, e lui anziché mostrargli il filo, chiedeva una banconota, e con uno scatto del coltello la tagliava nettamente e perfettamente in due parti. Il taglio era pressoché un’incisione di bisturi su un paziente dalla pelle liscia.

Dopo una decina di banconote tagliate, si sparse la voce che le sue doti di affilatore erano perfette, e smisero di chiedergli dimostrazioni, così ci fu un tipo che gli chiese notizie sulla sua partenza.

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“Devo pulire le pistole!”, lui rispose prontamente, e qualcuno lo guardò stralunato: pareva dovesse partire per la guerra.

Lui però, noncurante, prese a smontare le sue pistole. Erano delle Beretta: una modello 70 ed una 92 FS. Le smontava velocemente, e iniziava a pulirne le canne con gli scovoli, poi le oliava con delle diavolerie strane, ma dall’ottimo odore. Poi le rimontava, le puntava, le caricava, provava il cane, provava l’hold, e poi via, smontava. Erano scorrevoli e veloci.

Un giorno un tipo al bar, un tipo a cui aveva tagliato in due un biglietto da 20 euro, gli chiese se le sapesse usare, e lui gli disse che poteva dargli uno strappo al poligono e togliersi la curiosità, a patto che gli avesse pagato le cartucce. Il tipo acconsentì: era convinto avrebbe recuperato i soldi con delle risate.

Quando furono al poligono, il direttore di tiro gli consegnò due pacchi di cartucce: le 7,65 e le 9 x 19. Con noncuranza, lo vide indossare gli occhiali da tiro e le cuffie, poi sfilò il caricatore della modello 70 e infilò velocemente in proiettili, verificò l’arma, poi la carico, tirò indietro il cane, e traguardo il bersaglio a 15 metri. Il direttore di tirò invitò i presenti a mettere la cuffia, e mentre il tipo che l’aveva accompagnato al poligono si infilava la cuffia, partì il primo colpo, e poi il secondo, poi il terzo, e via.

Quando i caricatori finirono, sul monitor si vedevano i 25 colpi andati a segno con gran precisione nella rosa nera del bersaglio. Il tipo del bar non rideva, e lui intanto rimetteva a posto la modello 70 e caricava la 92... il calibro 9 fu ancora più spietato. Quando finì di proiettare metallo verso il bersaglio, raccolse le armi, si voltò verso il suo accompagnatore e disse qualcosa di inatteso.

“Devo allenarmi un po’... torno a piedi.”, e andò via. Da quel giorno, era diventato normale vederlo scendere di casa presto, in tuta nera e scarpe da corsa turchesi, e correre per una decina di chilometri. Poi andava in palestra, a far pesi, e verso le 5 di pomeriggio di quell’inverno ormai inoltrato, indossava anfibi e cappotto di pelle, guanti con le dita tagliate e un cappello di lana, e passeggiava placido fino all’altro capo della città.

Al rientro, recava con sé un sacchetto di iuta con dentro delle verdure e della frutta, e ogni tanto faceva capolino una bottiglia di vino. Prima di rincasare, sostava spesso al bar, dove consumava un caffè lungo, bollente, e senza zucchero.

Nessuno ormai gli diceva nulla... a volte qualcuno gli dava un coltello da affilare, e in un paio di occasioni aiutò degli avventori a scegliere una moto da acquistare. Un tipo una volta gli chiese di rimettergli in funzione una vecchia Colt 38 Detective Special con canna corta.

Fu in una sera di fine inverno, in cui nel suo sacchetto di iuta c’era una bottiglia di Aglianico, che avvenne la cosa più strana. Quella sera, qualcuno nel bar era felice, perché un misterioso signore aveva vinto 349mila euro con una lotteria moderna. A lui le lotterie non piacevano, perché non credeva nella fortuna. Una signora sui 50 entrò nel bar chiedendo un amaro. Era una bella donna, e appena fu dentro, i loro sguardi si incrociarono. Lei aveva un seno grande, un’eleganza che litigava con quel seno un po’ davvero troppo grande, i capelli onestamente argentati, e delle scarpe lucide e con i tacchi sottili. Non era una donna della zona, e si notava da troppi particolari. Lui però smise di notare i particolari, consumò il suo caffè e andò via dal bar, fermandosi avanti al suo portone per il tempo necessario a guardare la Luna, che stranamente faceva capolino tra i mezzi grattacieli della sua città.

Aprì il portone, entrò e lo richiuse, ed appena mise piede sugli scalini, sentì delle unghie ben curate ticchettare sui vetri. Si voltò: era la donna di poco prima, e lui capì che il momento era giunto.

Tornò indietro, aprì il portone, la guardò.

“Sono qui per lo scambio. Immagino tu sia Josh.”

“Si. Tu sei Lola.”

“Bene. Ci siamo presentati. Dici che è un problema se andiamo subito in camera?”

“No, anzi. Ne ho voglia. Seguimi.”, e lui si incamminò al primo piano. Lei lo seguiva, con le gambe velate da calze nere e una gonna che rivelava forme ancora davvero belle per una donna oltre gli anta.

Entrarono in casa, lui accese la luce e si avviò verso la cucina.

“Ti va un bicchiere, prima?”

“Dipende.”, disse lei curiosando per la casa. Lui stappò la bottiglia, versò due bicchieri e quando la raggiunse, lei era in camera da letto, seduta, ma senza scarpe.

“Aglianico, della Val d’Agri. Del 2011.”, e lei sorrise: erano entrambi amanti del buon vino, e lo sapevano, pur non essendosi mai visti prima. Bevvero.

“Allora, sei pronto?”, chiese Lola.

“Si, sono pronto da tempo ormai.”

“Non credevo di arrivare così presto. Fa ancora freddo, ed è anche tardi ora... perché non aspetti un po’?”, disse lei.

“Ho aspettato molto. Oggi fa freddo, e magari domani pioverà... ma ci saranno molti giorni di Sole e tanti giorni di neve: che differenza fa? Dimmi solo dove sono diretto.”, e Lola scese dal letto, senza rimettersi le scarpe. Posò il bicchiere e prese la sua borsetta, e ne estrasse un libretto.

“Questo è tuo.”

Lui prese il libretto: era il suo segreto, era il suo sogno, era la sua follia. Guardò la destinazione, e si rese conto che avrebbe dovuto fare molta strada. Lola sorrise, e gli parlò.

“Ma tu perché sei entrato nello scambio? Sapevi a cosa andavi incontro? Sei giovane... era ovvio ti avrebbero dato una destinazione lontana.”

“Sai, l’ho deciso alcuni anni fa. Volevo andare via, ma volevo andare in un luogo dove sarebbe servito ancora l’onore, dove sarebbe stato ancora possibile avere figli a cui insegnare ad affilare coltelli e far ascoltare Shakespeare anziché la TV. Volevo lasciare tutto quello che possiedo in mano a chi avrebbe saputo amministrarlo... ho preparato i coltelli, le spade, la moto, le armi... ho corso, fatto pesi, abituato il mio corpo a mangiare solo il necessario.”

“E non ti aspettavi che ti avrebbero mandato così lontano?”

“Mi sono mandato via da tempo. Qui non amo stare: qui la gente non ha voglia di vivere, non ha voglia di esserci. Qui puoi restare chiuso in casa per tutta la vita, e se pur ti sparassi in bocca, nessuno se ne accorgerebbe: a chi vuoi interessi uno sparo di pistola quando c’è la TV da guardare?”

“Io sono qui perché da questa casa non voglio più uscire. Ho aspettato anni per trovare una destinazione così.” “Tu perché sei entrata nello scambio?”

“Io voglio fuggire dalla vita. Ho voglia di nascondermi qui per i prossimi mille anni.”

“Strano... io voglio iniziare a vivere al di là di ogni apparenza.”

“La tua destinazione è una zona di guerra... non hai paura?”

“Mi fa paura la strada sotto casa, dove chi ti sorride è la stessa persona che poi ti accoltella. Mi fa paura il caffè del bar, dove non c’è veleno, ma c’è forse lo sputo del barista. In guerra, nessuno finge di spararti, perché forse mentre lui finge, tu lanci del piombo vero. In guerra non si parla, e quelle poche volte che si parla, si dice la verità. Io ho bisogno di verità.”, e mentre parlava, indossava un giubbotto da moto.

“Immagino che quello sia il tuo bagaglio.”, disse Lola indicando uno zaino militare, con i legacci già stretti.

“Si.”, disse lui, prendendolo.

“Vai via subito, allora?”

“Sono già andato via anni fa, quando ho accettato di entrare in questo gioco strano. La moto è pronta, le lame sono affilate, le pistole pulite... la strada è parecchia.”, e dicendo questo, si avvicinò a lei, porgendole una chiave.

“La cassaforte è dietro la testata del letto. Dentro ci sono tutti i tuoi documenti ed i dati dove mi invierai il mio denaro. Per il resto, goditi la casa: per quanto mi riguarda, ora è tua.”, e lei prese la chiave, e lo guardò.

“Io, venendo qui, ho guadagnato l’esilio che cercavo, la stabilità che non avevo, e la pace che mi accompagnerà da ora in poi... ma tu, che vai verso la guerra, cosa hai guadagnato?”

“Io sto solo tornando a casa, Lola. Sono stanco da tempo di non conoscere il nome del mio nemico, e quando ho capito che il mio nemico ero io, era la mia paura di essere me stesso, ho fatto l’unica cosa che potessi fare. Per quanto possa apparire assurdo, cacciando me stesso da qui, mi sto dirigendo verso casa.”, e dicendo così, lui andò via.

Chiuse la porta, scese in strada: il bar era chiuso, e per le strade non c’era nessuno che lui conoscesse. Giunse al garage, tirò fuori la sua Honda e la mise in moto. Mentre si riscaldava, tirò le varie zip del giubbotto, allacciò il casco ed indossò i guanti. Pochi minuti dopo era fuori dalla sua città, nella notte di una primavera che ancora si chiamava inverno.

Nessuno l’aveva visto partire... l’avevano visto preparare quella moto bianca e blu, affilare quei coltelli con lame teflonate, pulire le pistole e poi correre lungo la spiaggia. L’avevano visto prepararsi al viaggio che avrebbero voluto fare tutti loro, ma che nessuno di loro aveva mai avuto il coraggio di fare...

L’avevano visto così tante volte che forse, se l’avessero poi visto partire per davvero, non ci avrebbero creduto. In fin dei conti, lui non stava partendo: stava tornando nella casa che non conosceva.

Francesco Giannini

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