Categoria: ciesse edizioni

Recensione di La Spelonca delle Stalattiti di Jacopo Martinello

In La Spelonca delle Stalattiti Andrea Perin di Belisario, apprendista scaldo, impugna con determinazione la mappa di quella terra a lui sconosciuta. Il suo sguardo indugia prima sulla Radura dei Comodini, poi sul Col di Resina, nell’arduo tentativo di identificare la propria posizione.

Bratislanda è un inusuale parco divertimenti, costruito ad hoc per ragazzi grassottelli, alla parvenza anemici, disposti a sborsare qualsivoglia somma pur di sostituire carte, dadi, joystick e tastiere con un’esperienza reale.

Perin varca i cancelli di questo mondo con uno scopo ben preciso. Non è un giocatore qualunque, bensì un investigatore in incognito incaricato di far luce sul peggiore dei reati: omicidio. L’Umanite Alastor, Architrave di Buratta, è stato ritrovato esanime nella propria abitazione e nulla sembra facilmente suggerire l’identità del colpevole.

Tra prove da superare e imprevisti da gestire, Perin raggiunge Buratta – cittadina famosa per le sue case a vela – dove intraprende immediatamente le indagini. Con la complicità dell’improbabile Grattacroma – intenditore di sorba più che di scene del crimine – il giovane investigatore interagisce con i possibili sospettati e, al contempo, impara a conoscere le bizzarre logiche di quel mondo surreale.

Orientandosi tra copie candela, pani da guardia e calcinatori registra minestra, Andrea Perin di Belisario riuscirà a risolvere un caso senza precedenti e a far uscire dall’ombra il nome del colpevole.

La Spelonca delle Stalattiti: un fantasy-giallo messo in scena sul teatro dell’ironia. Un racconto scanzonato e sagace che pecca terribilmente di originalità.

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Approfondimento

In punta dei piedi, quasi a non voler disturbare, La Spelonca delle Stalattiti cerca il suo posto tra gli scaffali della libreria. Il racconto è un po’ incerto: deve inserirsi tra i gialli? O, forse, chiedere un angolino ai fantasy? Del resto, anche i comici sembrano piuttosto amichevoli.

Ebbene, non è semplice etichettare il romanzo di Jacopo Martinello, giovane autore che con il suo esordio ha osato sfidare le rigorose classificazioni da bibliotecario.

L’azione rischiosa di imboccare un genere poco calcato dalle stilografiche ha tuttavia portato ad un risultato interessante. La Spelonca delle Stalattiti prende forma in uno scenario fantasy, dove i riflettori vengono puntati su un intricato caso di omicidio, che sembra non poter essere risolto senza una buona dose d’ironia. L’autore ha saputo creare un mondo, Bratislanda, e dar vita ad una collezione di personaggi il cui denominatore comune è, senza ombra di dubbio, l’originalità. Si pensi ad esempio al feroce pane da guardia per proteggere la propria abitazione o al calcinatore registra minestra, che permette di condensare i ricordi in pratici dadi da cucina.

Alcuni scalini traballanti che possono far inciampare il lettore, sono la componente sentimentale eccessivamente trascurata tra i personaggi, nonché la compresenza di troppi sospettati sino alla scena finale.

La Spelonca delle Stalattiti è un romanzo che canta fuori dal coro ma che è meno di nicchia di quanto si possa immaginare. I veterani del fantasy non potranno che amare Bratislanda sin dal primo momento e la sagace ironia e il giallo ben architettato sapranno tenere con il fiato sospeso anche il pubblico più diffidente.

Lettori, afferrate la mappa, seguite Perin nel cuore di Buratta e sfidatelo nella risoluzione del caso. Magari non riuscirete a scovare per primi la soluzione, ma di sicuro vi farete delle grosse risate.

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Recensione di Il ponte delle Vivene di Davide Dotto

5oo anni in quasi 15o pagine. In Il ponte delle Vivene l'inizio non si perde nella fine, gli eventi si specchiano, le generazioni si confrontano con un mistero che le mantiene legate le une alle altre. Un mistero oscuro, a volte terribile e altre volte inevitabile a cui piegarsi con rassegnazione. C'è la cittadina di Valchiusa, le montagne imponenti, le sue valli, un'osteria, i contadini che tirano vanti, il fiume dove le donne lavano i panni. Tutto sovrastato da un castello molto antico. Lì inizia la storia della Vivena e delle Vivene.

Nessuno, persino il padrone della rocca può oltrepassare il ponte e conoscere ciò che vi è dall'altra parte del maniero. La Vivena protegge ciò che definisce il suo territorio, il ponte è il confine fisico e non solo tra i contadini sempliciotti e un mondo misterioso di cui per timore poco si narra. Non ci sono molte cose capaci di spezzare la monotonia in piccoli paesotti come questo, tranne la guerra, anzi le guerre. E la Vivena. Anzi, le Vivene. Sì, perché ogni tanto qualche giovane ragazza ha l'ardire di avventurarsi fino al castello, per curiosità o forse perché sente un richiamo e lì vi resta per decenni. La Vivena si appropria della sua energia vitale, prolunga la sua esistenza attraverso lei.

La nuova Vivena indossa il mantello che le conferisce poteri sovrannaturali, non illimitati, ma molto particolari. Ad esempio la capacità di comunicare con la natura integrandosi con essa, prevedere il futuro, compiere spostamenti al di fuori delle normali capacità umane. Il ponte delle Vivene narra di Gisella, Marlena, Zoe ragazze come altre, con dei sogni, sradicate dalle proprie famiglie, ragazze scomparse per servire la Vivena, per impersonarla a suo piacimento. Si intrecciano, nella vita di queste donne, l'amore, il desiderio di famiglia, la cattiveria, l'odio ingiustificato, l'emarginazione, la consapevolezza del fardello traghettato sulle spalle de tempo, la nostalgia, il rimpianto. Il rimpianto di non aver vissuto la propria vita, di non avere più tempo per farlo.

Una foto pubblicata da Leggere a Colori (@leggereacolori) in data:

Quando la Vivena non ha più bisogno di te ti lascia andare. Torni a casa, ma non hai più una casa, e se ce l'hai non senti più di averla. Forse qualcuno della tua famiglia è ancora vivo, forse qualcuno in paese ti riconosce ma la vita è andata. Il futuro non esiste più. È troppo tardi. Anche una casa, una famiglia, un paese intero non servirebbero più.

E poi c'è la ribellione di Zoe, l'ultima Vivena, lo scoramento di un paese abituato alla scomparsa di alcune ragazze ma non allo scoramento causato dalla guerra che ha portato via figli, fidanzati e mariti a chiunque. Una razzia programmata. Ci son tante anime da traghettare dall'altra parte del ponte, un pezzo grande di storia locale che si sbriciola insieme alle speranze di persone semplici. Davide Dotto racconta una storia rurale che ha caratteristiche fantastiche tipiche del fantasy e altre squisitamente storiche.

Questo costrutto è singolare, tenendo conto che scrive in terza persona usando un narratore onnisciente, elemento tipico del romanzo del '900. E non vi sono adattamenti ai tecnicismi moderni perciò quando parla del mistero, della quasi magia, del sovrannaturale, non solo non lo scandaglia affinché non diventi elemento preponderante ma nemmeno lo racconta con il sensazionalismo, che a dire il vero ha molto stancato, del genere fantasy moderno. Ecco dunque, oltre a ricordare l'elemento storico del fascismo e delle lotte partigiane che Dotto racconta da un punto di vista più esterno, parlo di fantasy per aiutare il lettore a comprendere la componente sovrannaturale in prima linea de' Il ponte delle Vivene ricordando però che si discosta molto dai libri fantasy moderni.

Prevale certamente la narrazione che da un punto di vista tecnico è impeccabile anche se a mio giudizio a volte cede. Quando il racconto contiene metafore, dialoghi e riflessioni acquisisce spessore. La ripetizione di fatti o la loro descrizione quando non è arricchita da elementi nuovi stanca. Un pregio di questo libro è certamente la struttura dei periodi molto breve, un vantaggio utile sia a mantenere il ritmo costante che a sopperire quella mancanza di creatività, di dinamismo che ci si aspetta da un libro così breve. Preziosa la descrizione della parte umana, profonda, dei sentimenti di genitori, di figli, di uomini destinati al fronte, di contadini che non sanno cos'è la speranza. Dotto è bravo a scandagliare l'animo, giusto il tanto per accendere nel lettore quella cosa che si chiama "empatia".

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