Categoria: consigli per scrittori

Il Personaggio – Corso di scrittura creativa

Eccoci a una nuova puntata del nostro corso di scrittura creativa. Un personaggio è una persona in una storia. Ciò detto, per creare un personaggio credibile, basterebbe ispirarsi alla realtà, alle persone che si conoscono e passare a descriverle con un dettaglio sufficiente a farle diventare personaggi di una storia.Osservare il personaggio di un romanzo non ci aiuta a comprendere il meccanismo e l’arte usata dall’autore per metterlo assieme e calarlo nella storia. Dal risultato è difficilissimo se non impossibile risalire agli ingredienti, non meno che indovinare la ricetta di un dolce mangiandone una fetta. Si tratta di un’alchimia di fattori in cui il risultato finale è ben più che la mera somma delle sue parti. Lo scopo di questo articolo è quello di dare una serie di utili consigli e “dritte” per creare personaggi credibili ed efficaci, non già quello di esaurire l’argomento in quanto ciò richiederebbe diversi trattati solo per parlare della vastissima bibliografia esistente. Partiamo da dove ci eravamo fermati con l’ultimo articolo e cioè la trama.

É inevitabile che fra personaggio e trama si venga a creare un legame attraverso l’azione, una dinamica che lega ciascun personaggio a tutti gli altri personaggi della storia, ma anche agli elementi animati ed inanimati che partecipano alla vicenda. In questa dinamica vanno garantiti uno schema di comportamento coerente ed una buona dose di complessità. I personaggi principali normalmente scaturiscono dalla trama, in particolare il personaggio focale, quello attraverso i cui occhi il lettore “vede” la nostra storia, non può che essere intimamente legato alla trama in una serie di relazioni cicliche. Vi sono trame che partono da un’idea di personaggio e, viceversa, personaggi che discendono in maniera naturale e quasi immediata da trame ben definite. Come si può affrontare in modo elementare la creazione di un personaggio? Il consiglio è sempre quello di cominciare dalle cose semplici, e cioè da un singolo tratto distintivo. Siccome non stiamo parlando di persone reali, che cioè hanno una complessità tale da risultare sovente imperscrutabili, bensì di schematizzazioni, il primo passo è quello di immaginare un singolo aggettivo per ciascun personaggio, una qualità che caratterizzi in maniera distintiva e semplicemente riconoscibile, anche da un bambino. Ci sarà quindi l’eroe, l’avaro, il ladro, il fortunato, lo scienziato pazzo e così via. Attorno a queste qualità si agganciano altri tratti distintivi, cominciando sempre dall’esteriorità, cioè da particolari che possono essere colti attraverso l’osservazione: il modo di vestire, di portare i capelli, di camminare, di parlare, eccetera. Queste qualità infatti discenderanno direttamente dalla trama e dalla relativa ambientazione: se parliamo di un’ambientazione in costume con trama realistica ci aspetteremo di dover creare un certo tipo di personaggi, se si tratta di una commedia ne avremo invece altri (grotteschi, surreali...).

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Ciascuna delle caratteristiche esteriori così individuate, può essere posta in relazione con un’altra caratteristica nascosta che fa parte dell’interiorità del personaggio. Queste relazioni sono spesso stereotipate: ad esempio, un uomo dai lineamenti grezzi e malvestito può essere un ex galeotto, un criminale. Pertanto bisogna porre molta attenzione alla definizione di questi legami perché è a questi che il lettore si aggrappa per farsi un’idea di ciascun personaggio. Il lettore è il giudice supremo e pertanto va posto sempre al centro dello sforzo creativo. Quando infatti da lettori ci troviamo di fronte a un personaggio, siamo indotti a fare le stesse osservazioni che riserviamo a persone reali, con le quali cioè abbiamo a che fare nella nostra quotidianità. È inevitabile cioè confrontare le azioni fittizie compiute dai personaggi della storia, con quelle che potremmo vedere compiute da persone vere. I comportamenti esteriori dei personaggi narrativi, in altri termini, devono essere riconoscibili. Ma attenzione: riconoscibili non significa prevedibili! La prevedibilità infatti è sinonimo di noia. Quindi nella descrizione del personaggio va delineata con assoluta precisione il lato in luce (l’esteriorità, le qualità visive, percettive, comportamentali che lo rendono riconoscibile) con il lato in ombra (l’interiorità, ciò che non può essere percepito con uno sguardo esterno, la parte nascosta). Spesso il contrasto fra luce e ombra è all’origine di personaggi memorabili poiché da tale contrasto nasce l’elemento di conflitto interiore che porta il personaggio a trasformarsi, sempre in maniera coerente con la propria natura. Si pensi ad esempio all’Innominato di Manzoni o a Jean Valjean di Victor Hugo. Cosa sarebbero i relativi romanzi senza il profondo conflitto interiore di questi personaggi? Senza le loro coscienze e le loro conversioni? Questi sono esempi della strettissima relazione esistente fra il conflitto interiore di un personaggio, la trama e le relazioni che tale personaggio intrattiene con gli altri personaggi della vicenda. Una volta che, per sommi capi, si sono individuate le caratteristiche di ciascun personaggio principale, è possibile, per ciascuno di essi, cominciare a costruire una scheda di dettaglio, seguendo pressappoco lo schema seguente:

Nome: Cognome: Data e luogo di nascita: Posti in cui vive ed ha vissuto: Educazione e studi: Gusti (alimentari, sessuali ecc): Traumi subiti: Lingue conosciute: Aspetto fisico: Abitudini: Portamento: Linguaggio: In cosa crede? Che cosa desidera? Che cosa ottiene alla fine della storia? Qual è la sua epifania? In che modo cioè le vicende che accadono lo trasformano?

Questa scheda riveste un’importanza fondamentale durante la stesura della storia. In modo particolare, le domande finali: ciascun personaggio infatti deve agire per soddisfare queste domande e deve farlo in maniera coerente con ciò che è, con le sue abitudini, con la sua forma mentis. Altrimenti si ottengono personaggi caricaturali, le cui azioni non sono ragionevoli o appaiono scontate e funzionali alla storia! È quest’ultima invece che viene determinata dalle pulsioni emotive dei personaggi, non il viceversa! È il battito del desiderio di ciascun personaggio a determinarne la complessità ed è quest’ultima qualità che definisce le azioni e le relazioni con gli altri personaggi e con le vicende. Quanti più particolari riusciamo ad inserire in questa scheda, tanto più risulterà definito il personaggio ed avremo precisi vincoli al suo comportamento. La domanda finale, e cioè l’epifania del personaggio, ha un’importanza fondamentale in quanto è la risposta a questa domanda che ci fa determinare il punto di vista sulla storia, il personaggio focale del nostro libro o addirittura l’io narrante in certi casi. I personaggi completi, quei personaggi cioè che non si trasformano nell’arco di una storia ma sono già sviluppati, sebbene possano essere protagonisti, di rado sono i narratori. Si pensi ad esempio al capitano Achab in Moby Dick. Quando il libro comincia Achab è già un personaggio completo: la sua vicenda tragica, sebbene non sia ancora giunta a compimento, è già segnata. Per questo motivo Melville racconta la storia attraverso gli occhi del giovane Ismaele, perché è lui che apprenderà la lezione e raggiungerà la sua epifania nel finale, completamente trasformato. Allo stesso modo nella Rima del Vecchio Marinaio di Samuel Taylor Coleridge, il Vecchio narra la storia alla fine della sua trasformazione, quando è stato inevitabilmente segnato dalle vicende che ha vissuto e, anzi, è quella trasformazione che costituisce la sua missione e sta alla base della vicenda stessa: egli deve raccontare affinché gli uomini capiscano dal suo esempio che devono amare tutte le creature di Dio.

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In questa fase di creazione del personaggio è pertanto importante avere ben chiare le caratteristiche più nascoste di ciascun personaggio per evitare di ritrovarsi in un vicolo cieco all’atto della stesura. Infatti, il passo successivo consiste nel riscrivere la trama della nostra storia vista da ciascun personaggio. In sostanza, per ogni personaggio principale, si scriverà un paragrafo in cui il personaggio stesso racconta in soggettiva le vicende da lui vissute, ponendo particolare attenzione al suo lato emotivo, a come cioè ciò che gli accade attorno modifica il suo stato interiore e così facendo determina le sue reazioni e le sue azioni esteriori. In questo modo è possibile stabilire delle relazioni di causa-effetto ed evitare situazioni grossolane in cui nella nostra trama qualcosa accade senza un motivo oppure perché “deve accadere”: il lettore desidera ardentemente comprendere la motivazione di tutto ciò che accade e, per i personaggi così come per le persone reali, questa risiede nelle emozioni, nei sentimenti. È molto probabile che riscrivendo la trama nell’ottica di ciascun personaggio, saltino ai nostri occhi delle incongruenze alle quali non avevamo fatto caso in fase di ideazione della trama. Quest’opera di raffinamento della trama sta alla base di ogni romanzo ben congegnato e l’autore non deve mai sottovalutare l’importanza di eseguirla in modo scrupoloso. Spesso i nostri personaggi diventeranno talmente veri da smascherare trame artificiose e cominceranno a prendere vita e a creare altre trame! Bisogna lasciarli agire e creare le loro storie, solo così avremo una struttura coerente: se il battito del desiderio dei personaggi si allontana molto dalla nostra trama iniziale, significa solo che quest’ultima era approssimativa e campata in aria. E allora bisogna apportare modifiche, anche rilevanti alla trama! Ecco perché è importante evitare che i personaggi siano prevedibili e funzionali alla trama: lo ripeteremo fino alla noia in questo ciclo di lezioni! Rifuggite dall’idea (invero assai comune fra i principianti) che la trama sia un qualcosa di intoccabile, ma non abbiate paura di modificarla continuamente fino ad ottenere la perfetta quadratura coi vostri personaggi ed i desideri che li fanno muovere.

images (2)Quanti personaggi bisogna inserire in una storia? Non c’è una regola valida per ogni caso, tuttavia esistono alcune considerazioni che possono aiutarci a scegliere. Proprio come nella vita reale, ciascun personaggio intrattiene relazioni con tutti gli altri personaggi, principali e secondari. Ciò significa che il numero di relazioni fra i personaggi si moltiplica al crescere del loro numero. La regola comunemente accettata, limitatamente ai personaggi principali, è che due sono pochi e quattro sono troppi. Nel senso che due soli personaggi originano trame banali, troppo povere, e, di converso, quattro o più personaggi si traducono spesso in trame ingestibili, corali o troppo ricche. Questa regola empirica, individua in tre il numero ideale di personaggi di una storia: è il classico triangolo delle storie sentimentali, ma non solo. Renzo, Lucia e Don Rodrigo, Don Chisciotte, Dulcinea e Sancio Panza, Achab, Starbuck e Moby Dick: l’elenco può continuare all’infinito. In un triangolo di personaggi, diciamoli A, B e C, esistono ben sei relazioni: A avrà relazioni con B e C, B avrà relazioni con A e C e C ne avrà con A e B. Ciascuna relazione è biunivoca: in altri termini, la relazione di A verso B ad esempio, cioè l’insieme di sentimenti, rapporti, la storia, le esperienze condivise eccetera, di A verso B possono essere significativamente diverse da quelle che B nutre verso A. Si pensi ad esempio all’esempio classico dell’amore non corrisposto. O a quello, esilarante e tragico, fra il Fantozzi e la Signorina Silvani. Si comprende, quindi, che queste sei relazioni intercorrenti fra i personaggi principali determinano di per sé una buona fetta dei comportamenti di questi ultimi e possono porre seri vincoli alla trama. Al triangolo dei personaggi principali, spesso si affiancano altri triangoli secondari, in cui ciascun personaggio principale intrattiene relazioni con i personaggi secondari. Questi triangoli secondari possono essere molteplici e, in genere, sono all’origine delle cosiddette “sottotrame”. Shakespeare utilizza in molte delle sue opere teatrali questo modello a triangoli di personaggi; la complessità delle trame shakespeariane infatti ci fa parlare di teatro moderno perché sono ancora molto attuali e, anzi, costituiscono spesso un paradigma che ci aiuta a comprendere meglio i tipi umani e la loro immutabilità nel tempo.

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Il Tema e la Trama – Corso di scrittura creativa

Benvenuti a un nuovo appuntamento con il nostro corso di scrittura creativa online completamente gratuito. Le modalità mediante cui si concepisce e si sviluppa una storia possono essere molteplici. La maggior parte delle persone che si cimentano nella scrittura lo fanno perché hanno un’idea. Questa è di per sé il fulcro della storia ma non tutte le idee possono dare origine a delle storie! O almeno, non basta dire: “ho un’idea” per avere anche una storia. Pensate alla classica notizia curiosa/incredibile che talvolta capita di ascoltare al telegiornale. Qualcosa del tipo: “un gruppo di adolescenti è stato sorpreso in una chiesa a rubare il calice dell’eucarestia; interrogati confessano: volevamo fare una messa nera”. Ascoltando questa notizia di cronaca potremmo pensare di avere una storia! Nulla di più sbagliato. Ciò che abbiamo, data un’idea, è soltanto una notizia. Una notizia possiede determinate caratteristiche: un luogo, un tempo, un’ambientazione, dei protagonisti, un’azione. Tuttavia mancano elementi fondamentali per poter trarre da questa una storia. Questi elementi stanno all’origine dell’affezione che, da lettori, abbiamo provato per un romanzo. Ma procediamo con ordine.

Il primo passo che ci consente di muoverci da un’idea per arrivare ad una storia, consiste nel trovare quello che gli anglosassoni (notoriamente schematici e metodici) chiamano “concept” e che, in italiano, si può tradurre con “contenuto”, parola che però non rende l’idea del reale significato del termine. Un concept è un’idea con un certo significato, dotata cioè di uno schema, di una chiave di lettura che comunica qualcosa che va oltre la sua forma esteriore. Il concept è il messaggio che vogliamo comunicare e che sta dietro l’idea. Tornando all’esempio dei ragazzi che tentano di rubare il calice, un possibile concept potrebbe essere il rito di passaggio, la crescita di questi adolescenti, o ancora: il tema del bene e del male, del bullismo fra ragazzi, e persino delle possessioni demoniache. Scegliere il concept della storia significa spesso scegliere anche il genere di ciò che stiamo per scrivere. A seconda del concept scelto, la nostra idea darà origine a una storia urbana di ragazzi difficili, a una commedia, ad un horror e così via. Dall’idea e dal concept si trae quello che chiameremo il tema. Di cosa parla realmente la nostra storia? Se è un rito di passaggio di ragazzi difficili, la stessa vicenda del furto in chiesa diventa uno strumento al servizio del concept. I protagonisti arriveranno all’idea di compiere quel furto poiché cercano una prova, un rito di passaggio appunto. Qual’è il tema di “Moby Dick, la balena” di Melville? Possiamo dire che è la caccia alle balene nell’800? O piuttosto dobbiamo dire che il vero tema di Moby Dick è la lotta dell’uomo contro le forze della natura? In un mondo in cui il posto occupato dall’uomo stesso nel creato, a causa dell’era industriale, aveva progressivamente perso quella centralità che le era stata data dalla religione? Fino a dove può spingersi la follia umana che volesse affermare questa centralità ormai perduta? Potrebbe arrivare all’autodistruzione? Ecco il vero tema di quel libro avventuroso! Melville parla di un tema così complesso usando l’idea della caccia alla mostruosa balena. Questa è la centralità del tema che deve essere unico e chiaro! Si badi bene a non mischiare più temi credendo di poter così fare un geniale pout-pourri poiché si otterrebbe solo un guazzabuglio senza senso. Tutte le grandi storie possiedono solo un tema principale! È possibile avere, in storie particolarmente complesse, dei temi secondari, legati a sottotrame; tuttavia, in questa fase, ci interessa il tema principale della storia e questo deve essere individuato con assoluta chiarezza e, soprattutto, deve essere unico. Partire da un’idea e giungere al tema della storia è un esercizio indispensabile per ogni scrittore creativo che non voglia ridursi ad essere un giornalista di notizie inventate e, per questo, senza mordente. Uno scrittore cioè che non avrà mai un pubblico. Tuttavia questo semplice passaggio è alieno a molti esordienti che commettono l’errore di pensare di poterne fare a meno.

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Una volta che abbiamo ben chiaro in mente il tema della nostra storia, dobbiamo muovere ancora qualche passo per giungere alla trama e questa puntata del nostro corso di scrittura creativa vi spiegherá come farlo. La trama (anche detta plot o intreccio) è l’andamento della storia, è la successione di momenti drammatici che tiene il lettore attaccato alla storia fino alla risoluzione finale. La trama è l’espediente usato dal narratore per generare e gestire la tensione nel lettore. Una trama può pertanto contenere disastri, flashback e tutti gli espedienti necessari a dosare la tensione nel lettore. Ogni calo eccessivo di tensione è infatti l’anticamera della perdita del lettore, qualcosa insomma che, da narratori, non ci possiamo assolutamente permettere. Costruire una trama efficace, che cioè tenga i lettori attaccati alla nostra storia, non è un processo semplice. Si potrebbe dire che chi possiede la chiave per realizzare trame siffatte ha in tasca il successo come narratore! Se tutti possedessero questo segreto, se fosse facile impossessarsi di quella chiave, allora vivremmo in un mondo di eccellenti scrittori! Guardarci intorno basterà a comprendere che non è affatto così! Non esiste una regola valida per tutti. Così come non esiste una serie di passi semplici per ottenere l’effetto desiderato. In parte è questione di talento innato, in parte (in buona parte nella opinione di chi scrive) è questione di pratica, esperienza e capacità acquisite con lo studio. Come abbiamo già detto in un precedente articolo, né questo né altri articoli simili a questo potranno mai donare il talento! Tuttavia qui possiamo esplorare una serie di strumenti che è possibile padroneggiare per arrivare al risultato desiderato. O almeno per avvicinarsi.

Il primo passo per avere una trama è quello di costruire una fabula. La fabula è una successione di eventi sistemati in ordine cronologico, senza preoccuparsi della tensione narrativa. La fabula non corrisponderà mai alla trama, tuttavia una buona fabula conterrà tutti gli elementi della trama finale ma in ordine cronologico. Ancora una volta un esempio chiarirà meglio di mille parole. Un esempio di fabula, calato sull’idea dei ragazzini in cerca di un rito di passaggio, potrebbe essere qualcosa di simile: “Cinque ragazzi annoiati decidono per sfida di rubare un calice per fare una messa nera. Ma durante il furto vengono scoperti e sono costretti a confessare tutto alla polizia.” Come si vede, messa così, non sembra un granché diversa dalla notizia che abbiamo ascoltato al telegiornale! Non traspare alcuna tensione e se scrivessimo una storia seguendo questa successione di eventi probabilmente non avremmo molte possibilità di successo. Dove sta la tensione narrativa? Come si crea? La fabula è tuttavia molto utile per operare una selezione degli eventi raccontati, sui quali operare in seguito. Ma serve uno sforzo ulteriore. Per arrivare alla trama, è necessario riformulare il tema e l’idea di storia in una coppia di proposizioni contenenti quelli che saranno i cinque elementi fondamentali della storia:

1) personaggio principale: questi è l’ “eroe” attraverso i cui occhi vogliamo che il lettore viva la storia. Di fatto questo personaggio è la bussola della storia in quanto attraverso le sue emozioni ed il suo cambiamento il lettore si orienterà in ogni accadimento. In genere, il personaggio principale è unico proprio per evitare di disorientare il lettore con più punti di vista e più direzioni ma non mancano in letteratura gli esempi di romanzi corali, con più protagonisti. Ma il personaggio principale può anche non essere una persona umana. Ad esempio, per molti critici, il personaggio principale di “Cent’anni di solitudine” del Premio Nobel Gabriel Garcia Marquez, è il villaggio di Macondo che fa da sfondo alle storie incrociate dei Buendia. E, in un certo senso, ciò è comprensibile poiché il romanzo in questione presenta una quantità enorme di personaggi dai destini incrociati e in continuo movimento attorno al centro di massa costituito proprio da Macondo che diventa come un organismo vivente: nasce all’inizio del libro, si sviluppa e diventa maturo. Questo è senza dubbio un caso particolare ma costituisce un valido esempio di come il personaggio principale debba possedere determinate qualità. 2) situazione: questo elemento è importantissimo poiché contiene il cosiddetto setup della storia. Cioè consiste in una descrizione di massima degli elementi basilari di ambientazione e descrive le condizioni che spingono il personaggio principale ad agire o che comunque lo spinge verso un cambiamento. 3) obiettivo: è l’obiettivo che il personaggio principale si propone. Può trattarsi di una meta, di un risultato da raggiungere o semplicemente di sopravvivere ed evolversi. Non è assolutamente importante che l’obiettivo venga o meno raggiunto: l’importante è che ci sia un obiettivo e che sia chiaro e ben definito. 4) antagonista: questo è l’elemento che si frappone fra il protagonista e contrasta il raggiungimento del suo obiettivo. Può essere un essere umano o un’entità di altro genere come una forza della natura o addirittura una paura, un sentimento del personaggio stesso. 5) disastro: ogni storia ha necessità di costruire un climax, una tensione crescente. Per ottenere ciò lo stratagemma più usato è quello di inserire un disastro che spaventi il più possibile il protagonista e che gli impedisca di risolvere la storia in suo favore. Non è importante se ci riesca o meno: non esistono solo i lieto fine. L’importante è che il disastro tenga alto il livello di tensione in prossimità del finale.

La coppia di proposizioni che dobbiamo formulare avrà la seguente struttura:

a) una proposizione affermativa che introduca il personaggio principale, la situazione che lo obbliga ad agire per raggiungere il suo obiettivo; b) una interrogativa diretta che introduca l’antagonista e il disastro. Questa interrogativa costituisce quella che viene comunemente detta la domanda drammaturgica principale. Questa è il cuore della storia e corrisponde al fattore che crea il climax di tensione ed è il motivo per il quale ci aspettiamo che il lettore resti appassionato a ciò che scriviamo.

download (1)Dove sono questi elementi all’interno della nostra idea? O della fabula? O del tema? Probabilmente nell’idea iniziale nessuno di questi elementi sarà evidente. Il problema è che senza tutti questi elementi non abbiamo una trama e, quindi, neppure una storia. Come è possibile isolare questi elementi nella nostra idea e dargli una forma? In un articolo di scrittura creativa credo di non sorprendere nessuno dicendo che è necessario inventare, ovvero procedere di fantasia. Seguendo l’esempio adottato all’inizio, quello dei ragazzi sorpresi in chiesa a rubare, è necessario innanzitutto immaginare un protagonista. Può essere chiunque: uno dei ragazzi, il prete, un poliziotto, o addirittura una persona estranea alla vicenda. La scelta del protagonista infulenzerà completamente il resto della storia. Ipotizziamo che il protagonista sia uno dei ragazzi, magari il più giovane ed indifeso, quello cioè che ha più potenzialità di cambiare. Avendo scelto un tema che riguarda l’iniziazione, il rito di passaggio, il cambiamento, questa sembra essere la scelta più ovvia ma è possibile procedere eseguendo una scelta qualunque. Provate a farlo per esercizio. Noi qui supporremo che il protagonista si chiami Millis e sia il ragazzino più piccolo del gruppo. Ci serve adesso una situazione. Probabilmente immagineremo che questi ragazzi si muovano nella periferia urbana di una grande città dei giorni nostri. Una grande città in cui i ragazzi hanno poco o nulla da fare e vengono lasciati a se stessi. Il nostro protagonista avrà un ruolo marginale nel gruppo dei suoi amici e vorrebbe essere considerato di più, alla pari con gli altri. Questo fa maturare in lui una voglia di riscatto che lo rende pronto a mettersi alla prova. Quando ha l’occasione di poter rubare un oggetto sacro e dare l’opportunità ai suoi amici di fare la bravata di un rito satanico, ad esempio. Passiamo all’obiettivo. Quale può essere l’obiettivo di un ragazzino che cresce in un gruppo di altri ragazzi più grandi di lui? Dei quali magari subisce le angherie? Un obiettivo plausibile può essere quello di essere accettato dagli altri come un loro pari. Di apparire coraggioso. O magari all’interno del gruppo c’è una ragazzina che lo ignora e sulla quale desidera fare colpo. Non ci interessa qui scendere troppo nel dettaglio della creazione del personaggio, in quanto dedicheremo a questo un articolo futuro. Tuttavia qui ci preme soltanto di isolare l’obiettivo del protagonista che deve essere uno e chiaro. Supponiamo che sia: essere accettato nel suo gruppo. Veniamo all’antagonista. Questi può essere una persona: un fratello maggiore, il bullo che sta a capo della banda ma anche una paura o un difetto come la balbuzie che impedisce di esprimersi e rende ridicoli e non accettati. Supponiamo che l’antagonista sia un bullo, chiamato Josh, che non perde occasione per umiliare il protagonista davanti a tutti. Infine il disastro: il nostro protagonista si mette alla prova e sta per riuscire ad emergere ed essere accettato dagli altri quando… accade qualcosa! Mentre stanno per impossessarsi del calice ecco che vengono scoperti! Il sogno è sul punto di infrangersi quando, proprio alla fine, il nostro protagonista riuscirà a venirne fuori e nulla sarà più uguale per lui. Il rito è superato, in maniera imprevedibile ed il risultato finale è la crescita, la disillusione forse. Forse non gli interessa nemmeno più di essere accettato dagli altri poiché è andato oltre quella fase.

Seguendo questa traccia di esempio, proviamo a immaginare le due frasi che generano la trama come segue:

“Millis è un ragazzo che vive nella periferia urbana della Grande Città, cercando di farsi rispettare dai suoi amici che lo ignorano. Riuscirà nel suo intento quando il bullo che lo perseguita lo metterà alla prova chiedendogli di rubare un oggetto sacro con scopi misteriosi?”

In questa struttura salta subito agli occhi che la nostra idea iniziale di storia è latente. Ciò che è invece evidente è il conflitto del personaggio, la sfida che lo attende e la domanda drammatugica, con la sua immediatezza, accende una curiosità: ce la farà? Supererà l’ostacolo? Quali sono questi scopi misteriosi? Questa struttura a due frasi è completamente arbitraria. Avremmo potuto operare scelte diverse e creare frasi completamente diverse (provate a farlo per esercizio, sullo stesso tema o su un altro tema di vostra preferenza). L’importante è che, a questo punto, siamo a un passo dalla trama. Questa infatti consiste nel riarrangiare la fabula, subordinare l’ordine cronologico alla gestione della tensione. Oggigiorno, la sensibilità letteraria moderna, privilegia le trame che iniziano nel mezzo, procedono con un flashback e proseguono da dove erano iniziate finendo in modo aperto, cioè senza un finale risolutivo vero e proprio. In passato avevano la meglio trame più lineari, sebbene trame che cominciano nel mezzo si trovano anche nell’antichità. Si pensi all’Odissea di Omero in cui l’intera vicenda viene narrata da Ulisse al re dei Feaci, suo vicino. Ulisse ha quindi ritrovato la via di casa e vi è quasi giunto, tuttavia racconta con un flashback tutta la sua vicenda ed i suoi viaggi. Poi la storia prosegue col ritorno alla reggia di Itaca e la vendetta finale. Applicando questo schema alla nostra idea, avremmo una trama simile alla seguente:

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“A Millis tremavano le mani: aveva afferrato il calice. Era suo, ce l’aveva fatta! Adesso nessuno lo avrebbe più preso in giro. In un istante ricordò tutte le umiliazioni subite. Erano in cinque e sempre gli stessi. Si vedevano tutti i giorni fuori alla fabbrica abbandonata, al solito muretto, e i pomeriggi non passavano mai. La noia sovrastava tutto. Il più grosso di loro era Josh e sfidava sempre tutti, lo faceva su ogni cosa. In gare di arrampicata veloce o di scatto sulle bici. Vinceva sempre e quando non vinceva picchiava chi aveva vinto, e vinceva lo stesso. Aveva sempre una sfida per tutti, specie per lui, il più mingherlino di tutti che veniva preso regolarmente di mira. Un giorno Josh si era presentato con un libro nero fra le mani. “Libro infernale” recitava la copertina, in caratteri gotici. “Scommetto che non avete il fegato di farlo” aveva detto con la solita spocchia. “Di fare cosa?” aveva balbettato Millis. “Una messa nera!” aveva ringhiato Josh. “E per farla occorre un calice consacrato!” aveva continuato passeggiando sul muretto a braccia aperte, come un equilibrista. Avrebbero dovuto rubarlo nella chiesa di Padre John, non c’era scampo. Rifiutare sarebbe stato da codardi e nessuno voleva apparirlo, sebbene avessero tutti una strizza paurosa. Al calar delle tenebre si videro fuori la sacrestia, vetiti di nero. Josh si era procurato un grimaldello che avrebbe usato per forzare la porta…”

A questo punto la trama prosegue con la descrizione dei personaggi e di come si sono introdotti nella chiesa. Riprende poi da dove si era interrotta all’inizio, cioè con Millis che stringe fra le mani il calice. Ma accade il disastro: sono improvvisamente scoperti! Ma Millis resta calmo come un eroe. I suoi compagni sono terrorizzati, incluso Josh che si rivela un vigliacco. Lui no e tutti lo guardano ammirati. Non gli frega più nulla del calice: è cresciuto ormai.

Questo semplice esempio, se vogliamo scarno nella sua banalità, serve a farci comprendere la complessità del processo di creazione di una trama. Per padroneggiare queste tecniche è necessario il più possibile esercitarsi. Potete utilizzare questa idea o anche altre di vostro gradimento e provare a scegliere diversi protagonisti, obiettivi, punti di vista e così via da cui trarre diverse storie. Una trama ben congegnata, sebbene anche solo abbozzata, è il primo passo per la costruzione di una storia efficace. Non bisogna trascurare l’importanza di quanto abbiamo accennato: si tratta di tecniche che stanno alla base di ogni romanzo di successo. Padroneggiare queste tecniche è necessario non solo per sviluppare uno stile proprio, ma anche per concedersi la licenza di poter infrangere le regole stesse e creare il proprio stile originale.

Alla prossima settimana con una nuova puntata del nostro corso di scrittura creativa! Per leggere tutte le puntate passate clicca qui.

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Le parole – Corso di scrittura creativa

Benvenuti al secondo dei nostri appuntamenti con il corso di scrittura creativa. In questo articolo ci occuperemo delle parole. Dire che queste sono il mattone fondamentale per lo scrittore creativo sembra cosa lapalissiana e forse lo è per davvero. Affermare che le parole per chi scrive sono ciò che il marmo è per lo scrittore appare addirittura ampolloso. Tuttavia, non è scopo di questi articoli affermare cose banali ma di accendere un riflettore su quelli che sono gli elementi e le tecniche fondamentali dalle quali è impossibile prescindere quando ci si accosta alla narrazione. Lo scrittore creativo deve avere un approccio molto rigoroso alle parole che intende usare. Un tale approccio passa attraverso tre fasi successive, ben delineate:

a) selezione b) ordinamento c) descrizione.

Perché c’è necessità di tanto rigore? Perché non è possibile affidarsi all’istinto o semplicemente usare le prime parole che ci vengono in mente? Nella struttura lessicale, la parola è la minima unità portatrice di significato. Ma solo nella relazione stretta, quasi osmotica, con altre parole essa acquista un significato. Questo è, come vedremo, estremamente variabile in ragione ad altri elementi come l’insieme delle altre parole che la precedono o la seguono nella frase ma anche in relazione a parole non citate direttamente nel testo che però conservano un legame (semantico, di assonanza, di rima, di contesto ecc.) fra loro. Bisogna pensare alle parole come ad entità viventi fra le quali esistono vere e proprie relazioni dotate di una reciprocità sorprendente. Infatti, oltre al senso di base, che poi è il significato principale, comunemente accettato, ciascuna parola possiede altri significati. Il “senso” di ogni parola è qualcosa di estremamente complesso: è il risultato di un’alchimia di fattori.

largeInnanzitutto ogni parola possiede un senso contestuale, dipendente cioè dal contesto linguistico in cui è inserita. Ad esempio, la parola “operazione” implica, nel suo senso di base, un significato di operare ed agire. Tuttavia, inserita in un contesto, essa assume significati molto diversi tra loro che possono essere specificati da un attributo: operazione matematica, militare, chirurgica, eccetera. Si noti che, per ciascun significato, la parola “operazione” intrattiene relazioni con altre parole delle quali può apparire come un sinonimo. Per l’esempio citato avremo rispettivamente: calcolo, sortita, intervento. Tuttavia queste parole non sono equivalenti ad “operazione”. Nessuna di esse contiene in sé il significato base di operare, agire. Quando uno scrittore si accinge a comporre uno scritto, implicitamente o esplicitamente, esegue una selezione delle parole che egli ritiene più adatte. In questa selezione non può non tener conto di tutti i significati di ciascuna parola, nonché delle relazioni che ciascuna di esse intrattiene con tutte le altre. Tali relazioni dipendono notevolmente dall’ordinamento che viene dato alle parole, alla costruzione ed alla complessità delle preposizioni. Così come è indispensabile considerare il valore socio-contestuale di ciascuna parola, inteso come l’esplicitazione dei riferimenti extralinguistici come il luogo, il tempo, le circostanze in cui ha luogo l’espressione.

Anche in questo caso un esempio vale più di mille parole. Se un medico sta pronunciando la diagnosi di un paziente lo farà con parole diverse a seconda del contesto: se si trova in un consulto con suoi colleghi probabilmente userà un linguaggio specialistico, se sta tenendo una lezione universitaria userà termini didattici e frequenti definizioni, se sta parlando con i familiari del paziente, userà ancora parole diverse, probabilmente più semplici. È infatti naturale che le parole evochino un ambiente, un tempo, un contesto particolare. Se stiamo leggendo un racconto ambientato in un monastero medievale, rimarremmo come minimo basiti se i dialoghi fra i monaci avvenissero nello slang dei rappers di Los Angeles anche se sappiamo benissimo che nella realtà quei monaci usavano il latino o il volgare per esprimersi e il semplice fatto che nel romanzo parlino in italiano o in inglese fa parte della finzione. Ciò nonostante le parole di quei dialoghi andranno scelte con molta attenzione proprio nell’ottica di realizzare la sospensione dell’incredulità del lettore, ovvero la sospensione delle capacità critiche, il volersi abbandonare alla finzione del romanzo. Un linguaggio inopportuno crea distacco fra il lettore e la finzione e questo scarso coinvolgimento finisce con l’essere un serio ostacolo all’efficacia dello scritto. Infine, nella carrellata sui possibili significati della parola, non ci resta che citare l’aspetto più importante per un narratore e cioè il valore espressivo della parola. Il narratore usa le parole per mostrare, non per dire: in altri termini, il potere della scrittura creativa risiede nella capacità di utilizzare combinazioni di parole che producano un effetto vivido, vitale, descrittivo. Questo effetto si ottiene mediante associazioni di tipo metaforico e sempre ponendo molta attenzione alla corretta selezione ed ordinamento delle parole. Si consideri ad esempio la frase:

Si può ridurre fisiologicamente l’animo a una matassa di vibrazioni… (Antonin Artaud)

E si osservi l’utilizzo della parola “matassa”: è ovvio che il significato di questa parola va ben oltre la definizione da dizionario, non può prescindere dalla vicinanza con le parole “animo” e “vibrazioni”, di chiara accezione astratta. Accostate poi all’avverbio “fisiologicamente”, che determina invece una qualità fisica, costitutiva per quella impalpabile matassa di vibrazioni, producono un’immagine estremamente efficace: l’accurata selezione di queste parole e non di altre e la particolare costruzione della frase consente di ottenere un notevole effetto metaforico che rende viva l’espressione. Lo scrittore principiante tende a sottovalutare molto l’importanza di selezionare le parole giuste in base al contesto narrativo ed all’effetto che sta tentando di ottenere.

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Esistono regole-guida che possono aiutarci nel difficile compito di scegliere le parole giuste? Ce ne occuperemo in questa nuova puntata del corso di scrittura creativa. Indubbiamente buona parte di questo processo è da demandare all’esperienza e non può essere sostituita da una regola, tuttavia è possibile dare alcune linee guida che possono indirizzare correttamente. In generale, le parole candidate alla selezione sono quelle che mostrano di più. Se pensiamo ai nomi, è necessario sempre privilegiare il particolare in favore del generico. Serpente, ad esempio, è più evocativo del generico “rettile” e, a meno che non vi siano particolari esigenze di tenersi sul generico, è senz’altro da preferire. Meglio ancora è specificare: serpente a sonagli, crotalo, black mamba: perché essere generici quando è possibile dare un’immagine esotica ed evocativa? Un’altra regola comunemente accettata, riguarda i nomi collettivi. Evitarli è quasi sempre una scelta di buon senso poiché i gruppi di persone sono difficilmente immaginabili ed è meglio descrivere, mostrare nel dettaglio i singoli individui anziché trattarli come un unico agglomerato. Ad esempio, affermare in un testo creativo: “la folla ruggì” evoca ben poche immagini. Senz’altro è da preferire un elenco che mostri le qualità di quella folla, di cosa è composta: “mani, gambe in movimento convulso osservavano il campo da gioco e poi tutte le bocche, le gole e le lingue, come se fossero una cosa sola emisero un boato smisurato”. Il voler essere brevi laddove invece è importante evocare e descrivere è un altro errore commesso da tanti principianti. Cosa dire dei verbi? Anche per questi la regola generale è di essere specifici e di preferire il termine particolare ed evocativo rispetto a quello generico e vago. In italiano i verbi essere, stare e fare sono ad esempio da evitare. Dire che “lei era infelice” può essere un’informazione preziosissima ma che immagine ci produce? Si tratta senza dubbio di una notizia ma da scrittori creativi dobbiamo preoccuparci di evocare immagini non di essere concisi. “Lei era stata innamorata ma, a un certo punto della sua vita, quel sentimento semplicemente era svanito ed era stato sostituito dal freddo e, col freddo, era arrivato l’inverno per il suo animo”. L’importante è non temere di dilungarsi un po’ se il risultato è più vivido ed evocativo, magari aiutandosi con gli aggettivi, anche questi selezionati in modo da essere il più possibile specifici.

10-consigli

Infine, può essere utile ricordare alcuni errori da evitare nella scelta delle parole:

1) Evitare le frasi monotone. Frasi troppo lunghe o periodi troppo elementari o ripetuti.

2) Per quanto possibile, tenere sempre uniti soggetto e verbo. Non avventurarsi in costruzioni funamboliche derivanti dal seguire il proprio flusso di pensieri e che risultano spesso di difficile comprensione.

3) Prestare attenzione alla posizione degli avverbi all’interno della frase. In genere il posto più giusto è all’inizio o alla fine della frase ma è possibile adottare costruzioni più ardite con molta attenzione a non spezzare la frase in frammenti non autoconsistenti.

4) Fare attenzione alle ripetizioni ed alle assonanze. Queste sono chiaro sintomo di inesperienza e vanno evitate il più possibile.

5) La grammatica non è opzionale: deve essere seguita pedissequamente senza eccezioni. Le regole grammaticali possono in alcuni casi essere infrante ma sempre con esperienza e per ottenere effetti non altrimenti raggiungibili. 6) Evitare frasi dal significato poco chiaro. Chi legge una storia non è lì per decifrare i nostri periodi contorti. Essere vividi nella scrittura non significa essere contorti o ermetici.

7) Pratica, pratica pratica: scrivere è la miglior palestra dello scrivere.

Alla prossima settimana con una nuova puntata del nostro corso di scrittura creativa! Per leggere tutte le puntate passate clicca qui.

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