Categoria: Kyung-Sook Shin

Recensione di Prenditi cura di lei di Kyung-Sook Shin

Prenditi cura di lei è un interessante romanzo familiare della coreana Kyung-Sook Shin.

Park So-Nyo è una donna ormai anziana e malata, nata e cresciuta nella povertà di un villaggio di campagna nel cuore della Corea. Sposatasi prima ancora di avere il primo ciclo, analfabeta eppure desiderosa di conoscenza e consapevole dell’importanza di avere un’istruzione, Park So-Nyo ha dedicato la sua vita a servire e accudire marito e figli, anche quando questi hanno cominciato a trascurarla. La sua esistenza è stata un susseguirsi di fatiche e sacrifici, onorati in silenzio e senza rancori né rimostranze.

Un giorno però, improvvisamente, la donna sparisce nel caos della metropolitana di Seul, dove si era recata col marito per l’annuale pellegrinaggio dai figli, ormai troppo impegnati per andarla a trovare con frequenza.

Ritrovatisi improvvisamente orfani, i suoi familiari si brancolano nel buio, cercando disperatamente di ricostruire la vita e le abitudini della donna discreta e tenace che ha silenziosamente accompagnato le loro esistenze. La storia della famiglia, che ha sempre ruotato intorno al motore immobile della madre, riaffiora quindi progressivamente dai ricordi: tra i sensi di colpa e la nostalgia, i parenti di Park So-Nyo prendono coscienza della sua malattia e delle sue sofferenze trascurate per anni, ma anche della fierezza e della forza orgogliosa della sua indole. Il risultato è un racconto struggente e delicato sull’essere figli e sulla genitorialità, sulle trasformazioni sociali e civili dell’ultimo secolo, sulla sofferenza, la morte, la vita.

 
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Approfondimento

Prenditi cura di lei è un romanzo costruito sui ricordi. La vita della protagonista viene infatti presentata al lettore quasi sempre di riflesso, attraverso gli occhi e la voce dei suoi familiari. Sono quasi sempre i figli e il marito della donna a raccontare, e solo verso la fine, a poche pagine dall’epilogo, la stessa Park So-Nyo prende la parola.

Questa scelta, oltre a imporre un ritmo lento e, direi, orientale alla narrazione, fornisce al lettore un elemento importante ai fini della costruzione del ritratto della donna: infatti lei è, almeno in apparenza, sempre vissuta al servizio delle vite dei suoi cari. Indagando più a fondo, tuttavia, marito e figli sono costretti a scoprire anche le zone d’ombra del carattere e delle giornate della loro amata scomparsa. Al dolore della perdita, così, si sostituiscono progressivamente il disappunto e la consapevolezza dei suoi misteri, dei suoi silenzi e delle sue durezze. L’immagine che appare nell’epilogo dell’opera è quindi finalmente il ritratto a tutto tondo di una moglie, di una madre e di una donna con le sue luci e le sue ombre. Niente a che vedere con l’immagine sbiadita del fantasma servizievole, sottomesso e trascurato delle prime pagine.

In questo senso, dunque, Kyung-Sook Shin è molto abile nel costruire i suoi personaggi e il loro percorso di crescita e progressiva accettazione della perdita. Per un altro verso, i frequenti – e non annunciati – cambi di voce (all’inizio di ogni capitolo, ci vogliono un po’ di impegno e fantasia per capire chi sta parlando) rendono a tratti faticosa la narrazione.

Freddissimi sono poi i rari dialoghi tra i personaggi, ma questa potrebbe essere conseguenza della traduzione (tanto per fare un esempio: per noi è assurdo che fratello e sorella non si chiamino per nome ma “fratello” e “sorella”, ma magari in Corea è normale…). O forse stanno proprio a dimostrare la distanza tra i componenti di quella famiglia.

Interessante anche – benché inaspettata – la deriva vagamente mistica dell’epilogo. Dopo tante pagine impiegate a descrivere gli stranissimi riti degli antenati, è strano trovare uno dei personaggi in giro per i Musei Vaticani… Non mi sbilancerei a dire che il dolore e l’insensatezza della perdita trovano infine ricomposizione e senso nell’accettazione cristiana; senz’altro però il contrasto con la religione orientale del resto del romanzo è stridente e – forse perché non del tutto spiegato – affascinante.

Giulia Mandrioli

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