Categoria: l´educazione in Italia

L’ educazione in italia è in mano alle donne

Storicamente, si sa, alle donne era preclusa la cultura; le scuole filosofiche erano appannaggio solo degli uomini; i filosofi sono mediamente maschi, l’unica grande poetessa greca è Saffo, mentre i maschi frequentavano simposi e intonavano canti. La cultura è rappresentata soprattutto dagli uomini e le donne hanno meno opportunità di lavoro, ma vi è una notevole eccezione: la scuola italiana è per lo più donna.

Certo la risposta è anche economico-sociale: le donne insegnanti spesso sono mogli di professionisti e se la famiglia dovesse fare affidamento sullo stipendio di un insegnante sarebbe ampiamente dentro la povertà, ecco perché i maschi si volgono verso altre attività maggiormente retribuite. Negli altri Paesi europei, dove lo stipendio di un docente è almeno il doppio di quello italiano, i professori sono in maggioranza uomini, solo  l’Italia e l’Ungheria contano una presenza maggiore di sesso femminile dietro la cattedra.

L´ educazione in Italia é in mano alle donne

professoressaIl corpo docente italiano è per l’81,1% composto da donne: i maestri maschi sono di numero irrilevante, il numero cresce alle superiore, dove comunque le donne sono il 60 %. Le donne hanno quindi un rapporto strettissimo con mondo-scuola: sono le più brave studentesse, abbandonano meno la scuola dei maschi, si diplomano con voti più alti, si laureano prima dei maschi e con votazioni più alte, leggono più dei maschi, i quali sono un pochino più bravi in matematica, ma con dati irrilevanti statisticamente.

Eppure le donne disoccupate sono più  dei maschi ( il 6,7% contro il 4,1%), vuoi perché scelgono facoltà umanistiche che offrono meno impiego vuoi per un’atavica consuetudine italiana a dare più fiducia al   mondo maschile. Comunque, a parità di titolo di studio, le donne guadagnano meno degli uomini; quindi lunga è ancora la strada da percorrere per il conseguimento delle pari opportunità. Molte donne dipendono economicamente dai rispettivi mariti, i quali, in virtù di un ruolo loro riconosciuto dalla società, diventano spesso prevaricatori nella coppia e nella famiglia; come insegnati sono miseramente retribuite e non possono certo mantenere la famiglia;  però svolgono un ruolo centrale affiancando al lavoro esterno quello di casalinga. Donne stressate, dunque, spesso in analisi o dallo psicologo; basti pensare che il 50% fa uso di psicofarmaci; donne non riconosciute nel loro valore e lavoro e, mentre si usurano, lo Stato allontana sempre di più il miraggio del pensionamento.

Per le insegnanti la pensione è un sogno lontano: dal 1 gennaio 2012 l’età minima pensionabile è salita a 62 anni, dal 2014 a 63 anni e 9 mesi; quelle che non ci rientrano anagraficamente devono avere un’anzianità contributiva di 41 anni ; donne, stanche, sfibrate, scontente, affaticate che lo Stato non vede. Si aggiunga che quello dell’insegnante è uno dei lavoro più usuranti e che spesso si arriva alla pensione in condizioni mentali e psicologiche preoccupanti: il tutto perché da quando è nata la scuola pubblica le donne si sono sempre distinte per merito e capacità.

Fonte: La Stampa

abc
INSTAGRAM
In lettura...
Un nuovo libro al giorno sui social: seguici!