Categoria: Cultura&Societá

Il casinò, palcoscenico e protagonista della letteratura

Scriveva Nikolaj Vasilevic Gogol nella commedia dal titolo I giocatori: “Con le carte in mano, tutti gli uomini sono eguali”.

Senza paura di essere smentiti possiamo affermare che da sempre i casinò e l’azzardo hanno uno stretto legame con la letteratura europea. Quasi impossibile elencare tutti quegli scritti che hanno una sala da gioco a fare da palcoscenico alle fortune o sfortune del protagonista.

Pensiamo a Il giocatore di Fedor Dostoevskij o, ancora, a La dama di picche di Aleksandr Puskin.

Un fascino che col passare del tempo ha finito con l’influenzare anche la settima arte. Al momento in cui scriviamo sono tre i casinò in funzione sul suolo italiano. Quello di Venezia, inaugurato nel XVII secolo è considerato il più antico al mondo. Quello de la Vallée a Saint-Vincent, in Valle d’Aosta, che ha aperto i battenti subito dopo il secondo conflitto bellico.

Ma è quello di Sanremo ad attirare la nostra attenzione volendo continuare a discutere di gioco e letteratura. Perché, come scopriamo spulciando fra le pagine del suo stesso website, negli anni Trenta del Novecento l’edificio in stile liberty progettato dall’architetto francese Eugène Ferret ospitava ogni lunedì sera degli incontri letterari. Una tradizione che per differenti motivi era andata persa col trascorrere del tempo ma che negli anni Ottanta è stata ripresa per volere dell’allora presidente della struttura ligure.

  Oggigiorno, anche se posticipati di ventiquattro ore rispetto all’appuntamento originario, i martedì letterari sono l’occasione per la presentazione di libri, la promozione di incontri-dibattiti e molto altro ancora. Ma non è tutto.

premio di poesia casinò di sanremo

La sala da gioco che nei primi sette mesi del 2018, stando ai dati forniti da Agimeg, ha raccolto ben 24,6 milioni di euro, da qualche tempo ha difatti istituito anche il Premio Letterario Nazionale Casinò di Sanremo Antonio Semeria. Un concorso riservato alle opere scritte in lingua italiana e riconducibili alle categorie “poesia inedita”, “narrativa inedita” e “narrativa edita”. E chissà che la promozione della cultura in generale e della letteratura in particolare non possa rivelarsi una strategia vincente per recuperare parte di quel volume d’affari oggi appannaggio della sale da gioco online?

Dalla fine degli anni Novanta, quando hanno fatto la loro comparsa nel web, i casinò online sono cresciuti anno dopo anno. I numeri registrati nel periodo fra gennaio e luglio 2018 parlano di 491 milioni di euro spesi dagli utenti italiani fra casinò games e poker online (nelle due varianti, torneo oppure cash). Soprattutto, se confrontati con quelli registrati nei primi sette mesi dell’anno passato, il 2017, ci mettono di fronte a una crescita in doppia cifra: + 21,8%.

Ed il trend dovrebbe rimanere immutato fino alla conclusione dell’anno, perché per ottenere il titolo, seppur virtuale, di miglior operatore di casinò in Italia, acciuffando fette di mercato sempre maggiori, le innovazioni e i miglioramenti devono essere costanti, fornendo ai giocatori servizi sempre migliori, sicuri e affidabili.

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Una vita ancora da colorare

Tutti ci siamo trovati a dover affrontare la nostra esperienza di vita cercando di organizzarla e pianificarla. È un atto involontario, quasi scontato. Ogni uomo, donna, o bambino, scandisce il tempo e il contenuto della propria storia uniformandoli ai suoi piaceri, ai suoi svaghi e ai suoi “progetti di vita”. Ma questa dimensione, che oserei definire “impositiva”, la troviamo anche nelle pagine dei nostri libri. Sui nostri scaffali, magari dietro agli sfondi della grigia polvere, giacciono dei testi in cui la dimensione sostitutiva che l’uomo ha fatto con Dio si evince in maniera particolare.

Uno di questi libri è rappresentato in modo magistrale dal noto scrittore e intellettuale brasiliano Paulo Coelho ne Il manoscritto ritrovato ad Accra. All’interno di queste pagine, il saggio Copto raduna in piazza gli abitanti del luogo, fungendo dunque non tanto da profeta quanto da maestro. Un maestro di spiritualità certamente, ma soprattutto un maestro di vita. Il Copto affronta la questione della transitorietà della vita umana, tentando di mettere ordine nel caos mentale che gli uomini, sin dall’alba dei tempi, hanno causato.

Questa notte, prima di partire, mi dedicherò alle innumerevoli cose che, per mancanza di tempo e pazienza, non ho mai messo in ordine. So che, tra di esse, scoprirò ampi frammenti della mia esistenza.

Le cose da mettere in ordine. Gli amori, gli affetti, la famiglia e il bene comune. Termini abusati nella nostra società. Una società annegata nella tempesta dell’egoismo e del meccanico progettare i singoli istanti della storia. La vita, come ci insegna il nostro saggio Copto, è un libro vuoto e con le pagine bianche, da riempire con la penna del nostro cuore.

Tutto ciò che la mia mano toccherà, i miei occhi vedranno e la mia bocca assaggerà sarà diverso, pur continuando ad essere uguale. Ogni singola cosa si animerà e mi rivelerà il motivo per cui mi ha accompagnato per tanto tempo- e mi regalerà il miracolo di rivivere emozioni che le abitudini avevano ormai scolorito.

Insomma, se l’uomo fosse un pittore avrebbe una doppia possibilità per ridisegnare la propria esperienza di vita. Guardare il quadro fino ad ora realizzato, fermarsi e, in seguito, ricominciare. A partire da quei dettagli che le abitudini hanno reso opachi.

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La figura materna in una delle più sconvolgenti poesie di Pier Paolo Pasolini

Epoca convulsa. Sì, potrebbe essere questo l’aggettivo adatto a descrivere il nostro tempo. Un tempo strano, in cui tutti gli elementi appartenenti all’ordinario sono completamente capovolti o addirittura scomparsi. Ritornano i mostri e i fantasmi del passato che ci attanagliano e ci costringono a vivere nel continuo dubbio della nostra e altrui persona. Carne e cielo è una spettacolare poesia con cui Pier Paolo Pasolini ha voluto mettere in mostra la figura della madre. Questa splendida e quasi divina creatura è costretta a combattere una lotta intestina nella società italiana (ma non solo!) dell’epoca. Ma inevitabilmente la poesia rimane un’ indiscutibile testimone dei valori, delle denunce e dei pensieri umani che nel tempo si possono leggere in forma attualizzata. Elemento principe della maternità non può che essere rappresentato dall’amore.

«O amore materno,

straziante, per gli ori

di corpi pervasi

dal segreto dei grembi»

 

Rimane attuale il messaggio del maggiore intellettuale italiano del Novecento. Oggi, quel concetto di madre e di maternità sembra perduto. Il corso dei tempi, e dei fenomeni ad essi connessi, ha fatto perdere di vista all’uomo contemporaneo la funzione principale della maternità, che possiamo definire religiosa, spirituale e consapevole. Consapevole delle necessità e della natura dei propri figli, impegnati ad odiare i propri simili e addirittura sé stessi; consapevole della responsabilità di riportare lungo la retta via quel senso di identità smarrito proprio da quei figli che non l’hanno saputo ereditare.

L’egoismo, la discriminazione e il dubbio nei confronti del prossimo sono un chiaro vuoto che si nasconde dentro ciascun individuo. È un vuoto di amore e di comprensione, che si estende come una macchia impazzita nel cuore dell’uomo.

 

«E impazzisco nel cuore

della notte feriale

dopo mille altre notti

di questo impuro ardore»

 

La madre, o meglio, l’essere madre rimane nel nostro tempo un messaggio assolutamente necessario, capace di far recuperare quelle emozioni che sembrano smarrite. La funzione materna è indispensabile per riportare i propri figli ad essere protagonisti di una dimensione, come quella terrena, in cui è possibile amare e lasciare che gli altri ci amino. È come una bussola, che orienta il senso di disorientamento del figlio in un mondo troppo grande per essere cambiato da solo.

Eppure la maternità rimane e rimarrà sempre quello splendido astro celeste, che nella guerra dell’uomo, riuscirà comunque a illuminare il cuore impuro con un messaggio di amore. Un amore che, come ci ricordano i versi indelebili di Pasolini, è costituito dalla carne della madre e dal cielo che la santifica.

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La Social Network Novel che non ti aspetti: 3 motivi per seguirla!

Vi siete mai confessati online? Che siate credenti o meno probabilmente almeno una volta avete confessato qualcosa di veramente segreto in un posto che sembrava intimo come un confessionale.L’avete spifferato un pochino indecisi magari, in una chat, e il vostro confessore era un perfetto sconosciuto. Proprio per quel motivo l’avete scelto. Non è così?

A volte si cede nell’illusione che il virtuale resti lontano, lì dove appare, e non possa incontrare il reale. Un’illusione liberatoria oppure pericolosa. Perché un segreto in rete può spostarsi molto velocemente e far sviluppare situazioni del tutto inaspettate. In questo spazio virtuale che occupiamo ogni giorno un nuovo collettivo di scrittori, dall’identità ancora ignota, si è messo in gioco ideando uno scenario di scrittura unico. Leggere a Colori è lieta di essere tra i primi a parlarne: si tratta di una storia a puntate pubblicata su un blog che è strettamente collegato all’interazione degli stessi personaggi su Facebook. La prima Social Network Novel. In sostanza chi scrive lo fa utilizzando piattaforme diverse unite tra loro ma, di fatto, fa dipendere le sue ispirazioni e le sue storie dai rapporti che ha sui social e con il social. Proteggendo naturalmente la propria identità e quella di chiunque altro.

È una realtà molto spassosa a dire il vero, ma non solo, è un continuo scavare in quella natura umana che si è plasmata al digitale: fornisce uno specchio attraverso il quale sarà inevitabile rivedere i nostri comportamenti, le attitudini, i paradossi di un’era in cui il digitale e la tecnologia in genere sembrano prevalere sul caro e vecchio rapporto umano. Chi siamo veramente? Ciò che sosteniamo o riferiamo è attendibile? Quanto c’è di reale e quanto di puramente soggettivo nella nostra comunicazione, nel nostro “lasciarci andare da tastiera”? Quanto “pesano” veramente le sensazioni, le emozioni, quanto sono definitive le verità che escono sotto forma di parole ed emoticon da una tastiera?

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Vanessa Roggeri ci racconta come è nata l’affascinante storia di “La cercatrice di corallo” (Intervista)

Quanti autori decidono di scrivere della propria terra nella nostra narrativa contemporanea? Non li ho contati, ma pochi. Perché? Forse perché farlo rappresenta una sfida, per tempo e risorse, una di quelle dure. Rispetto al documentarsi, fare ricerca, mettersi alla prova con elementi geografici, sociologi, storici, politici, ideologici, è più facile inventare e basta. E leggiamo dei bei libri che non hanno un briciolo di amore e forte appartenenza a dei luoghi. Non sono quelli di Vanessa Roggeri, però.

Ho incontrato Vanessa, ed è stata entusiasta di parlarmi di questo. Di quello che c’è dietro la storia di “La cercatrice di corallo“, di quello che rappresenta per lei S’Isula. La Sardegna. Reputo le sue risposte interessanti per i suoi lettori, che possono arrivare meglio all’anima della scrittura dell’autrice, e anche per coloro che in qualche modo si stanno cimentando con la scrittura e hanno un grande sogno. Ecco a voi domande e risposte.

Terzo libro, stai facendo tante presentazioni, raccontami le tue impressioni di questo intenso tour.

L’impressione è che ci sia stata una crescita rispetto ai precedenti libri. In questi anni ho fatto molte presentazioni, siamo arrivati già a 150, ma anche quelle nuove fatte con questo libro, da gennaio ad oggi mi hanno permesso di vedere nuovi luoghi e di conoscere tante nuove persone. E stanno arrivando tanti inviti per i mesi estivi. Penso che sia importante perché la carriera si costruisce con il tempo, passando attraverso il rapporto con il pubblico e il rapporto con gli altri colleghi. Bisogna lavorare e farlo con molta determinazione e pazienza sapendo che è quella la propria strada.

Qual è il tuo rapporto con la Sardegna e con il mare in relazione alla narrazione? Ognuno vive a suo modo il territorio e la sua storia, il modo di raccontarlo probabilmente ne è anche una conseguenza. Come li vivi?

Penso che la Sardegna sia narrazione. Una narrazione implicita che ritroviamo negli elementi naturali come il mare, le montagne, le rocce o gli alberi. Ad ognuno di essi è legata una storia. In questo senso la narrazione è un modo di essere sardi, di far vivere il proprio passato. Quello che racconto è inscindibile dalla terra, il personaggio rispecchia ciò che lo ha “contaminato” dopo la nascita e durante la crescita in quel luogo specifico. Io narro una Sardegna che ha quel potenziale di speranza che mi piace vedere.

Le mie non sono storie che quando finiscono senti che è davvero finita la vita dei protagonisti e il legame tra la storia e il lettore non si spezza. Questo senso di speranza apre ad altre possibilità, senza ripercorre cliché, soprattutto negativi, come i sequestri, il banditismo o ribadire quello che è stato il pessimismo della Deledda. In “La cercatrice di corallo” parlo di due ragazzi che ragionano con la loro testa e non danno origine a una faida come vorrebbero le loro famiglie.

L’impressione, almeno questa volta credo di non sbagliarmi, è quella che tu sia profondamente legata alle tue radici con fierezza e questa è una cosa molto bella che si sta perdendo fra i giovani. È per questo motivo che le tue storie, sebbene frutto d’ingegno, contengono costanti riferimenti a fatti luoghi e date reali? È possibile che il racconto ti aiuti a non perdere il contatto con quelle radici ma, anzi, a rafforzarlo?

Assolutamente, per la scrittura di una storia parto da fatti reali. Nella fase di documentazione che segue in cui approfondisco la storia dell’Isola, certi aspetti particolari, si va a completare un quadro che prima non avevi. Ti ritrovi a conoscere aspetti meno noti, meno belli, anche vergognosi della tua storia. Nel momento in cui li conosci e li accetti puoi dirti veramente sardo. Costruisci la tua identità di sardo, quello che non si chiude nell’isola ma si confronta con il resto della storia, quella di chi ti ha preceduto e quella di altre popolazioni.

Ho trovato interessante nel romanzo l’incontro tra mare e terra, se pensiamo ad Achille e Regina. Vita rurale e vita costiera si uniscono grazie al potere del libro, della lettura. La sete di conoscenza, la curiosità dei due ragazzi viene soddisfatta dai libri, questa cambierà il corso delle loro vite. Come sei giunta a questa scelta narrativa?

La scelta parte dal corallo che ho incontrato esposto in numerose vetrine ad Alghero in occasione della presentazione del mio secondo libro. Mi sono resa conto di non sapere nulla sul corallo e sulla sua importanza in relazione alla Sardegna. È un mondo segreto, una storia millenaria molto importante per tutto il Mediterraneo. E poi viaggiando ho scoperto una cosa, che la Sardegna ha come un’anima divisa in due: la Sardegna della costa e quella della montagna. Il luogo in cui si nasce e le ricorrenze legate a questo condizionano l’anima delle persone, chi vive in montagna vive ad esempio un isolamento che è un fattore mentale più che fisico, non pensa nemmeno al mare. Anche se in effetti non è molto è distante. In Sardegna sono tanti i comuni di montagna, più di 300 isole nell’isola. Gli abitanti della costa d’altro canto vivono di spazi e di confronti, hanno la possibilità di frequentare persone di altre provenienze. Di aprirsi. Una differenza, una vera contrapposizione.

“Quando si dice che la Sardegna è un continente forse non è solo un modo di dire…”, sorride Vanessa Roggeri.

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Un elemento psicologico è l’amore filiale, oppressivo, prevaricante. Parlarne ora, in una società completamente diversa improntata più sull’indipendenza e sulla permissività, sembrerebbe superato. Tu invece l’hai fatto, tornando indietro nel tempo. Che sentimenti hai provato durante la stesura del romanzo, quando ti confrontavi con queste due realtà sociali opposte, in generale ma soprattutto come donna?

Penso che ci sia un’impostazione attuale della famiglia che dipende dal suo luogo geografico, più ci si avvicina al sud più si ha a che fare con un modo arcaico e chiuso di vedere le cose. Mi capita di dialogare spesso con le mie lettrici su Facebook e attraverso alcune conversazioni mi sono resa conto che spesso le ragazze vivono situazioni difficili in famiglia. Queste situazioni esistono. Cosa provo? L’istinto è di ribellione, come donna e come scrittrice, ma nelle mie storie i personaggi sono autonomi. Io divento i miei personaggi e i miei personaggi non diventano me, loro sono liberi di muoversi, anche se questo non è affatto semplice.

Il corallo rende ricchi, la mancanza di corallo rende poveri. Un debito può rovinare una famiglia, una caverna può risollevarne l’orgoglio. Cos’è la fortuna, la sfortuna per Vanessa Roggeri?

Credo che qualunque destino sia riconducibile a una scelta, consapevole o meno, di percorrere una strada, cambiare uno status quo, prendere e partire. La fortuna è qualcosa che ognuno deve cercare per sé stesso, è lottare per qualcosa. La sfortuna è tutto ciò che non è sotto controllo, c’è anche quello certo, ma in linea di massima molto dipende dal nostro coraggio e dalla tenacia nel perseguimento degli obiettivi.

In questo racconto c’è magia, nei tuffi in mare aperto di Regina, nelle galoppate di Achille su Totogna, nella libreria murata nascosta e ritrovata e in tanti altri piccoli gesti ed eventi. Questi singoli eventi portano il lettore non solo nel passato ma anche in uno spazio narrativo sicuro, piacevole che contrasta la durezza della realtà che prevale nella storia. Pensi di poter essere d’accordo?

Penso che questo abbia a che fare con il punto di vista dell’autore, di come vede il mondo. Il mestiere di scrivere comprende certi elementi formali che acquisisci con il tempo e impari, si costruisce con l’esperienza. Ci sono però anche certi elementi sostanziali che secondo me non possono essere insegnati da nessuno, hanno a che fare con la capacità di osservazione, il ritmo, l’essere interessante per i lettori, la capacità di vedere il mondo, ovvero il tuo punto di vista unico. È il mio modo di raccontare, cercare rendere interessante il vissuto. Mi è capitato di rielaborare eventi realmente accaduti nella mia vita e di inserirli poi, al momento giusto, nella storia.

Siamo arrivati alla fine della nostra chiacchierata, ti chiedo: c’è sempre un motivo per scrivere un libro. Cosa ti aspettavi da te stessa dalla scrittura di questa storia? Quando l’hai terminata e l’hai inviata per l’editing che tipo di pensiero hai fatto?

Questo libro ha rappresentato per me una sfida, perché ho raccontato un ambiente che mi era del tutto estraneo. Nei primi due libri mi sentivo un po’ a casa, raccontavo gli ambienti  e le storie di mia nonna o quelli di Cagliari, la mia città. In questo libro racconto di Borutta e Alghero luoghi estranei per me ma che dovevano essere raccontati al lettore con familiarità. Raccontare del corallo e inserirlo in maniera naturale nella storia è stata una sfida, raccontare l’amore dei protagonisti è stata una sfida.

A storia ultimata tutto questo mi ha lasciata soddisfatta, desideravo e mi aspettavo il riconoscimento di grandi professionisti degli addetti ai lavori, come quelli che lavorano in Rizzoli. Questo significa anche che sto lavorando nel modo giusto come autrice e in rapporto ai lettori. Con loro il legame, il filo è ancora più vivo.  E in tutto questo non tradire me stessa era fondamentale.

È stata una bella chiacchierata, è piaciuta a entrambi. Mi stringe la mano e dice “Alla prossima”. “Alla prossima sì, ti inviterò alla presentazione del mio libro”, rispondo ridendo. Ovviamente il mio libro non esiste.

Tirare fuori l’anima dalle cose, scriverne la magia. Ricalcare le proprie orme senza seguire quelle degli altri, ostinatamente. Lavorare su sé stessi perché siamo noi il valore più grande. Lo ha detto Vanessa Roggeri in questa intervista, io lo sto solo riassumendo. È così che si scrivono storie in grado di toccare altre storie come le nostre. [amazon_link asins='8817098809,881167364X,B00E3BCX02,B00V58MBGW' template='ProductCarousel' store='leggacolo-21' marketplace='IT' link_id='e2539430-9313-11e8-bc52-bb9c7386082e']

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Montecarlo in letteratura

Il Principato di Monaco è senza dubbio una delle località più scintillanti e piene di fascino d’Europa, un luogo di grande lusso, che ogni anno attira turismo d’élite da ogni parte del globo, nonostante la sua limitatissima estensione territoriale. Subito dopo lo Stato Vaticano, infatti, il Principato di Monaco è il secondo stato indipendente più piccolo del mondo. L’intera superficie del Principato è occupata dalla città di Monte Carlo. La città monegasca è famosissima per le più svariate ragioni, tanti sono i motivi che hanno contribuito a rafforzarne il mito nell’immaginario collettivo. La città di Monte Carlo è legata al mondo del jet set, al nome della famiglia reale dei Grimaldi, in particolare alla leggendaria coppia che vedeva uniti il principe Ranieri e la splendida Grace Kelly.

La città rimanda al celeberrimo Gran Premio di Formula 1, quello che vede le strade di Monte Carlo trasformarsi in uno dei circuiti di Formula 1 più complessi, pericolosi ed amati di tutta la competizione su quattro ruote. Altrettanto noto è il casinò del principato, che ancora oggi con la sua prestigiosissima offerta rappresenta una delle sale da gioco più rinomate al mondo. Qui si è da pochissimo concluso l’attesissimo torneo EPT Monte Carlo, evento che richiama ogni anno centinaia di giocatori provenienti da ogni continente. Questa atmosfera internazionale e la vita improntata al lusso della città hanno ispirato moltissimi autori, che proprio a Monte Carlo hanno deciso di ambientare i loro romanzi o i loro racconti.

Photo by Unknown (Author), Public Domain (Licence)

Facendo riferimento al casinò del principato, Henry Graham Greene nel 1955 scrive “Vince chi perde” (titolo originale: Loser Takes All), edito in Italia da Mondadori nella raccolta “Al di là del ponte e altri racconti”. Lo scrittore, sceneggiatore, drammaturgo, viaggiatore, agente segreto e critico letterario inglese racconta le vicende di una giovane coppia in vacanza all’Hotel de Paris di Monte Carlo, travolta dall’amore per il gioco.

Ne “Il fu Mattia Pascal”, uno dei più celebri romanzi del premio Nobel italiano Luigi Pirandello, il protagonista fugge dal suo paese. Parte per raggiungere Marsiglia, città dalla quale poi si sarebbe imbarcato per le Americhe. Una volta giunto alla città di Nizza però si ferma davanti un negozio dove vede pubblicizzato il gioco della roulette. Compra un opuscolo sul gioco e parte per Monte Carlo. Qui la visita al casinò cambia completamente le sue sorti e la sua storia prende una piega totalmente inaspettata.

Un altro romanzo italiano legato a Monte Carlo, molto noto al pubblico del nostro paese, e non solo, è “Io uccido” di Giorgio Faletti. La storia inizia con un dee-jay di Radio Monte Carlo che riceve un’inquietante telefonata durante la sua trasmissione notturna. Al telefono una voce sconosciuta e alterata confessa di essere un assassino. Ne seguirà una lunga scia di sangue, che vedrà coinvolto proprio un pilota di Formula Uno, la sua compagna e molti altri personaggi. Non c’era mai stato un serial killer nel principato di Monaco, per la prima volta gli inquirenti si trovano a che fare con una figura totalmente nuova. Frank Ottobre e Nicolas Hulot si mettono sulle tracce dell’assassino.

Sempre su questo filone si colloca anche “Il Mercante di quadri scomparsi” di Massimo Nava. Nel principato gli omicidi sono eventi assai rari, così il commissario di polizia Bernard Bastiani chiede di essere trasferito a Monaco, stanco dopo anni della sua attività nelle periferie francesi. In concomitanza con il Gran Premio però, proprio quando la città è all’apice dell’attenzione mediatica internazionale, viene ritrovato un cadavere mutilato in un cassonetto. Per Bastiani si apre una nuova indagine.

Le storie che si intrecciano sono tante, Monte Carlo seduce e diventa il set ideale per intrecciare brivido, ricchezza, amore e bellezza.

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Fantasmi: immaginazione o realtà?

Stephen King ci mostra come i fantasmi possono accendere la luce della nostra vita

Credete nei fantasmi? È questa una delle domande che probabilmente ci siamo posti tutti quando eravamo bambini. Storie inventate, magari per spaventare i fanciulli più irrequieti, o vicende realmente accadute? Immaginazione o realtà? Eppure, cari lettori, c’è un mondo in cui gli spettri si presentano davanti a noi e ci parlano. C’è un mondo in cui i fantasmi si fermano, ci guardano e, talvolta, ci sorridono. Questo mondo è quello dei libri di Stephen King, il re indiscusso della letteratura del terrore. Oggi voglio parlarvi in particolare di un romanzo, Mr Mercedes, vincitore del premio Edgar Award 2015.

Gli amanti del genere conosceranno già la trama, ma non è su questa che voglio coinvolgervi, bensì su uno dei protagonisti, quello negativo per eccellenza: Brady Hartsfield. Dopo aver sterminato un’intera folla e, prima ancora, causato la morte del proprio fratellino, Brady vive a contatto con un mondo paranormale. Un mondo in cui la visione di persone scomparse è pura realtà. I fantasmi sono lì, davanti a lui. Sono i fantasmi del fratello Frankie e della madre Deborah, anch’ella morta a causa di Brady. L’aspirante serial killer, che tanto aspirante non è considerata la strage che ha provocato con una Mercedes rubata, trascorre le sue giornate solo, immerso nel “suo” piccolo grande mondo, fatto di computer, oggetti vari e soprattutto di ricordi.

Ovviamente anche la cantina porta con sé un carico di ricordi sgradevoli; ci è morto il suo fratellino. Però forse «morto» è un eufemismo, e ormai può farne a meno. (…) Brady usava il nome di Frankie. Era come se fosse tornato in vita, almeno per un po’.

Non di rado, Brady vede Frankie, ci parla, e a volte, stranamente, sembra che gli implori di tornare. L’apparizione di questo fantasma altro non è che il senso di colpa. Brady vede il fratellino e, addirittura, crede che si nasconda in chissà quale angolo buio della casa.

Quella notte Brady fu colpito dalla prima delle sue tremende emicranie. Cominciò a credere che il fratellino si nascondesse sotto il letto, contribuendo solo a peggiorare il dolore.

Stephen King ci restituisce un mondo tutto nostro, fatto di sensazioni, emozioni e ricordi. I ricordi si manifestano, sotto forma di fantasmi, di spettri, di esseri capaci di condizionare l’intera esistenza dell’uomo.

Parliamo di un universo psicologico molto complesso ma ricco di apparizioni. L’essere umano e la sua dimensione esistenziale sono i veri punti saldi del romanzo di King. L’indagine del detective William Hodges, volta a catturare Brady Hartsfield, passa dunque in secondo piano. Il nostro romanzo diviene un’autentica miniera d’informazioni, di dialoghi, di rimorsi talvolta, ma soprattutto diviene il libro della nostra vita. I fantasmi sono i protagonisti di Mr. Mercedes come di ogni essere umano. I fantasmi sono i nostri interlocutori, capaci di far rivivere ciò che sembrava perso fino a quel preciso istante. I fantasmi di Brady sono frutto del rimorso. La verità, dunque, risiede nei profondi meandri della sua mente. Tocca a lui coglierne i segnali.

L’unica verità è il buio. E conta solo entrarci dopo avere fatto qualcosa di importante. Dopo avere ferito il mondo, lasciando il segno. In fondo, la Storia è nient’altro che una grande, profonda cicatrice.

Il mondo di Stephen King è il nostro mondo. Il buio è un luogo carico di dubbi, di misteri ma soprattutto d’incontri. Incontri che fanno riemergere ciò che abbiamo perduto. Incontri che possono prevedere l’apparizione di fantasmi, capaci di illuminare la nostra breve, ma pur sempre incompresa, storia di vita.

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Sulle tracce di un magico elicottero a Palma di Maiorca, la perla delle Baleari

miracolo a maiorcaA volte la lettura di un libro può stimolarci a visitare luoghi che, altrimenti, non avrebbero suscitato il nostro interesse. Le Isole Baleari, per esempio, sono senza dubbio una delle mete turistiche più celebri e frequentate in Europa, e magari molti dei nostri lettori le conosceranno già. Però può essere che, dopo aver letto questo articolo, vi verrà voglia di prenotare immediatamente un hotel a Palma di Maiorca, per ripercorrere le tracce, tra fantasia e realtà, del magico "cometagiroaviò" di cui parla Sebastià Alzamora nel suo libro "Miracolo a Maiorca", edito da Marcos y Marcos nel 2014. Male che vada, sarà una scusa come un'altra per scoprire o riscoprire un luogo meraviglioso come questa perla del Mediterraneo!

"Miracolo a Maiorca", ambientato sull'isola negli anni '20, racconta appunto del visionario tentativo da parte del protagonista, Pere de Son Gall, di costruire una specie di elicottero, appunto il "cometagiroaviò", con cui dimostrerà ai suoi compaesani, ma soprattutto alla bella Maria, di cui è perdutamente innamorato, di saper realizzare il suo sogno di volare. Il libro è avvincente e divertente, ed è un pretesto per invogliarvi a scoprire le bellezze di Palma di Maiorca, una delle capitali del turismo mondiale.

Ovviamente mare, spiagge e clima sono gli assi nella manica di questa isola: una temperatura che non scende mai sotto i 18° e un sole caldo per la maggior parte dell'anno sono il contesto ideale per riposarsi sguazzando nelle acque calme del Mediterraneo o abbronzandosi nelle famose spiagge di Palma di Maiorca, il capoluogo, che si tratti della attrezzatissima S'Arenal (quasi cinque chilometri di spiaggia finissima e mare da "bandiera blu", che ospitano anche l'Aqualand, un parco dei divertimenti acquatico amatissimo da bambini e famiglie) o della altrettanto celebre Cala Estancia, appena fuori dal centro cittadino. Più appartata, Es Trenc regala invece un angolo di Caraibi in pieno Mediterraneo. Imperdibili, infine, le grotte con il lago sotterraneo più grande del mondo, le suggestive Coves del Drac.

Ma Palma di Maiorca non è solo spiagge e natura: la città fu fondata dai Romani e porta con sé l'eco delle dominazioni arabe e della sfolgorante potenza spagnola tra Medioevo e Barocco: meritano una visita la celeberrima cattedrale gotica di Santa Maria, detta anche La Seu, e l'adiacente Palazzo dell'Almudaina, che fonde gotico e stile arabo. Notevole anche il maestoso Castello del Belvedere, anch'esso in stile gotico, costruito nel 1300. Bellissimo è poi passeggiare nel Parc de La Mar, con il suo lago artificiale, e fare una visita ai Bagni Arabi, la più antica testimonianza della presenza moresca sull'isola. E poi c'è Joan Miró: il famosissmo pittore visse a Palma dal 1956 al 1983, e la Fundació Pilar i Joan Miró ospita 5000 delle sue opere, nonché il suo atelier. Inoltre non dimenticate che Palma e la limitrofa Magaluf, insieme a Ibiza, sono una delle capitali del divertimento notturno: BCM, Tito's e Abraxas sono discoteche famose in tutto il mondo e che non potete di certo farvi scappare.

Insomma, se ancora non siete andati su Iberostar a prenotare il vostro hotel a Palma di Maiorca, non perdete altro tempo: non vorrete certo rischiare di non trovare il magico "cometagiroaviò", o, meglio ancora, il vostro amore in una delle più belle isole del Mediterraneo!

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I libri più venduti del 2017: ecco chi premiano i lettori

La fine dell'anno si avvicina ed è tempo di analizzare quali siano stati i libri più venduti del 2017. Non è tanto importante – o per meglio dire, non importa molto a noi – capire se si tratti di veri e propri bestseller; ci interessa piuttosto porre in evidenza il successo di alcuni autori, magari provando a capire cosa possa averlo sospinto e quali siano stati i contenuti e le suggestioni ad aver maggiormente ispirato i lettori. E' ovvio, mancano ancora i dati degli ultimi due mesi, molto spesso determinanti, ma possiamo già farci un'idea abbastanza compiuta di chi sia stato protagonista, chi una sorpresa, chi una conferma.

Una prima analisi, consultando le classifiche mensili fornite dal servizio Arianna, ci restituisce immediatamente e con evidenza una terna di autori (peraltro tutti italiani), che hanno dominato, ciascuno per più di un mese consecutivo, la graduatoria degli acquisti in libreria. Il primo della lista è Alessandro D'Avenia, che ha visto protrarsi nei primi mesi dell'anno l'exploit del suo L'arte di essere fragili, pubblicato nell'ottobre 2016. Dopo il successo ottenuto coi romanzi, l'autore palermitano ha colto nel segno anche con questo saggio che ha fatto riscoprire a molte persone la figura di Giacomo Leopardi, presentandone il pensiero e l'opera in una chiave totalmente diversa da quella in cui (troppo spesso anche attraverso la scuola) ci siamo abituati a etichettarli. L'immaginario dialogo fra il poeta recanatese e il Profduepuntozero fa emergere un Leopardi tutt'altro che pessimista, bensì un sognatore temerario, coerente nella sua fede nella poesia e smanioso di difenderla, illuminato da quel rapimento che D'Avenia ritiene sia ancora oggi il miglior metodo per cercare la felicità. Quasi un'epifania dunque sull'importanza di comprendere che - come ha scritto un suo lettore - “sono le ferite le cose più preziose che possediamo perché è dalle cose più fragili che impariamo ad essere forti”.

Animato da premesse assai diverse ma in definitiva non così dissimile nel messaggio che veicola è il fortunatissimo Storie della buonanotte per bambine ribelli, di Francesca Cavallo ed Elena Favilli, il progetto editoriale più finanziato della storia del crowdfunding. Cento ritratti di donne, di ogni epoca storica, di ogni estrazione geografica, sociale e culturale, affermatesi negli ambiti più disparati, le cui storie per un qualche motivo erano importanti da raccontare. E non tanto perché rappresentazione di modelli inarrivabili, né come latrici di chissà quali saperi o verità, quanto per la forza e la complessità che questi stessi personaggi riescono a evocare, spesso anche in chiaroscuro. Un florilegio al femminile che ha l'obiettivo di ispirare una nuova generazione a credere nei propri sogni e a lottare per realizzarli; un'ambizione che trova alimento anche in qualche dato statistico e di ricerca – snocciolato dalle stesse autrici in incontri pubblici e interviste -  il cui carattere “ribelle” appare francamente un po' puerile, ma che nel clima di fervore neo-femminista degli ultimi tempi risulta abbastanza centrato.

Sulla cresta dell'onda (e mai antinomia verbale fu più azzeccata) c'è infine il romanzo di Paolo Cognetti, Le otto montagne, trionfatore al Premio Strega e osannato da critica e pubblico. Il percorso di formazione del protagonista Pietro, ragazzino di città, attraverso l'amicizia con Bruno, nato e cresciuto tra le montagne; un'esplorazione della natura, dura ma emozionante, per certi versi romantica nel senso più letterario del termine, che col passare del tempo diventa strumento di misurazione e comprensione delle dinamiche familiari, dei sottili e complessi equilibri che sorreggono ogni esistenza, della personale ricerca di sé. Un libro che ricalca in parte l'esperienza personale dell'autore (diviso fra Milano e la Val d'Aosta) e che riesce a inserirsi nel grande solco di quella letteratura che, mettendo di fronte l'uomo - con le sue fragilità, le sue domande, la sua ricerca di un posto nell'universo - e la natura, crea una sintesi gravida di contenuti, spesso senza trovare delle certezze ma restituendo proprio per questo una visione più autentica della realtà.

Che altre indicazioni può offrirci la classifica dei libri più venduti del 2017? Innanzitutto un'inguaribile voglia di "rosa", declinato un po' in tutte le sue gradazioni. Da giganti del genere come Nicholas Sparks e Jojo Moyes, al nuovo romance in salsa storico-esotica di Dinah Jefferies, fino a fenomeni nostrani come Roberto Emanuelli, la ricetta del romanzo sentimentale è sempre gradita ai lettori. Discorso analogo per il poliziesco: che si tratti di indagini classiche o di cervellotici thriller, la truppa di autori gialli o noir è sempre ben nutrita. Ecco allora La rete di protezione, ultima fatica di Andrea Camilleri, andare a braccetto con Pulvis et umbra di Antonio Manzini, schizzato in brevissimo tempo ai piani alti della graduatoria; ecco il noir nordico di Camilla Lackberg e quello psicologico di Paula Hawkins convivere con le indagini di Franco Matteucci ed Emilio Martini; ecco i misteri storici di Marcello Simoni insieme alle storie nere di Maurizio De Giovanni. Inevitabile poi trovare in classifica qualche grosso calibro che - vuoi per qualità ormai universalmente acclarate, vuoi per un successo commerciale che ormai travalica spesso i pregi narrativi - non manca mai un buon piazzamento. Stefano Benni e Wilbur Smith, Roberto Saviano e Daniel Pennac, fino all'ennesima produzione di J.K. Rowling e al ritorno di Dan Brown, sono alcuni degli autori che anche in questo 2017 risultano tra i più letti.

Ragionamento diverso (e magari più approfondito) meriterebbero una serie di romanzi, in larga parte di narratori italiani, che hanno conquistato il favore di critica e lettori e il cui successo di vendite è una sostanziale certificazione di qualità, quasi un sigillo di garanzia su una carriera a questo punto non solo promettente. Ecco allora la saga dei Medici di Matteo Strukul, o il penetrante L'arminuta di Donatella Di Pietrantonio - non a caso rispettivamente vincitori del Bancarella e del Campiello -, le belle pagine di Elena Ferrante, Lorenzo Marone, Teresa Ciabatti, fino alla sorpresa di Giacomo Mazzariol col suo Mio fratello rincorre i dinosauri.

Presenti nella top list dei volumi più venduti del 2017 anche una serie di titoli con un debito di riconoscenza verso tv e cinema: il postumo successo di Kent Haruf e del suo Le nostre anime di notte si deve senz'altro alla trasposizione sul grande schermo con Robert Redford e Jane Fonda; lo stesso vale per Tredici di Jay Asher, da cui è stata tratta una fortunatissima serie (n.b. in entrambe le produzioni c'è lo zampino di Netflix). Non mancano poi in classifica le incursioni dei "non scrittori": e se per L'ordine del tempo del fisico Carlo Rovelli non c'è che da compiacersi, fa storcere molto più il naso continuare a vedere ai primissimi posti della hit parade La dieta della longevità di Valter Longo o la nuova pubblicazione firmata Antonino Cannavacciuolo.

In conclusione viene da dire che la classifica 2017 dei libri più venduti rispecchia una certa voglia di lasciarsi andare a un intimo momento di fragilità, di evadere per esplorare non tanto le proprie certezze quanto gli aspetti più emotivi e sentimentali della nostra vita. Non tutti i lettori lo fanno allo stesso modo, è chiaro: c'è chi si rifugia in trame complesse, c'è chi invece si "accontenta" di letture la cui qualità è tutta da dimostrare. In definitiva però leggere è sempre stato il miglior modo per uscire da sé stessi, lavorare con l'immaginazione e viaggiare alla ricerca di qualcosa che vada oltre le consuetudini. Una classifica dunque sta lì a dirci che, qualunque "mezzo di trasporto" si sia scelto, era proprio quello che ci serviva per arrivare a destinazione.

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Indignazione, il film dal romanzo di Philip Roth da oggi in DVD e in digitale

Vincitore del premio Pulitzer e per ben due volte del National Book Award e del Critics Circle National Book, Philip Roth è certamente uno degli scrittori più amati ed apprezzati del nostro tempo. Non è quindi un caso che lo scrittore sia stato fonte di ispirazione anche per il cinema.

Infatti, dopo essere stato presentato al Festival di Berlino 2016, grazie a Videa arriva anche in Italia, da oggi, Indignazione, il film tratto dall'omonimo romanzo di Philip Roth editato da Einaudi, e dall'8 novembre è disponibile in DVD e sulle migliori piattaforme digitali- iTunes, Google Play, Chili,  Timvision e Rakuten.

Diretto dal pluripremiato sceneggiatore e produttore James Schamus, che ha collaborato con cineasti del calibro di Ang Lee, Todd Haynes e Todd Solondz, il film vede protagonista Logan Lerman (interprete di Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo e Noi siamo infinito) nel complesso ruolo di Marcus, 'alter ego' di Roth e Sarah Gadon, presenza costante nella filmografia più recente di Cronenberg.

Ambientato nel 1951, Indignazione racconta la storia del giovane studente ebreo Marcus Messner (Logan Lerman) che da Newark, New Jersey, si trasferisce in un piccolo college conservatore dell'Ohio, per sfuggire al pericolo di dover andare a combattere la guerra di Corea. Una volta lì, la sua crescente infatuazione per la bella compagna di corso Olivia Hutton (Sarah Gadon) e i suoi scontri con il Decano Hawes Caudwell, mettono alla prova il suo tentativo di fuggire alla guerra.

«Direi che il nodo centrale di questo film è una storia d'amore», afferma Logan Lerman. «Il tipo di relazione tra Marcus e Olivia è davvero unico e potente» - aggiunge Sarah Gadon - «Non è la classica storia di un ragazzo che incontra una ragazza che si innamora di lui. È più complicato di così e, in questo senso, è più reale.»

«Ci sono alcuni aspetti di Logan Lerman che ho sentito subito perfetti per interpretare Marcus Messner»,racconta il regista James Schamus. «La combinazione di innocenza e intelligenza, serietà, curiosità e senso di esplorazione, apertura e vulnerabilità che riesce a portare in ogni scena».

Per entrambi gli attori, la complessità dei loro personaggi così caratterizzati dal coinvolgimento romantico era parte dell'intensa natura filosofica del film. «Quando si ha qualcosa di così complesso, si devono esplorare tutti gli strati che lo compongono», spiega la Gadon. «Ci si trova in una sorta di 'danza' fatta di tutte queste emozioni tra Olivia e Marcus: rabbia, amore, attrazione».

Il trailer ufficiale del film

Per chi ha già ha letto il romanzo di Roth, o per chi ancora - imperdonabilmente – non lo conosce ed è curioso di scoprirlo anche se in versione cinematografica, non può certo perdersi questa occasione.

E se davvero non vi basta continuate a seguirci perché a breve pubblicheremo la recensione di questo grande romanzo americano pubblicato in Italia da Einaudi (2009, prima edizione).abc
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