Categoria: l´eroe tragico

L’eroe tragico nella letteratura greca

Tema complesso e universale quello relativo alle caratteristiche dell’eroe tragico nella letteratura greca; un tema che ha attraversato tutto il pensiero dell’uomo occidentale fino ad oggi; quindi anche di sorprendente modernità. Nato in contemporanea con la tragedia greca nel V sec. A.c. nell’acme dell’Atene democratica dello statista Pericle, getta le fondamenta della nostra cultura e viene ripreso in tutti i tempi, specie nel sette/ottocento.

La nascita dell’eroe tragico rappresenta una svolta epocale nel pensiero greco e segna il passaggio dalla civiltà della vergogna (Omero) a quella della colpa e responsabilità (tragedia). Un abisso di pensiero divide l’eroe epico da quello tragico. Quello epico è forte e compatto e tutt’uno col divino da cui non si distingue, potremmo dire che è un semi-dio; non ha consapevolezza di sé né del suo corpo come integrazione delle parti, ma anzi si individua rispetto a parti singole del corpo che lo caratterizzano; sicché Achille è piè veloce, l’Aurora è dalla dita rosate, le fanciulle sono dai lunghi pepli e così via. Esistono quindi delle formule fisse che caratterizzano i personaggi epici; la fissità delle formule riflette la staticità dell’eroe che non è dinamico perché di norma non è attraversato da conflitti e non ha evoluzione interiore, ma aderisce convenzionalmente alle leggi della società che coincidono con quelle degli dei. Quando si trova davanti ad un bivio (es. Ettore), prevale la convenzione, ed Ettore va incontro a certa morte adeguandosi alla convenzione sociale e al volere degli dei. Se un eroe erra o perde in battaglia, non ne è responsabile, le sue azioni sono effetto del piano divino, per cui non avverte senso di colpa e conseguente pentimento, ma solo profonda vergogna (aìdòs), un sentimento esteso a tutta la famiglia e il consorzio sociale. Quando un eroe perde, con lui perdono famiglia e patria, e con la morte di Ettore muore un’intera città e civiltà, quella di Troia.

Molto diversamente l’eroe tragico, che incarna libertà (certo limitata dal volere degli dei) responsabilità, colpa e punizione. Essere moderno e complesso, ha coscienza del suo corpo e della sua psiche, alta è la consapevolezza del dramma che lo attraversa fino a darsi la morte (Edipo e Aiace docent) secondo stilemi ripresi dal Romanticismo. Nella sua compositività è dinamico, colloquia con se stesso, con le sue parti in conflitto e con il coro, che incarna il punto di vista della città tutta. La tragedia consiste proprio nella drammaticità tangibile del conflitto che l’eroe vive, costretto a scelte difficili e scomode e non in linea con la convenzione sociale, anzi spesso in contrapposizione netta con questa. Egli è per lo più figlio di una famiglia disgraziata, invisa agli dei per essersi macchiata di sangue dentro le mura domestiche: eclatanti sono i casi della famiglia di Agamennone, trattati nell’Orestea di Eschilo, e di quella dei Labdacidi di Edipo, trattati nel ciclo tebano di Eschilo e di Sofocle.Di mano in mano che la tragedia evolve, cambiano anche le caratteristiche dell’eroe, intensificandosi il suo dinamismo e quello della rappresentazione tragica tutta. Se infatti all’inizio la tragedia aveva un solo attore (protagonista), con Eschilo viene inserito il secondo (deuteragonista), con Sofocle il terzo (triteragonosta); con l’aumento del numero degli attori ovviamente si arricchiscono trama e movimento, riducendosi la funzione del Coro (stasimi) e aumentando la complessità dell’eroe.

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Il dramma dell’eroe consiste sostanzialmente nel fatto che, pur essendo obbligato ad una scelta dolorosa per volontà degli dei, è assolutamente e radicalmente responsabile, e quindi prova sentimenti moderni, quali conflitti interiori, angoscia, disperazione, ma soprattutto senso di eccezionale solitudine. Egli è sempre solo davanti a se stesso con tutto il carico delle sue scelte coatte. Facciamo pratici esempi: Edipo uccide a sua insaputa il padre (Laio) e sposa la madre Giocasta, che mette al mondo quattro figlio (Eteocle, Polinice, Antigone, Ismene) che sono figli e fratelli di Edipo. Egli mai al mondo avrebbe voluto un simil destino (gli dei lo vollero!), pur non avendo scelto, è impregnato di colpa e di responsabilità e si autopunisce accecandosi e andando fuori dal sociale, in esilio a Colono. La colpa lo esclude dalla società, ed egli rompe definitivamente con la convenzione sociale: è un uomo disperato, un animale irreversibilmente ferito; perché discendente della famiglia dei Labdacidi, viene nolente coinvolto in una catena di sangue. Vige infatti presso i Greci il principio della Nemesi Storica, per cui le colpe dei padri ricadono sui figli entro tre generazioni; Edipo paga per colpe non sue, eppure è dannatamente condannato.

Apparentemente più libera la figlia Antigone, che sceglie di seppellire Polinice contro il dictat di Creonte, il re di Tebe, cognato di Creonte; in realtà le sue scelte sono, a ben vedere, sempre riconducibili alla discendenza dalla famiglia dei Labdacidi; la sua scelta la condurrà alla morte. Antigone interpreta la legge degli dei, che vuole che i parenti non rimangano insepolti, di contro alla legge dello Stato, Creonte, che da despota impone che nessuno seppellisca Polinice, il nemico della patria, colui che ha mosso guerra a Tebe. Terribilmente moderna Antigone, sceglie e paga, soffre e si dispera, ma è determinata ad agire; chiede aiuto alla debole sorella Ismene, la quale glielo nega; in realtà Ismene è una parte di Antigone, quella più fragile e femminile, quella che soccombe rispetto alla parte virile e determinata. In tal modo spero sia chiaro quanto siano complessi psicologicamente gli eroi tragici, contenendo in sé il proprio doppio, tema tanto caro alla letteratura del nostro novecento, che ha fondato il romanzo psicologico.

Con questo contributo ho voluto individuare le caratteristiche precipue dell’eroe tragico, senza la velleità di uno studio esaustivo che richiederebbe molto di più dello spazio di due pagine. L’emergenza di questo lavoro nasce dalla consapevolezza della estrema modernità dell’eroe tragico, una figura sulla quale non si può tacere perché colpisce il centro dell’uomo diviso tra libero arbitrio, volere divino, necessità storica, responsabilità e colpa.

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