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Istintivamente Shan-Li Tzuongh mosse gli occhi dall’angolo della stanza in cui si trovava verso quel giovanotto che aveva appena finito di parlare misto a sospiri e che portava il nome di Zuan. Doveva essere pazzo, pensava lei. Ma possibile che non si fosse mai accorta?
Tutte le foto hanno una loro storia. Solo i soggetti inquadrati e chi le ha scattate le ricordano. Incise sulla data stampata nel retro in color giallino, di solito. Zuan ne aveva ricevute alcune in regalo da Li, belle grandi e colorate, che li ritraevano in sorrisi plastici ad hoc per l’obiettivo. Ma veri. Sorrisi come ne avevano fatto mille a luci spente, o sotto i lampioni arrugginiti della città, nei giardini comunali bagnati dalla pioggia. Poteva semplicemente buttarle ora, invece le aveva strappate, partendo dalla metà, separando accuratamente il suo viso da quello di Li nello strappo. Poi le aveva riappese al loro posto prima dell’incontro con lei. Voleva che vedesse quanto era profondo lo squarcio. Netta e brusca la separazione.
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Il silenzio di Zuan era inquietante. Una strana luce in quei piccoli occhi dischiusi che fissavano la carta da parati. Sembrava sereno e compiaciuto.
Quest’assurdo quadretto fu improvvisamente deturpato dall’ingresso di Kuabe Tzuongh che trascinò la figlia sedicenne per un braccio nell’atto di portarla a casa. Piangeva per strada le lacrime. E anche sui sedili beige scamosciati c’erano pezzi tondi e scuri di tristezza dagli occhi.
La fine non possiamo sceglierla sempre. Quasi mai, a dire il vero. Zuan in quell’inevitabile momento seppe che non l’avrebbe più vista. Ricordò le mani leggere di lei, la sua risata facile, gli occhi taglienti che non vedevano mai abbastanza. Un sollievo e una tortura. Era iniziato l’inverno.
L’inverno a Shanghai è complessivamente freddo, ma non è gelido come nelle zone costiere più settentrionali del paese. Tutte le tradizionali case cinesi sono dotate di cortile, così come l’abitazione di tipo Shikumen. Essendo il Shikumen un edificio urbano, il cortile è molto più piccolo. Il cortile svolge la funzione di stanza senza tetto: una sorta di rifugio domestico lontano dalla confusione delle strade. La mancanza del tetto permette la raccolta dell’acqua e quindi la coltivazione di piccoli orti domestici, la ventilazione e l’illuminazione delle stanze della casa. Zuan temeva l’inverno. Non per il freddo e il gelo, ma perché la sua Shikumen diventava improvvisamente triste, la carta da parati si gonfiava e il sole decapitava le giornate senza pietà, molto presto. Aveva amato, non si era tenuto indietro nel vivere. Ma ora sopravvivere era tutta un’altra storia.
Il cortile rinchiudeva i pensieri. E lo spazio cominciava a non bastare. C’era una sedia, e una sedia era tutto quello che voleva avere, per sedersi e piangere. Piangere per il futuro. Qualcosa ardeva nel petto, un piccolo fuoco. E ci sarebbe stato per sempre. Da perdonarsi. Da conviverci.
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Fece una breve pausa il padre di Zuan, leggendogli gli occhi. Aveva spiato, forse. Aveva saputo, dunque. E roteava le dita in aria.
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Bruciava. E nella pioggia improvvisa sulla pelle delle guance dipinte di notte sola il fuoco non spegneva. Tutto sfocava, i quadrati delle piastrelle avorio diventavano una scacchiera scomoda per chi non sa più che mossa azzardare. Nessuno capiva. Così uscì nell’oscurità illuminata a giorno dai grattacieli lontani. Passavano le auto a milioni.
Camminava sulla neve marcia, sporca di città. Neve senza poesia. Non copriva più interamente gli oggetti, non stupiva più per il bianco, non stava ferma risoluta in ogni posto a creare forme magiche. Semplicemente era calpestata, ignorata o maledetta. Proprio come la sua vita. Ecco la sintonia. Erano passati tre inverni e nulla era cambiato da quel giorno. La paura era sempre la stessa. I pensieri si strozzavano sempre allo stesso punto ma doveva sempre provarci per ricordarlo.
Una coincidenza. Una disgraziata coincidenza. Da verificare, certo. Ma non l’avrebbe mai fatto. E poi come? Con quali conseguenze? Non bisogna trovare il senso negli altri, si diceva. Non si deve dipendere. Non si deve rimpiangere. Non si deve volere a tutti i costi. Ecco le sue nuove regole vecchie come il mondo.
Se peschi dalla coincidenza hai il 50% di possibilità. Negli altri casi invece molto di più. Era stato sfortunato, era rimasto senza possibilità.
Andò a rifugiarsi in un taxi. Cominciava a piovere. Gocce dorate sotto le luci di spogli lampioni.
Hai presente quando i giorni passano per il calendario mentre dentro di te non si è mossa una foglia? Quando non hai spostato l’oggetto dei tuoi pensieri, dei tuoi desideri, delle speranze. Andava contro le sue stesse regole e si faceva male. Una domenica pomeriggio Zuan decise di scappare dai doveri familiari che consistevano nel dare il benvenuto ai parenti in visita, per vagabondare nell’Ihoyoung, la zona povera di Shangai. La serata si fece bella anche se troppo umida. Si mise a cantare vecchie canzoni e a guardare le stelle. Per sollevarsi. Guardarsi. Un po’ compiacersi.
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Completamente sorpreso da una voce femminile e senza girarsi Zuan rispose divertito <
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Che diamine, c’era da girarsi. Appena lo fece si rese conto di essere un perfetto cretino. Lei parlava al telefono. Anzi, ora rideva. Rideva di gusto prendendosi una pausa dalla conversazione.
Zuan era più rosso del sole all’alba.
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Liquidò il suo interlocutore telefonico. Fissò i suoi ventitré anni portati male. E si sforzò di rimanere seria.
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Era la prima volta dopo tanto tempo che tentava di parlare con una ragazza. Doveva essere più grande di lui. La conversazione aveva un qualcosa di irrazionale in sé. Un quadro al muro appeso storto. Che non sai se guardare più il contenuto o essere distratto dal fatto che non è nella sua posizione normale. Zuan guardava il contenuto. Lei l’assurda posizione che prendevano.
<< È strano voler sentirsi stretti ?…Non sempre da braccia fisiche intendo>> incalzava Zuan.
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<< Hai ragione>>.
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Zuan fece una pausa da attore. Tre secondi contati. Un’enormità per chi non sa come interpretare il silenzio. Ma lei sapeva. E lo dimostrò anticipandolo.
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Lisa gli lasciò la mano bianca ed europea. Più per stupore che per convinzione. Più per nessun motivo che per scelta.
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Non ci aveva mai pensato. Era sempre occupato a farsi male con quel pensiero.
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Certezze. Punti di equilibrio. Ognuno hai i suoi, o dovrebbe. Persone, cose, posti, arti, segreti. Che si tengono vicine al cuore. Strette. Quelle cose che vai a vivere quando va tutto giù, quelle cose che ti fanno rialzare di nuovo. Ecco l’equilibrio. Ecco di cosa sentì la mancanza Zuan.
<> Zuan sembrava ora uno scolaretto davanti all’illuminazione <
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Lisa strinse le spalle. C’era poco o tanto da dire, dipendeva tutto dal perché farlo. Non era ancora uscito fuori. E stavano lì in mezzo al freddo divertiti e indispettiti dalle posizioni dell’altro. Per fortuna esistono gli occhi per dire quello che non siamo capaci di dire con le parole. Gli occhi non li puoi fermare. Non puoi dargli confini, ordini, rimproveri, consigli.
Avrebbero continuato quella conversazione, o un’altra. Gli occhi di entrambi lo dissero.
Sei mesi dopo le vite erano davvero incrociate. Lisa si faceva scoprire lentamente e questo a Zuan piaceva da morire. Come era contento del fatto che lei fosse due anni più grande. Imparava. Riceveva più di quello che dava, probabilmente. Ma non era una questione di egoismo. Era stato vuoto per tanto tempo che ora aveva bisogno di stimoli, di pensieri, di discussioni, di scoprire qualcosa per il piacere di farlo. Lisa l’aveva imparato e lo aiutava con compartecipazione a tornare a vivere. In cambio lui le dava la verità. Pensieri e parole a volte cupi, a volte critici o impulsivi: niente sorrisi a nascondere. Zuan tirava fuori tutto, per troppo tempo aveva sofferto nel non farlo.
Poi arrivò anche l’amore a travolgere il resto. Una mareggiata. Il suono puntuale della risacca. Semplicemente non la vuoi più evitare.
Una mattina verso l’ora di pranzo Lisa chiamò Zuan al lavoro invitandolo per uno spuntino. Il posto era piccolo e frequentato, rinomato per l’ottimo sushi cucinato da un piccolo esercito di cuochi specialisti del taglio del pesce fresco. Voleva presentarle un’amica. Zuan si disse entusiasta e si diedero appuntamento per le 12,30.
Conosceva tutte le sue amiche ormai. Ma gli era sfuggita una a quanto pareva. Avrebbe rimediato subito. Lisa si circondava sempre di persone piacevoli, non sarebbe stato difficile aggiungere qualcuno alla loro “famiglia estesa”.
Quando arrivò al Jhaang-Tsubhit realizzò di essere in anticipo. Così prese un tavolo vicino alla vetrina per vedere meglio il traffico urbano e l’arrivo del suo amore, e si sedette. Arrivarono dopo cinque minuti. Lo trovarono distratto con gli occhi sul menù.
Lisa abbassò il menù col dito e lo baciò. Era terribile. Era un incubo.
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Guardò lui. Si girò verso Li. Si conoscevano. Zuan era fortemente in imbarazzo, non riusciva a stare fermo sulla sedia. In Li montava la rabbia secondo dopo secondo. Avrebbe potuto dirgli finalmente quello che pensava di lui dopo tutti questi anni? Punti di equilibrio. Certezze. Si annebbiava tutto. Cadeva tutto giù come un castello di carte.
Zuan temette il peggio. Chiuse gli occhi. Prese un respiro e si preparò a soffrire ancora.
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Sudava freddo.
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Neanche Li capiva perché dovesse mettere in gioco tutto, solo a causa sua. Doveva proprio essere pazzo. Anche a Lisa dava quell’impressione. Era di nuovo solo.
Lisa, tremante, disse a Li <
Lo lasciarono lì in poco meno di trenta secondi. C’era una sedia, e una sedia era tutto quello che voleva avere, per sedersi e piangere. Piangere per il futuro. Avrebbe mandato via il cameriere e quello dopo ancora. Qualcosa ardeva nel petto, un piccolo fuoco. E ci sarebbe stato per sempre. Da perdonarsi. Da conviverci.
Una coincidenza. Una disgraziata coincidenza. Non sarebbe servito verificarla. Lui lo sentiva. Sapeva. Lo sentiva ogni volta nei pensieri sovrapposti esattamente ai suoi. Lo coglieva dall’odore della sua pelle. I modi di fare. Nei discorsi affrontati allo stesso modo. Nel suo essere permalosa come il padre. E il taglio degli occhi. Quello urlava forte. Della fedeltà del padre non si era mai fidato. . Era l’unico a saperlo. Shan-Li Tzuongh era sua sorella.
Scegliere di dominare l’amore, di allontanarla dalla sua vita non era stato facile. Ma doveva. E doveva tacere, per non distruggere le rispettive famiglie. Non poteva essere un giudice non poteva essere un complice.
Pagò il conto. Uscì coi pugni chiusi in fondo alle tasche. Con l’intenzione di vivere ancora.
A volte a un passo dalla felicità c’è il vuoto. E più ci sei vicino più scivoli. E non c’è nessun senso. Ti resta dentro quella sensazione di aver fatto la cosa giusta che da sola non guarisce gli strappi. Ti resta quel segreto ad ardere come un piccolo fuoco.
Vivi nella verità. Pagati i tuoi conti. Le lenzuola raffreddano. Aritmie. Dimenticarsi, quasi. E ci sarà per sempre. In fondo a tutti i perché. Quel piccolo fuoco. Da perdonarsi. Da conviverci.