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Fra cielo e mare a Lindau ecco Emil Nolde…

A Lindau, Bodensee, Germania, nel museo locale, lungo le antiche mura urbane, fino al termine di agosto troverete una gemma dell’arte Espressionista: un’esposizione temporanea di Emil Nolde composta da un piccolo numero di opere preziose, di squisita originalità, che ha già raggiunto l’astronomica cifra di trentamila visitatori. Vi è nella cornice di Lindau un carattere eroico, moderato ed eclettico: chic d’antan, golosa, gustosa, frizzante, la città vanta un bacino portuale solenne che sembra far eco all’entrata trionfale all’isola di Rodi, lì dove è sommerso il più noto colosso.

E’ questa forse la dimensione ideale di Nolde, gigante dell’arte, maestro raffinato di intimità complesse e tortuose in grado di coniugare grandiosamente naturale e umano sotto lo stesso cielo: di lasciar sfiatare il sentire sommerso in armonia contundente con il creato, proiezione e sistema di cuciture dell’anima, passionali, ambiziose, silenziose come fuoco sotto cenere fredda.

Figura ambigua, Nolde vantava un’indole indomita e contraddittoria: pittore degenerato eppure sensibile al Reich, venuto alla luce in prossimità della Danimarca, alla ricerca di luci d’Oriente estremo durante la maturità.

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Nolde leggeva l’intima radice dell’esistere minerale, vegetale e carnale e la sua dimensione corposa, porosa e consapevole, la medesima che la città di Lindau, con indole subliminale, ambisce insinuare nei nostri occhi alle sue porte sull’acqua: mai collocazione fu più azzeccata per una mostra.

L’esposizione tedesca, curata da Roland Doschka, vanta oggi la presenza concentrata ma felice di dipinti, acquarelli e disegni e tocca i temi più significativi della produzione dell’artista, eseguiti con il tocco di uno sciamano d’Occidente, salvifico e terapeutico che lascia irrompere in superficie irruenza del colore e del tratto, grumosi magnetici e possessivi.

A Lindau, ancora per pochi giorni, fra cielo e mare, Nolde vi aprirà le porte dell’animo. Maggiori informazioni vi aspettano su questo link.

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A Londra l’arte della disobbedienza

Disobedient Objects, una mostra senza precedenti nel panorama espositivo odierno sull’estro dei materiali della dissidenza, curata da Catherine Flood e Gavin Grindon, è visitabile a Londra fino al primo giorno di febbraio e forme spontanee di dissidenza. Se passate da Knitsbridge non dimenticate di varcare la soglia del Victoria&Albert Museum: lì, superata la Hall, vi accoglierà l’ingegnosa insegna dell’esposizione che rimanda ai saggi di forme creative attraverso le tecnologie della prima ora. La lunga via dell’emancipazione dell’arte dai generi, le categorie e classificazione dei materiali è una vulgata vecchia ormai e trova il suo seme proprio in Inghilterra dove, precocemente, l’espressione figurativa ha spezzato l’incanto con le convenzioni accademiche e volato, come un’iperbole roussoiana, verso la spontaneità delle forme tramutata in anafora di autenticità dell’esistenza.

Se a questa pagina della cultura globale dell’età romantica aggiungiamo un’annotazione di cronaca delle arti applicate, comparto cui proficuamente è dedicato il celebre museo londinese sede dell’esposizione, noteremo che, dalla fine del XVIII secolo ad oggi, una porzione sempre maggiore dell’impeto inventivo occidentale è stretta fra il diaframma della storia sociale e il filtro della riproducibilità prima artigianale ora industriale dell’oggetto quotidiano.

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Da Wedgwood ad oggi, la memoria dell’uomo ha, di fatto, accudito la propria necessità di esprimersi attraverso gli oggetti quali status e iconografia di sé stesso e connesso la loro insita deperibilità ad una nuova vocazione alla monumentalità espressiva contemporanea antieroica, avviando un dialogo esuberante, verboso e vorace. È nato, dunque, un sistema comunicativo di nuovi ideogrammi in 3D destinato a rendere nitide, rapide e fragili verità da consumare nello spazio cronologico di una corrente del gusto. Fu proprio William Morris nella seconda metà del XIX secolo a pronunciare queste parole: «Se non metterete arte negli oggetti d'uso, voi, non soltanto avrete un prodotto insignificante, ma un prodotto che a ogni passo della vostra vita materiale e del suo "progresso" tenderà verso la morte della razza umana».

In questa cornice arrivata a divenire una sorta di neo etica espressiva delle recenti generazioni artistiche che hanno portato interesse proficuo verso tutte le dimensioni della creatività nobilitandole, dalla spontaneità miracolosa delle terraglie di Picasso al pesce architettonico di Frank Gehry per Tiffany, viene fuori una terza via: quella anonima della inventiva ufficiosamente incolta, sbocciata oltre ogni apparente legge ferrea all’educazione visiva e che riesce ad enucleare negli oggetti d’uso un’artisticità irriverente, immediata, ingegnosa, scanzonata pronta ad essere vestita degli orli di capolavoro.

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Ma è proprio l’educazione visiva che ci viene in aiuto in questi frangenti e che ci aiuta a vedere le cose oltre sé stesse e a leggere l’arte oltre la materia comune. La mostra londinese è l’esaltazione di questo pensiero ed esplora la grande versatilità immaginaria internazionale in frangenti collettivi di grande respiro corale in azioni di protesta: 97 oggetti, fra cui spiccano i sampietrini gonfiabili e i dollari di Occupacy Wall Street, che hanno rappresentato alcuni dei momenti più tumultuosi della nostra recente storia sociale dagli anni Settanta ad oggi sono esposti a confermare come la militanza sia in grado di promuovere un’ingegnosa produzione creativa che vada oltre le convenzioni critiche più accreditate. Machina Worlds, Speaking Out, Direct Action e Concept of Solidarity, le diverse sezioni della mostra vi aiuteranno a comprendere a sorridere e perché no?, ad immergervi nelle atmosfere, sovente di ampio respiro sociale da cui gli oggetti provengono, idealizzabili icone dei nostri sentimenti sociali più fervidi mai dimenticati.

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Libri e luoghi: alla scoperta delle città protagoniste dei libri

Non sono solo i personaggi a rendere un libro interessante e piacevole, ma anche i luoghi e i paesaggi dove si svolge la storia. Succede talvolta di rimanere talmente affascinati dalle città citate nei romanzi, da voler andare alla loro scoperta, solo per conoscere le zone di cui abbiamo letto. Libri e luoghi: ecco 10 famosi libri, che ci portano alla scoperta di 10 splendide e imperdibili città.

LISBONA: Sostiene Pereira – Antonio Tabucchi

Il libro è ambientato in una Lisbona del 1938, che sfavilla e scintilla, nonostante si trovi nel suo periodo piu' cupo, quello del regime dittatoriale. La storia racconta del dottor Pereira, un giornalista che ha deciso di lasciare la rubrica di cronaca nera, per quella culturale di un quotidiano, denominato appunto il “Lisboa”.

SARAJEVO: Venuto al Mondo – Margaret Mazzantini

Gemma, la protagonista, vive a Roma quando improvvisamente riceve una telefonata che la costringe, a prendere suo figlio sedicenne e a partire di corsa per Sarajevo. Città magica e emozionante, che la riporta indietro al 1984, anno in cui ha vissuto la piu' grande storia d'amore della sua vita. Un romanzo di sentimenti, dolori e colpi di scena.

1499640_10203095690860314_700204885_nLONDRA: La Signora Dalloway - Virginia Woolf

La Londra che viene descritta nel romanzo è quella che tutti immaginiamo e vorremo visitare: quella dei sobborghi, grigia, nebulosa, nebbiosa, delle vie eleganti, di Bond Street e dei parchi. Ecco la Londra che attraversa la Signora Dalloway, a passeggio alla ricerca dei fiori per una festa.

EDIMBURGO:  Trainspotting - Irvine Welsh

Il romanzo racconta di un gruppo di tossicodipendenti nella Edimburgo di fine ottanta.  Un libro che ha avuto il suo maggiore successo grazie alla trasposizione cinematografica. La luce azzurra, le case di mattoni in stile scozzese e le strade di pietra, rendono Edimburgo una città notevolmente affascinante e sicura da non perdere!

MOSCA: Il Maestro e Margherita - Michail Bulgakov

Russia degli anni 30’, ai tempi dello stalinismo. La storia parla delle persecuzioni politiche subite da uno scrittore e drammaturgo da parte delle autorità sovietiche e del suo amore con Margherita Nikolaevna. Mosca e le sue guglie mozzafiato, sanno sempre come esercitare il loro fascino!

TORINO: Mandami tanta vita - Paolo di Paolo

Moraldo, arrivato a Torino per una sessione d'esami, scopre di avere scambiato la sua valigia con quella di uno sconosciuto. Mentre prosegue i suoi studi di filosofia, coltiva una passione per un coetaneo, Piero. Torino, con le giostre di Piazza Vittorio e il leggero fruscio del fiume, non può che lasciare tutti incantati.

STOCCOLMA Uomini che odiano le donne – Stieg Larssson

Primo volume della famosa trilogia “Millenium”.  Girando per Stoccolma potrete ritrovare tutti gli stessi luoghi dove sono ambientate le vicende: a Götgatan, l’ufficio del protagonista,  nelle vicinanze  l’appartamento di Lisbeth e per i golosi: Mellqvists kaffebar. Vi sembrerà di rivivere gli assassinii, gli enigmi, le indagini, le corse, tutte le avventure di cui avete letto.

1002059_10203095690540306_228313029_aCOPENHAGEN Il senso di Smilla per la neve – Peter Hoeg

Danimarca: credo che basti questa parola per accendere le antenne di chiunque. Un viaggio tra i ghiacci e la neve di Copenaghen e della Danimarca, e vi sembrerà di rivivere in prima persona l’atmosfera misteriosa e le indagini di un omicidio che non ha decisamente niente di normale.

BANGKOK Bangkok - Lawrence Osborne

Un uomo disoccupato, senza futuro, né prospettive che decide di partire e mollare la propria inesistenza. E quale luogo migliore della Thailandia per ritrovarsi? Villaggi nuovi e sconosciuti, vicoletti misteriosi, nuovi odori, colori accesi, paesaggi maestosi. Esiste qualcosa di piu’ affascinante? Partiamo subito?

1621769_10203095690620308_922859166_aDUBLINO Agnes Brown mamma - Brendan O'Carroll

Agnes Browne, trentaquattro anni, bella, proletaria, simpatia irresistibile, ha un banco di frutta e verdura al mercato del Jarro, turbolento quartiere popolare di Dublino e sette figli. Una Dublino degli anni ’60, di quartiere, ironica, attiva e mai spenta. Animata da pinte di birra e sidro. Infine, non ci si annoia mai!

E voi avete altri suggerimenti?

Articolo tratta dalla lista originale di Skyscanner 

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Carnation’s Beauty

Illa amava la pioggia anche se non poteva udirne il rumore. Tutto sembrava più vivo, più colorato e anche i ricordi riprendevano vita sotto la pioggia.

Sfiorò il disegno di quella ragazza, rimosse alcuni granelli di polvere lasciati dal tempo per osservarlo meglio sotto un nastro di sole. Un lieve sorriso increspò le sue labbra. I ricordi così rievocati la indussero a volgere lo sguardo oltre i garofani appena sbocciati, la vetrina, la pioggia, oltre il tempo. Allora era giovane e impreparata a quella prima febbre d’amore che la fece ammalare e diventare adulta. Ogni volta che un garofano sbocciava, ripensava a quel primo amore splendido e rigoglioso come la primavera.

Sostava davanti alla porta d’ingresso stringendo la tracolla del tubo porta disegni, accostava il viso al vetro schermando il riflesso con la mano aperta e sorrideva. Illa sentiva la sua presenza, sapeva che passava di lì ogni giorno dopo scuola e attendeva quell’incontro con trepidazione. Quel giorno però, non sentì trillare il piccolo campanello appeso alla porta dunque non sollevò lo sguardo. Entrò piano, posando appena i piedi sul pavimento di legno, la guardò lavorare dietro il banchetto assaporando il profumo di quell’istante. Soddisfatto da quella visione, batté due colpetti sul tavolo così che lei si accorgesse della sua presenza. Dapprima stupita non avendolo sentito entrare poi turbata per quella vicinanza arrossì.

Legò i garofani, messaggeri di pensieri teneri e affettuosi, con un nastro viola e glieli porse con entrambe le mani sfiorando quelle di lui in un gesto casuale. Il ragazzo ne aspirò il profumo e sorrise, pagò il conto e andò via. Da allora comprò molti altri garofani e le regalò molti altri sorrisi che Illa impresse nel posto più luminoso del suo cuore. I garofani diventarono i suoi fiori preferiti e il pomeriggio il momento più bello della giornata, l’unico che avesse un senso. Lo sbirciava mentre annusava i fiori e abbassava lo sguardo quando incrociava i suoi occhi nocciola. La notte aspettava che arrivasse il mattino e tra le stelle tracciava il suo contorno immaginando il suo nome. Scriveva di lui tra le pagine del suo diario caricando ogni frase di felicità e di promesse. Viveva l’amore con l’ingenuità di una bambina che si aspetta di dare e ricevere con semplicità. Quella sera cambiò ogni sua prospettiva e capì che il primo amore è una devozione infinita, perché non puoi averlo, perché ami troppo.

Staccò il ritratto dal cavalletto, lo arrotolò velocemente e lo infilò nel porta disegni. Percorse di corsa il tratto da casa al negozio di fiori, giunto all’uscio riprese fiato asciugandosi la fronte. La cercò con gli occhi, era seduta al banchetto con lo sguardo rivolto ai fiori. Era bellissima, dolce e delicata come un garofano e lui la amava. Quella sera lei lo avrebbe saputo. Sudava, ansimava, tormentava nervoso la tracolla e muoveva le labbra per dire delle parole. Illa si sforzò di capirne il significato, strinse gli occhi e lesse i loro movimenti con attenzione. Sembravano parole difficili da pronunciare, si grattò la testa e sorrise irrequieto, pensò allungo infine la guardò: «Io domani... andrò all’estero per studiare».

Che cosa stava cercando di dirle? «Tu a me... piaci molto!». Il cuore di Illa si gonfiò di così tanti sentimenti che ebbe paura di non riuscire a contenerli tutti. Non era sicura di aver compreso bene perciò si concentrò di più sulle sue labbra.

«Se tu provassi lo stesso... non vorrei partire...» terminò esitante.

I garofani che teneva in mano, completamente schiusi erano come lei, impotenti, privati delle parole che sgorgavano dal cuore ma che non potevano essere pronunciate. Cercò un modo per far uscire quei sentimenti ma lui si arrese troppo presto a quel silenzio imposto. Lo rincorse fino alla porta del negozio ma lui ormai non c’era più, inghiottito dalla città e dalla pioggia. Abbandonato a terra, giaceva il tubo porta disegni e al suo interno il ritratto di una giovane donna circondata da fiori che aveva il suo stesso sguardo. Per molto tempo rimase seduta sul gradino di quell’uscio ad aspettare che lui tornasse ma non tornò.

Molti anni dopo quella stessa pioggia cadeva sulla città bagnando strade, ombrelli, alberi, passanti. Alcune gocce rimbalzavano sul soffitto del piccolo negozio di fiori, scivolavano lungo il muro, percorrevano il profilo dell’insegna di legno bianca. Illa aprì la porta e si sedette sull’uscio ad aspettare per poter esprimere, nell’unico modo che poteva, le parole che quella notte non aveva potuto pronunciare con le labbra. Le sue labbra erano le sue mani e questa volta sarebbe stata pronta a dire: «Anche tu mi piaci».
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Recensione di La sindrome di cappuccetto rosso di Matteo Stafforini

La sindrome di cappuccetto rosso, un libro che, se non lo si legge con attenzione e con lo giusto spirito, può venire sottovalutato o addirittura frainteso. Racconta, tra umorismo per rendere tutto meno pesante e serietà per far riflettere, le disavventure amorose di un uomo alle prese con le categorie di donne più eccentriche e affette dalla “Sindrome di cappuccetto rosso”. Per chi fosse a digiuno su questo argomento ecco una breve e concisa spiegazione: è definita “Sindrome di cappuccetto rosso” quella mania di molte donne di voler a tutti i costi sedurre il lupo cattivo nonostante lo si reputi pericoloso.

Poi questa Sindrome, come spiega l’autore Matteo Stafforini, spesso si accorpa con quella di Peter Pan, rendendo le donne che ne sono affette delle macchine di distruzione ed una vera spina nel fianco per gli uomini che sono solo in cerca di una storia duratura e tranquilla. L’autore stesso definisce il suo scritto come qualcosa “che si legge e si posa lì sullo scaffale in bella vista”, qualcosa che non rimarrà nella storia ma farà comparire un sorriso sul volto dei lettori almeno per un po’. Fa riflettere, certo: le cinquantatré pagine sono ammalianti, catturano e non si riesce a saltare nemmeno una lettera, nonostante si brami arrivare alla fine e leggere sempre di più. Si ride leggendo, ci si sente leggeri.

Ma, arrivati alla fine, si percepisce una pesantezza affatto negativa: qualcosa si è insinuato in noi. Forse il dubbio o forse la consapevolezza della veridicità delle parole appena lette, fanno sì che si crei nel lettore una confusione tale da portare a riflettere intensamente su quella che è la nostra società e come ci rapportiamo ad essa. Difatti lo scopo del libro non è quello di insultare o disprezzare: ma analizza come le donne si stiano mal-adattando ad una società a sua volta mal-adattata a loro, con un pizzico di umorismo per rendere tutto più leggero. Alla fine l’autore parla di uguaglianza ed emancipazione, arrivando alla conclusione che non ci potrà mai essere uguaglianza finché esisteranno due sessi differenti e mai emancipazione finché la si vedrà come un dare privilegi e non un rendere uguali le situazioni tra i due sessi.

Niente polemiche, dunque: basta guardare a sé stessi e al mondo con un po’ di realismo, obiettività e umorismo. E, come suggerisce l’autore con parole graffianti, con una buona dose di umiltà e poco narcisismo.

Benedetta Talluto

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Leggere a Colori intervista Claudio Volpe uno dei piú giovani autori italiani di talento.

Claudio Volpe, 23 anni compiuti a luglio, ha già all’attivo due partecipazioni allo Strega e un’idea ben precisa sul tipo di scrittura che lo caratterizza. È questione di Humus ci dice, del fango, una lente d’ingrandimento puntata sulle persone per scavare nel profondo della psicologia umana.

Icaro: Ciao Claudio. Dopo il successo del Vuoto Intorno sei arrivato secondo al Flaiano con Stringimi Prima Che Arrivi La Notte. Sarai contentissimo. Mi fai venire in mente Paolo Giordano.

Claudio: Sì sono felice, ma per arrivare al successo di Giordano ce ne vuole.

Icaro:  Si dice che la modestia sia la migliore qualità dei grandi artisti. Ti va di raccontarci come sei arrivato allo Strega e al Flaiano poi?

Claudio:  Allo Strega sono arrivato grazie al sostegno di Dacia Maraini la quale ha letto e apprezzato il mio romanzo decidendo di sostenermi per la presentazione al Premio. Poi da lì, piano piano, ci si fa conoscere, si fanno presentazioni, si rilasciano interviste. Io ho appena iniziato, il cammino sarà molto lungo, ma questo é il bello!

Icaro:  Che idea ti sei fatto dei premi letterari dopo aver partecipato ai due più importanti in Italia?

monza-riparte-mirabello-cultura-claudio-volpe-racconta-il-suo-libro_cf602708-aa9e-11e2-9042-b702709de342_displayClaudio:  Allora, l'idea che mi sono fatto dei premi letterari è che essi siano un mondo molto complesso e spesso poco trasparente. Il giudizio talvolta viene influenzato da diverse variabili tra le quali la notorietà dell'autore e della casa editrice giocano un ruolo fondamentale. Naturalmente mai generalizzare, ci sono premi e premi, giurie e giurie. La trasparenza è sempre la cosa migliore. Il Flaiano cui sono arrivato secondo ad esempio mi è sembrato un premio molto serio. I premi migliori a mio parere sono quelli che si ricevono quando meno te lo aspetti, quando non ti sottoponi a competizione ma vieni scelto da comitati vari per ritirare un riconoscimento come mi è accaduto con il Premio Franco Enriquez 2012 o il Premio Internazionale Cultural Classic.

Icaro: E del Flaiano in particolare che puoi dirci?

Claudio: Per quanto riguarda il Flaiano l'esperienza è stata molto breve. Sono stato presentato ma poi il mio romanzo non è andato avanti. Non ho vissuto il Premio in modo così approfondito da poter esprimere un giudizio dunque preferisco non commentare.

 

Icaro: Come passi le tue giornate?

Claudio: Le mie giornate prevedono lo scrivere, il rispondere a interviste, fare presentazioni, leggere e studiare, mi sto laureando in giurisprudenza.

Icaro: Come hai cominciato a scrivere? Quando è nata questa passione?

Claudio: Non so come ho cominciato a scrivere. La scrittura è una cosa che hai dentro da sempre, un tormento e una salvezza al contempo... Un bisogno fisico e mentale. È lo strumento attraverso il quale ricercare se stessi e il mondo. La scrittura salva e ci salva.

Icaro: Qual è l’ispirazione che ti guida nella vita?

Claudio: Ciò che mi orienta nella vita è l’idea di un amore universale che investa e travolga tutte le cose. Amore nel suo senso più antico di A- MORS, cioè di negazione della morte. L’amore è tutto è non deve avere confini, limiti, paure. Si può amare l’arte, le parole, un’altra persona, un figlio, un genitore, uno sconosciuto, un’idea, un’ideale, un sogno. L’importante è amare e cercare il modo per comunicarlo. Il mio è la scrittura. Si scrive per se stessi e per gli altri. L’io e gli altri sono due entità inscindibili se non altro per il fatto che la maggior parte di ciò che siamo lo dobbiamo al resto dell’umanità. Qualunque cosa, dal dolore alla felicità, se condivisa acquista un valore nettamente superiore, abbandonando la dimensione terrena per sfiorare il divino.

Icaro: C’è qualcuno che consideri come un maestro?

Claudio: Amo i romanzieri russi, Pirandello, e le scrittrici italiane come Dacia Maraini, Margaret Mazzantini e Melania Mazzuco.

Intervista concessa a Leggere a Colori per conto di Icaro Talentagency.abc

Enough. Una parola di confine. Tu in che stato sei?

Amo la lingua italiana. Cosí tanto che farei l´alunno in perpetuo, se potessi, tra cancellini righe e avverbi. Se parliamo di suoni peró ci son lingue che ci superano, alcune parole in spagnolo, in inglese, in francese solo per fare un esempio hanno un suono che é tutto di quella parola. Come tutto un programma, come un corso d´acqua, un corso Garibaldi che trascina tutti i significati allo stesso posto, come un suo destino. Finisci che te le ripeti cosí tanto, che la lingua si diverte cosí, a danzare sul palato e atterrare sulle labbra per un attimo, che quella parola sembra fatta apposta per te, su misura per la tua vita e il significato ti appartenga incatenato al cuore, calcificato nelle ossa. La canti, la ripeti e in fondo la suoni piú a te stesso che agli altri.

Enough. Una parola che ha senso in qualsiasi lingua. Il senso di chi mette ordine, di chi fai conti, di chi fa progetti, di chi vuole avere un controllo su qualcosa di piccolo o grande. Abbastanza. Mi piace come suona l´Abbastanza inglese. Una parola che finisce che sembra con un accento, che finisce come una finestra, aperta. La pronuncia sembra quasi un " e no?"  un " e perché no"? La fantasia fa giochi strani. Forse é davvero un invito. A non accontentarsi, a risparmiare emozioni per giocarsele quando serve sulla ruota di ora. Enough é una parola sul confine tra quello che basta, la sufficienza il minimo sindacale e l´abbastanza di quel che ti ha riempito, ti ha dato in maniera completa e non chiedi di piú. Dipende tutto da te.

Lei si guarda allo specchio e non si trova abbastanza. Lui ha studiato forse abbastanza, loro hanno capito abbastanza di se stessi. Stiamo bene abbastanza, siamo buoni abbastanza, abbastanza in ritardo, ne abbiamo abbastanza. Dove non c´é completezza, infinito, c´é abbastanza. Ce lo portiamo dietro da anni e in genere lo ignoriamo, non ascoltiamo preferiamo continuare a oltranza. Finché enough, dai tanti significati e con la sua bella pronuncia ci spacca a metá. Allora abbastanza non basta piú. Prendi un sognatore, prendi uno che non si accontenta piú. Un bacio, una promessa, un lavoro, un´amicizia, un posto, un carattere, un modo, un problema possono correre sul filo dell´abbastanza in equilibrio per una vita ma poi il coraggio li colloca al posto giusto, li ridimensiona o li accende. Siamo cosí, tra l´abbastanza poco e l´abbastanza che basta, a provare a equilibrare le due cose, se manca uno aggiungiamo dell´altro anche se non funziona davvero cosí  e certe cose hanno un posto che niente e nessuno puó prendere.

Succede all´improvviso. La macchina non parte piú, una persona non risponde piú, la banca non concede piú prestiti, la famiglia é diventata un ring, lei ti sente ma non ti ascolta piú, gli esami son troppi, il tuo amico racconta bugie, a lavoro arrotondano per difetto. Un attimo e non puoi piú sopportarlo. Vivere abbastanza ti pesa, ti cambia, ti imprigiona, ti viviseziona. E vuoi di piú. Succede che scappiamo, e scappando dalle persone e dalle situazioni scappiamo in scala 1:10000 da noi stessi. Scappiamo per varcare quel confine di enough dalla parte di quello che basta davvero, anzi é anche troppo. Vogliamo sentirci considerati, amati, ricchi, realizzati il tanto che basta. Fermarci, arrivare. Solo i piú coraggiosi, i pazzi sono sempre in viaggio alla ricerca di qualcosa, nulla é abbastanza per loro e qualsiasi cosa non é che uno scalino verso qualcosa di piú. Loro non vogliono nulla se non vivere dentro al loro sogno e questo é giá tutto.

E poi ci siamo io e te, io e te da qualche parte. Ci aggrappiamo forte ai nostri abbastanza e siamo abbastanza poco rispetto a quello che vorremmo. Vorrei poter ridere e dire "in un´altra vita". La veritá é che il filo dell´abbastanza brucia e non ci si puó stare in equilibrio. Sei di quelli che si accontentano? Di quelli che dev´essere necessariamente "in questa vita"? Voglio solo sapere da che parte stai. E se sei divisa voglio sapere cosa ti divide. Abbiamo cosí poco tempo in questa vita che le scelte che facciamo possono essere piú importanti di quello che crediamo. Le cose che cambiamo, quello che cerchiamo di migliorare, di ordinare e incastrare nel senso, beh tutte quelle cose ci rendono persone migliori, grandi persone agli occhi di chi sa cercare, belle persone agli occhi di chi sa guardare. Noi siamo di chi ci vuole scoprire. Siamo di chi sconfina per venirci a prendere. Di chi abbastanza non é mai troppo e tentare é obbligatorio.

Forse io e te siamo polvere e sogni. Io so che i sogni son destinati ad incontrarsi e non c´é abbastanza poco che tenga. Potrei scrivere pagine. Ma so che a te basta un "vieni dalla mia parte".

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Recensione di Bangkok di Lawrence Osborne

Chiudi Bangkok di Lawrence Osborne dopo aver letto l’ultima pagina e pensi che in realtà non è un libro solo su Bangkok, ma su chi decide mollare tutto e trasferirsi lì. Sono gli occidentali alla deriva, chiamati farang, che si perdono in una città misteriosa e avvolgente. I farang descritti da Osborne sono inafferrabili, incomprensibili; cinici e romanticamente devoti a un’idea di bellezza che copre tutto, fallimenti, difficoltà e solitudine. Pensano di poter controllare la loro presenza e il loro presente a Bangkok, ma la città non si cura di loro, li illude e poi li fa scomparire, proprio come il protagonista viaggiatore, e gli strani tipi con cui familiarizza.

Ogni volta che il protagonista/narratore torna a Bangkok, improvvisamente si materializza uno dei vecchi amici, sempre più improbabile e malridotto mendicante d’amore e d’attenzione, per poi scomparire di nuovo, in qualche bar o in qualche club, o sul tetto di un tempio buddista. Quasi risucchiati e riemersi dal fango di una città per settimane sotto una pioggia incessante.

“A Bangkok si arriva quando si sente che nessuno ci amerà più, quando si getta la spugna, e a pensarci bene la città è solo questo, il protocollo di una caduta […]”.

Bangkok di Lawrence Osborne è sostenuto da una sofisticata tensione narrativa che rimanda ai grandi autori, Lowry, Green, e Somerset Maugham, anche se la scrittura non sempre è all’altezza di questa ricerca. E’ un’immersione in un mondo non solo lontano, ma altro da quello occidentale, in cui ogni azione è benedetta da mille significati buddisti, in cui il re è considerato una semi divinità, e la potente natura del sudest asiatico è così fisicamente intrecciata alla città. La Bangkok che il protagonista percorre nelle sue interminabili camminate per i soi, le vie della città, è un luogo per metà magico, per metà durissimo e inaccessibile. C’è la bellezza della natura, dei templi, dei volti dei giovani, e ci sono le case nascoste nella giungla in mezzo alla discarica, le botteghe in luoghi fetidi e improbabili, i cani randagi che abitano i templi e le strade. C’è il cibo, che diventa un viaggio nel viaggio: formiche, vermi, insetti, vodka allo scorpione, solo mangiando si ha la possibilità, o l’illusione, di non essere solo un anonimo farang ma di far parte del ritmo vitale della città.

E poi c’è il sesso, tanto, ovunque, sempre, con chiunque. Negli squallidi club delle zone più infime della città, o negli alberghi di lusso, la mercificazione del sesso sembra essere l’attività principale. Il protagonista e i suoi amici non credono ai dati delle Ong sullo sfruttamento sessuale e sulla prostituzione minorile in Thailandia, perché secondo loro non tengono conto della vera natura dei thailandesi. Ma non è chiaro se sia vera libertà sessuale, come sostengono, o solo un’altra illusione del farang sfaccendato e senza scrupoli che vive a Bangkok, in cerca di un’assoluzione per la sua perdita di moralità : "a Bangkok ciascuno è libero di andare a pezzi come crede".

A. P.

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Ti giri un attimo

Ti giri un attimo. Porgi la guancia al vento, le mani ad un estraneo temporaneo. Fumo, luci, alcool, il lounge. Cerchiamo di respirare su un wisky e cola. La lotta per non far passare tutto invano, per non essere come quel numero in panetteria, strappato, tenuto nelle mani sudaticcie e lasciato. Per non essere mai più riutilizzato. Quella fragile lotta ha inizio.

L’appuntamento. La sorpresa decresce ad ogni minuto, fino a scoppiare, come bolle di sapone soffiate con troppa forza in un cielo adrenalinico. Io sono lì all’angolo, da un imprecisato numero di anni e da quell’angolo che è più un sentimento che un posto ti guardo parlare. Cosa mi stai dicendo? Soprattutto cosa non mi stai dicendo? Vuoi tracciare un sentiero e farti seguire, vuoi restare nascosta ? Lo smalto, il modo di lisciarti i capelli, il finto sguardo perso, la dipendenza da social network nel cellulare, il profumo lieve quasi solo di pelle.

Ti giri un attimo. Mi guardi. Cerchiamo di respirare su un wisky e cola. Ma su tavoli diversi. Togli tutte le domande, togli tutti i perché. Lasciamo aspettare tutto. Senza tentare di capire cosa siamo. Abbassi la voce, la sera decresce, ti fai meno sicura. Poi arriva il tuo compagno, si siede accanto a te e siete una cosa nuova. Non si può rinunciare alle cose belle. Non si possono disconoscere per egoismo.

Resto lì a studiare il concetto di distanze con melanconico trasporto, sì quelle non di metri. E' stato solo un se. Uno di quelli che valgono il sogno. Viviamo anche di sogni che si girano un attimo.

abc

Senza frequenza

Uno.

Frrr. Tzschh. Frr. Puntini bianchi e neri attraversano la tv. Timothy ha in mano il telecomando, pulsante sbagliato, è su frequenze in cui non trasmettono niente. Incuriosita dal rumore proveniente dal salotto arriva Caterina e salva il piccolo da un pomeriggio di noia trovando il canale di Walt Disney. Lui è una statua di cera con un cuore. Un cuore infossato come sasso. Dieci anni e sapere già quanto possa essere inesorabile la vita. Niente patti, intese, negoziazioni. Occhi lucidi da vendere. Sentire la forza misteriosa che si trascina nel tempo portar via quello che hai. Un piccolo così tanto consapevole è un po’ grande.

Gli amici lo chiamano stecco. Oltre ad essere davvero magro come un filo di paglia ricorda vagamente l’aria scanzonata e buffa di Benigni in “Johnny Stecchino”. Da grande vorrebbe fare il postino dice, per essere sempre in sella ad un motorino e godersi la litoranea, una lunga C che strappa terra al mare, cui è affezionato. Per ora si accontenterebbe di giocare a pallone in una squadra, con un pallone vero, al posto di quello della Playstation. I compagni bisbigliano che sia un genio di quelli che diventano scienziati. Forse quelli che tentano di salvare il mondo. Oltre ad eccellere in ogni materia Timothy, oltre a studiare per conto suo materie del liceo, oltre a stupire per la sua logica, è un bambino mai sazio di sapere che pone domande che mettono in difficoltà i grandi. Ma ci sono domande a cui nessun grande può rispondere.

Dove lo metti sta. Riceve i complimenti come si riceve una caramella da mettere subito in tasca. Guarda impassibile la felicità degli altri, per capirla. Una cosa pratica che non si può teorizzare, sintetizzare, ricomporre in formule. Questo è il fascino che insegue segretamente. Capire e vivere della gioia riflessa. Perché lui lo sa che una sua, una tutta sua non l’avrà.

Due.

Frr.Tzschh.Frr. Come se dovesse scusarsi davanti a un sorriso alla vita. Frr.Tzschh.Frr. Salta la frequenza. Ancora. Stavolta è il cuore. Il piccolo cuore. Via Manzoni è trafficata. Dalla sala d’aspetto si sente l’ora di punta. I camici, i colori diversi degli infermieri, la donna che passa a fare le pulizie. L’odore vago di minestra, il cellulare che continua a squillare.

-          Cos’hanno detto i medici?

-          Il solito.

-          Non è ancora fuori pericolo?

-          No, mio Dio. No. Non ce la faccio più. Ogni volta mi sembra di morire al posto suo.

-          Stiamo arrivando. Ti serve qualcosa?

-          Mio figlio. Vivo.

Le grandi finestre sporche dall’esterno, le famiglie che si stringono in speranze tutte uguali a capezzali. Davanti a chi vuole vincere le proprie battaglie appese alle flebo, poggiate ai bisturi, sdraiate su lenzuola fresche. Prima dei nonni arriva il papà.

-          Come sta?

Caterina accartoccia le spalle. Come a chiudere un segreto che non sa. Tra mamma e papà la sincronizzazione dei cuori è saltata tempo fa. Ora sono frequenze singole che trasmettono anonimi puntini bianchi su sfondo nero. Ma stare insieme è un obbligo, tirare avanti con fatica per non aggravare il cuore di Timothy con un dispiacere irreparabile.

Ho visto persone col sorriso in bocca che predicevano la risoluzione di un problema a qualcuno preoccupato. Il lavoro, l’amore, l’umore. Tutto si sistema, non ti preoccupare. La ruota gira, compra la vocale giusta, incasellala dove sai e arrivi dove vuoi essere. Chi non l’ha mai detto, pensato.

Facile essere positivi con la vita degli altri.

Facile di mestiere vendere vocali agli altri.

Quando poi le parole le perdi e la paura ti fa tremare dentro e pensi che il senso di tutto può anche finire a minuti. Allora non ti salvano gli sguardi incrociati che cercano di starti vicini. Non ti sollevano i forse, non ti afferrano dentro le braccia che lo fanno da fuori.

Tre.

Timothy conta i giorni che spera di avere. In Timothy i ritmi veloci e caotici di tachicardia ventricolare e di fibrillazione ventricolare riducono l'efficacia dell'azione di pompa del cuore. Durante la fibrillazione il suo piccolo cuore batte molto velocemente e caoticamente, perdendo la sua capacità di pompare il sangue e farlo circolare in tutto il corpo e nel cervello. Bastano pochi minuti. E il buio. Per questo Timothy vive nell’apprensione degli altri, la legge negli occhi di chi non può abbandonarlo nemmeno per un istante, la evapora distratto dagli sguardi persi sui muri degli ospedali.

-          Ci dica dottore, ci son novità?

-          Il bambino è stabile. Il cuore ha retto ancora.

Pausa.

-          Vi prego raggiungetemi nel mio ufficio, dobbiamo parlare.

Caterina e Marco erano atterriti. Basta notizie cattive. Il loro cuore era già in pezzi.

-          Non reggerà a lungo.

Questo, questo lo immaginavano. Ma non volevano saperlo.

-          Cosa si può fare? Disse a voce bassa Marco.

Il primario conosceva a memoria la situazione. Aveva visto quel bambino entrare e uscire da quell’ospedale più di una decina di volte. L’aveva visto sempre più debole di cuore e sempre più innamorato della vita. Era un caso a cui si era affezionato. Si era informato bene.

-          Esiste una possibilità. Un medico nello stato della California potrebbe provare a impiantare una valvola plasmatica iroidale ad impulsi. Si tratta di sperimentazione. Nulla è sicuro. Vostro figlio sarebbe il primo. Teoricamente gli impulsi dovrebbero controbilanciare gli spasmi e le fibrillazioni del cuore di Timothy. In pratica, beh..solo Dio lo sa. Capisco che non è un buon momento per voi questo ma non avrete tanto tempo per pensarci su. E’ meglio cominciare da ora.

L’ospedale diventava silenzioso. Il senso delle cose ottenute e comprate, degli errori, delle divisioni, dei litigi, dei programmi. Finiva tutto in un niente.

-          Ci dica cosa dobbiamo fare dottore, noi non capiamo nulla di medicina. Vogliamo solo nostro figlio.

Scene così le aveva già vissute il dottor Moretti. Sembra inadatto dirlo, ma fanno parte del mestiere. Si cerca di partecipare in maniera misurata al dolore altrui per una breve pausa e poi si prosegue il proprio lavoro. Per tentare di curare, di salvare altri ogni giorno. Non ci si può fermare. La prima regola che non ti insegnano in facoltà di medicina ma che impari a pochi giorni dall’aver indossato il tuo primo camice è non farti coinvolgere nei sentimenti. Per il bene di se stessi e del proprio lavoro. Nunzio, Nunzio Moretti. Questa volta era diverso.

Timothy gli aveva stretto la mano e gli aveva chiesto se poteva tornare a casa perché stava costruendo un modellino da regalare ai suoi per l’anniversario di matrimonio. Gli disse:

-          Voglio vivere abbastanza per renderli felici. Mi aiuti.

-          Loro sono già felici di te, rispose il dottore.

Lo disse scappando dalla stanza con il cuore triste. Ora era davanti ai genitori, e doveva dire un’altra cosa triste.

-          Mi son permesso di contattare il dott. Ernest Chukal per studiare la fattibilità dell’operazione. I costi rappresentano il vero ostacolo.

-          Di quanto parliamo?

Pausa.

-          Due milioni di dollari.

Una speranza creata. Una speranza infranta. In cinque minuti esatti.

Caterina scoppiò a piangere. Marco si mise la mano davanti alla bocca. C’era poco da dire.

-          Non avremo mai quel denaro. Nostro figlio deve morire perché non abbiamo abbastanza denaro? Ci sta dicendo questo? Che mondo è mai questo? L’abbiamo scelto noi forse?

L’aria era tesissima. Moretti sapeva che sarebbe successo. Moretti sapeva dall’inizio come sarebbe andata a finire.

Quattro.

A volte le frequenze saltano da sole. Frrr. Tzschh. Frr. A volte c’è bisogno di un gesto di qualcuno per rimetterle a posto. Moretti due settimane dopo l’incontro con i genitori di Timothy pianificò il suo. Entrò in banca e ottenne la metà della cifra richiesta per l’intervento di Timothy ipotecando la sua villa. Attraverso un amico arrivò a un prestito dai fondi malavitosi. Strozzini. Di quelli che son restituisci entro i termini ti ammazzano. Aprì una finanziaria. Vendette tutto quello che poté. Ma non si stava rovinando la vita. Stava dando un senso agli sforzi di una vita. Le frequenze non dovevano più saltare. Non avrebbe mai potuto tenere fede agli onerosi impegni economici. Il suo destino era segnato. Ma non era questo il punto.

Tre settimane dopo, l’ultima persona che i genitori di Timothy si aspettavano di vedere davanti alla loro porta era lì, nervoso e spettinato. Nunzio Moretti. Sembrava un padre pronto a dare affetto. Invece aveva una busta con i documenti da firmare. Era stato già tutto organizzato. Timothy doveva solo partire. E sperare.

Lungo il viaggio di ritorno dalla California per la prima volta quella sembrava una famiglia felice. Timothy non si era mai sentito così bene, l’intervento era andato perfettamente. Sapere di avere qualcosa che pensavi perso riempie di speranza. Moretti lo sapeva. L’aveva immaginato centinaia di volte. Godeva di una speranza che lui non era mai riuscito a provare in vita sua.

Marco, Caterina, Timothy. Guardano fuori dall’oblo dall’alto dei cieli. Non sanno che non vedranno più in vita Moretti. Che era stato tutto studiato. Che una vita sparisce per far posto ad un’altra. Non ci sono spiegazioni. C’è onore, rispetto. Scelte. C’è dolore, c’è un senso. E c’è speranza. In questa vita.

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