Categoria: blog recensione libri

Recensione di Nella tela del tempo di Barbara Nalin

Nel 2012, la famiglia Dalle Tele vive divisa in seguito a conflitti personali apparentemente insanabili: Velata ed il marito Fabrizio trascorrono la vecchiaia a Malta, nella residenza che hanno trasformato in un albergo di lusso. La primogenita Eliza, dopo un tentativo di carriera come modella a Parigi ed un matrimonio alle spalle, vive con i genitori e passa il tempo in compagnia di uomini diversi e dell’alcool.

La seconda figlia, Virginia, si è allontanata alcuni anni prima, accettando un dottorato in archeologia a Cambridge. Le due nipoti, figlie di Eliza: Sara, giovane medico, rimasta a Malta, cerca come può di star dietro a sua madre, aiutandola a superare le sbronze e le innumerevoli delusioni amorose. Lei stessa, sulla falsa riga del proprio genitore, non gode di una vita sentimentale stabile. Melita, la sorella minore, è scappata negli USA dopo un grave dissapore con la madre e vive a Los Angeles dove lavora per “Magic in Action”, una rivista specializzata in esoterismo (orientamento spirituale a cui Melita non crede affatto) come fotografa, la sua passione.

Sembra che le loro vite debbano procedere così, alla deriva senza mai incontrarsi di nuovo, quando un articolo pubblicato su “Lost Treasures” innesca una reazione a catena che rischia di travolgerle: nell’articolo si fa riferimento ad un misterioso Mulino situato nell’isola maltese di Comino che, grazie alle sue otto tele, possiederebbe un potere utilizzato un tempo dall’Ordine dei Cavalieri di Malta. Il Mulino, conosciuto come Ta’ Kola, appartiene proprio alla famiglia Dalle Tele. Per rivalità editoriale, Melita viene invitata dal suo capo a tornare a casa e ad indagare sulla faccenda producendo possibilmente foto sensazionali. Virginia vede invece nel mistero del Mulino un papabile argomento per dare una svolta al suo dottorato e sale sul primo volo per la Valletta.

Così tutte le donne Dalle Tele si ritrovano, per la prima volta dopo anni, sotto lo stesso tetto ma non dovranno affrontare solo i loro conflitti domestici: qualcun altro infatti, giunto da un passato che Velata e Fabrizio conoscono molto bene, vuole impossessarsi del Mulino e del potere delle sue tele. Qual è questa capacità che tutti bramano e temono al tempo stesso?

Le protagoniste lo scopriranno durante un percorso che le porterà ad affrontare il proprio passato e a mettere in discussione affetti e sentimenti. Quando accade qualcosa che non avremmo mai voluto, è davvero possibile far tornare tutto come prima?

“Quando credi veramente in qualcosa, tu possiedi l’arte di far accadere le cose.”

Nella tela del tempo è innanzi tutto la storia di una famiglia composta da sole donne, ognuna con ambizioni, rimpianti e rancori diversi. Tutti i personaggi sono descritti con attenzione, quasi con sollecitudine come se fossero amici dell’autrice e lei volesse metterci a parte di quello che provano per aiutarci a comprenderne gli atteggiamenti e le scelte. In questa ottima presentazione della famiglia Dalle Tele si può quasi riconoscere un tocco alla Sveva Casati Modignani.

L’elemento fantasy è ben inserito nel contesto e permette di sentire la storia come estremamente vera e reale, apprezzando allo stesso tempo un tocco di mistero. I riferimenti all’Ordine dei Cavalieri di Malta e alla storia dell’Impero ottomano denotano un lavoro di studio e raccolta di informazioni che è stato indubbiamente dettagliato, non approssimativo.

Alcuni passaggi dell’intreccio sono un po’ troppo rapidi ed il finale quasi sbrigativo rispetto al resto del racconto, il che impedisce di assaporarlo fino in fondo. Nonostante questo, è un romanzo riuscito, con una trama ben congeniata e sviluppata con cura; la lunghezza è proporzionata allo svolgimento degli eventi e complessivamente coinvolge, tiene con il fiato sospeso e non stanca mai, pur con la dovizia di particolari che vengono forniti.

Nella tela del tempo è una lettura avvincente ed emozionante, che può piacere non solo agli amanti del genere fantasy ma anche ai lettori più tradizionali poiché racchiude molto altro oltre all’occulto. Di ognuno di noi potrebbe esistere un doppione, un individuo all’apparenza identico con gli occhi proprio di quella sfumatura di verde con quel triangolo castano a completare l’iride: ebbene, colui che ama sarà sempre in grado di distinguere l’oggetto del suo amore, perché quello che cela internamente non lo troverebbe in nessun altro. Questa, ne convengo, è un po’ magia, ma è soprattutto vita.

Benedetta Del Menico

 

Videorecensione

abc

Recensione di Storie da Città di Solitudine e dal Km 76 di Giovanni Sicuranza

Storie da Città di Solitudine e dal Km 76  inizia nel Cimitero di Solitudine, tra le lapidi che raccontano storie di vita perduta e l'aria che odora di terra umida. Non si tratta di un romanzo ma di un'antologia di storie che si rincorrono tra le pagine e che hanno come comune denominatore i luoghi esplorati : Città di Solitudine, il Cimitero sulla collina, il paese di Fine Viaggio e il palo al km 76. Ogni nome è evocativo e porta con sé il silenzio di strade coperte di nebbia e il livore di un cielo in cui non sembrano esserci né alba né tramonto ma soltanto un eterno grigio senza sole.Storie da Città di Solitudine e dal Km 76  si apre nel Cimitero, il cui custode vaga tra le tombe e sbircia le lapidi ripetendo la frase "Senza saper né leggere né scrivere...". Forse non ha mai letto un libro, ma il custode del Cimitero di Solitudine ha letto le lapidi, le vite nascoste tra i nomi incisi nella pietra. Ognuna di quelle storie reca in sé l'impronta di un segreto dolore. Agonizzante, il custode si lascia scivolare contro la lapide di colui che fu il parroco di Città di Solitudine e racconta a se stesso le vite degli uomini lì sepolti. Omero Agnosia e Carmen sono di Fine Viaggio, un paese il cui nome racchiude in sé il senso di una fine, il confine stesso della vita. A Omero basta uno sguardo per innamorarsi di lei, mentre Carmen è una prostituta che ancora piange la morte dell'unica donna che abbia mai amato. Il loro è un amore impossibile che si consuma in uno sguardo perso nella nebbia, nell'eterno rimpianto delle cose mai accadute. Protagonista del secondo racconto è Camillo Fadore, inquietante violinista perseguitato dall'ardente desiderio di uccidere. Macabro e profondamente inquietante è, al di sopra di tutti, il racconto dedicato all'edicolante del Km 76, innamorato da sempre di una donna la cui pelle profuma di pane. Tra madri assassine e donne uccise dall'amore sino alla tragedia del terremoto che uccide gli alunni di una scuola elementare, l'antologia scorre sul filo di un surrealismo cupo e tormentato in cui s'intrecciano storie e personaggi, vita e morte, fino all'imprevedibile finale.

Storie da Città di Solitudine e dal Km 76 è una raccolta di racconti sui generis, molto più simile al romanzo che all'antologia vera e propria. I personaggi e le storie sono accomunate non soltanto da un tenebroso destino di nebbia e solitudine, ma anche e soprattutto dai legami di sangue e da quelli amicali. L'idea iniziale della raccolta ricorda molto da vicino Antologia di Spoon River e il libro in sé si colloca perfettamente a metà strada tra la letteratura sepolcrale e il teatro dell'assurdo. Benché si tratti di prosa e non di teatro, infatti, mi è sembrato spesso di scorgere l'ombra del Beckett di Aspettando Godot tra le pieghe delle storie narrate da Sicuranza. Fortissima è l'impronta surrealista che permette al lettore di immaginare le vicende come fossero su una pellicola in bianco e nero degli anni Venti, qualcosa di molto vicino a La coquille et le clergyman. Sottile la vena anticlericale che percorre i racconti, i cui personaggi sono uomini "senza Dio" non perché non credano - Città di Solitudine ha un suo parroco - ma perché ciò a cui dicono di credere non è mai entrato realmente nelle loro vite. Le loro esistenze sono di un grigio piatto, nebbioso e uniforme e i luoghi stessi, immersi nella foschia, sono simili tra loro e privi di caratteristiche particolari. Mi è spesso venuta in mente, mentre leggevo la raccolta, la scarna scenografia del von-trierano Dogville, e di Dogville ho ricordato la crudele nudità degli avvenimenti, la gelida realtà del loro verificarsi.

Credo che il racconto più intenso e significativo sia quello dedicato al maestro Amedeo Lontano e alla foglia. Splendida la metafora della bambina che teme le foglie autunnali soltanto perché sono morte e, dunque, teme la morte. Il maestro le insegna ad amare quella foglia accartocciata che, pur avendo abbandonato l'albero ed essendo soltanto un velo fragile di materia da sgretolare, è lì per raccontare la storia delle sue primavere, del sole, di quella vita che ha vissuto prima di staccarsi dal ramo e lentamente morire. E', questa, una metafora dell'intero vivere umano che restituisce grazia e dignità all'autunno della vita, fragile e polverosa foglia tra le mani di una bambina, primavera del mondo. Leitmotiv della raccolta è il tema della rinuncia: la maggior parte dei personaggi, stremati, preferisce cedere e arrendersi piuttosto che lottare per riconquistare la vita fuori dalla nebbia. Una madre, disperata, uccide suo figlio pur di non ascoltare più il suo pianto e la bella Candida si suicida per non dover più essere costretta a mostrare al mondo il suo volto eccessivamente pallido. La lotta è un'ipotesi lontana, irreale, posta su un trampolino troppo alto per il lancio. Non circolano quasi mai automobili sulle strade di Città di Solitudine e dintorni. Come in Delicatessen di Jean-Pierre Jeunet, i quartieri sono vuoti e solitari, silenziosi, privi di vita e colore. E' per questo che, in un'atmosfera del genere, l'avvento del circo non può che provocare scalpore. Il racconto dedicato al trapezista Libero raggiunge affascinanti picchi di lirismo. Il significativo nome dell'uomo, il falco che è sempre al suo fianco, la metafora del volo: tutto inneggia alla libertà che sfida la morte e che, infine, rinuncia alla vita pur di non rinnegare se stessa.

Ho apprezzato molto Storie da Città di Solitudine e dal Km 76 il cui autore è evidentemente prosatore di alta qualità, attento e vigile sulla sua scrittura come un guardiano. Non ci sono sbavature, in questa raccolta: le frasi si susseguono con grande naturalezza, permettendo alle storie di incastrarsi in un grande e armonico puzzle a tinte fosche. L'unica nota negativa, a mio parere, è rappresentata da un fin troppo marcato senso del dolore. Sono certa che la tristezza possa condurre la Letteratura alle vette del lirismo ma che, a volte, possa soffocarla per eccesso di disperazione. Tale asfissia stilistica è sicuramente voluta dall'autore; tuttavia, avrei preferito un alleggerimento in alcuni punti, in modo da rendere la lettura più scorrevole. Questo aspetto, però, non toglie nulla al valore della raccolta in sé e all'importanza del messaggio trasmesso. Storie da Città di Solitudine è un libro denso di significato, reminiscenze letterarie e lampi cinematografici. E' un'antologia completa che sta perfettamente in piedi senza mai perdere l'equilibrio. La consiglio agli stomaci forti e a coloro che della Letteratura vogliono cogliere tutto, anche il lato più oscuro.

Lo spazio su Facebook dell´autore Scampoli di Oscuro Stilvuoto 

Blog personale Neurotopia

Videorecensione

abc

Recensione di Giulietta non ama Romeo di Roberta Manzoni

Il nome Pompea deriva dal latino e significa "quinta nata". E' con questo nome che Giulia, giovane donna del Laurentino, chiama una figlia che, pur essendo effettivamente nata per quinta, è la prima dei suoi figli a rimanere con lei e a non essere venduta. Nata per quinta, ma figlia unica almeno fino alla nascita di Sesta, una sorellina dolcissima affetta dalla sindrome di Down. Pompea, Sesta e Giulia sono una famiglia senza padre, una disordinata società in nuce in cui la più grande delle figlie è costretta a far da madre a sua madre e alla sorella malata. Giulia, costantemente ubriaca o drogata, si trascina dal materasso sporco alle sedie e di nuovo al materasso, prigioniera di se stessa e di una casa che è una stanza soltanto. Sin dalla prima infanzia, gli occhi di Pompea perdono il loro velo d'innocenza e si abituano a incrociare lo sguardo dei luridi amanti di sua madre, a intuirne le perversioni. Giulia non ha granché da insegnare a sua figlia, la cui educazione si concentra in un'unica frase: "Giulietta non ama Romeo". Di Romei ne sono passati tanti, in quella sporca casa al Laurentino. Romei approfittatori, sporchi dentro, uomini che Giulia non ha mai amato né amerà mai. Pompea si abitua sin da piccolissima a detestare il genere maschile e, per reazione, impara non solo a non temerlo ma anche a difendersi: un coltellino diviene suo fedele amico negli anni scolari. Costretta a crescere troppo presto, impara a corazzarsi  e ad affrontare il mondo a muso duro. L'unico essere umano che può godere della sua tenerezza e delle sue amorevoli cure è Sesta, simbolo d'innocenza e purezza. Chiusa nel bozzolo della sua malattia, Sesta custodisce in sé il mondo come dovrebbe essere. Imperfetta nel corpo, è poesia della perfezione, destinata a soccombere alla violenta prosa della realtà. Pompea sembra essere condannata ad un destino di dolore e degrado; tuttavia, la curiosità e l'amore per il sapere che dimostra tra i banchi di scuola suscitano l'interesse di un'insegnante che, pur di salvarla da sua madre e dal quartiere nel quale vive, si offre di pagarle la retta di un prestigioso collegio gestito da suore. Cambiando contesto, però, la vita di Pompea non si scrollerà di dosso il peso della sofferenza. Il collegio, infatti, nasconde insidie e malelingue, dispetti crudeli tra compagne di scuola e aggressività. Disposta a tutto pur di difendere sua sorella Sesta, Pompea si trasformerà in una guerriera della vita, una giovanissima donna che a dieci anni è già vecchia e ha già conosciuto tutte le sfumature più cupe del dolore vero.

Il romanzo di Roberta Manzoni è un calcio che spazza via i falsi buonismi e le tiepide certezze borghesi, spogliando la realtà per rivelarne gli aspetti più oscuri e nascosti. Il racconto di Pompea scorre velocissimo, lo si legge in pochi giorni; il difficile è liberarsi dei personaggi, mandarli via dal cuore dopo aver voltato l'ultima pagina. Pompea non va via: lei è un personaggio che s'incide nel cuore e, ancora di più, lo è Sesta. In una realtà che conosce il male in ogni sua gradazione di colore, Sesta è un angelo destinato a tornare al cielo, una marqueziana Remedios La Bella, troppo pura per restare nel fango. Lei diviene da subito, nello stesso tempo, il punto di forza e di debolezza di Pompea. E' il punto di forza perché non c'è vita senza lei, perché lo svegliarsi ogni mattina nel degrado di quell'orribile casa è soltanto desiderio di incrociare il suo sguardo. Lei, però, è anche un punto di debolezza: i nemici di Pompea sanno perfettamente che, per colpirla, è sufficiente ferire Sesta. Il legame tra le due ragazze non è un semplice rapporto sororale: il loro è l'Amore universale, il Primo motore immobile del mondo. E' un sentimento che ingoia tutti i sentimenti e che è amore di madre, sorella, nonna, amica. La speranza finisce dove finisce Sesta.

Giulietta non ama Romeo è un romanzo interamente femminile. Ho apprezzato moltissimo il modo in cui l'autrice ha delineato il profilo di Giulia. A conti fatti, la madre di Pompea è un'alcolizzata e tossica che non ha saputo vivere la sua vita. Non è questa, però, la sensazione che il lettore ricava dalla prosa della Manzoni: Giulia è una potenziale Giulietta shakesperiana che non ha potuto vivere appieno se stessa. E' protagonista di una tragedia fatta di povertà, abusi, infanzia e adolescenza bruciate. Giulia non dev'essere condannata: lei è il risultato di una serie di circostanze che nessuno ha il potere di giudicare. Interessantissimo è anche il personaggio della vicina di casa, donna tutta d'un pezzo che nasconde in sé un immenso dolore. Pompea si sente molto vicina a questa donna che viene dall'Est e che l'ha vista nascere e in lei, nelle rughe sofferenti che solcano il suo viso, riconosce il suo destino.

Ci sono libri i cui messaggi sembrano quasi contraddire le vicende narrate. Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij sembra un racconto di morte e invece è un inno alla vita. Giulietta non ama Romeo è confezionato come un grido di disperazione ma è un canto di speranza. Pompea è eroina di una tragedia contemporanea e, nella sua storia, si rincorrono amore distruzione e morte in un eterno ritorno; un lettore disattento potrebbe dire "qui non c'è nulla da sperare" e invece è in Pompea, la speranza. E' in lei che, dopo la morte di una madre che non è mai stata viva, rientra nella casa dell'infanzia e porta con sé le scarpe di vernice rossa che Giulia amava tanto. E' in lei che non si arrende, che compra le medicine per Sesta, che la protegge dalla crudeltà di un collegio per ragazze di buona famiglia. Pompea è vita che sfida la morte e, seppur non è detto che vinca, è vincente anche solo per aver tentato, per i segni della lotta che le cuciono cicatrici sotto la pelle.

Credo che i romanzi si dividano tra "libri di carta" e "libri di carne". I libri di carta sono quelli che finiscono con l'ultima pagina e che non lasciano nulla se non un vago ricordo del titolo. I libri di carne hanno una prosa che è bisturi: tagliano e non ricuciono, aprono vuoti e costruiscono nuove consapevolezze. Questo è un libro di carne. Centotrentasei pagine per raccontare tutta la morte che è nella vita ma, soprattutto, tutta la vita che è nella morte.

abc

Recensione di Sostanzialmente unica di Barbara Covacevich

Saint Flower City, Connecticut. E' il 2011 e la ventottenne Roxanne si è trasferita da qualche tempo nella bella casa che sua nonna le ha lasciato in eredità. Abituata alla vita in città, la quotidianità del piccolo quartiere, con i vicini di casa anziani che cucinano per lei e le regalano torte, è quanto di più insolito ci si possa aspettare. Tuttavia, Roxie è felice nella sua nuova vita, soprattutto da quando lei e la sua migliore amica Daisy hanno aperto un bar che non è mai a corto di clienti. Daisy è una mamma single e, per questo motivo, è Roxie colei che trascorre la maggior parte del tempo dietro il bancone, servendo cocktail e caffè a una clientela estremamente eterogenea: dai vecchietti che la ragazza ama coccolare con un bricco di panna al mattino fino alle comitive di giovani alla sera, il bar è sempre affollato. Tra i clienti abituali c'è Robert, un bel ragazzo non più giovanissimo e con una più che evidente fede all'anulare della mano sinistra. Roxie vive la sua vita quotidiana priva di scossoni e attraversa le giornate con serenità. Ama la musica, in particolar modo i capolavori degli anni Ottanta, e con la musica colma i vuoti della sua esistenza: primo fra tutti i vuoti, quello dell'assenza di un uomo che la ami e che sia da lei riamato. Ed è così che, improvvisamente, Roxie scopre di essere attratta da Robert. Da un giorno all'altro, senza alcun motivo apparente, il ragazzo inizia a punzecchiarla, a prenderla in giro, e lei comincia a provare un leggero senso di imbarazzo ogni volta che lui si avvicina al bancone o le sfiora un braccio. Quando, poi, la ragazza nota che la fede è magicamente scomparsa dall'anulare sinistro di Robert, la situazione inizia a complicarsi. Una birra in più dopo l'orario di chiusura, qualche chiacchiera ed è amore. Improvvisamente, imprevedibilmente amore. Tuttavia, nessun amore è davvero semplice da vivere e la storia tra Roxie e Robert non è da meno. Tra imprevisti, fantasmi dal passato e brucianti delusioni, i due si ritroveranno a lottare  per difendere il loro amore dalle incertezze e dagli artigli della vita quotidiana.

Ciò che mi ha maggiormente colpita, in questo romanzo, è la sostanziale correttezza ortografica che, aimè, è difficile trovare nelle opere degli autori emergenti. Barbara Covacevich, invece, sa perfettamente come muoversi nei meandri della lingua italiana e lo fa senza incespicare mai, offrendo a chi legge una lettura piacevole, scorrevole, priva di fastidiosi refusi. La storia di Roxanne (il cui nome deriva dalla celebre canzone omonima) non è particolarmente originale in sé, eppure l'autrice riesce a tenere il lettore avvinto alle pagine attraverso la simpatia della voce narrante. Roxie è un personaggio divertente, a tratti simile alla celeberrima Bridget Jones, ed è facile per chi legge (soprattutto se si tratta di una donna) immedesimarsi con lei e comprenderne gli stati d'animo.

Stando al plot, il romanzo potrebbe essere diviso in tre parti: vita da single - innamoramento - conseguenze dell'amore. A mio parere, la parte più spassosa è sicuramente la prima, ricca di riflessioni sulla vita, sugli affetti, sulla famiglia. L'amicizia tra Roxie e Daisy è descritta perfettamente in tutte le sue sfumature e ad essa viene dedicato il giusto spazio. La nota più positiva di questo romanzo consiste proprio nella capacità dell'autrice di non parlare soltanto di amore, bensì anche della complessità dell'amicizia tra donne, della stanchezza che deriva da un'intera giornata di lavoro in un bar, della forza interiore di una mamma-lavoratrice (Daisy) che continua ad intraprendere una relazione sbagliata dopo l'altra. Sostanzialmente unica non è affatto un romanzetto rosa da sottovalutare: al suo interno ritroviamo temi e spunti di riflessione degni di nota. La bravura della Covacevich consiste nel trattare temi complessi con quella "leggerezza" che Calvino esaltava nelle Lezioni americane e che non ha nulla da spartire, naturalmente, con la banalità. I personaggi principali - Roxie, Daisy, Robert - sono ben approfonditi psicologicamente: operazione non facile se si considera che la voce narrante è Roxie e che, spesso e volentieri, ho letto romanzi in cui l'io narrante riesce ad esprimere soltanto la propria interiorità, riducendo gli altri personaggi a semplici comparse bidimensionali. L'autrice riesce a evitare abilmente questo pericolo, dedicando ad ogni personaggio il suo spazio nella narrazione.

Molto interessante è anche l'ambientazione: Saint Flower City è una città meravigliosa, perfettamente descritta. La scena dei vicini di casa che bussano alla porta di Roxie con in mano il sacchettino del pranzo è colma di tenera dolcezza, così come è resa magistralmente la vita caotica del bar, i rumori, le risate dei clienti, le pinte di birra ghiacciata allineate sul bancone. La capacità descrittiva dell'autrice è uno dei punti fermi di questo romanzo, così come lo è l'equilibrio nella narrazione: lo spazio dedicato a inizio-clou-fine è ben distribuito e ogni parte della vicenda ha la sua importanza.

Dal punto di vista stilistico, sebbene la prosa della Covacevich risenta ancora un po' dell'immaturità tipica dei romanzi d'esordio, il libro si caratterizza per vivacità, simpatia, divertente riflessione sul sé e sul mondo intorno. La voce narrante - Roxie - è pregna di quella "leggerezza" di cui ho già parlato e accompagna il lettore sino all'ultima pagina con una scrittura giovane e fresca. Consiglio questo romanzo a chi ha voglia di leggere un romance sui generis, divertente come Bridget Jones e - aspetto per me importantissimo - scritto in un italiano perfettamente corretto.

abc

Recensione di Diamond – Il mio miglior nemico di Erika Corvo

 Esordisco affermando che, a mio parere, Erika Corvo è una delle scrittrici più talentuose nel panorama letterario contemporaneo. Ho conosciuto quest'autrice grazie al suo "Blado 457", da me letto e recensito per Leggere a Colori. Come ho già scritto nella recensione di Blado, non amo moltissimo la fantascienza ed è quindi doppiamente difficile che un romanzo ascrivibile a tal genere possa entusiasmarmi. Ciononostante, la Corvo riesce sempre a sorprendermi e a farmi ricredere.

Diamond - Il mio miglior nemico è uno dei romanzi che l'autrice ha dedicato al personaggio di Brian Black (vedi Black diamond) ma può essere letto a prescindere dagli altri capitoli della serie. Anno 752, Federal Domini. La città di Beris, capitale del pianeta Moh, viene distrutta dai pirati della Fratellanza dello Spazio Profondo e tutti gli schiavi vengono liberati. Montespierre, soprannominato "Il Diavolo", è il capitano della nave spaziale Inferno, nonché colui che ha organizzato la presa di Beris. Tra le donne sottratte alla schiavitù c'è Igrel, una ragazza dai capelli corti, nerissimi. Montespierre, resosi conto della somiglianza tra la giovane donna e il suo amico Brian Black, infallibile pirata della Fratellanza nonché capitano della spettacolare nave Black Diamond, gli invia immediatamente un messaggio radio. Brian, ricevuto il messaggio, speranzoso di poter finalmente riabbracciare la sorella perduta tanti anni addietro, parte subito per raggiungere la Inferno. Una volta giunto sul posto, però, non troverà altro che una nave spaziale distrutta: in sua assenza, la Inferno è stata conquistata dai Federati, Montespierre ucciso e tutti gli ex schiavi trasferiti nella nave verde-oro comandata da Dudov e capitanata da Hermado. Quando questi scorge Igrel nella folla, il cuore inizia a battergli furiosamente. Non ci troviamo dinanzi all'ennesimo caso di banale colpo di fulmine: anch'egli, come Montespierre prima di lui, è sconvolto dalla somiglianza tra la giovane e Brian Black, acerrimo nemico della Federazione. Il comandante Dudov, una volta venuto a sapere della presenza a bordo di un'ex schiava in tutto e per tutto simile a Black, ordina a Hermado di condurla nella sua cabina, sedurla ed estorcerle informazioni. Tra le fila verde-oro, infatti, nessuno crede che la bageneide Igrel sia innocente e ignara di tutto come dice di essere. Tuttavia, Hermado dovrà presto fare i conti con l'avvenenza della ragazza nonché con la sua dolcezza. Anche Igrel, stando a stretto contatto con il capitano e scoprendone la bontà, non può che affezionarsi a lui. E' per questo motivo che, quando Brian finalmente riuscirà a raggiungerla, dovrà scontrarsi con una realtà che non avrebbe mai pensato potesse verificarsi: Igrel, sorella del più celebre pirata dello spazio, è innamorata di un Federato e non ha nessuna intenzione di rinunciare ai suoi sentimenti. Tra foreste selvagge e pianeti dalla natura incontaminata (e pericolosissima), Igrel, Brian e Hermado affronteranno una serie di prove e avventure che li porteranno a confondere e dimenticare i loro ruoli precostituiti. Pirati? Federati? Nemici per la pelle? L'istinto di sopravvivenza sa sempre come far dimenticare chi siamo e da dove veniamo e, in situazioni di estremo pericolo, persino il nostro peggior nemico può diventare la nostra unica speranza.

Ciò che mi ha sempre colpito, nei romanzi della Corvo, è l'incredibile capacità dell'autrice di mantenersi coerente attraverso pagine e pagine di avventure, senza mai perdere colpi. Il mantenimento della coerenza non è obiettivo da poco, soprattutto se consideriamo il genere scelto - fantascienza - e tutte le difficoltà ad esso connesse. L'autrice inventa mondi, galassie, navi spaziali, flora, fauna, usanze e lo fa con grande naturalezza, dimostrando quanto questa realtà fantastica sia perfettamente chiara nella sua mente. Anche i personaggi, a partire dai principali per arrivare alle comparse, sembrano reali, presenti in carne e ossa tra le pagine. Brian Black è semplicemente straordinario: ribelle ma non incosciente, fermo nelle sue idee ma mai crudele, è un pirata spaziale in grado di farsi apprezzare persino dai suoi nemici. Non si può che provare stima per lui, per il coraggio col quale porta avanti ogni sua battaglia, dalle cause della Fratellanza ai problemi personali. Tra questi, in particolare, rientra la ricerca dei familiari dispersi. Fa tenerezza scoprire il lato sentimentale di un personaggio così determinato. L'affetto che prova per la sorella Igrel è genuino e lo porta a tollerare persino un legame discutibile come quello che lega la ragazza a un capitano nemico, Hermado. Il fulcro del romanzo ruota proprio intorno al rapporto di odio-amore tra Brian e Hermado. Amano la stessa donna, l'uno come amante e l'altro come fratello, e questo non può che avvicinarli, loro malgrado. Non solo: inconsapevolmente, i due sono accomunati da una stessa idea di lealtà e di fedeltà alla propria causa, e poco importa se i due appartengono a schieramenti diametralmente opposti quando tale appartenenza è semplicemente retaggio dell'educazione ricevuta e delle esperienze vissute nel tempo. Brian e Hermado, in realtà, sono molto più simili di quanto si potrebbe pensare nei primi capitoli del romanzo.

Ho apprezzato molto la tecnica usata che vede alternarsi i narratori. Uno alla volta, ogni personaggio principale esprime il suo punto di vista sulle vicende: Brian, Hermado, Montespierre, Igrel... Trovo che questo procedimento sia particolarmente interessante soprattutto alla luce del plot che vede fronteggiarsi due realtà opposte: quella dei pirati della Fratellanza e quella dei Federati. E' curioso sentir parlare i personaggi di entrambe le fazioni poiché ci fa comprendere che c'è del bene, come anche del male, in ambo le parti e che non è possibile dividere la realtà tra ciò che è sicuramente giusto e ciò che è sicuramente sbagliato. Questa visione relativistica della vita è una delle componenti essenziali della prosa della Corvo, come ho già sottolineato nella recensione di Blado 457. E' la visione di una persona che conosce la vita in tutte le sue sfaccettature e che scrive ciò che conosce. Sembra impossibile poter parlare di ciò per un romanzo di fantascienza, eppure è così: questo libro è molto più realistico di tanti romanzi realistici che mi è capitato di leggere negli ultimi anni.

Per quanto riguarda lo stile, devo ammettere di essermi divertita moltissimo durante la lettura. La scrittura della Corvo, oltre ad essere scorrevole, è pervasa da un'ironia affilata che rende accattivanti le situazioni narrate e che impedisce al lettore di annoiarsi. Persino le pagine riflessive e meno movimentate sono rese irresistibili dalla prosa dell'autrice. Non conosco personalmente la Corvo, eppure sono convinta che sia una donna davvero simpatica. La sua biografia è un romanzo a sé stante: cantante sin da giovanissima, capace di costruire mobili e preparare medicinali a base di erbe, ha già scritto nove racconti lunghi e ha già nuove storie in mente. La vitalità, la creatività e le esperienze dell'autrice si riflettono inevitabilmente nei suoi romanzi, rendendoli non semplicemente realistici, ma veri. Per conoscere meglio Erika Corvo, vi consiglio questa splendida intervista oltre che, naturalmente, la sua produzione letteraria.

abc

Recensione di Emma L’ape regina di Sandra Rotondo

Emma non è una ragazza come tutte le altre. Il giorno in cui Adeline e Alexandre Sommers ritrovano la cesta di cera depositata dinanzi alla soglia di casa loro e, al suo interno, un fagottino di bambina, capiscono immediatamente che si tratta di una persona speciale. Il foglio appuntato sul petto della bimba indica il suo nome - Emma - e il suo bisogno primario: nutrirsi di miele. Emma, infatti, trascorre l'infanzia e l'adolescenza cibandosi di miele, frutta, tisane all'arancia e addirittura piccoli fiorellini che coglie dal giardino di tanto in tanto. I suoi genitori adottivi, entrambi vegetariani, le trasmettono la passione per la natura, per le margherite come simbolo di amore fedele, per gli animali che devono essere salvaguardati e non uccisi per il proprio fabbisogno. Emma capisce ben presto che si può vivere in salute senza dover necessariamente fare del male ad un altro essere vivente e il miele, in questo, è suo grande alleato. Quando Adeline e Alexandre muoiono in un tragico incidente d'auto causato da uno sciame d'api, la ragazza teme di essere rimasta sola al mondo. Tuttavia, qualcuno veglia su di lei: immediatamente, Emma trova lavoro in città, in una pasticceria vegana chiamata "Il Nettare". Il locale è stato costruito a forma di margherita, il fiore preferito della protagonista e di sua madre Adeline, e tra le pareti aleggia il familiare profumo del miele. Tuttavia, lo staff della pasticceria cela, al suo interno, degli elementi poco affidabili dei quali Emma si fida ciecamente, ignorando il loro reale modo d'essere e di pensare. Non solo: circolano voci sul misterioso padrone del Nettare e sulla sua struggente storia d'amore. Il padrone, del quale nessuno conosce né il nome né l'aspetto, sarebbe promesso ad una donna, la sua regina, che ha perduto la memoria e non ricorda più l'uomo di cui era innamorata; soltanto un appartenente alla stessa stirpe regale della donna può risvegliarle i ricordi sopiti. Emma vorrebbe aiutare il padrone a ritrovare la sua donna ma non sa in quale direzione muoversi, non conoscendo né lui né la "regina" in questione. La storia giunge al punto di svolta quando Emma, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, si reca ad una festa organizzata da un'associazione benefica che si occupa delle api e della loro salvaguardia. E' lì che incontra per la prima volta Adrien e si sente subito, inspiegabilmente, attratta da lui. Sarà il tempo a fornirle le risposte alle sue domande e la spiegazione di quell'incredibile, inaspettata attrazione.

Emma L'ape regina è un fantasy sui generis che prende le mosse da un obiettivo ben preciso: rendere fruibile al pubblico la causa vegana e la sua importanza. La vicenda, infatti, è un pretesto per trasformare un argomento attuale e discusso in un libro piacevole, adatto anche ai ragazzi più giovani. Di questo libro mi sono piaciute molte cose e, in egual misura, ce ne sono state altre che non mi hanno convinta. Per esempio, c'è qualcosa che non quadra del tutto nel personaggio di Emma. Che sia bellissima è chiaro sin dall'inizio del libro, tuttavia disturba il lettore la continua reiterazione del concetto, soprattutto considerando che la narrazione è da lei svolta in prima persona. Personalmente, sono un po' allergica ai personaggi che si guardano allo specchio e ammirano le proprie curve, lo scivolare sinuoso del vestito sul proprio corpo, 90-60-90, ma ammetto che si tratta di gusti personali e che voi potreste benissimo non essere d'accordo con me. Un altro aspetto: Emma è leggermente "lenta" nel comprendere ciò che accade intorno a lei. Per il lettore è perfettamente ovvio tutto il quadro della situazione sin dalla metà del romanzo, ma Emma non ha ancora capito nulla e questo è piuttosto strano, considerando che è proprio lei la voce narrante: se il lettore comprende tutto dalle sue parole, come può non comprenderlo lei? A un certo punto del romanzo, ho temuto fortissimamente che l'autrice stesse prendendo la "piega Harmony", con tutto il rispetto per gli Harmony. Fortunatamente, la Rotondo si salva in calcio d'angolo e riesce comunque a delineare una storia d'amore piacevole alla lettura. Questi sono gli aspetti che non mi hanno convinta, uniti a qualche piccolo refuso seminato qui e lì tra le pagine. Detto questo, possiamo passare ai lati positivi del romanzo.

Primo tra tutti i pregi è sicuramente quello dell'originalità. E' difficile scovare, nel filone della narrativa per adulti, un libro che punti alla sensibilizzazione riguardo all'ambiente, agli animali, alla loro salvaguardia. E' molto più frequente, infatti, che questo accada nei libri illustrati per bambini. In questo caso, invece, ci ritroviamo di fronte ad un fantasy unico nel suo genere, scritto appositamente con l'intento di docere et movere. Nell'insieme, il libro risulta scorrevole nonostante la lunghezza, a mio parere eccessiva rispetto alla trama. Ho apprezzato molto le descrizioni, dettagliate al punto da permettere al lettore di avvertire in prima persona il calore di un raggio di sole, l'odore dolce del miele, la delicatezza del petalo di una margherita. Allo stesso modo, sono particolarmente affascinanti le pagine dedicate al flash-back, ossia al racconto della vita con i Sommers. Adeline e Alexandre sono i personaggi più interessanti dell'intero romanzo, ancor più di Emma che, come ho già detto, non è il top della simpatia, e di Adrien che mi dà un po' troppo di belloccio impomatato. Alexandre e Adeline sono uniti, innamorati di un amore duraturo e fedele. Credono nella natura, nel potere della bellezza, nella possibilità che l'uomo ha di salvare il mondo nel quale vive. Li ho adorati da subito e, chiudendo gli occhi, potevo quasi vederli, sulla soglia della loro casetta di campagna, immersi nella luce dorata del pomeriggio. E' altrettanto degna di nota la presenza delle api, silenziose guardiane poste intorno ai cornicioni delle finestre di Emma. Suscita una particolare tenerezza immaginare il rapporto di solidarietà, quasi di "sorellanza", che si crea tra la protagonista e questi insetti che, pur essendo importantissimi per il nostro pianeta, sono ben poco amati dall'uomo per via del loro veleno.

La struttura del romanzo richiama da vicino lo schema tradizionale della fiaba, tra protagonisti, antagonisti e aiutanti. Questo aspetto è particolarmente interessante perché dimostra come l'autrice abbia unito narrativa per l'infanzia e per l'età adulta in un unicum atto ad emozionare il lettore, qualunque sia la sua età. Credo che questo romanzo sia sicuramente imperfetto, ma anche importante. Dovrebbe essere letto per muovere la sensibilità del pubblico intorno ad argomenti dei quali spesso si parla senza conoscere motivazioni e ragioni profonde. Consiglio questa lettura soprattutto agli appassionati degli animali, della natura e dell'ambiente e a tutti coloro che vogliono concedersi qualche ora serena in compagnia di una scrittrice italiana che, spero, farà presto parlare di sé.

La videorecensione

abc

Recensione di Onirica di Stella Aurora

La prefazione posta in incipit ci aiuta a comprendere il senso più profondo di Onirica, raccolta di racconti dell'orrore. Come la stessa Stella Aurora ci spiega nella nota introduttiva, il suo obiettivo consiste nel riportare su carta un mondo parallelo e misterioso - il mondo dei sogni - del quale è impossibile carpire a fondo i segreti. Ogni sogno costituisce una realtà a sé stante in cui i timori e i desideri che ci accompagnano nella vita quotidiana si rivelano assumendo forme, colori, voci peculiari. Quando poi il sogno diviene incubo, siamo chiamati ad affrontare le nostre paure più profonde, qualunque sia l'aspetto da loro assunto. Sarebbe stato fin troppo facile spaventare il lettore con scene cruente e sangue che scorre a fiumi; tuttavia, l'autrice di questo libro ha scelto di utilizzare una tecnica narrativa più sottile, descrivendo situazioni e realtà in cui la minaccia non è esplicita bensì subdola e il pericolo si annida negli angoli bui, preparandosi ad attaccare nei momenti di maggior debolezza. Il racconto che apre Onirica s'intitola A quattro passi da Roma e narra di un inquietante Festival delle Epoche al quale un piccolo gruppo di amici, nel giorno del matrimonio di due di loro, approda dopo aver smarrito la strada per la sala ricevimenti. Il Festival, ben lungi dall'essere un evento gioioso e pieno di vita, è popolato da lugubri figure di uomini provenienti da ogni epoca storica. L'inquietudine inizia a serpeggiare nel lettore sin dal momento in cui il gruppo di ragazzi si rende conto che la tavola era già apparecchiata per ognuno di loro e che, in fondo, ciascun astante li stava aspettando. Solamente una ragazza del gruppo si rifiuta di bere e partecipare al banchetto e sarà proprio questo a salvarle la vita. Anni dopo, sarà  lei a scoprire, dopo lunghi mesi di dubbi e angosce, il destino crudele al quale i suoi amici sono andati incontro durante il Festival.

La figura dell'eroina in pericolo torna anche nel racconto successivo, Bioagriturismo 100% naturale. In queste pagine, il lettore vede concretizzarsi una delle paure più intense provate durante l'infanzia: il timore che ciò che è scritto in un libro - o disegnato in un fumetto, come in questo caso - possa divenire realtà. E' ciò che accade  a Valeria, moglie di un illustratore di talento, Andrea. Dopo la morte improvvisa del marito in un terribile incidente d'auto, la protagonista, già di per sé propensa alla malinconia, cade in una depressione dalla quale potrà risollevarla soltanto un invito a cena da parte dell'editore di Andrea. La cena in questione ha come scopo la consegna dell'ultimo lavoro dell'illustratore, rimasto incompiuto a causa della sua scomparsa. Valeria si reca al bioagriturismo dell'appuntamento portando con sé il libro del marito. Tra le pagine, colorate con toni insolitamente cupi, Andrea aveva riprodotto una spaventosa realtà in cui creature sconosciute - alieni - scendevano sulla terra per portare avanti esperimenti scientifici e operazioni chirurgiche sugli umani con lo scopo di impossessarsi dei loro corpi per poter, un giorno, conquistare agevolmente il pianeta. Quando la cena con l'editore e lo scrittore del libro inizia a somigliare in modo inquietante alle scene descritte nelle vignette, il lettore sa già a cosa sta andando incontro e non può certo nascondere un brivido.

La paura è regina incontrastata di Onirica ed è quasi un personaggio ella stessa, dotato di una sua tridimensionalità e psicologia. L'autrice ci dimostra, attraverso questi racconti, come la paura possa trasformarsi in una forza positiva, in adrenalina atta a permetterci di fronteggiare le situazioni più difficili e di uscirne vincitori. Questo aspetto è particolarmente evidente nel racconto Il mostro che narra in modo accurato l'intera gamma di emozioni, dalla paura all'odio al desiderio di vendetta, che può provare una ragazza scampata per miracolo a uno stupro. E' ciò che accade a Selvaggia, il cui nome calza perfettamente a lei che è forte, in grado di stendere un gruppetto di bulli solo per difendere una compagna di scuola. Selvaggia riesce a scappare per una frazione di secondo alle grinfie di un uomo che, oltre ad essere un pedofilo, si rivelerà un serial killer di adolescenti. Poco tempo dopo l'episodio del mancato stupro, infatti, la protagonista scoprirà che una sua amica è stata violentata e brutalmente uccisa. Da quel momento in poi, la paura inizierà a fermentare in lei sino ad assumere le sfumature cupe di un sentimento completamente diverso: il desiderio di uccidere quell'uomo e fargli pagare tutto ciò che ha commesso nel corso della sua vita.

Tutta la raccolta è pervasa dalla consapevolezza della presenza di una giustizia superiore che premia il Bene e punisce il Male. La sezione I racconti del gatto nero, infatti, ha come personaggio onnipresente un gatto dal lucido pelo nero e gli occhi di topazio. Nel racconto Cuore di lupo viene definito "Custode" ed è proprio quello il suo compito: muto e immobile come una statua, il gatto osserva la realtà circostante, le buoni azioni come anche la crudeltà degli uomini e, sempre nel silenzio, fa in modo che i torti siano puniti. La storia più affascinante della sezione è Gli orchi, in cui l'autrice descrive un altro elemento che spesso infesta gli incubi dei più giovani: un carosello gestito da orchi malamente camuffati da uomini. Tra le pagine di Onirica incontriamo cavallini da giostra capaci di sconfiggere il Male e salvare i bambini, donne che uccidono i gatti per guadagnare soldi con la loro pelliccia e, specularmente, anziane signore disposte a tutti pur di salvare i loro amici felini. Su tutto regna il senso di giustizia incarnato, quasi allegoricamente, dalla figura del gatto nero che, lungi dal rappresentare sfortuna e dolori, custodisce le anime degli uomini e ne determina il destino. Suo acerrimo nemico è il Ragno, disposto a tutto pur di corrompere l'uomo e infestarne l'animo.

I due leitmotiv di Onirica - la paura e la giustizia - s'incontrano e si rincorrono di racconto in racconto cambiando ogni volta aspetto e sfumature, camuffandosi nei personaggi, sovrannaturali e non, che popolano le storie. Ho apprezzato la scelta dell'autrice di mettere insieme pochi racconti: in tal modo, ha impedito la confusione e la dispersione dei significati profondi della raccolta. Il libro risulta invece omogeneo, quasi un romanzo. La scrittura è semplice e lineare, forse ancora un po' immatura ma promettente. Al di là di qualche piccolo refuso ricorrente - ad esempio, la presenza della virgola tra soggetto e predicato - la raccolta scorre senza inceppi. Va riconosciuta all'autrice la capacità di suscitare timore nel lettore pur evitando "mezzucci" da film splatter giapponese: pochissimo sangue, zero mostri e una paura che è fatta di situazioni subdole che scavano nell'inconscio del lettore, riportando alla luce i dimenticati incubi dell'infanzia. E' interessante anche la scelta dell'ambientazione, così profondamente italiana e lontana dal solito distretto americano dei telefilm dell'orrore. In conclusione, consiglio la lettura di questa raccolta e credo che l'autrice abbia molto da dare, al di là di qualche piccola ingenuità narrativa dovuta sicuramente all'inesperienza e, dunque, assolutamente perdonabile.

La videorecensione

abc

Recensione di Che ragazza! di Cathleen Schine

L'ho apprezzato moltissimo ed era da molto tempo che non riuscivo a farmi prendere così tanto da un libro. Non si tratta del semplice "è un buon romanzo", frase che mi avete visto scrivere più volte negli ultimi mesi. No. Si tratta di qualcosa di più, del libro perfetto sotto ogni punto di vista: divertente, travolgente e qualunque altro aggettivo in "ente" vi passi per la testa.

Che ragazza! è la storia di Lady e Fin, figli dello stesso padre ma di madre diversa. Fin ha un nome che significa "fine" in francese, come nei titoli di coda dei vecchi film in bianco e nero.  Ha da poco compiuto undici anni quando rimane orfano e scopre che l'unica persona che può prendersi cura di lui è la sua sorellastra, Lady. Anche Lady è un nome assurdo, quasi quanto Fin, eppure calza alla perfezione a colei che lo porta: bellissima, vivace, spavalda, Lady è l'incarnazione della spensieratezza e della gioia di vivere. Fin l'aveva incontrata una volta soltanto, negli anni precedenti la morte dei suoi genitori. Era successo quando lui aveva sei anni e Lady "si era messa nei guai" - ma passeranno anni prima che Fin possa comprendere di quali guai si tratti. I due si erano visti a Capri, dove Fin e i suoi genitori si erano precipitati per scovare Lady e riportarla a casa, a New York, sulla retta via. Se non fosse che Lady, sulla retta via, non si è mai fatta accompagnare. Adesso che i suoi genitori sono morti, Fin vive con la stramba sorellastra nella casa aristocratica e soffocante di Charles Street insieme a Mabel, la domestica di colore, e il vecchio cane Gus. Il ragazzino non ha neppure il tempo di pensare al dolore causato dalla mancanza dei suoi genitori: la vitalità e le stranezze di Lady, le sue letture, i versi delle poesie scanditi dalla sua voce, non lasciano spazio ai pensieri tristi. La situazione non cambia quando, abbandonata la casa di Charles Street perché lì "si sente in prigione", Lady si trasferisce al Greenwich Village insieme a Fin e Mabel. E' a quel punto che ha inizio il frenetico progetto di Lady: sposarsi entro i venticinque anni, pena la condanna sociale. Il compito di Fin consiste nell'aiutare la sua tutrice a trovare l'uomo della sua vita e, per questo motivo, durante i party organizzati da Lady, lui conduce indagini, sceglie gli uomini e chiede loro: "quali sono i tuoi interessi?". E' così che conosce Biffi, un ungherese che fuma la pipa e indossa calzini dai colori strani. Il punto, tuttavia, è che Biffi non è affatto l'unico pretendente: a lui si aggiungono l'odioso Ty e il bellimbusto Jack. Lady, incerta su tutto fuorché sulla decisione di essere libera, vola da un uomo all'altro come un'ape sui fiori, senza posarsi mai. Sarà il destino a scegliere per lei in un turbinio di eventi che porterà all'amaro quanto inevitabile finale.

 Ciò che più colpisce, in questo romanzo, è il modo in cui è scritto. La narrazione è  resa vivace e brillante soprattutto dai dialoghi che permettono di entrare appieno  nella psicologia dei personaggi - tutti i personaggi, dai principali alle mere comparse.  La scrittura è costellata di citazioni splendide, mai banali, da trascrivere per non  dimenticarle. E' interessante vedere come una donna - Cathleen Schine, appunto -  sia riuscita a rendere perfettamente il punto di vista di un personaggio maschile nel  corso del tempo, da bimbo di sei anni ad adolescente problematico di quindici, poi  diciott'anni. Di Fin conosciamo tutto: i modi di dire, di fare, di leggere. Cosa ama,  cosa odia, cosa mangia. Arrivati alla metà del libro, possiamo dire di conoscere Fin  da sempre, di averlo ospitato in casa nostra per chissà quanto tempo, per quanto  sappiamo di lui. Lo stesso discorso vale per Lady, personaggio affascinante e  problematico del quale l'autrice traccia un ritratto che è quasi un omaggio alla  libertà, alla gioia di vivere e, contemporaneamente, alla sofferenza che si cela dietro  l'apparenza. Perché è  questo che Lady è: infelice. Nel corso di tutto il libro non facciamo altro che vederla ridere, danzare, amare eppure Fin sa che si tratta di finzione. Lady recita la parte della ragazza spensierata, in cerca di marito, in cerca di sistemazione ma non è questo ciò che vuole davvero. Non è un caso se i famosi tre pretendenti - Biffi, Jack e Ty - non riescono a convincerla fino in fondo e lei continua a rimandare, rimandare, rimandare ogni decisione.

Il ritratto psicologico di Lady è accuratissimo, colorato, pervaso ovunque da un sottile quanto penetrante bisogno di amare e non solo di essere amata. E' per questo che i tre pretendenti non le bastano: lei vuole ricambiare l'amore, non solo collezionarlo come inutili e vuoti gusci di conchiglie. E quando finalmente arriverà il momento dell'amore, sarà lei a non essere ricambiata fino in fondo eppure, con imprevedibile saggezza, dirà: se qualcuno deve amare di più, che sia io a farlo. La voce narrante - della quale si scoprirà l'identità solo nel finale - racconta la storia di Lady attraverso gli occhi spauriti di un Fin bambino che legge i necrologi sul giornale e gioca con i soldatini, sino ad arrivare allo sguardo adulto di Fin diciottenne, il ragazzo che vuole andare a Woodstock, che si è diplomato e andrà alla Columbia. E' interessante veder cambiare le sfumature della narrazione, veder crescere Fin e maturare e, al tempo stesso, Lady stessa farsi donna.

Curiosa è la ciclicità della storia che si verifica in due occasioni: innanzitutto in quel "mettersi nei guai" che colpisce Lady all'inizio e alla fine del romanzo e, inoltre, nel ripetersi della situazione "orfano-tutor" in due generazioni consecutive. Sullo sfondo della vicenda, si dipana il panorama caotico degli anni Sessanta, i concerti, la musica, l'erba, i piedi scalzi, i figli dei fiori. La guerra, soprattutto. A un certo punto del romanzo, emerge una vera e propria spaccatura tra l'America in guerra e la bellissima Capri invasa dal sole. Con una serie di immagini rese con la chiarezza di una fotografia - le stesse fotografie che scattano Michelangelo e Lady - l'autrice rimarca la differenza tra il caos di New York e la quiete surreale delle stradine dell'isola italiana. Tuttavia, sorge presto in Fin il dubbio che quella a Capri non sia la vita vera, ma solo la proiezione dei sogni di Lady, la sua felicità finalmente rivelata nella bellezza dei luoghi, nel mare, nei limoni che incorniciano la porta verde dell'appartamento. A sorvegliare il loro personale mondo felice vi è il Vesuvio, imponente e silenzioso, oscuro come una minaccia. E arriverà davvero, la tragedia, sul finire del romanzo. Eppure, chissà come, la Schine riesce a farci comunque sorridere e a rendere il suo romanzo una commedia al cento percento americana, intelligente, pervasa da un'ironia sottile. Ho riso molto, leggendo questo libro, ma mi si sono anche inumiditi gli occhi. Credo che la bravura di un'autrice consista anche in questo: nella capacità di suscitare una vasta gamma di emozioni nel lettore che s'immerge nella sua scrittura. E Cathleen Schine - bisogna riconoscerlo - ci è riuscita in pieno.

abc

Recensione di L’odore della plastica bruciata di Giovanni B. Menzani

Protagonista assoluta di questa interessante raccolta di racconti L'odore della plastica bruciata è la realtà contemporanea in tutte le sue sfaccettature, fotografata da una penna schietta  e affilata che incide e lascia il segno. Il libro si apre su un breve racconto dall'aria kafkiana che ha come protagonista un uomo travestito da somaro. Quest'uomo lavora sodo, ai limiti dello sfruttamento - come un somaro, appunto - in un frequentatissimo centro commerciale. Completamente nascosto agli sguardi altrui dal suo travestimento, si muove a fatica dentro la pesante struttura di metallo e suda, si sente male spesso e volentieri, accetta gli insulti degli adulti e le risatine dei bambini. In poche pagine, abbiamo il ritratto spietato di una società continuamente in corsa, sempre di fretta tra le corsie dei supermercati, con cartoni carichi di spese - perché le buste sono state abolite per questioni di sensibilità ambientale. Fa sorridere il contrasto tra la presunta "sensibilità" che ha portato la catena di supermercati ad abolire l'uso della plastica e le disumane condizioni di lavoro del "somaro" protagonista e di chi come lui. Già questo primo racconto, lucido e pregno di significato, ci dà un assaggio del personalissimo modus scribendi dell'autore. Dal parcheggio di un moderno centro commerciale ci spostiamo, quindi, nell'appartamento di un'insegnante quarantenne che è invecchiata da precaria ed è già anziana dentro le sue gonne pesanti e con quei lunghi capelli grigi. Vive di supplenza in supplenza e spesso riporta alla mente le parole di una zia acida e zitella che l'ha cresciuta insegnandole l'astio per gli uomini e per la vita. Seduta lì, in una sala affollata in cui non si respira, mi ha ricordato l'Evelyn joyciana che, imprigionata dalla sua città e dalla sua esistenza, non riesce a trovare il coraggio per abbandonare tutto e partire. Poi c'è la badante che, dopo la morte del padrone di casa, viene malamente mandata via dalla famiglia di questi e, subito dopo, una sorta di Grande fratello del precariato che vede i protagonisti del racconto Pollice verso aspettare continuamente il loro momento - il momento della celebrità - per poi lasciarselo scivolare via dalle dita nell'incapacità di affrontare la realizzazione del sogno. Tra case in procinto di crollare e restauri troppo costosi, tra madri stanche ancorate alla televisione e il malinconico ritorno al paese natio, Menzani traccia il profilo di un'inevitabile decadenza che non può che culminare nell'orrore dell'ultimo, terribile racconto.

Come ho scritto nell'incipit del mio commento, L'odore della plastica bruciata è caratterizzato da uno stile sincero che non infiocchetta nulla, bensì abbandona la realtà alla sua crudezza senza mai calcare la mano: non è necessario esagerare, infatti, ché la realtà è già terribile di suo. I personaggi che si rincorrono di racconto in racconto sono accomunati da una sartriana nausea talvolta più esplicita, talvolta nascosta; ognuno di loro sta andando da qualche parte, a partire dalla badante che deve tornare al suo paese per arrivare al "figliol prodigo" del racconto Il vitello grasso, eppure nessuno si sposta mai per davvero. I personaggi restano immobili nel loro tentativo di fuga che, per l'appunto, altro non è se non un tentativo: l'insegnante precaria di A stomaco vuoto non potrà far altro che continuare a sperare in una nuova supplenza, anno dopo anno, così come gli abitanti delle case decadenti di Real estate sanno perfettamente di dover lasciare il loro appartamento ma non si muovono: intanto, aspettano.

Mi ha colpito una coincidenza che, credo, coincidenza non sia: si tratta della presenza di elementi che tornano più volte all'interno della raccolta. Il primo consiste nell'immagine della crepa: presente sia in Crepe che in Real estate, è la rappresentazione plastica della decadenza, il suo concretizzarsi in un taglio nel muro che è precursore del crollo totale. Altro elemento è il ritorno a casa che caratterizza sia Apocalisse in 16:9 che Il vitello grasso. E sullo sfondo di ogni racconto, l'incapacità di esistere appieno, di essere ciò che davvero si desidera essere. Il somaro della prima storia vorrebbe scrollarsi di dosso quell'orribile impalcatura ma non può farlo per contratto, esattamente come il mago di Un brutto quarto d'ora. E' una questione d'istinto: per andare avanti, per guadagnarsi da mangiare, bisogna vivere senza vivere. Sopravvivere. Accettare i compromessi di una società crepata quasi quanto i muri che affastellano i racconti: sempre in bilico, sempre pronti a crollare, con l'umidità che gocciola dalle pareti ché bisogna coprire i muri con la plastica per non nuotare sul pavimento. Infine, quasi come un effetto collaterale, l'incapacità di dire "no". In Carta moschicida e in I fiori appassiti, i protagonisti si ritrovano coinvolti in esperienze che non li riguardano affatto solamente perché non sono in grado di rifiutare, di far valere il proprio pensiero, di imporsi. Si arriva, così, alla crudezza del racconto eponimo, l'ultimo, in cui due genitori impongono ai figli neppure adolescenti la visione di una condanna a morte, quasi in una trasposizione non-cinematografica de Il miglio verde di Stephen King. Seduti in platea, i ragazzini guardano morire i condannati l'uno dopo l'altro, sulla sedia elettrica, e l'odore che si sprigiona ricorda quello della plastica bruciata ma è odore di vita che si spegne e dà nausea, una nausea che ha poco a che vedere con l'intestino quanto piuttosto con lo stomaco morale: la coscienza.

Complessa, articolata e spietata, questa raccolta di racconti è indirizzata a chi ne è protagonista: noi, con le nostre televisioni e le periferie dai muri che crollano, la nostra spettacolarizzazione di ogni aspetto del reale e i cartoni della spesa. L'odore della plastica bruciata é una raccolta in cui ci si specchia distorti, ma solo per cercare di trovare, in quella distorsione, la lucidità e il coraggio per riconoscersi.

abc

Recensione di Blado 457 – Oltre la barriera del tempo di Erika Corvo

Parto da un presupposto: non amo i romanzi di fantascienza, eppure questo libro mi ha davvero sorpresa. So riconoscere un romanzo scritto bene, quando lo incontro, e questo è uno di quelli. Erika Corvo immagina un futuro post-atomico in cui, a duecentocinquant'anni da una terribile guerra mondiale nucleare, il mondo così come lo conosciamo è andato completamente distrutto e, al suo posto, vi è una realtà abitata da pochi umani, molti mutanti e uomini resi umanoidi dalle radiazioni. In questo nuovo mondo, le donne fertili sono ormai pochissime e, proprio per questo motivo, vengono adorate come Dev, ovvero divinità: a loro spetta il comando della tribù nella quale si trovano e ogni loro ordine è legge. Blado 457 ha un nome seguito da un numero e non è un caso: per quasi tutta la sua vita, infatti, ha vissuto con i Rest, ovvero con i Re-establishers, coloro che da duecento anni vivono in cunicoli sotterranei continuando a sfruttare l'energia proveniente dal reattore nucleare che possiedono. Blado, però, ha compreso da tempo che quel reattore è pericolosissimo sia per loro che per le popolazioni che vivono all'aperto, i cosiddetti Esterni. Non solo: il popolo dei Rest è governato da un vero e proprio tiranno, Cornelius, che nasconde importanti verità in archivi e computer ai quali nessuno ha accesso. E' da uno di quegli archivi che Blado sottrae il dossier riguardante un modulo temporale pensato nel Pre-Bomba (duecento anni addietro) che, se funzionante, permetterebbe di viaggiare nel tempo. Il modulo - incredibilmente simile a una cabina telefonica rabberciata - funziona davvero e permette a Blado di giungere a duecentocinquant'anni di distanza dal suo tempo attuale, nel Pre-Bomba. E' lì che, nel mondo così come lo conosciamo noi, nel tempo immediatamente precedente alla devastante guerra atomica, incontra Susan. Gli basta guardarla in volto, nascosto in un angolo dello studio nel quale Susan Wong lavora, per capire di essersi innamorato di lei. Ed è per questo che, a pochi minuti dall'inizio della devastazione atomica, non riesce a resistere alla tentazione di rapire Susan e spingerla con la forza nel modulo temporale, portandola con sé nel suo futuro abitato da mostri, piante decisamente carnivore e un'infinita serie di pericoli di questo genere.

Il romanzo è davvero degno di essere letto anche da coloro che, come me, non sono appassionati del genere. I pregi del libro sono molti e, tra gli altri, il più importante è sicuramente l'organicità, caratteristica che ritengo essenziale per tutti i romanzi che, come Blado 457, hanno un intreccio molto complesso. L'organicità è resa evidente dalla perfetta distribuzione dei tempi narrativi, dall'assenza di scompensi, dal giusto equilibrio tra inizio, parte centrale e fine. La trama, pur complessa, si svolge con linearità e semplicità nel corso delle pagine senza mai caricare il lettore di quel senso di smarrimento che ho provato molte altre volte, leggendo romanzi dello stesso genere. Altro pregio imprescindibile è la coerenza. La Corvo, infatti, non si contraddice mai, possiede grande memoria e grande capacità risolutiva dei problemi narrativi: ogni qualvolta notavo un elemento insolito, la voce narrante mi rispondeva tempestivamente, quasi anticipando le mie perplessità. Inutile dirvi che serve davvero una grande capacità organizzativa per prevenire tutti i dubbi e le varie malignità del lettore. Degno di nota è anche l'aspetto dell'imprevedibilità: è realmente difficile, anche per il più furbo dei lettori, intuire gli sconvolgimenti e i colpi di scena che si susseguono nel finale del romanzo. L'autrice è accorta e sta ben attenta a non seminare indizi compromettenti nel corso del libro in modo tale da non insospettire chi legge e, lo ammetto, la tattica funziona appieno.

Passando all'intreccio, devo riconoscere la bravura dell'autrice nel delineare la tridimensionalità psicologica dei personaggi, partendo dai protagonisti per arrivare ai comprimari. Susan Wong è una ragazza forte e determinata, un talento dell'informatica che sembrerebbe impossibile da spaventare o cogliere di sorpresa. Eppure, una volta catapultata nel Dopo-Bomba, in un mondo sconosciuto e pieno di pericoli, mostrerà tutte le sue fragilità e sarà proprio tra le sue debolezze che troverà il coraggio di andare avanti, di levarsi una scarpa e farsi tagliare la pianta del piede affinché il dolore le impedisca di cedere alla droga dei Fitokillers, la lucidità mentale di continuare a mentire una volta fatta prigioniera dai Rest, di non perdersi mai d'animo. Blado, d'altro canto, è ingenuo e furbo al tempo stesso: conosce tutti i pericoli del nuovo mondo, sa come impedire gli attacchi dei mutanti e come calmare una famiglia intera di Grandi Alati infuriati eppure, dinanzi alla bellezza e alla femminilità della donna che ama, torna bambino in una manciata di secondi.

Interessantissimo è proprio l'aspetto della trama che riguarda le Dev. Ho davvero apprezzato il modo in cui la Corvo è riuscita, calandosi perfettamente nella finzione letteraria, a esaltare la donna come sorgente di vita, luogo della fertilità in cui riposa il mistero della nascita, del perpetuarsi della specie umana. L'ho apprezzato perché ho visto, in tutto ciò, un puro e sincero riconoscimento del valore della vita e della donna che ne è fautrice, senz'ombra di polemica né iperfemminismo latente. Per quanto riguarda lo stile, ho già parlato precedentemente di linearità e semplicità ed aggiungo, a questo punto, l'elemento dell'eleganza. Mi è capitato spesso di leggere romanzi di fantascienza caratterizzati da uno stile rozzo, duro, macchinoso; al contrario, il romanzo della Corvo è improntato su uno stile limpido, privo di fronzoli, descrittivo con moderazione e narrativo con passione. Sembra quasi di percepire, tra le righe, l'elettricità della forza creativa, dell'inventiva dell'autrice. Sono dell'opinione che la fantascienza sia un genere di difficilissima applicazione: è necessario possedere i talenti dell'inventiva, dell'originalità, della chiarezza. Erika Corvo li possiede tutti e tre, e questo non può che rendere il suo romanzo un'ottima prova d'autrice.

abc
INSTAGRAM
In lettura...
Un nuovo libro al giorno sui social: seguici!