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Recensione di Il ponte delle Vivene di Davide Dotto

5oo anni in quasi 15o pagine. In Il ponte delle Vivene l'inizio non si perde nella fine, gli eventi si specchiano, le generazioni si confrontano con un mistero che le mantiene legate le une alle altre. Un mistero oscuro, a volte terribile e altre volte inevitabile a cui piegarsi con rassegnazione. C'è la cittadina di Valchiusa, le montagne imponenti, le sue valli, un'osteria, i contadini che tirano vanti, il fiume dove le donne lavano i panni. Tutto sovrastato da un castello molto antico. Lì inizia la storia della Vivena e delle Vivene.

Nessuno, persino il padrone della rocca può oltrepassare il ponte e conoscere ciò che vi è dall'altra parte del maniero. La Vivena protegge ciò che definisce il suo territorio, il ponte è il confine fisico e non solo tra i contadini sempliciotti e un mondo misterioso di cui per timore poco si narra. Non ci sono molte cose capaci di spezzare la monotonia in piccoli paesotti come questo, tranne la guerra, anzi le guerre. E la Vivena. Anzi, le Vivene. Sì, perché ogni tanto qualche giovane ragazza ha l'ardire di avventurarsi fino al castello, per curiosità o forse perché sente un richiamo e lì vi resta per decenni. La Vivena si appropria della sua energia vitale, prolunga la sua esistenza attraverso lei.

La nuova Vivena indossa il mantello che le conferisce poteri sovrannaturali, non illimitati, ma molto particolari. Ad esempio la capacità di comunicare con la natura integrandosi con essa, prevedere il futuro, compiere spostamenti al di fuori delle normali capacità umane. Il ponte delle Vivene narra di Gisella, Marlena, Zoe ragazze come altre, con dei sogni, sradicate dalle proprie famiglie, ragazze scomparse per servire la Vivena, per impersonarla a suo piacimento. Si intrecciano, nella vita di queste donne, l'amore, il desiderio di famiglia, la cattiveria, l'odio ingiustificato, l'emarginazione, la consapevolezza del fardello traghettato sulle spalle de tempo, la nostalgia, il rimpianto. Il rimpianto di non aver vissuto la propria vita, di non avere più tempo per farlo.

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Quando la Vivena non ha più bisogno di te ti lascia andare. Torni a casa, ma non hai più una casa, e se ce l'hai non senti più di averla. Forse qualcuno della tua famiglia è ancora vivo, forse qualcuno in paese ti riconosce ma la vita è andata. Il futuro non esiste più. È troppo tardi. Anche una casa, una famiglia, un paese intero non servirebbero più.

E poi c'è la ribellione di Zoe, l'ultima Vivena, lo scoramento di un paese abituato alla scomparsa di alcune ragazze ma non allo scoramento causato dalla guerra che ha portato via figli, fidanzati e mariti a chiunque. Una razzia programmata. Ci son tante anime da traghettare dall'altra parte del ponte, un pezzo grande di storia locale che si sbriciola insieme alle speranze di persone semplici. Davide Dotto racconta una storia rurale che ha caratteristiche fantastiche tipiche del fantasy e altre squisitamente storiche.

Questo costrutto è singolare, tenendo conto che scrive in terza persona usando un narratore onnisciente, elemento tipico del romanzo del '900. E non vi sono adattamenti ai tecnicismi moderni perciò quando parla del mistero, della quasi magia, del sovrannaturale, non solo non lo scandaglia affinché non diventi elemento preponderante ma nemmeno lo racconta con il sensazionalismo, che a dire il vero ha molto stancato, del genere fantasy moderno. Ecco dunque, oltre a ricordare l'elemento storico del fascismo e delle lotte partigiane che Dotto racconta da un punto di vista più esterno, parlo di fantasy per aiutare il lettore a comprendere la componente sovrannaturale in prima linea de' Il ponte delle Vivene ricordando però che si discosta molto dai libri fantasy moderni.

Prevale certamente la narrazione che da un punto di vista tecnico è impeccabile anche se a mio giudizio a volte cede. Quando il racconto contiene metafore, dialoghi e riflessioni acquisisce spessore. La ripetizione di fatti o la loro descrizione quando non è arricchita da elementi nuovi stanca. Un pregio di questo libro è certamente la struttura dei periodi molto breve, un vantaggio utile sia a mantenere il ritmo costante che a sopperire quella mancanza di creatività, di dinamismo che ci si aspetta da un libro così breve. Preziosa la descrizione della parte umana, profonda, dei sentimenti di genitori, di figli, di uomini destinati al fronte, di contadini che non sanno cos'è la speranza. Dotto è bravo a scandagliare l'animo, giusto il tanto per accendere nel lettore quella cosa che si chiama "empatia".

abc

Recensione di In tempi di luce declinante di Eugen Ruge

È il 1° ottobre 1989, il giorno del compleanno dell'ormai novantenne Wilhelm. Siamo nella DDR, la Repubblica Democratica Tedesca, e il muro di Berlino non è ancora crollato. Tutto è pronto per la festa di compleanno: le sedie, il buffet freddo, e i monili e le medaglie al valore ben esposti nella cristalliera. Dopo una vita intera trascorsa nel Partito Comunista insieme a sua moglie Charlotte e al figlio Kurt, Wilhelm può concedersi il lusso di rimbambire del tutto. Seduto nella sua poltrona, accoglie gli invitati sempre con la stessa, insignificante frase: "va' a portare la verdura al cimitero". È proprio in questo giorno, durante la festa di compleanno e tra i deliri di Wilhelm, che Kurt riceve una pessima notizia: suo figlio Alexander è passato di là. Che cosa significa passare di là negli anni Ottanta in Germania? Significa che Alexander è all'Ovest e che tutto il resto della sua famiglia è all'Est e che non potranno più rincontrarsi. Il romanzo, che si apre come una finestra sul 1989, ripercorre poi tutta la storia della famiglia Umenitzer, dall'arrivo in Germania dal Messico nel 1952 al matrimonio tra Kurt e una donna venuta dalla Russia, Irina, passando attraverso gli anni della guerra fredda, dell'incertezza, degli sguardi lanciati di sfuggita oltre il Muro per poter scorgere le bianche case che sono di là, all'Ovest, il giardino segreto dove non è permesso entrare.

Prima di indagare il contenuto, vorrei partire dall'inizio, dal titolo. Credo che In tempi di luce declinante sia uno dei titoli più poetici e affascinanti che mi sia mai capitato d'incontrare e, se aggiungiamo che è perfettamente coerente con la trama del libro, direi che è semplicemente perfetto. Il 'tempo di luce declinante' è perifrasi di 'autunno', stagione che ci vien facile collegare alla morte ma che, in realtà, pone i presupposti per la vita, per la primavera che verrà. Ogni volta che Alexander cerca di ricordare stralci della sua infanzia, torna con la memoria agli alberi dalle foglie in caduta, ai tramonti di un ottobre già avanzato. Anche per nonna Charlotte l'autunno possiede un suo fascino irresistibile: più volte, nel corso della narrazione, ripeterà che è proprio quella la sua stagione preferita. Perfetta è anche la cover del romanzo: un bambino che guarda in alto, verso un uomo che potrebbe essere suo padre o suo nonno o entrambi in un solo corpo e, sullo sfondo, il sole (declinante) del comunismo.

L'aspetto di In tempi di luce declinante più interessante e discutibile al tempo stesso è l'incredibile ragnatela di personaggi che si dipana sull'intera vicenda. Tanti volti, molti punti di vista che si rincorrono pagina dopo pagina e che, bisogna ammetterlo, talvolta confondono il lettore. Credo che il 'caos' di personaggi sia stato voluto dall'autore il quale, a mio parere, non si è posto affatto il problema della chiarezza. Ruge si fa portatore di una memoria storica che il lettore non possiede e ciò porta quest'ultimo, inevitabilmente, ad affannarsi nel tentativo di seguire la narrazione. L'io narrativo è sfaccettato e molteplice: Charlotte e Wilhelm, Irina e Kurt, Alexander e Markus...la storia viene raccontata dal punto di vista di ognuno di loro. È interessante vedere come, spesso e volentieri, uno stesso avvenimento cambi completamente significato se narrato da un personaggio piuttosto che da un altro. Questo procedimento narrativo è sì confusionario ma, al tempo stesso, molto affascinante. Credo che l'autore, inoltre, dia per scontate le conoscenze storiche del lettore: ammetto di aver potuto comprendere determinati passaggi solo perché sto studiando per un esame di Storia contemporanea proprio in questi giorni, altrimenti mi sarebbe risultato tutto molto più difficile.

In tempi di luce declinante non è un libro per tutti, questo è chiaro. Non lo consiglierei agli adolescenti e nemmeno a chi ha decisamente poco tempo da dedicare alla lettura. È un romanzo importante, pregno di significato (a volte fin troppo) e va letto con calma e concentrazione. Detto questo, è un libro davvero interessante poiché ci permette di guardare alla Storia del secondo Novecento attraverso molteplici punti di vista, privilegio che non potremmo mai ottenere sfogliando un semplice manuale scolastico. Spesso, durante la lettura, ho pensato alla commedia Goodbye Lenin! di Wolfgang Becker, film intelligente che narra la caduta del Muro con arguzia e sottile ironia: questi stessi elementi contraddistinguono la narrazione di Ruge che, pur non essendo un mago della linearità, ha molto da comunicare a chi vuole ascoltare.

Interessante è anche il modo in cui Eugen Ruge delinea l'evoluzione della condizione della donna dal secondo Novecento a oggi, un sottotema che, in realtà, è facilmente rilevabile dal lettore. Charlotte, Nadezna Ivanovna e Irina, seppur appartenendo a due generazioni diverse, sono il riflesso di un mondo patriarcale in cui la donna è colei che cucina, rammenda calzini e sta attenta che gli gnocchi alla Turingia riescano bene a Natale.  Melitta, una delle tante donne di Alexander, appartiene invece a un mondo in evoluzione, a una realtà che ha visto crollare il Muro insieme a gran parte dei pregiudizi. Lei può indossare la minigonna e rifarsi le sopracciglia e, soprattutto, può studiare e lavorare. Particolarmente commovente è il capitolo in cui Irina è in cucina, ferma dinanzi al bollitore, pronta a spegnerlo al primo fischio e le ritorna in mente la sua infanzia, quando sua madre la metteva a guardia della pentola a pressione perché non vi fossero sprechi di energia e, conseguentemente, di soldi: il denaro serviva al fratello maggiore per studiare. Gli uomini studiavano, si laureavano, lavoravano mentre lei, per tutta la sua vita, non aveva fatto altro che controllare il bollitore.

Concludo ribadendo che il libro in sé merita di esser letto. Lo consiglio soprattutto agli appassionati di Storia e a coloro che amano guardare al passato con entusiasmo e voglia d'apprendere. In tempi di luce declinante, pur essendo un testo narrativo, è la testimonianza di un'epoca che molti di noi non hanno vissuto e che soltanto così, attraverso la Letteratura, possono iniziare a comprendere.

 abc

Recensione di Biglietto di terza classe di Silvia Pattarini

Provincia di Piacenza, 1903. Lina è una ragazza poco più che adolescente, resa zoppa da un incidente avvenuto molti anni addietro. Sua sorella, Emilia, vive con il marito nella leggendaria Merica, là dove sembra che i sogni possano diventare realtà. Lina è l'unica ragazza del quartiere a saper leggere e scrivere, arti che ha appreso da bambina, mentre era in convento per curare la sua povera gamba. Possedere il dono della lettura e della scrittura in un paese di analfabeti le ha permesso di ritrovare fiducia in se stessa, di non sentirsi più semplicemente una "ragazza zoppa" della quale i suoi genitori si sarebbero dovuti vergognare. Lina sa anche cucire e realizzare splendidi abiti e, grazie a questa sua abilità, inizia a metter da parte, giorno dopo giorno, una piccola somma di denaro. La ragazza, infatti, desidera con tutto il cuore raggiungere la sorella in America, in quella New York che immagina come un tripudio di luci, colori e opportunità. Il 24 febbraio 1904, Lina riesce a realizzare il suo sogno e a partire a bordo del Prinzess Irene dopo aver acquistato un biglietto di terza classe con enormi sacrifici. Tuttavia, la traversata si rivela difficile e pericolosa e, come se ciò non bastasse, la destinazione non è certo New York bensì la famigerata Ellis Island, l'isola delle lacrime. E' lì che Lina e le sue due compagne di viaggio, Tina e Amabile, dovranno superare una serie di controlli e visite mediche per poter essere ammesse nella città di New York. Ellis Island è soltanto la prima di una lunga serie di difficoltà che Lina dovrà affrontare. Una volta arrivata a New York, infatti, la ragazza dovrà confrontarsi con ritmi disumani di lavoro, con lo sfruttamento minorile, con le malattie (prima fra tutte, la tubercolosi) che serpeggiano tra coloro che si distruggono di fatica sul posto di lavoro. Lina, come tutti i suoi connazionali, cambierà continuamente fabbrica a causa dei diverbi con i direttori e per le sempre più critiche condizioni di lavoro. Vivere a New York non è affatto un sogno e Lina scoprirà presto quanto quella città, così affascinante e misteriosa, sia ugualmente pericolosa, una vera e propria giungla nella quale soltanto il più forte può sopravvivere.

Biglietto di terza classe è un romanzo storico a tutti gli effetti e, a differenza della stragrande maggioranza dei libri appartenenti allo stesso genere letterario, possiede il pregio della brevità. Non ho assolutamente nulla da obiettare ai romanzi-fiume, tuttavia ritengo che più un romanzo storico è snello, più il lettore resta avvinto alle pagine e non corre il rischio di annoiarsi. La brevità, naturalmente, deve essere sorella dell'esaustività, caratteristica che Silvia Pattarini conferisce al suo libro riuscendo a toccare tutti i punti cardine della storia americana primonovecentesca. Il romanzo, infatti, affronta una gran varietà di temi. Il leitmotiv della vicenda è la condizione degli immigrati in America negli anni Dieci del Novecento. Ritroviamo i pregiudizi, gli appellativi dispregiativi, le difficoltà che i nostri nonni e bisnonni hanno dovuto sopportare una volta arrivati nella città dei sogni, New York. E' molto interessante il modo in cui la leggenda del Nuovo Mondo viene ridimensionata: il sunto della questione è che in Italia si vive male, ma si vive male anche nella tanto celebrata Merica. I pericoli sono ovunque. E' significativo, a questo proposito, il capitolo dedicato ai primi mesi che Lina trascorre a New York, aiutando sua sorella nel lavoro. E' in quel momento che la ragazza si rende conto di quanto il "mito del lavoro" sia, per l'appunto, soltanto un mito da sfatare: il lavoro non c'è, in America come in Italia, e gli immigrati devono sottostare a crudeli - nonché rischiosissime - condizioni per poter guadagnare pochi spiccioli da spedire alla propria famiglia. L'esempio della piccola vicina di casa che muore di tubercolosi in seguito ai massacranti orari di lavoro alla filanda stringe il cuore ed è, purtroppo, la testimonianza di un capitolo buio della nostra Storia. Lo sfruttamento del lavoro minorile non è l'unica piaga: le terribili condizioni di lavoro in fabbrica sono foriere, infatti, di scioperi e manifestazioni che, oltre a far scendere il valore della busta paga, inaspriscono i rapporti tra lavoratori e capi. Silvia Pattarini riesce a rendere magistralmente l'angoscia e la rabbia di quegli anni, narrando le pagine più drammatiche di quel particolare momento storico. Tra gli altri eventi, l'autrice ricorda il tragico incendio della fabbrica tessile Triangle di New York, avvenuto il 25 marzo 1911. L'incidente, provocato innanzitutto dalla disubbidienza al divieto di fumo all'interno della fabbrica e aggravato dalla chiusura a chiave di tutte le porte, ebbe come conseguenza la morte di 146 persone (tra questi, 123 erano donne). Lina è una delle sopravvissute e, tra le udienze in tribunale e gli incubi che la perseguitano, non riesce a dimenticare lo strazio dei corpi bruciati e le urla di quelle donne che, pur di sfuggire alle fiamme, si lanciavano dalle finestre dei piani più alti e, come testimonierà uno dei personaggi al processo, "cadevano come mosche". 

Silvia Pattarini ha una buona penna che, benché sia suscettibile di miglioramento, rende perfettamente le emozioni e le angosce dei personaggi, dipingendone le sfumature. Le descrizioni, decisamente accurate, permettono al lettore di immaginare le diverse situazioni e di entrare nel vivo delle vicende. In particolar modo, ho apprezzato i capitoli dedicati alle piccole grandi "scoperte": la prima volta in cui Lina assaggia le arance, la prima volta in cui vede il mare - "E' questo, il mare?" - e la scoperta del cielo che si riflette nell'acqua, il primo aiscrim e la prima ciunga (rispettivamente, il gelato e le gomme da masticare), le piccole gioie che, seppur nelle difficoltà, Lina e gli altri personaggi riescono a cogliere. Infatti, benché il romanzo tratti temi scottanti della storia contemporanea e racconti tragedie incancellabili, l'intera vicenda narrata è circondata da un'aura di ottimismo e gioia di vivere, da una tensione interiore che resiste al logorio della vita quotidiana. Biglietto di terza classe, inoltre, ha il pregio della coerenza che, com'è giusto che sia, permette al lettore di ritrovare tra le pagine la verità storica al di là della finzione letteraria. E' evidente che, alla base del libro, vi siano una corposa fase di studio e un'ottima documentazione, costituita non soltanto da reperti storici ma anche, ne sono certa, da una buona dose di testimonianze offerte da chi, quegli anni, li ha davvero vissuti.

Biglietto di terza classe è un romanzo che ha tutti i pregi del vero romanzo storico e il bonus della fruibilità e della scorrevolezza. Per questo motivo, credo che il libro potrebbe costituire un ottimo spunto di riflessione non soltanto per gli adulti, ma anche e soprattutto per i ragazzi delle scuole. La prosa della Pattarini non potrà che maturare col tempo, ma questo romanzo possiede già tutte le carte in regola per difendersi sul mercato editoriale.

abc

Recensione di L´acquerello in verdaccio di Vito De Nicola

Un acquerello tra carte di compravendita, schizzi e documenti di archivio, viene acquistato da un rigattiere da Filippo. Uno dei tanti disegni in bancarelle del genere. O forse no. Qualcuno lo acquista poi da Filippo a qualche centinaio di euro, un intermediario forse. Il suo destino è finire tra le mani di un collezionista privato. O forse no.

Quello schizzo acquerellato in bozzetto è firmato L. di mastro Pyetro de´ Ruberti eppure potrebbe essere un pezzo del patrimonio artistico italiano riconducibile a Caravaggio. Raffigura l´abbazia benedettina di Santa Maria in Elce che ora sono solo pietre diroccate ma che nasconde una storia profonda, che possiede l´inizio e la fine della personalissima storia di questo acquerello. Questa storia nasce dalla ferma volontà di Viola, appassionata storica dell´arte che viene a conoscenza dell’acquarello e che semplicemente non ci sta a dover perdere un probabile cimelio che merita di essere condiviso con tutti gli italiani. La donna s’impegnerà nel ricostruire la storia, dagli atti e dai racconti, dalle testimonianze e i resoconti di persone informate. Un compito complesso animato dall´amore genuino per l´arte e i valori del passato. Una storia tra verità e mito sarà il taglio attraverso cui guardare dentro la vita pullulante del passato, seguirne le tracce spaiate capaci di entusiasmare fin oggi.

 Attorno all´abbazia ruotano i personaggi chiave, il cardinale Gesualdo e il suo curatore degli affari personali malvagio, la popolazione povera e stremata dei dintorni in tempi di miseria e brigantaggio. Le famiglie sfollate, i morti dell´incendio doloso, una specie di bonifica del territorio diabolica pianificata dall´alto. Tra coloro che perderanno la vita anche la famiglia di Gyaninna e Lynardo obbligati a crescere subito per sopravvivere. La prima sarà accolta dal cardinale stesso ammaliato dalla sua incantevole bellezza mentre il secondo imparerà svariati mestieri pur di tenersi in vita.

Siamo negli anni 1500 e 1600, Vito De Nicola si sofferma molto sulla storia di questi due ragazzi perché saranno il filo conduttore alla nascita dell´acquerello. Entrambi finiranno a Napoli, qui incontreranno il pittore Michelangelo Merisi da Caravaggio in fuga da Roma per aver ucciso un uomo in una rissa. Qui la fantasia della narrazione si fonde con la realtà e ci racconta, con tratti di narrativa decisi e precisi, il periodo napoletano di Caravaggio degli ultimi anni della sua vita. Ci sarà spazio per l´amore, per i viaggi, il soggiorno a Malta e la creazione dell´ultima opera Martirio di sant'Orsola.

L´autore ripercorre la vita travagliata del pittore e riempie i vuoti storici con vicende di fantasia costruite accuratamente. Tra romanzo storico e narrativa L´acquerello in verdaccio di Vito De Nicola é il messaggero dell´amore per la storia di De Nicola, per l´architettura, per i valori tramandati di generazione in generazione. E proprio in relazione a questi il romanzo inizia e termina – volutamente – con la stessa nostalgia per i luoghi e paesaggi di questa storia, quelli di una volta, più imperfetti ma più veri, con la poesia nelle forme e il gusto del bello, che hanno lasciato il passo a cambiamenti del territorio, che l’hanno deturpato e cementificato in nome di un decadente progresso. La scrittura di Vito De Nicola è precisa, pianificata, non lascia nulla al caso. Racconta ogni singolo frammento, ogni correlazione è inclusa, supportata da un impianto storico lucido e accurato. Un ampio uso delle virgole, piccole dighe, serve a frenare la curiosità e ad allungare i tornanti della storia e a dividere le fonti, i documenti, le immagini e i suoni, i fatti. Il risultato è una lettura profonda a tratti ed esauriente, ai fini della storia e ai fini dell´immaginario, mai banale. Anche la tensione è mantenuta costante per buonissima parte della storia, anche se la lettura non è prettamente di quelle veloci, poiché ricca di riferimenti storici, l´interesse è tenuto vivo con l´uso sapiente di briciole di pollicino, elementi chiave, disseminati lungo il percorso naturalmente. Che fine fará l´acquerello? Questo ve lo lascio scoprire con la lettura.

Personalmente ho gustato questa lettura, sono felice dei valori che essa trasmette pur essendo solo un estimatore sprovveduto della pittura e dell´arte in genere. Difficile trovare punti deboli a quest´opera, a parte l´uso improprio a mio avviso dei puntini di sospensione, tutto quadra, tutto torna e con piacevolezza. Una storia che ci riavvicina a Caravaggio, che ci presenta un secolo della storia italiana e intrattiene con gusto. Lo consiglio, e mi sbilancio senza remore, molto caldamente.

abc
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