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A nuove domande risponderò

A nuove domande risponderò. E per quelle forse crescerò. Aspetto spesso la morte di noia nel letto e non mi sento per nulla perfetto. E delle domande, pure io ne ho paura. Pensare come sanguinare. Comparare ieri con oggi. Come vorrei solo pensare ad un angolo di fresco dove trovare di nuovo un amico, un’amica. Buttare fuori dalla finestra quest’aria calda, non sentire la stanchezza. Essere più leggero del peso della gravità delle cose. Con un bel paio di forbici tagliare le responsabilità e spostarle in una scatola chiusa da aprire domani. Pensare solo a far tornare quello che esisteva prima. Prima di questo mio me stanco.  Poi vedere quegli indici puntati davanti non aiuta. L’ignoranza non aiuta mai. I fatti sono fatti, ma non capisci il vero valore, se non sai il perché quei fatti sono compiuti. E c’è sempre qualcuno che ha bisogno di far vedere i fatti con gli indici lunghi senza commentare i perché, senza nemmeno cercarli. Brutto, brutto lavoro questo. A loro, io dico, non ho scuse. Non ho di che scusarmi per un limite che io stesso odio. Ma sono davvero stanco, a volte fino allo sfinimento, e non ho il potere di evitarlo. E tralascio tanto, mi perdo anche quello che vorrei.  Allora sarò il vostro brutto e cattivo. Ho vissuto bene prima di voi e vivrò bene dopo. Certo non pretendo di esser compreso. Entrare nell’animo delle altre persone è una capacità ed un pizzico di fortuna di persone empatiche, ed è normale che qualcuno si fermi prima di riuscirci, per scarsa voglia, per incapacità. In fondo, merito davvero di essere compreso? Perché'? Da chi? Chi lo dice? Solo io, il difensore di me stesso. Penso a quelle domande a cui ho paura di rispondere, quelle del futuro. Quelle che la risposta è già un rimprovero. E sono da affrontare per ricominciare a essere grandi.

E rispondere davanti a te, una qualsiasi te, sarebbe forse ammettere di essere non all’altezza di te, qualsiasi te. Sarebbe un dover confrontarsi con il perché non ho fatto prima ad arrivare sulle cose, umiliarsi su i veri limiti che ho, sull’incapacità di averti dimostrato il bene che provo per te. Questo è triste. E triste cerco una leggerezza impossibile.

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Diverso da come immagini

L’immaginare fece comporre a John Lennon una musica tra le più belle di sempre, appunto Imagine, la quale faceva suo un messaggio di amore, pace, speranza. L’arte, la tecnologia, i progetti, il volersi migliorare dipendono in gran parte dall’immaginazione. Che mi piace pensare come il nostro posto nascosto dove facciamo nascere il futuro a noi caro, dove creiamo personaggi e per noi li facciamo muovere, in attesa del riscontro con la realtà. Realtà in cui fatichiamo talvolta fino a riuscire a strappare i soggetti dall’immaginazione per portarli accanto a noi, in vita. Nell’era di Internet più vicina a noi la chiave di volta della massiccia espansione della rete e dei suoi utilizzatori si chiama: sharing. Condivisione.

Con facilità ci è stato insegnato come condividere qualsiasi tipo di contenuto con le persone che ci stanno vicine come amici e con una platea di pubblico improvviso spalancata ai nostri occhi, sconosciuta, che magari ha gli stessi nostri interessi. Tutto ciò si è evoluto fino al Social Network dove, minuto per minuto (per gli utenti più maniacali), ci si può confrontare potenzialmente con un numero infinito di persone. Situazione assolutamente nuova.

Questo ha aperto nuove porte, alcune delle quali guardate con sospetto, ed anche infide. Una di queste, molto sottile da riconoscere è l’insegnamento che ci è stato dato nell’immaginare. Nella maniera sbagliata, o diciamo meno conveniente. Cosa significa? Confrontarci spesso con persone mai conosciute accende nelle persone più spigliate e socievoli il desiderio di approfondire tale conoscenza. Se ci pensiamo l’amicizia è un valore universale insito in noi molto positivo, sempre vivo. Eppure dal virtuale nascono dialoghi che, seppur sinceri, non rispecchiano la realtà, tanto meno la soggettività, la quale tiene conto di numerosi particolari in più del semplice testo scritto, voce sentita , video visto. Quindi la reale percezione del “conoscere” è sfalsata rispetto alle normali “procedure” che gli esseri umani adottano quando si incontrano. Infatti le nostre difese sul web rimangono basse per poi via via aumentare a seconda di certi campanelli d’allarme che avvertiamo, mentre nella normalità sarebbero alte per poi via via scemare davanti all’avvertimento di segnali tranquillizzanti, o comunque troncherebbero subito un rapporto davanti a minacce. Come dicevo, le nostre difese restano basse perché non sappiamo cosa aspettarci, non abbiamo un idea sommaria della verità riguardante una tal persona.

Di solito tralasciamo queste semplici osservazioni logiche ed importanti ragioni e iniziamo, davanti alla mancanza di dati oggettivi e soggettivi, ad immaginare. Un vecchio proverbio dice che “l’aspettazione differita fa ammalare il cuore”. Semplice.  Aspettarsi qualsiasi cosa per cui non si ha una base concreta per valutarla porterà SEMPRE a un riscontro nella realtà diverso da come immaginato. Ho scritto che l’immaginazione è quel posto dove cerchiamo di far nascere le cose positive, quelle che ci piacciono e che desideriamo. è proprio per questo che nell’immaginare altri siamo bravi disegnatori, i più attenti ai pregi, i più clementi, i valorizzatori della bellezza. Chi di noi spererebbe per se stesso il peggio? Questo automatismo fa parte di tutti.

Così l’immaginazione spesso non viene vista più come un limite ma come un’anticamera alla persona stessa, acquisita e confusa con i dati oggettivi stessi. Tale limite è poi evidente quando sentiamo il piccolo o grande dolore dell’aver desiderato, inseguito, coinvolto nella propria sfera emotiva qualcuno che è risultato essere semplicemente diverso. A volte migliore. A volte peggiore. ma comunque diverso da come creduto.

La notizia è questa: possiamo scegliere l’equilibrio, una confidenza cauta, un modo di porsi che tenga conto di tali cose con il rischio di allungare nel tempo e selezionare le nostre amicizie oppure buttarci a capofitto nel marasma internettiano usandolo appieno, con il rischio di essere vittime del cuore malato, domani.

Come sempre è richiesta la vostra partecipazione. Punti di vista, esperienze personali, consigli e commenti.

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……

Io ti stringevo sotto la pioggia. Io che non sapevo che eri la strada che percorrevo. Le Boutique. E le mie scarpe bianche che mi hai macchiato. Come eravamo piccoli in quella piazza. Come ci sentivamo grandi in quella piazza.Lo sai..poi..quel che ti ho preso... sul pavimento del cielo. E che ho trovato poi...Gli scontri delle guance davanti ad un piatto e al suo vapore. Le corse. Un treno perso. Il treno che ti porta a casa.Il treno perso. Per sempre Grazie.

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“Amore pace e gioia infinita”…

Oggi ero in fila in farmacia. Eh già, non è un bel posto dove fermarsi a pensare. Gli occhi scivolano un po’ su tutto e mi rendo conto di quanti prodotti commercializzati con la promessa: combattere lo stress. Perfino le chewing gum antistress. Poi se fotografo i volti delle persone che ho visto, facilmente trovo il perchè di quei scaffali pieni.

La giornata continua. E vedo quanto fa male l’ansia al cuore di un amico. Al suo viso. E penso che siamo tutti esposti. Tutti ugualmente fragili davanti a ciò che ci succede. Quel che ci succede non smette di cambiare, un bene, un male. Facciamo fatica ad accettare i cambiamenti quando sono da noi decisi, ancora peggio quando a deciderli è stato nessuno.  Vedo le persone, me stesso, sfidare i propri limiti senza il dubbio di non poterli superare. Lo slancio e la forza, ecco cosa mettiamo sul piatto. Per arrivare dove non siamo stati mai. Alla felicità diritto dell’uomo. Poi, una virgola della frase che siamo si sposta, ce la spostano, e cambia il significato, la direzione dello slancio e della forza.

Non riconosciamo più la nostra vita. Dici: ”ma io ero questo un momento fa”. Non siamo fatti per essere rotti, ma piegati. Non siamo fatti per accettare di essere piegati, di non poter fare, essere ciò che eravamo o semplicemente volevamo per noi. Ma si impara. Lo si deve fare. Credo che sia una delle più grandi sfide di questo futuro accettare nuovi limiti. Accettare per superare. Per non aspettarsi troppo da noi stessi e dagli altri e non illuderci.  La società ci sta imponendo grandi cose semplicemente per vivere. Per ottenere gli stessi risultati gli sforzi da fare son più numerosi di quanto lo erano appena un decennio fa, in ogni aspetto della vita.

Il lavoro, l’economia, le amicizie, riservare del tempo per le cose più importanti. Tutto ci costa di più. Quello che ci piace e quello che non ci piace. Per questo vedo uomini in ginocchio, tolti dalle loro speranze. Quando una persona dà ciò che è, tutto, poi finisce. La società continua a chiedere, a fare l’esattore. L’uomo si piega. E iniziano i limiti. Scopre che non può fare tutto quello che poteva fare prima. Diminuisce la sua forza, la sua importanza al mondo. La sua serenità. Se penso all’ansia, allo stress, al panico, lo smarrimento, all’incapacità di essere ciò che vorremmo, penso al fatto che non abbiamo gli strumenti adatti per esserlo, oggi.

E se invece in questo momento lo siamo, prendo atto che non sempre potremmo esserlo. Colpa delle virgole. Penso che ciò che ci rimanga di davvero importante sia la forza collettiva nel sostenerci. Quell’arrivare dove l’altro non arriva. Senza giudizi o pregiudizi. L’essere nella vita di un altro quando gli si sposta la virgola maledetta per aiutarlo a dare un nuovo senso alla frase. Parlare di forza, ma anche di un pianto sulla spalla, di sapersi piegare per non rompersi. E dolcemente attendere che chi ci sta vicino faccia così un giorno, con noi. Per creare dentro un male qualsiasi “amore pace e gioia infinita”…

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Il dubbio che crea o distrugge

Scusa son capitato nella tua vita. E ora ci sono. Con la mia capofitto in caduta libera. Cado giù. Giù sopra le nuvole. E ti chiedi se i dubbi siano legittimi. E ti chiedi se sono come mi aspettavi, come mi cercavi, come mi speravi la notte fissando il soffitto.

Ogni dubbio arriva dal farsi domande. Le persone si fanno poche domande. Hanno pochi dubbi anche se non sanno cosa fare, dove andare e il perchè. Non sanno mai il perchè. I bambini lo chiedono in continuazione. Loro vogliono imparare dalle domande, vogliono sapere e crescere, cambiare. Le persone no. Come se fossero arrivate. Allora il dubbio serve. Sì. Serve per dirti: cosa sto facendo? Dove voglio arrivare? In quale maniera? Attraverso cosa? Ora, domani, tra una anno? Perchè? Domande da bambini cresciuti con la stessa voglia di cambiare. Crescere. Il dubbio che crea, dà la svolta. Da oggi cambio. Per tutti questi motivi…frullato mentale riassemblato con calma in motivazioni sincere.

Il dubbio che distrugge, e stai male. Da oggi cambio. Ma non sai rispondere bene a tutte le domande di prima, il frullato resta frullato, cambi e non sai dove arriverai. Tra un mese puntuale il rimpianto bussa alla tua porta e non sai che storia raccontargli. E sei sul divano con lo sguardo perso con i famosi perchè che girano in tondo per la testa, e più girano più scavano il fosso. Scusa sei capitata nella mia vita. E ora ci sei. Decisamente, dolcemente reale su di me. In salita libera. Su sopra le nuvole. E mi chiedo se i dubbi siano legittimi. Se sei come non ho mai immaginato come una donna possa essere, come irrinunciabile pazzia su cui vivere sopra. Condividersi. E mi auguro altri mille dubbi di questi.

Vorrà dire che ci sei.

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Ci sei

Un urlo strappato dalla bocca finisce sulle corde metalliche e poi sulla pancia di una chitarra acustica. Il microfono amplifica. Porta in posti distanti di semi oscurità. Sulla tempia destra una cicatrice coperta da pelle nuova. Roger Fray con una faccia di chi deve aver sofferto bene e a lungo, ed aver coccolato un gatto sulle gambe per mezza vita nei suoi viaggi. L’odore del fumo di un’ esplosione. La folla in delirio. Il riflesso di luce sulla canna della pistola. Roger Fray con la faccia di chi ha preso tutto dalla vita. Meno una cosa. Un proiettile dritto al polmone. Grandi uomini di scuro aprono la folla. Urla isteriche senza il chiasso della batteria. Della melodia di Fray. Bottiglie, vestiti, carte, sigarette e quella stessa pistola gli ultimi spettatori, lasciati di fretta sul freddo pavimento della Chicago Arena.

Tutto che andava a rock. Roger Fray ero io. Ed ero al centro. Al centro di tutto. E avevo sempre i microfoni dalla mia parte, e chi li teneva accesi per me. E avevo il gatto che mi aspettava quando tornavo, stanco, con la fronte sudata.  E quello mi bastava. La solitudine di una stella gelosa della sua luce. Ma la vita di chi vive al centro è difficile sapete. E non si può tornare indietro. Si può solo cadere, perdere tutto. Ma non perdere quello che sei davvero. La faccia reggeva bene. La voce faceva ancora vibrare le casse e saltare le persone. Mi faceva comprare tutto quello che non mi serviva.

Poi è arrivata quella nuvola grigia. Puzza la polvere da sparo. Ma è un dettaglio. Perché avevo paura che mi avrebbe fatto male. E invece avevo solo qualcosa da imparare. Le cose da scegliere di capire fanno male. Perché l’ignoranza è gratuita. La coscienza ti mangia un pezzetto di vita. Il palco si è spento all’improvviso. Si è acceso il silenzio. Per me. Ed io ho scelto.

Tu mi hai ucciso. Hai guardato nelle mie cicatrici, nella fatica delle pieghe della mia pelle. E hai visto chi sono davvero. Una stella non gelosa della sua luce. Quel proiettile, brutalmente, ha fatto parte di me per un secondo di un paio di giorni. E quando dal silenzio, sei avanzata verso di me, hai lasciato l’arma, hai preso a correre. Non c’era più nessuna, nessuna cosa che io volessi, se non te. Mentre cadevo e già non ti vedevo più.  La vita mi sembrava lunga. Mi è sembrata ancora più lunga. Mi è sembrato di piangere e stringere i denti davanti alla mia impotenza. La coscienza di non vivere da me stesso mi stava mangiando tutta la vita.  E invece avevo solo qualcosa da imparare.

Allora mi hai preso. Con le mani hai tenuto il mio viso. Non mi serviva più niente. La folla, i microfoni, la polvere da sparo, i viaggi, vivere al centro. Grazie per aver ucciso qualcosa che ero. Che non volevo. Un vuoto d’aria, respiri mancati. Poi sentire vivere ancora. Ostinata a vivermi accanto, dentro. Roger Fray non esiste più. E non andrà più dritto sul palco a prendere dalla vita quello che non lo fa essere un vero Roger Fray. Il sudore sulla fronte lo asciugherà il vento dei tuoi respiri. La paura degli insuccessi sarà schiacciata dai nostri abbracci lunghi. E le cicatrici resteranno sotto il maglione colorato su cui vieni a prenderti il buon giorno.

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Ad oltranza sento te

Come cassetti inchiodati aperti da mai

Come il panico del respiro a trovare l’uscita

Come fotografie perse in partenza

Come dalle mani morto senza il chiasso del fiato

Come farsi bastare di silenzio onestamente sopravvissuto

Come sconfinato arreso a sentire te via

Come mancare di occhi trascorsi e di vita

Come terso di follia fino al collo

Come perso in un volo da fermo

Come inginocchiato a prendere il presente

Come se fosse passato.

Solo poi. Sento. Solo mai.

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“Sì viaggiare, evitando le buche più dure, rallentando per poi accelerare..”

Si è fatto mattino, e oggi non è una giornata in cui vorrei parlare di cose importanti. Ma queste ultime 24 ore, passate assolutamente sveglie, a pensare, hanno avuto la stessa funzione della riga che si mette sotto le addizioni per separare il risultato da tutti quei numeri che hai trovato per la strada. Guardandomi indietro, in questi ultimi 20 mesi, numeri ne ho trovati diversi. Questo blog ne è un esempio, ricco di fatti e di spunti riflessivi raccolti per strada. E li ho sommati. Con piacere, ma anche no.  Perché in mezzo c’erano anche sottrazioni volute e cercate da fare.

Quello che ho afferrato è che non siamo mai arrivati, nella vita. E non si deve pensarlo mai. Che il successo non è solo dato dalla quantità di addizioni, anzi molto spesso è ininfluente, ma dalla costanza nel mantenere le situazioni stabili. Parlo di lavoro, amicizie, affetti, stile di vita, pretese, obiettivi. Tantissimi di questi ne ho perso per strada. Da un lato è vero che siamo quello che gli altri riescono a vedere, dall’altro dire questo è riduttivo, sicuramente siamo quello che abbiamo deciso di fare. Anche se nessuno ne sa niente. Se ci stiamo lavorando con costanza siamo anche quella parte nascosta. Quindi le macchine, gli orologi, gli abiti, i telefoni, la sofisticazione sono quella parte che si vede che può darci un indicazione di cosa stiamo cercando o perseguendo.

E sono le prime cose che, davanti a un problema inaspettato, non contano più niente, vanno a farsi friggere. Gli obiettivi, quei sogni sostenuti da piccoli passi giornalieri ci portano avanti. Anche davanti ai problemi, non li perdiamo. Magari si accorciano i passi, magari ci metteremo più tempo, ma ci sono sempre, e dicono chi siamo. Almeno a noi stessi. Da un esame onesto posso dire che certi obiettivi li ho persi davvero per strada del tempo fa. Ho tenuto tutto il di fuori ma ho negato, alla mia volontà, alla mia concentrazione, alle mie forze, proprio le cose che un tempo cercavo. E sapevo di aver bisogno. Sono contento di buone cose che ho fatto in questi  20 mesi.  Ringrazio anche chi mi ha reso possibile ciò. Dagli errori ho acquistato un nuovo punto di vista. Io sono in un diverso punto di osservazione ora.

Ed in base a questo scelgo di lavorare per qualcosa di duraturo, in silenzio, dentro me. Attendo ancora che le idee si schiariscano del tutto e si concretizzino. Ma di certo il punto cardine sarà l’equilibrio applicato al perseguimento di obiettivi più altruistici e più importanti nella vita di un uomo. Vi siete mai chiesti: “ma io cosa voglio veramente dalla vita”? Scontato dire : essere felice, avere una famiglia, avere dei buoni amici. No: “che cosa hai intenzione di fare nella tua vita di speciale”? ”Cosa vuoi provare delle cose che ti arricchiscono”? “Cosa vuoi essere capace di condividere, infine, con gli altri”? Se parto da casa per andare a Bari non ci arrivo per caso. Ci arrivo se ho la cartina stradale.

E quel tragitto ti serve per arrivare in un determinato posto. Altrimenti farai altri tragitti. Le cartine stradali per la nostra vita non si comprano. E non possiamo prendere quelle degli altri. Dobbiamo prima decidere dove vogliamo andare, e poi trovare i modi per arrivarci. E se ci uniamo a una persona a cui vogliamo bene, dobbiamo voler arrivare insieme alla stessa destinazione, e dobbiamo condividere lo stesso identico percorso studiato insieme. Ci serve sempre e comunque la nostra mappa. E la voglia di viaggiare. Io ho voglia di farmi questo viaggio.

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Su la neve (Racconto premiato al Concorso F.Pasqualino 2008)

Uno

Leslie sta sulla neve come per incanto. La sfiora leggera senza lasciar tracce e per vederla devi guardare bene, intensamente tra i fiocchi, i coriandoli del cielo di Gennaio. Il suo muso buffo annusa il freddo e il profumo della carne che cuoce dentro, impaziente. Leslie è una bella cuccioletta di ‘Alaskan Malamute’ dalla folta pelliccia bianca e grigia, la sorellina minore dell’husky. È robusta, in salute, una brava conduttrice di slitta, furba e straordinariamente docile. Per una coccola in più porterebbe senza fermarsi un carico di legna da Beaver Creak a GoodNews Bay, dalla montagna al mare.

Leslie è il regalo dell’ultimo natale fatto a Leslie, la sua padroncina. Però è di tutti, di tutta la famiglia, e quando saltella sulla neve della via principale è in prestito a tutta Big Lake. La sua padrona ha 17 anni e non ha niente se non il papà che lavora dieci ore al giorno, qualche insegnante che la sta preparando agli esami, la compagnia di Leslie. E il silenzio di un posto unico e dimenticato da tutti. Di tutto quel magico silenzio le rimangono le Philip Smith Mountains e la neve che prova a nasconderle. Leslie ha i capelli scuri ricci che le cadono fuori del collo alto del maglione, solitamente provenienti da un berretto di lana grossa e colorata. Anche lei è bianca. Bianca come la neve. Però quando entra nell’aula di scuola o al rientro entrando nella cucina di casa le guance le si fanno improvvisamente rosse finché non si abituano al caldo. È una bella ragazzina, ma non lo sa.

Nessuno glielo ha mai detto, neanche il papà.

Big Lake è un paese molto piccolo. Leslie ha solo quattro compagne di classe e non sono nemmeno sue amiche. Erik, il papà, ha provato a convincerla a socializzare di più con loro perché vengono da famiglie rispettabili, sono educate, e perché così passerebbe il tempo e imparerebbe i segreti della vera amicizia. E poi l’inverno è lungo. Non si può stare sempre soli a casa. Leslie non le vuole come amiche. E in risposta al perché del padre, una volta sola ha detto:

«non capiscono la poesia».

Poi il silenzio. Si è spiegata così, come se bastasse. In effetti ad Erik non bastava, ma era ormai troppo preso dalla pesca dei salmoni, il lavoro stagionale di tutta Big Lake. In più quest’anno i pescioni sembravano essersi riprodotti di più.

Così il silenzio di quelle cose non dette rimase. Erik è conosciuto come ‘Big Erik’. E ci sta bene. Un ‘Big Erik’ a Big Lake. In effetti è proprio robusto, ma tutti si chiedono come possa esserlo dato che nonostante tiri su quella mole mangi quanto un cardellino. Leslie, la sua bianca bambina è l’opposto, è la mamma da giovane, pallida e magra e mangia forse la metà di un cardellino. Quindi la cena è solo uno scambio di bottiglia d’acqua sorgiva tra piatti che stanno semi pieni e smettono presto di buttar su vapore. Dei grazie e qualche prego. Leslie, l’altra Leslie, quella paziente lupacchiotta col muso tra le tendine, in pratica era per lei che si cucinava. Erik non lo dà a vedere, ma è preoccupato per la figlia. Non abbastanza? Non è così semplice. Magari lo fosse. Sarebbe ingiusto anche un giudice giusto che ascolta l’arringa di un avvocato giusto in un tribunale super giusto nel giudicare un padre. Ci son tante cose in gioco. Vedere nelle intenzioni non riesce a nessuno, neanche con la giustezza per occhiale.

Due

Dovete sapere che in Alaska a causa del gran freddo il mese di Gennaio e Febbraio le scuole restano chiuse, un po’ come le vacanze estive, quelle più lunghe che si fanno in Europa. Lì invece l’estate è ideale per studiare perché è come la nostra primavera. Leslie un giorno di metà Gennaio, come al solito, prese una tazza di caffè lungo dalla macchinetta elettrica, la bevve in un sorso, prese il cappotto pesante, sciarpa e stivali, staccò le chiavi dal loro posto sulla parete, prese un quaderno, una penna più una di scorta e uscì. Anche se non c’era scuola. Con lei l’altra simpaticissima Leslie a saltellarle attorno. La direzione era verso il bianco. Il bianco della neve. La neve era dappertutto. Quindi non c’era una direzione vera e propria. Ma a lei serviva un bianco, quel bianco bellissimo che aveva visto fin ora solo in testa. Leslie e la sua padrona si spingevano camminando in territori quasi sconosciuti. Il vento gelido cominciava a filtrare dai monti e i gradi da -10 si spingevano ancora più giù. La neve diventava sempre più pesante e sempre più alta.

Il paesaggio era di compagnia: abeti e larici, le cui foglie aghiformi e la cui chioma piramidale sopportano quelle intense nevicate. Di tanto in tanto non mancavano, tuttavia, foreste di betulle, pioppi e ontani. Macchioline di verde scuro sotto il tappeto bianco. Nel loro sottobosco con i muschi nascosti numerosi animali silenziosi, tra cui l’orso, l’alce, la renna e il lupo, la lince, il ghiottone e lo zibellino. Qualche verso al passaggio delle due esploratrici da parte di crocieri e nocciolaie, volatili abituali frequentatori delle foreste di conifere. E ogni tanto anche qualche casupola, la cui luce usciva fuori dalle finestre e si posava sulla neve. L’odore della legna bruciata della stufa, quello della corteccia umida che si mischia al suo vapore. Il profumo di tante minestre che esce caldo dagli spifferi. Faceva sera e Leslie non aveva ancora trovato quel bianco, così tornò a casa, dispiaciuta, con un quaderno che doveva avere almeno una pagina piena, vuoto.

downloadDivenne un’abitudine. Ogni giorno Leslie dopo che Erik usciva per andare al lavoro si preparava, prendeva due penne e un quaderno, chiamava Leslie e andava verso la stessa direzione del giorno precedente, rifacendo tutto il cammino per arrivare allo stesso punto. Da lì guardava l’orizzonte, si girava indietro e poi lo superava. Si portava sempre più in là. Leslie amava troppo la neve e quel freddo pungente. Quel bianco suddiviso in fiocchi d’arte. Quelle forme strane durante il tragitto diventate qualcosa grazie alla neve, e quei colori diventati nient’altro che bianco grazie alla neve. Quel rumore unico che fa la neve compattata, o quello che fa quando la appoggi sulla pelle del viso calda e lei squaglia e a te pizzica, quel sapore ancora più puro dell’acqua.

Secondo Leslie Dio ci crea alla stessa maniera dei fiocchi di neve. Ognuno diverso, con i suoi particolari che noti solo se guardi da vicino, ognuno necessario, speciale, voluto a questo mondo e ognuno destinato a sciogliersi prima o poi, in volo oppure a terra. Ognuno a contribuire al progetto di Dio. Così ogni volta che nevica è perché lui sta facendo nascere qualcuno al posto di chi ha lasciato il vuoto. Leslie cominciò a tornare sempre più tardi a casa, sempre prima di Erik. Lei viaggiava. La notte con la fantasia dalla camera sua. Il giorno coi piedi arrivava lì in quei posti che aveva immaginato. Una sera Leslie arrivò in un posto davvero lontano, un posto strano. Una radura di ghiaccio spesso, sgombra, con un cartello piantato all’altra estremità. La scritta era illeggibile dalla notevole distanza, così scese dall’altura da cui proveniva. Durante il percorso che fece per scendere cominciò a nevicare fiocchi bellissimi, grossi e leggeri. Stavano sospesi non si sa per quanto tempo in aria. Ancora cinque minuti. La pallida ragazza arrivò davanti al cartello. Restò in silenzio. Non tremò neanche per un attimo. La scritta diceva: ‘Qui giace Leslie Petterson’.

Tutto qui. Nient’altro. Neanche una foto sù. C’era tutta la storia che le avevano raccontato. Era la mamma. Tra una fessura di nuvole uscì un raggio di sole fortissimo. Il ghiaccio divenne uno specchio, i fiocchi divennero le gocciole specchiate che andavano per conto loro, in salita e in discesa, e la luce del ghiaccio esagerarono le nuvole bianche cariche di neve. Il bianco. Quel bianco impossibile che cercava... Si sedette accanto al cartello storto, sulla neve sul ghiaccio e sulla luce, prese il quaderno e scrisse.

Tre

Una volta una zia le aveva chiesto che regalo volesse per la promozione, dicendole che tutti i parenti avrebbero fatto una colletta e lo avrebbero comprato per lei. Si aspettava la richiesta di un oggetto costoso, un telefono come quello che piaceva alle sue compagne o un bel vestito per non passare inosservata alla festa di fine anno. Leslie le rispose che voleva solo il bianco della neve. Il bianco più bello della stagione per scrivere la poesia più bella della stagione. In casa risero anche gli zii più disinteressati. Nessuno poteva darle un colore. E le poesie non servono a niente, sono come le storie inventate, un modo per togliere il tempo allo studio e al lavoro e darlo alla fantasia.

Ma chi si sente di scrivere qualcosa lo sa da che nasce e appena impara a farlo lo fa. In silenzio. Fantasia o no sicuramente è la cosa che desidera di più, sia messa in discussione oppure no. A 17 anni poi si sentono ancora forti le strette, le strozzature all’imbuto del cuore per le cose non dette. Andrebbero gridate. Chi non ha la forza nella voce le grida su un foglio di carta. Leslie. Quel giorno in mezzo al ghiaccio, alla neve e alla luce aveva scritto la poesia più bella non solo della stagione ma della sua vita. La stava aspettando. Quella stessa sera durante la cena aveva stranamente aperto bocca e chiesto a Erik:  «Mamma?». Era una domanda per sapere tante risposte. Era una di quelle domande che tutto il tempo trascorso ti rende inaspettata da rispondere. Una specie di voragine improvvisa da colmare.

Erik le chiese: «Mi passi il pane per cortesia?». Era una domanda per chiudere tutti i perché. Torniamo un attimo alla poesia. Leslie non viveva di altro. Non aveva niente nella sua gioventù, aveva solo la capacità di guardare dentro alle cose più superficiali e banali del mondo e di tirare fuori le loro gemme più belle e anche più tristi cui non si fa mai caso. I significati più nascosti. Ci potresti provare, ma non ci riusciresti neanche in un millennio. È come avere un senso di più. O lo hai o non lo hai. Se lo hai sei anche più fragile. Leslie aveva bisogno di crescere tanto tanto e tanto. Ma non per la poesia. E neanche per l’altezza. E di diventare più forte. Crescere per vivere più cose, per uscire dal pianerottolo con la testa un po’ più in su, con gli occhi un po’ più lucidi, a spalle dritte e con il colore dei denti visibile ogni tanto tra le labbra. Però una cosa l’aveva capita. Ed era una cosa molto importante. Quel giorno tra neve ghiaccio e luce. Non bisogna credere agli altri, la vita è bugiarda, bisogna cercarsi la verità da soli. Crederci fino in fondo anche se rasenta la fantasia. Crederci e scriverla, su un quaderno a righe. Passò qualche anno. Leslie un giorno uscì di casa e non vi fece più ritorno. Sapeva cosa lasciava, sapeva cosa voleva trovare. Erik in fondo era un buon padre e le sarebbe mancato. Ma le sembrava più importante trovare ciò che aveva perso che mantenere ciò che già aveva.

Sarebbe stato un viaggio lungo ed incerto. Sarebbe stato dolore. Però c’era ancora tanto bianco da vedere, tanti bianchi da desiderare su per la strada. Leslie nel suo cammino si fermava ad ogni villaggio che incontrava, ad ogni gruppo sparso di casette di legna col tetto a punta, chiedeva ospitalità ed in cambio offriva manodopera. In quei viaggi conobbe tante persone diverse, tanti apprezzabilissimi fiocchi diversi, contadini e intellettuali, parlò con i saggi sui misteri della vita, con operai e artigiani che le svelarono i segreti per costruire qualsiasi cosa, con le famiglie imparò ad accettare la compagnia e la cooperazione, dai vagabondi soli come lei sentì le storie più affascinanti degli angoli più nascosti del paese. Non si tratteneva più di una settimana, chiedeva informazioni, memorizzava le cose più belle del posto, le faceva affondare nel cuore, le ripescava per portarle sulla carta. Semplice e naturale. Via di nuovo. Il mondo andava avanti più veloce di lei, gli anni passavano, la tecnologia, le scoperte, il sapere e la cultura arrivavano fin in cima alle montagne. Ma lei era sempre lì con le sue quattro cose, con Leslie paccioccona e il suo bastone fra la neve a disegnare scie sui fiocchi in un viaggio senza fine. Fino al giorno che incontrò Rijk. I suoi occhi erano qualcosa di più bello del ghiaccio. Il suo sorriso era più della luce, dei riflessi di tutti i bianchi del mondo. Fece leggere a lui tutte le sue poesie. Ma non poteva fermarsi. Lui, che era un giovane editore, le pubblicò un libro da quelle poesie scegliendo le più belle. Giusto il tempo di darle una copia prima che ripartisse. Lei amò Rijk con uno sguardo intero. Lo ringraziò con una voce a metà. Poi si voltò verso una nuova strada.

neve (102)

Quattro

Anni. Quanti anni. Leslie cominciava a sentire il peso del viaggio. Il tempo la stava facendo invecchiare prima del tempo. Adesso aveva 30 anni, uno zaino sulle spalle che sembrava più faticoso, una vecchia ‘Alaskan Malamute’ dietro le scarpe che andava curata. Il vento gelido di mille posti diversi le aveva scolpito le guance, il sole le aveva schiarito i capelli che portava lunghissimi. Gli occhi erano pieni delle cose che avevano visto e non riuscendo a sostenerle creavano delle pieghe sotto le palpebre. E dentro qualcosa si rinnovava sempre. Forse per la speranza. Un giorno di Novembre arrivò alla fine. Aveva percorso tutta la regione senza risultati. Ciò che cercava non c’era. Era maledettamente fantasia. Una fatica inutile. Così riprese le ultime energie per il viaggio di ritorno. Lo fece tutto in lacrime. Squagliavano la neve che incontrava pensate. Non c’era niente al mondo che desiderasse di più. Trovarla.

Anni. Ancora anni. Aveva la gola secca, le scarpe bucate da cui entrava la neve, Leslie la sua unica compagnia era morta nel viaggio di ritorno, non si sentiva più le gambe, non si sentiva più di vivere. Non aveva più famiglia ormai né casa. Non poteva andare più avanti così. Doveva fermare quelle ossa. Così si fermò inciampando su un cartello. Era lì dove aveva scritto la poesia per lei. La più bella della sua vita. Era ancora sul quaderno. Era ancora quella radura di ghiaccio spesso di tanti anni addietro su cui veniva pianta neve  fresca. Era ancora un raggio di sole che usciva per lei. Davanti a lei stava una figura scura coperta dentro la sua pelliccia. Non la vedeva, era troppo occupata a far uscire dolore e stupore dalla gola. Il suo corpo congelava.

Davanti a lei la figura si avvicinò, la prese la strinse forte e la rinchiuse nei suoi abiti. E del calore suo lo dava a lei. Quel calore che significa vita. Era una donna alta e pallida dai capelli neri che sottovoce pregava. Leslie aveva perso la sensibilità nella pelle, perdeva i sensi, ma riusciva a sentire in lontananza che qualcuno era lì.  Socchiuse gli occhi. Quando finisce tutto finisce anche la disperazione. Leslie non sapeva che il suo libro di poesie, quello stampato e venduto da Rijk, era diventato famosissimo in tutta la regione. Che tutti i lettori di poesie conoscevano le sue poesie. Che le librerie facevano a gara per svuotare gli scaffali. Nessuno sapeva chi fosse ma tutti la conoscevano. Non sapeva di aver vinto il premio speciale dedicato al più importante scrittore dell’Alaska. Il presidente in persona l’aveva cercata dopo che il ministro della cultura e affari sociali non era riuscito nel compito di trovarla. Non tanto per la medaglia ricordo. C’era da presentare alla gente questa persona speciale, tutti aspettavano di sapere chi fosse. Che faccia avesse e quali fossero quelle dita fatate, sapere da dove veniva quel candore speciale che stava dentro a ogni suo verso.

Leslie non sapeva che la poesia più bella era arrivata a destinazione. Dove non era arrivata lei in un estenuante viaggio era arrivata la sua poesia. Dove era finito quel suo viaggio ne era iniziato un altro. Quello della signora Leslie Petterson. Quella poesia che aveva fatto il giro dell’Alaska chiedeva di lei, era dedicata a lei. La scongiurava di ricordarsi di essere ancora mamma. Lei ora era lì per questo. Doveva darle ragione, dirle che era stupenda. Per uno strano caso si erano incontrate proprio lì, sopra la sua tomba, finta. L’idea di fingere che fosse morta era stata del suo ex marito, Erik, per evitare di spiegare alla figlia l’assenza della madre. Lui non l’aveva voluta.  Era morta e basta, facile. Lei aveva accettato di fingere. Ora si trovava appiccicata a una figlia ghiacciata, un monoblocco che faceva pietà, a quel senso di rimorso forte, forte di anni. Ora c’era da far tornare indietro tutto quel che si può.

Non era stato tutto inutile. No che non lo è stato Leslie.

Quando riprese vita sentì delle guance sulle sue. Sentì una faccia di gocce dire: «sono la mamma, sono qui». Erano lì dove aveva scritto quel giorno la poesia per lei. La più bella della sua vita. Era ancora sul quaderno. Era ancora quella radura di ghiaccio spesso su cui veniva pianta neve fresca. Il ghiaccio divenne uno specchio, i fiocchi divennero le gocciole specchiate che andavano per conto loro, in salita e in discesa, e la luce del ghiaccio esagerarono le nuvole bianche cariche di neve. Un bianco più bello di qualsiasi poesia. Tra una fessura di nuvole uscì un raggio di sole fortissimo. Loro sdraiate sul ghiaccio senza perdersi un centimetro di abbraccio e calore erano la vera poesia.

Ancora un raggio di sole che usciva per loro.

Questo racconto é stato premiato al premio F.Pasqualino 2008 con menzione d´onore.

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Recensione di Bangkok di Lawrence Osborne

Chiudi Bangkok di Lawrence Osborne dopo aver letto l’ultima pagina e pensi che in realtà non è un libro solo su Bangkok, ma su chi decide mollare tutto e trasferirsi lì. Sono gli occidentali alla deriva, chiamati farang, che si perdono in una città misteriosa e avvolgente. I farang descritti da Osborne sono inafferrabili, incomprensibili; cinici e romanticamente devoti a un’idea di bellezza che copre tutto, fallimenti, difficoltà e solitudine. Pensano di poter controllare la loro presenza e il loro presente a Bangkok, ma la città non si cura di loro, li illude e poi li fa scomparire, proprio come il protagonista viaggiatore, e gli strani tipi con cui familiarizza.

Ogni volta che il protagonista/narratore torna a Bangkok, improvvisamente si materializza uno dei vecchi amici, sempre più improbabile e malridotto mendicante d’amore e d’attenzione, per poi scomparire di nuovo, in qualche bar o in qualche club, o sul tetto di un tempio buddista. Quasi risucchiati e riemersi dal fango di una città per settimane sotto una pioggia incessante.

“A Bangkok si arriva quando si sente che nessuno ci amerà più, quando si getta la spugna, e a pensarci bene la città è solo questo, il protocollo di una caduta […]”.

Bangkok di Lawrence Osborne è sostenuto da una sofisticata tensione narrativa che rimanda ai grandi autori, Lowry, Green, e Somerset Maugham, anche se la scrittura non sempre è all’altezza di questa ricerca. E’ un’immersione in un mondo non solo lontano, ma altro da quello occidentale, in cui ogni azione è benedetta da mille significati buddisti, in cui il re è considerato una semi divinità, e la potente natura del sudest asiatico è così fisicamente intrecciata alla città. La Bangkok che il protagonista percorre nelle sue interminabili camminate per i soi, le vie della città, è un luogo per metà magico, per metà durissimo e inaccessibile. C’è la bellezza della natura, dei templi, dei volti dei giovani, e ci sono le case nascoste nella giungla in mezzo alla discarica, le botteghe in luoghi fetidi e improbabili, i cani randagi che abitano i templi e le strade. C’è il cibo, che diventa un viaggio nel viaggio: formiche, vermi, insetti, vodka allo scorpione, solo mangiando si ha la possibilità, o l’illusione, di non essere solo un anonimo farang ma di far parte del ritmo vitale della città.

E poi c’è il sesso, tanto, ovunque, sempre, con chiunque. Negli squallidi club delle zone più infime della città, o negli alberghi di lusso, la mercificazione del sesso sembra essere l’attività principale. Il protagonista e i suoi amici non credono ai dati delle Ong sullo sfruttamento sessuale e sulla prostituzione minorile in Thailandia, perché secondo loro non tengono conto della vera natura dei thailandesi. Ma non è chiaro se sia vera libertà sessuale, come sostengono, o solo un’altra illusione del farang sfaccendato e senza scrupoli che vive a Bangkok, in cerca di un’assoluzione per la sua perdita di moralità : "a Bangkok ciascuno è libero di andare a pezzi come crede".

A. P.

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