Categoria: bloggare

A nuove domande risponderò

A nuove domande risponderò. E per quelle forse crescerò. Aspetto spesso la morte di noia nel letto e non mi sento per nulla perfetto. E delle domande, pure io ne ho paura. Pensare come sanguinare. Comparare ieri con oggi. Come vorrei solo pensare ad un angolo di fresco dove trovare di nuovo un amico, un’amica. Buttare fuori dalla finestra quest’aria calda, non sentire la stanchezza. Essere più leggero del peso della gravità delle cose. Con un bel paio di forbici tagliare le responsabilità e spostarle in una scatola chiusa da aprire domani. Pensare solo a far tornare quello che esisteva prima. Prima di questo mio me stanco.  Poi vedere quegli indici puntati davanti non aiuta. L’ignoranza non aiuta mai. I fatti sono fatti, ma non capisci il vero valore, se non sai il perché quei fatti sono compiuti. E c’è sempre qualcuno che ha bisogno di far vedere i fatti con gli indici lunghi senza commentare i perché, senza nemmeno cercarli. Brutto, brutto lavoro questo. A loro, io dico, non ho scuse. Non ho di che scusarmi per un limite che io stesso odio. Ma sono davvero stanco, a volte fino allo sfinimento, e non ho il potere di evitarlo. E tralascio tanto, mi perdo anche quello che vorrei.  Allora sarò il vostro brutto e cattivo. Ho vissuto bene prima di voi e vivrò bene dopo. Certo non pretendo di esser compreso. Entrare nell’animo delle altre persone è una capacità ed un pizzico di fortuna di persone empatiche, ed è normale che qualcuno si fermi prima di riuscirci, per scarsa voglia, per incapacità. In fondo, merito davvero di essere compreso? Perché'? Da chi? Chi lo dice? Solo io, il difensore di me stesso. Penso a quelle domande a cui ho paura di rispondere, quelle del futuro. Quelle che la risposta è già un rimprovero. E sono da affrontare per ricominciare a essere grandi.

E rispondere davanti a te, una qualsiasi te, sarebbe forse ammettere di essere non all’altezza di te, qualsiasi te. Sarebbe un dover confrontarsi con il perché non ho fatto prima ad arrivare sulle cose, umiliarsi su i veri limiti che ho, sull’incapacità di averti dimostrato il bene che provo per te. Questo è triste. E triste cerco una leggerezza impossibile.

abc

Diverso da come immagini

L’immaginare fece comporre a John Lennon una musica tra le più belle di sempre, appunto Imagine, la quale faceva suo un messaggio di amore, pace, speranza. L’arte, la tecnologia, i progetti, il volersi migliorare dipendono in gran parte dall’immaginazione. Che mi piace pensare come il nostro posto nascosto dove facciamo nascere il futuro a noi caro, dove creiamo personaggi e per noi li facciamo muovere, in attesa del riscontro con la realtà. Realtà in cui fatichiamo talvolta fino a riuscire a strappare i soggetti dall’immaginazione per portarli accanto a noi, in vita. Nell’era di Internet più vicina a noi la chiave di volta della massiccia espansione della rete e dei suoi utilizzatori si chiama: sharing. Condivisione.

Con facilità ci è stato insegnato come condividere qualsiasi tipo di contenuto con le persone che ci stanno vicine come amici e con una platea di pubblico improvviso spalancata ai nostri occhi, sconosciuta, che magari ha gli stessi nostri interessi. Tutto ciò si è evoluto fino al Social Network dove, minuto per minuto (per gli utenti più maniacali), ci si può confrontare potenzialmente con un numero infinito di persone. Situazione assolutamente nuova.

Questo ha aperto nuove porte, alcune delle quali guardate con sospetto, ed anche infide. Una di queste, molto sottile da riconoscere è l’insegnamento che ci è stato dato nell’immaginare. Nella maniera sbagliata, o diciamo meno conveniente. Cosa significa? Confrontarci spesso con persone mai conosciute accende nelle persone più spigliate e socievoli il desiderio di approfondire tale conoscenza. Se ci pensiamo l’amicizia è un valore universale insito in noi molto positivo, sempre vivo. Eppure dal virtuale nascono dialoghi che, seppur sinceri, non rispecchiano la realtà, tanto meno la soggettività, la quale tiene conto di numerosi particolari in più del semplice testo scritto, voce sentita , video visto. Quindi la reale percezione del “conoscere” è sfalsata rispetto alle normali “procedure” che gli esseri umani adottano quando si incontrano. Infatti le nostre difese sul web rimangono basse per poi via via aumentare a seconda di certi campanelli d’allarme che avvertiamo, mentre nella normalità sarebbero alte per poi via via scemare davanti all’avvertimento di segnali tranquillizzanti, o comunque troncherebbero subito un rapporto davanti a minacce. Come dicevo, le nostre difese restano basse perché non sappiamo cosa aspettarci, non abbiamo un idea sommaria della verità riguardante una tal persona.

Di solito tralasciamo queste semplici osservazioni logiche ed importanti ragioni e iniziamo, davanti alla mancanza di dati oggettivi e soggettivi, ad immaginare. Un vecchio proverbio dice che “l’aspettazione differita fa ammalare il cuore”. Semplice.  Aspettarsi qualsiasi cosa per cui non si ha una base concreta per valutarla porterà SEMPRE a un riscontro nella realtà diverso da come immaginato. Ho scritto che l’immaginazione è quel posto dove cerchiamo di far nascere le cose positive, quelle che ci piacciono e che desideriamo. è proprio per questo che nell’immaginare altri siamo bravi disegnatori, i più attenti ai pregi, i più clementi, i valorizzatori della bellezza. Chi di noi spererebbe per se stesso il peggio? Questo automatismo fa parte di tutti.

Così l’immaginazione spesso non viene vista più come un limite ma come un’anticamera alla persona stessa, acquisita e confusa con i dati oggettivi stessi. Tale limite è poi evidente quando sentiamo il piccolo o grande dolore dell’aver desiderato, inseguito, coinvolto nella propria sfera emotiva qualcuno che è risultato essere semplicemente diverso. A volte migliore. A volte peggiore. ma comunque diverso da come creduto.

La notizia è questa: possiamo scegliere l’equilibrio, una confidenza cauta, un modo di porsi che tenga conto di tali cose con il rischio di allungare nel tempo e selezionare le nostre amicizie oppure buttarci a capofitto nel marasma internettiano usandolo appieno, con il rischio di essere vittime del cuore malato, domani.

Come sempre è richiesta la vostra partecipazione. Punti di vista, esperienze personali, consigli e commenti.

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“Amore pace e gioia infinita”…

Oggi ero in fila in farmacia. Eh già, non è un bel posto dove fermarsi a pensare. Gli occhi scivolano un po’ su tutto e mi rendo conto di quanti prodotti commercializzati con la promessa: combattere lo stress. Perfino le chewing gum antistress. Poi se fotografo i volti delle persone che ho visto, facilmente trovo il perchè di quei scaffali pieni.

La giornata continua. E vedo quanto fa male l’ansia al cuore di un amico. Al suo viso. E penso che siamo tutti esposti. Tutti ugualmente fragili davanti a ciò che ci succede. Quel che ci succede non smette di cambiare, un bene, un male. Facciamo fatica ad accettare i cambiamenti quando sono da noi decisi, ancora peggio quando a deciderli è stato nessuno.  Vedo le persone, me stesso, sfidare i propri limiti senza il dubbio di non poterli superare. Lo slancio e la forza, ecco cosa mettiamo sul piatto. Per arrivare dove non siamo stati mai. Alla felicità diritto dell’uomo. Poi, una virgola della frase che siamo si sposta, ce la spostano, e cambia il significato, la direzione dello slancio e della forza.

Non riconosciamo più la nostra vita. Dici: ”ma io ero questo un momento fa”. Non siamo fatti per essere rotti, ma piegati. Non siamo fatti per accettare di essere piegati, di non poter fare, essere ciò che eravamo o semplicemente volevamo per noi. Ma si impara. Lo si deve fare. Credo che sia una delle più grandi sfide di questo futuro accettare nuovi limiti. Accettare per superare. Per non aspettarsi troppo da noi stessi e dagli altri e non illuderci.  La società ci sta imponendo grandi cose semplicemente per vivere. Per ottenere gli stessi risultati gli sforzi da fare son più numerosi di quanto lo erano appena un decennio fa, in ogni aspetto della vita.

Il lavoro, l’economia, le amicizie, riservare del tempo per le cose più importanti. Tutto ci costa di più. Quello che ci piace e quello che non ci piace. Per questo vedo uomini in ginocchio, tolti dalle loro speranze. Quando una persona dà ciò che è, tutto, poi finisce. La società continua a chiedere, a fare l’esattore. L’uomo si piega. E iniziano i limiti. Scopre che non può fare tutto quello che poteva fare prima. Diminuisce la sua forza, la sua importanza al mondo. La sua serenità. Se penso all’ansia, allo stress, al panico, lo smarrimento, all’incapacità di essere ciò che vorremmo, penso al fatto che non abbiamo gli strumenti adatti per esserlo, oggi.

E se invece in questo momento lo siamo, prendo atto che non sempre potremmo esserlo. Colpa delle virgole. Penso che ciò che ci rimanga di davvero importante sia la forza collettiva nel sostenerci. Quell’arrivare dove l’altro non arriva. Senza giudizi o pregiudizi. L’essere nella vita di un altro quando gli si sposta la virgola maledetta per aiutarlo a dare un nuovo senso alla frase. Parlare di forza, ma anche di un pianto sulla spalla, di sapersi piegare per non rompersi. E dolcemente attendere che chi ci sta vicino faccia così un giorno, con noi. Per creare dentro un male qualsiasi “amore pace e gioia infinita”…

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Ci sei

Un urlo strappato dalla bocca finisce sulle corde metalliche e poi sulla pancia di una chitarra acustica. Il microfono amplifica. Porta in posti distanti di semi oscurità. Sulla tempia destra una cicatrice coperta da pelle nuova. Roger Fray con una faccia di chi deve aver sofferto bene e a lungo, ed aver coccolato un gatto sulle gambe per mezza vita nei suoi viaggi. L’odore del fumo di un’ esplosione. La folla in delirio. Il riflesso di luce sulla canna della pistola. Roger Fray con la faccia di chi ha preso tutto dalla vita. Meno una cosa. Un proiettile dritto al polmone. Grandi uomini di scuro aprono la folla. Urla isteriche senza il chiasso della batteria. Della melodia di Fray. Bottiglie, vestiti, carte, sigarette e quella stessa pistola gli ultimi spettatori, lasciati di fretta sul freddo pavimento della Chicago Arena.

Tutto che andava a rock. Roger Fray ero io. Ed ero al centro. Al centro di tutto. E avevo sempre i microfoni dalla mia parte, e chi li teneva accesi per me. E avevo il gatto che mi aspettava quando tornavo, stanco, con la fronte sudata.  E quello mi bastava. La solitudine di una stella gelosa della sua luce. Ma la vita di chi vive al centro è difficile sapete. E non si può tornare indietro. Si può solo cadere, perdere tutto. Ma non perdere quello che sei davvero. La faccia reggeva bene. La voce faceva ancora vibrare le casse e saltare le persone. Mi faceva comprare tutto quello che non mi serviva.

Poi è arrivata quella nuvola grigia. Puzza la polvere da sparo. Ma è un dettaglio. Perché avevo paura che mi avrebbe fatto male. E invece avevo solo qualcosa da imparare. Le cose da scegliere di capire fanno male. Perché l’ignoranza è gratuita. La coscienza ti mangia un pezzetto di vita. Il palco si è spento all’improvviso. Si è acceso il silenzio. Per me. Ed io ho scelto.

Tu mi hai ucciso. Hai guardato nelle mie cicatrici, nella fatica delle pieghe della mia pelle. E hai visto chi sono davvero. Una stella non gelosa della sua luce. Quel proiettile, brutalmente, ha fatto parte di me per un secondo di un paio di giorni. E quando dal silenzio, sei avanzata verso di me, hai lasciato l’arma, hai preso a correre. Non c’era più nessuna, nessuna cosa che io volessi, se non te. Mentre cadevo e già non ti vedevo più.  La vita mi sembrava lunga. Mi è sembrata ancora più lunga. Mi è sembrato di piangere e stringere i denti davanti alla mia impotenza. La coscienza di non vivere da me stesso mi stava mangiando tutta la vita.  E invece avevo solo qualcosa da imparare.

Allora mi hai preso. Con le mani hai tenuto il mio viso. Non mi serviva più niente. La folla, i microfoni, la polvere da sparo, i viaggi, vivere al centro. Grazie per aver ucciso qualcosa che ero. Che non volevo. Un vuoto d’aria, respiri mancati. Poi sentire vivere ancora. Ostinata a vivermi accanto, dentro. Roger Fray non esiste più. E non andrà più dritto sul palco a prendere dalla vita quello che non lo fa essere un vero Roger Fray. Il sudore sulla fronte lo asciugherà il vento dei tuoi respiri. La paura degli insuccessi sarà schiacciata dai nostri abbracci lunghi. E le cicatrici resteranno sotto il maglione colorato su cui vieni a prenderti il buon giorno.

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Ad oltranza sento te

Come cassetti inchiodati aperti da mai

Come il panico del respiro a trovare l’uscita

Come fotografie perse in partenza

Come dalle mani morto senza il chiasso del fiato

Come farsi bastare di silenzio onestamente sopravvissuto

Come sconfinato arreso a sentire te via

Come mancare di occhi trascorsi e di vita

Come terso di follia fino al collo

Come perso in un volo da fermo

Come inginocchiato a prendere il presente

Come se fosse passato.

Solo poi. Sento. Solo mai.

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“Sì viaggiare, evitando le buche più dure, rallentando per poi accelerare..”

Si è fatto mattino, e oggi non è una giornata in cui vorrei parlare di cose importanti. Ma queste ultime 24 ore, passate assolutamente sveglie, a pensare, hanno avuto la stessa funzione della riga che si mette sotto le addizioni per separare il risultato da tutti quei numeri che hai trovato per la strada. Guardandomi indietro, in questi ultimi 20 mesi, numeri ne ho trovati diversi. Questo blog ne è un esempio, ricco di fatti e di spunti riflessivi raccolti per strada. E li ho sommati. Con piacere, ma anche no.  Perché in mezzo c’erano anche sottrazioni volute e cercate da fare.

Quello che ho afferrato è che non siamo mai arrivati, nella vita. E non si deve pensarlo mai. Che il successo non è solo dato dalla quantità di addizioni, anzi molto spesso è ininfluente, ma dalla costanza nel mantenere le situazioni stabili. Parlo di lavoro, amicizie, affetti, stile di vita, pretese, obiettivi. Tantissimi di questi ne ho perso per strada. Da un lato è vero che siamo quello che gli altri riescono a vedere, dall’altro dire questo è riduttivo, sicuramente siamo quello che abbiamo deciso di fare. Anche se nessuno ne sa niente. Se ci stiamo lavorando con costanza siamo anche quella parte nascosta. Quindi le macchine, gli orologi, gli abiti, i telefoni, la sofisticazione sono quella parte che si vede che può darci un indicazione di cosa stiamo cercando o perseguendo.

E sono le prime cose che, davanti a un problema inaspettato, non contano più niente, vanno a farsi friggere. Gli obiettivi, quei sogni sostenuti da piccoli passi giornalieri ci portano avanti. Anche davanti ai problemi, non li perdiamo. Magari si accorciano i passi, magari ci metteremo più tempo, ma ci sono sempre, e dicono chi siamo. Almeno a noi stessi. Da un esame onesto posso dire che certi obiettivi li ho persi davvero per strada del tempo fa. Ho tenuto tutto il di fuori ma ho negato, alla mia volontà, alla mia concentrazione, alle mie forze, proprio le cose che un tempo cercavo. E sapevo di aver bisogno. Sono contento di buone cose che ho fatto in questi  20 mesi.  Ringrazio anche chi mi ha reso possibile ciò. Dagli errori ho acquistato un nuovo punto di vista. Io sono in un diverso punto di osservazione ora.

Ed in base a questo scelgo di lavorare per qualcosa di duraturo, in silenzio, dentro me. Attendo ancora che le idee si schiariscano del tutto e si concretizzino. Ma di certo il punto cardine sarà l’equilibrio applicato al perseguimento di obiettivi più altruistici e più importanti nella vita di un uomo. Vi siete mai chiesti: “ma io cosa voglio veramente dalla vita”? Scontato dire : essere felice, avere una famiglia, avere dei buoni amici. No: “che cosa hai intenzione di fare nella tua vita di speciale”? ”Cosa vuoi provare delle cose che ti arricchiscono”? “Cosa vuoi essere capace di condividere, infine, con gli altri”? Se parto da casa per andare a Bari non ci arrivo per caso. Ci arrivo se ho la cartina stradale.

E quel tragitto ti serve per arrivare in un determinato posto. Altrimenti farai altri tragitti. Le cartine stradali per la nostra vita non si comprano. E non possiamo prendere quelle degli altri. Dobbiamo prima decidere dove vogliamo andare, e poi trovare i modi per arrivarci. E se ci uniamo a una persona a cui vogliamo bene, dobbiamo voler arrivare insieme alla stessa destinazione, e dobbiamo condividere lo stesso identico percorso studiato insieme. Ci serve sempre e comunque la nostra mappa. E la voglia di viaggiare. Io ho voglia di farmi questo viaggio.

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Sappiamo più le cose che non ci interessano che quelle che dobbiamo sapere

La Repubblica di oggi, 13 Giugno 2009

La libertà dell'informazione è un principio fondamentale. Giorgio Napolitano, al vertice Uniti per l'Europa, mette la libertà di stampa tra i cardini della cultura e del sistema politico del continente in un momento di grande polemica nel nostro Paese: "Bisogna aver fiducia nell'attaccamento delle opinioni pubbliche ai principi liberali, particolarmente a quello della libertà e del pluralismo dell'informazione", ha detto Napolitano.

"Non possiamo avere dubbi - prosegue Napolitano - sull'importanza fondamentale dei principi che comunque devono presiedere all'attività di informazione nei paesi dell'Unione Europea. In merito alle situazioni nazionali sull'applicazione di questi principi però non possiamo entrare nel merito".

Ora mi chiedo, italiani chiedetevi: se noi non possiamo entrare nel merito, chi lo può fare? Chi altro lo farà? Chi altro è interessato a preservare i principi sani della corretta e libera informazione se non gli stessi beneficiari? Il nostro presidente della repubblica in pratica ci ha detto oggi: L’Europa e L’Italia riconoscono che la libertà è un principio fondamentale, irrinunciabile per il popolo, com’è il diritto del lavoro, della giustizia applicata equamente per esempio. Però, dell’Italia non parliamo, non possiamo parlarne.

E perché? Forse perché i cittadini non possono vedere il marasma comico di imbarazzanti comportamenti dei media, puntare il dito contro chi deliberatamente passa sopra a questo principio per fare del puro servilismo ai suoi padroni?

Queste dichiarazioni, imbarazzanti, per un rappresentante del governo, sono il termometro a mio parere di quanto “le cose vadano come si vogliono far andare”. E da semplice cittadino, non coinvolto da nessuna forma politica, mi sento imbarazzato dal comportamento di queste testate giornalistiche, telegiornali, che non fanno altro che reggere i pantaloni a chi ha o vuole il potere,  a tutti i costi. E tra tutti i costi, il più salato che paghiamo noi cittadini, è non sapere cosa succede veramente nel nostro Paese ed il perché. E con il non sapere viene sempre meno la voglia di sapere.

Ecco perché c’è ancora chi, oggi, ha la stima, la fiducia verso certe persone, certi partiti, certe promesse lunghe da decenni. Sarebbe più difficile scoprire e accettare le verità che ci son state filtrate. C’è ancora chi crede davvero che l’uomo cambierà il corso del futuro in meglio. Ma c’è sempre più chi crede che “l’uomo stia dominando l’uomo a suo danno”.

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