Autore: Francesca Capossele
- Febbraio 2019
Pagine: 182 - Genere: Narrativa
Formato disponibile: Brossura
Collana: Playground
ISBN: 9788899452230
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Alda trascinava la valigia pesante. La grande strada di fronte a lei era silenziosa e quasi priva di luce, non era difficile ricordarla con il coprifuoco, o piena di gente durante le parate fasciste, o semplicemente nel finto bagliore grigio di qualche primavera fredda degli anni Venti, con i bar pieni di reduci della Prima Guerra Mondiale. Suo padre era uno di quelli. Il tricolore a mezz'asta, con il fiocco nero sulla stele in ricordo dei caduti. I bambini delle elementari perennemente in giro con le bandierine cucite dalle bidelle. Le signore con i cappelli a cloche e il volto chiaro, disegnato dalle ciocche corte di capelli appena tagliati. Sua madre era una di quelle. Un mondo di polvere, si sorprese a pensare. Con disprezzo. Con nostalgia.
(Non ho niente. E se non esco da questo niente, avrò solo stanze vuote. Pareti bianche. Senza quadri. Finestre senza tende e nulla da vedere oltre i vetri. E invecchiare.)

1953. La storia che Francesca ci racconta comincia con la dipartita di Alda, una giovane trentenne, dal suo paese natio, Ferrara. Alda parte di nascosto, salutando frettolosamente la piccola vicina di casa, abbandonando il padre Gabriele, la madre Regina e il futuro sposo Ruggero. Non lascia scritto nulla, non consegna nessuna missiva né fornisce alcun dettaglio, scappa come una profuga. La sua fuga ha delle motivazioni ben precise che hanno radici nella sua esperienza di vita, ma anche nelle sue profonde aspirazioni. Per capirci qualcosa di più Francesca ci presenta il raccorto in tre parti, la prima è la giovinezza di Alda, i sogni, le relazioni, le amicizie, la seconda è la sordida relazione con Stephan Felder l’ufficiale tedesco e la terza la vita nella DDR, la Stasi la sua esistenza sotto falso nome e la perdita di un bambino.
Nel caso non mi riconoscessi è un romanzo potente, crudele e difficile, dove Alda, la protagonista non riuscirà mai ad ottenere quella soddisfazione che tanto ambisce e si ciberà di insuccessi, uno dopo l’altro, che dopotutto non le faranno mai perdere la volontà di vivere anche se accompagnata da una tristezza infinita.
Con sé ha tutti i soldi che ha pazientemente sottratto in un anno di preparativi, mentre si fidanzava con un brav’uomo, conosciuto su un treno.
Alda ripone nella borsetta di pelle nera – un regalo del padre – i preziosi documenti insieme ai rotoli di denaro accuratamente legati con l’elastico. E qui, guardando fuori dal finestrino le montagne sempre più vicine, forse per la tensione e la stanchezza, forse perché porta degli occhiali scuri, come le aveva consigliato il tedesco, si addormenta di colpo. E fa un sogno che ripeterà molte altre volte. In quel sogno muore molto vecchia, un giorno di giugno (perfetto per morire, ha sempre detestato l’estate, una stagione odiosa, perché a tutti accadono cose piacevoli, ma mai a lei).
Alda giovane è una ragazza perennemente infelice, insoddisfatta, che non trae giovamento da quello che vive, amicizie sbagliate, continue invidie, malesseri. Fidanzamenti poco affidabili con giovani senza futuro, lei che invece desidera qualcosa di potenzialmente irraggiungibile.
Alda la invidia molto. In classe, a dire il vero, Lelia non sembra così fortunata: debole in matematica, con i capelli spettinati e un colletto simile a una ragnatela di pizzo, sopra il grembiule della scuola, che è, ovviamente, di seta; per quel colletto, i compagni maschi la chiamano ‘Muffa ma il tono è affettuoso, in fondo sono bambini cresciuti insieme, magari dalle stesse bambinaie, mentre i genitori giocavano a carte nei salotti delle proprie case o al Circolo dei Commercianti.
Lelia ha un buon carattere, non le importa che Alda venga da quei vicoli che a Ferrara odorano di una polvere antica e da case dove il sole entra con difficoltà e non arriva mai a rischiarare le ombre. La trova spregiudicata e quasi intrepida, con i suoi sogni di sposare un aviatore, e poi Alda ha un ragazzo vero, non un simulacro dell’amore uno che l’aspetta, le prende la mano, la bacia (confidenze più intime non ce n’erano state), e ha anche progetti audaci: all’università studierà matematica o forse ingegneria mentre Lelia non sa neppure se ci vuole andare.
Un futuro senza privazioni, differente da quello tipico delle ragazze della sua età, la vita con la famiglia le sta stretta, le convenzioni la costringono a ripensare fuori dagli schemi, a una gestione conflittuale del suo destino. Così stringe amicizie imperdonabili, rapporti sordidi e vacui, ma tutto ciò andrà a vantaggio del coraggio e dell’affabilità per scappare, allontanandosi dal rapporto insulso con la madre, che non le concede alcun valore significativo, e da quello con il padre impreziosito dai soli doni che riceve. Una donna decisamente intelligente Alda che riuscirà anche durante la Seconda Guerra Mondiale a ritagliarsi dello spazio per studiare e laurearsi in matematica, dalla dialettica tagliante, da un tedesco brillante, che le servirà e le farà da scudo in imprese più o meno pericolose.
Stephan Folder come anche molti altri si innamorerà perdutamente di Alda, anche se poi si accorgerà che questo amore non è poi così interessante come se lo era prospettato, perché sì Alda è la donna giusta per un uomo come lui, ma è anche una donna priva di reali sentimenti, indifferente, fredda, incapace di amare seriamente. Alda, infatti, sceglierà di seguire Stephan solo dopo che lui si riprenderà dalla fine della Guerra, con un conto economico, una casa e una situazione sicura; Stephan povero, affranto, stanco, smagrito e distrutto non è lo Stephan che lei ricorda, che lei vorrebbe.
Già alla fine del 1945, Stephan aveva mandato delle lettere ad Alda, e loro non le avevano impedito di rispondere. Certo, erano preoccupati: un uomo adulto, una lingua straniera, un altro paese, ferito a morte. Alda e Stephan si erano scritti per più di un anno. Poi in una lettera, Stephan aveva mandato una foto in cui era seduto con altri ex commilitoni su delle bacinelle rovesciate. Doveva essere una giornata di sole, perché la luce sembrava uscire dal cartoncino. Erano tutti sorridenti, i capelli tagliati corti, delle coperte gettate sulle spalle, per proteggersi dal freddo della primavera del nord. Stavano per uscire dal campo di raccolta degli americani. Sulla testa dell’ex Hauptmann c’era una freccia tracciata con una matita rossa. Nella lettera Alda aveva letto il perché di quella freccia: Falls du mich nicht erkennen solltest, nel caso non mi riconoscessi. Regina aveva visto la figlia rigirarsi il cartoncino tra le dita, pensierosa.
All’improvviso la decisione di fuggire. Stephan, il suo caro ufficiale, la cerca, la vuole in patria a Lipsia con la sua nuova famiglia, e le procura una identità falsa, diventerà sua moglie Carin Felder. Alda brucia la carta di identità e si trasferisce in Germania. Qui conoscerà Anita, Hans, Gitta e Hauptmann, assisterà alla costruzione del muro di Berlino, alle cospirazioni, alla tratta da una Germania e l’altra, alle innumerevole sofferenze e ingiustizie della Stasi, ai regimi della DDR e ad un aborto che contribuirà a indebolirla definitivamente. I trent’anni che vivrà fuori dall’Italia non saranno esattamente quello che si sarebbe attesa partendo, quella magia agognata, la realizzazione integra della sua professionalità, una famiglia compatta, una tradizione nuova, nulla di tutto ciò, bensì raggiri, tradimenti e menzogne arricchiranno la sua esistenza, a poco a poco vedrà anche morire non solo i suoi ideali, ma anche persone care come Anita ed Hans, anch’essi travolti dal malcontento generale.
Poi, all’improvviso, per il Natale del 1951, ecco gli auguri del tedesco, con una lunga lettera. Stava di nuovo molto bene (non veniva precisato in che modo). Sua sorella si era sposata da poco e lui era diventato zio di una bella bambina (era stata spedita anche una foto rassicurante della neonata). Era purtroppo appena morta sua madre, lui e il padre vivevano da soli, nel loro vecchio appartamento, dove erano riusciti a tornare. L’indirizzo però era quello di un ufficio, nel quale, a quanto sembrava, Stephan svolgeva un ruolo importante.
Ora Regina lo sa. Alda non si era limitata a rispondere con un cartoncino festoso di auguri (c’era un abete disegnato, di quelli moderni, con dell’argento e dell’oro spruzzato sui rami), ma doveva aver trovato il modo di corrispondere con lui senza nessun controllo.
Nel caso non mi riconoscessi.
Approfondimento
Francesca Capossele è una scrittrice eccezionale, il suo romanzo Nel caso non mi riconoscessi trasuda ricchezza di linguaggio, metafore, immagini riflesse, poesia, costruzione eclettica e improvvisazione. Il suo non è un racconto semplice; eppure, riesce a cogliere a pieno quelle sensazioni che ci si aspetta da una vicenda simile, incarnando alla perfezione quelle ambizioni umane che tanto sono distruttive quanto impressionanti, gli umori e le privazioni di una lunga Guerra e le speranze di una ricostruzione. Angoscia e solitudine accompagnano Alda nella sua profonda inquietudine e forse spiegano a tutti noi il perché spesso la vera felicità si trova in quello che pensiamo sia ingiusto.
Nausicaa Baldasso
